Iran: Ali Shariati, umanesimo e rivoluzione

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Ali Shariati.

In questi giorni, parlando della tragedia iraniana, molti si riferiscono al regime come il prodotto della rivoluzione khomeinista.

Che Khomeini sia emerso come il leader dell’Iran rivoluzionario è fuori di ogni dubbio, ma quella rivoluzione ha avuto molti motori: dai comunisti ai liberali, come di formazione era il nazionalista e primo presidente Bani Sadr, agli islamo-democratici come il primo ministro Mehdi Barzargan. E l’ideologo che ha dato un contributo enorme a un movimento così complesso e articolato è stato certamente Ali Shariati, per un certo periodo iscritto al partito di Bazargan.

L’umanesimo testimoniale di Ali Shariati

Arrestato come oppositore dello scià, trovò riparo in Francia.  Il sociologo George Gurvitch, l’islamologo Lois Massignon, i grandi duellanti della sinistra del tempo, Jean Paul Sartre e Albert Camus, insieme a Frantz Fanon sono i grandi che hanno influito sulla sua formazione e personalità. Le lezioni sul sufismo del cattolico Massingon sono in particolare decisive per la formazione del suo pensiero religioso.

Questo lo troviamo in tanti passaggi delle sue lezioni, forse anche nella rielaborazione di uno dei punti decisivi della cultura religiosa sciita. Alla base della rottura tra i sunniti, soprattutto i loro Califfi, e gli sciiti, sconfitti dagli eserciti dei califfi sunniti,  vi sono infatti l’assassinio del capostipite degli sciiti, Ali, e poi il martirio di suo figlio, l’imam Hussein. Quasi tutti i racconti ricostruiscono la battaglia, il coraggio di Hussein, la sua morte per mano dei nemici.

Con Shairiati cambia un passaggio determinante: Hussein parte, va incontro all’esercito nemico, ma senza armi. Il martire dunque è disarmato, non c’è battaglia! La famosa battaglia di Karbala, uno dei miti fondanti lo sciismo, cambia completamente di significato. C’è un uomo senza esercito, con pochi cari, senza armi. La sconfitta dei veri musulmani, cioè dei seguaci di Ali, è totale, cosa deve fare Hussein? Mettersi l’anima in pace o chiudersi nell’ascetismo?

“No, deve incarnare semplicemente il significato profondo della rivoluzione umanista che è alla base dell’Islam e del monoteismo: alzarsi e farsi testimone. Questo è il suo compito, questo è quanto sceglie di fare…”. Il secondo passaggio decisivo riguarda il suo viaggio: “Vado a La Mecca per invitare la gente a fare il bene e a proibire il male”.

Poi Shariati lo cita ancora, riferendosi all’annuncio della sua partenza: “Domani ho deciso di andare incontro alla morte. La morte per i figli di Abramo è fascinosa come una collana intorno al collo di una ragazza giovane e bella”. E commenta: “Un uomo che pensa di combattere non annuncia di andare incontro alla morte. E se vuole combattere non parte in pieno giorno, senza armi […] Ha capito che se rimanesse in silenzio l’islam verrebbe trasformato nella religione dei governanti, in una forza economico-militare e niente altro”.

Ho scelto questa tra le molte citazioni possibili perché è tratta da una delle lezioni che Shariati teneva davanti agli studenti e la sala dove parlava era sempre stracolma di giovani, che lo ascoltavano anche fuori, per strada – infatti si doveva sempre fare ricorso agli amplificatori perché non era possibile far entrare tutti. La forza di questo predicatore islamico preoccupava molti: non solo lo scià, ma anche i vertici religiosi ufficiali, sciiti come lui, ma quietisti, che proibirono la divulgazione dei suoi libri.

Ma in Khomeini la figura del martire, l’idea di martirio, è opposta. Per Khomeini il martire combattente non muore, vive nell’intertempo, il tempo dell’immaginale, e di lì sospinge gli altri aspiranti martiri verso uno scontro sempre più forte col nemico, fino ad avvicinare l’Apocalisse e la vittoria finale del bene. Il pensiero apocalittico di Khomeini, come di Khamenei, è opposto al concetto di martire di Shariati.

I mercanti del paradiso

Non intendo proporre un’antologia dei testi di questo esponente del pensiero radicale, presto cancellato dal regime.

Ritengo però importante ricordare che prima di fuggire dall’Iran, nel 1976, dopo la sua ultima detenzione in patria, rompendo il silenzio nel quale si era rinchiuso da oltre un anno, disse angosciato (stando al suo biografo Ali Rahnema) ad alcuni amici che lo andarono a trovare: “Sembra che voi non vi rendiate conto di quanto sta accadendo. I nemici dell’islam stanno isolando e scacciando tutti coloro che difendono il vero islam. Con l’aiuto dei custodi della religione ufficiale e dei mercanti del paradiso stanno tentando di forgiare una religione che ripugnerà alle nuove generazioni, spianando la strada a dottrine islamiche devianti”.

