
Mi presento: sono un pensionato di 73 anni. Sono sposato e ho due figlie e due nipoti. Abito a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, a qualche chilometro da Barbiana, la parrocchia di don Milani. Laureato in scienze politiche, ho svolto l’attività lavorativa sempre presso il mio comune: bibliotecario, funzionario, dirigente, direttore generale. Una volta a riposo, mi sono dedicato agli argomenti e alle passioni che hanno accompagnato la mia vita. Oggi seguo i miei vivaci nipoti, svolgo con l’Università dell’età libera del Mugello cicli di cineforum e studio l’economia non capitalista, con interventi anche nella scuola superiore (Andrea Banchi).
L’intervista seguente ad Andrea Banchi è curata da Giordano Cavallari
- Gentilissimo Andrea, puoi dire qual è stata la tua formazione religiosa e se e come hai frequentato e frequenti la chiesa?
Di famiglia cattolica numerosa (sei figli), ho frequentato le scuole medie dai Salesiani e da ragazzo andavo all’oratorio salesiano. Ho fatto il catechista per molti anni e animato un gruppo giovanile della parrocchia. Da giovane organizzavo un cineforum al Cinema don Bosco del mio paese. Sono anticoncordatario e mi sono sposato con riti separati: prima quello civile poi quello religioso. Sono stato attivo per il no al referendum sul divorzio. Fino a qualche anno fa sono stato assiduo alla celebrazione domenicale, ma ora non più, pur seguendo le letture bibliche e i commenti (in particolare quelli di padre Alberto Maggi). Preghiamo – io e mia moglie – col Breviario spirituale di Massimo Diana, seguiamo convegni e approfondimenti dell’associazione «Liberare l’uomo» di Treviso, periodicamente frequentiamo la Fraternità di Romena di don Luigi Verdi.
- Come sei arrivato ad occuparti di post-teismo?
Nel 2018 conobbi e diventai amico di Arnaldo Nesti, uno dei fondatori della sociologia della religione in Italia. Avevo frequentato la summer school che organizzava a San Gimignano a fine agosto. Nesti, col collega Luigi Berzano, l’aveva dedicata a «La religione oltre le religioni».
Andavo a trovarlo a casa, essendo lui assai anziano, e discutevamo dei temi che poi lui avrebbe trattato nel suo ultimo libro L’incerto domani. Parlavamo di Bonhoeffer e di Etty Hillesum, che considerava antesignani del post-teismo, del vescovo Spong, di politica, della Chiesa di papa Francesco, e anche di noi stessi.
Fu in quel periodo che lessi L’inutile fardello di Ortensio da Spinetoli, ricavandone un grande beneficio per la solidità delle argomentazioni di questo schivo biblista cappuccino. È un libro in forma di lettera scritta a un giovane confratello in cui spiega in modo piano quali sono stati i suoi studi (sul peccato originale, l’ultima cena, l’eucaristia, la verginità di Maria, il sacrificio della messa, la mistica del patire) e perché è stato allontanato dall’insegnamento e dal suo ordine.
Mi accorgo ora che quelli che indico quali miei riferimenti spirituali sono stati tutti contrastati, cacciati, vilipesi, misconosciuti; poi però mi viene in mente anche papa Bergoglio e le sue encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti...
- Cosa vuol dire, per te, essere post-teista cristiano?
Intanto, vorrei far comprendere che queste profonde trasformazioni – che ho maturato insieme a mia moglie Laura – hanno comportato per noi un periodo non facile, di disorientamento, di abbandono di credenze, abitudini e prassi consolidate. Non eravamo soddisfatti della nostra spiritualità; oggi ci sentiamo più leggeri e più sereni, liberi da complessi di colpa, senza rimpianti. La riflessione, la meditazione e il silenzio sono tesori di cui non possiamo privarci. Riteniamo che il cammino prosegua, siamo perciò disponibili a capire e a cambiare ancora.
Mi chiedo spesso – io stesso – che significhi essere post-teista. Così, in prima battuta, direi che è una ricerca di liberazione. L’impostazione giuridica del mondo e della Chiesa in cui ero bambino, dettava regole ferree – i comandamenti, i dogmi – e raccomandazioni morali anche troppo dettagliate, e rischiava di porre in secondo piano i valori: sono questi invece che vogliamo assumere, quelli espressi attraverso il racconto dell’esperienza di Gesù che ci è stata tramandata: un percorso di umanizzazione forte, ma con i costi drammatici che ciò può comportare. Come quelli raccontati da don Milani a Nadia Neri, una studiosa napoletana, in una lettera rimasta famosa: «Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura».
