
Il frammento di storia inaugurato dalla Rivoluzione Francese non ci permette, dopo il fallimento di innumerevoli tentativi politici, di ripetere il postulato della differenza etica e politica tra destra e sinistra.
Infatti, la violenza appare speculare. La reciproca specularità del confronto tra signori e schiavi, ricchi e poveri, bianchi e neri, civilizzati e colonizzati si rivela quando anche gli oppressi ricorrono alla violenza per fondare una società in cui regnino Liberté, Égalité, Fraternité.
Ovviamente il modo di rapportarsi alla violenza è diverso: la destra la considera inevitabile, costitutiva della convivenza umana e del succedersi della storia; la sinistra, nonostante viva ampiamente dell’eredità dialettica hegeliana marxista, ama affermare il suo ripudio radicale della violenza perpetrata dal sistema capitalista, la riconosce come inaccettabile e disumana e si oppone alla disuguaglianza, all’ingiustizia, all’oppressione perpetrata dai più ricchi, più forti, più armati, contro i poveri e i diseredati. Ma i conti non tornano.
Quando matura come guerra civile il conflitto tra le classi sociali, anche la sinistra si ritrova prigioniera della violenza che esige l’eliminazione, lo sterminio del nemico. E in questa guerra le differenze tra destra e sinistra scompaiono.
Come salvarsi da questa tensione irrisolta tra il cinismo realista degli oppressori e le buone intenzioni anti-violente smentite dalla prassi, che marcano indelebilmente le ideologie che intendono difendere gli oppressi?
È evidente che queste considerazioni non devono condurci alla convinzione che non esistano oppressori e oppressi. Al contrario, si tratta di incontrare cammini politici che rispondano ad alcune coordinate.
Anzitutto, non possiamo ripetere gli equivoci giacobini, ma, nello stesso tempo, pur essendo necessario, non sarà sufficiente difendere la democrazia liberale in congiunture in cui le aggressioni, spesso letali, della nuova destra allo stato di diritto, potrebbero ridurci alla tutela di un ordine ormai fragilizzato e di incerto futuro.
Questa sfida comporta che coltiviamo attitudini, denunce e pratiche radicalmente antisistemiche. Infatti, da sempre, la democrazia elettorale liberale è ostaggio del sistema capitalista e, quindi, espressione di uno stato di diritto segnato dalle eccezioni e da esclusioni sociali, economiche, politiche, patriarcali e suprematiste, che vanificano la realizzazione di autentici rapporti democratici.
Potremo percorrere il cammino certo se non soccombiamo di nuovo alle teorie “campiste”, triste eredità stalinista lasciata alle sinistre. E quindi, in nessun caso difenderemo governi o movimenti autoritari con la giustificazione che apparterrebbero al “campo antiimperialista”.
Non ignoreremo la violazione dei diritti umani, la repressione interna, la negazione della libertà, relativizzando “lo stato d’eccezione” in nome della lotta contro il colonialismo imperialista.