Parole che rilette oggi fanno tremare pensando a quando accade. Ma è come capisco io? Non posso dirlo con certezza, anche se l’espressione “mercanti del paradiso” appare chiara. Ma prima di procedere ad alcuni commenti contestualizzanti credo necessario un passo di un’altra sua lezione, sull’umanesimo: “La più grande stramberia dei moderni umanisti, da Diderot a Voltaire a Feuerbach a Marx, è quella di aver comparato la relazione dell’uomo con le divinità dei miti greci e le relazioni dell’uomo con le divinità delle grandi religioni: hanno equiparato Zeus a Ahuramazda, al Tao, al Messia, ad Allah. Prometeo, che ruba agli dei il fuoco divino per darlo agli uomini mentre quelli dormono, viene condannato alla tortura eterna degli dei. Nelle religioni abramiche invece, l’angelo più autorevole viene scacciato da Dio perché si rifiuta di prostrarsi davanti ad Adamo. Il fuoco promoteico, nella forma della luce della saggezza, la rivelazione, è donato da Dio ai suoi profeti in modo che lo portino all’umanità”.

La differenza da Khomeini

Il suo pensiero non è certo esente da problemi. Un grande intellettuale iraniano, Bijan Zarmandili, scomparso prematuramente anni fa, ha però saputo cogliere un punto rilevante: “Shariati svela le intuizioni necessarie a riconoscervi un precursore: aveva superato i confini di quel tempo di contrapposizioni e raggiunto la realtà culturale del tempo nostro, elaborando un pensiero contaminato, ibrido”.

Qui si esalta la differenza in radice con Khomeini; il professor Ali Banuazizi, del Boston College, lo dice diversamente: “L’obiettivo di Shariati era una rivoluzione sociale, mentre quello di Khomeini era una rivoluzione politica tesa all’edificazione di uno stato teocratico”. Ma un grande dotto dell’islam, Hani Fahs, scomparso anni fa, apre gli occhi: “Il suo è stato un riformismo radicale, che però proprio con la radicalità della sua critica e con lo sforzo di rifondare la religione, finiva col portare acqua al mulino dell’islam inteso come unica via, quindi al fondamentalismo del movimento rivoluzionario: forse nei giorni finali della sua vita lo percepì”.

Angelo o demone? Definire oggi un angelo colui che, criticando settori autorevoli dell’islam ufficiale, parlò di “razzismo e islamo-fascismo” deridendo l’elefantiasi che ha colto i detti attribuiti al profeta e chi la userebbe solo per rimanere nel Medio Evo islamico, sarebbe facile, ma oscurerebbe la complessità.

Infatti alcuni hanno collegato il radicalismo di Shariati con quello del padre della radicalizzazione islamista, Sayyid Qutb. Per Gilles Kepel però questo derivò dalla manipolazione delle idee radicali di Shairiati da parte di Khomeini, per allargare la base del suo consenso. E così Shariati è stato meglio capito come un semi-integrazionista, che tenta di trovare un bilanciamento tra nazionalismo e integrazione globale, un po’ quel che intuiva anni fa Zarmandili.

Molto importante è quanto ha scritto il professor John Esposito: “Figura complessa, alla quale tutte le categorie stanno strette. Affascinato dall’ideologia politica dell’Occidente, odia l’egemonia culturale occidentale. Alienato dall’establishment islamico, elabora un islam ridisegnato come ideologia marxista e strumento rivoluzionario. Così profondamente influenzato dall’Occidente, che respinge, scopre tornando all’islam coranico una sorta di filosofia occidentale in linguaggio islamico”.

Un spettro sul regime iraniano

La sua avventura non è terminata con la sua morte; in tempi recenti, dopo averlo cancellato, il regime ha tentato di usarlo con il presidente pasdaran, Ahmadinejad.

Ma quando un docente all’Università di Hamedan, Hashem Aghajari, in occasione del 25° anniversario della sua scomparsa lo ha commemorato, il regime lo ha condannato a morte, pena poi commutata: “Dall’insegnamento di Shariati abbiamo capito che siamo tutti creature di Dio e che siamo tutti uguali davanti a lui, musulmani e non musulmani, bianchi e neri, tutti provvisti di inalienabili diritti. L’Umanesimo unisce Oriente e Occidente, magari nell’Occidente è meno radicato, ma tra noi musulmani deve essere più profondo perché l’umanesimo è l’essenza della nostra religione. Ecco perché una riforma islamica oggi è logica, umanista, e necessaria. Perchè abbiamo bisogno di una religione che rispetti i diritti di tutti, una religione progressista, nel senso che guarda al domani e non una religione tradizionalista nel senso che guarda a ieri.

I nostri dotti dell’islam hanno avversato lo studio della chimica, perché contrasterebbe con l’esistenza di Dio. Sono arrivate a contrastare l’introduzione delle docce al posto delle antiche vasche quale simbolo di un inammissibile modernismo: ma non hanno esitato ad accettarlo quando si trattava di comprarsi auto di lusso. Noi non possiamo dire che o si è con noi o si è contro di noi. Ognuno deve essere libero di essere ciò che è. Oggi più che mai abbiamo bisogno, come diceva Shariati, di un umanesimo islamico”.

Chi ritengo che lo abbia usato senza citarlo, ma in modo appropriato, è stato l’ex presidente Khatami: “La nostra passività (parla dei musulmani) nei secoli recenti al cospetto della civiltà occidentale – che è una risposta ai bisogni dell’uomo occidentale – è dovuta al fatto che noi abbiamo cessato di porci domande. E l’assenza di domande porta all’assenza di risposte, e quindi pensiero: ecco che non si può che ritrovarsi soggiogati da altri”.

Ali Shariati infatti nel suo libro sul pellegrinaggio ha scritto: “La più grande angustia è notare come la mia società, anch’essa dotata come ogni società di uno spirito simile a quello del Cristo, capace di dare vita ai morti e vista ai ciechi, stia diventando cieca e moribonda”.

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Un commento

  1. Don Paolo Andrea Natta 20 gennaio 2026

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