Per me questo vuol dire che, quando scommetti tutte le tue energie sui ragazzi, hai acquisito in te il senso profondo della vita, e questo ti trascina in un generoso abbandono nello svolgere quello che devi. C’è un mistero che accompagna il lievitare dell’umanità delle persone e che fa salire la fraternità dei rapporti, cresce e si propaga ovunque, facendo diverse e nuove tutte le cose: quando ti travolge, asseconda questa vitalità, fidandoti serenamente in pace! È il discrimine tra il vivere per sé, ovvero vivere per gli altri. Il paradigma è il buon samaritano della parabola che prova misericordia per il volto sofferente dell’uomo aggredito. Al centro del messaggio evangelico c’è la condivisione, che non è solo economica (che già non è poco!), c’è la compassione – il soffrire insieme –, un moto di emozione e di razionalità per affrontare la pena altrui.
Essere post-teista significa anche capire la Bibbia oggi con tutti gli strumenti esegetici a disposizione: continuare a leggere episodi mitici della Bibbia come se fossero racconti storici è ormai inaccettabile, perché fonte di molti pregiudizi: è il caso della creazione, di quella dell’uomo e della donna, della caduta e del «peccato originale» …
- Questa lettura demitizzante riguarda anche i testi dei vangeli?
Sono convinto che i miti non sono falsità, esprimono invece realtà profonde, complesse e in parte misteriose. Chi li ha scritti voleva lasciare ai figli e ai posteri ciò che riteneva del più grande valore interiore, pur non sapendo come riportare il proprio sentimento di gioia e di fede, dunque utilizzando forme metaforiche, simboliche, poetiche, che non possono essere intese in modo storico, fisicamente reale, perché sarebbero insostenibili.
Ho spesso colto che ci sono due livelli ben diversi tra ciò che è in discussione nelle università e quanto è contenuto nella predicazione delle omelie domenicali. Come se il popolo dei cristiani non avesse diritto a capire e credere in modo più solido, secondo le conoscenze ormai a disposizione. Il linguaggio dell’evangelizzazione dovrebbe invece risultare comprensibile e accettabile, anche ai giovani, pur con la consapevolezza che questo non è senza conseguenze sui significati teologici. Bisogna usare argomenti culturali che siano vicini ai giovani, che possano evocare in essi attenzione, sensibilità, emozione, riflessione.
La minorità della donna, l’esclusione degli omosessuali, la gerarchizzazione dei ruoli nella Chiesa, gli abusi sessuali dei preti, la mancanza di diritti per chi svolge attività nelle chiese, non sono più ammissibili secondo la sensibilità contemporanea.
- Hai modo di parlare in pubblico del tuo post-teismo? Quali reazioni raccogli?
Nel 2020 organizzai nel mio paese Vino nuovo in otri nuovi, un ciclo di conferenze sul rinnovamento contemporaneo della spiritualità, e invitai a svolgerle Arnaldo Nesti, Claudia Fanti e don Ferdinando Sudati. Agli iscritti distribuii Oltre le religioni, un’antologia di autori post-teisti. Furono molto frequentate e apprezzate e dettero luogo ad accalorate discussioni. Non vi parteciparono però né il parroco né altri preti, pur invitati. In quel periodo verso di me ci furono anche reazioni stizzite e offensive da parte di qualche parrocchiano.
Al riguardo, la mia valutazione è di pieno rispetto per coloro che non avendo vissuto certe sollecitazioni – o semplicemente non avvertendone l’esigenza – vogliono proseguire in piena libertà il proprio cammino di fede, come in passato. Questa esperienza, peraltro, mi ha portato a considerare che i cambiamenti interiori sono lunghi, difficili, complessi, pieni di paure. Ogni trasformazione di credenza provoca irrigidimenti e, dunque, va maturata con gradualità, in un clima sereno.
- L’approccio post-teista ti consente di tenere un dialogo con persone non credenti?
Certamente sì: le reazioni più positive e più liete nelle conferenze furono proprio espresse da non credenti o da persone considerate agnostiche. Il post-teismo mette in secondo piano l’adesione ad una religione e valorizza chi è in ricerca, persone e gruppi che svolgono percorsi di soggettività o di identificazione; offre spazio e attenzione a quelli finora ritenuti (o che si sentono) lontani e rifiutati dai cattolici.
Nel 2020 entrai in contatto col gruppo dell’Inedito cammino. Era il periodo del Covid e le comunicazioni si tenevano attraverso testi inviati per e-mail ad una lista di persone aderenti. Nel gruppo – che mi si presentò composito e proveniente da varie parti d’Italia – trovai cristiani delle comunità di base, buddisti che svolgevano meditazione zen, non credenti in ricerca, persone che non si definivano in alcun modo, cattolici a disagio con la Chiesa. Venivano mensilmente commentati dei brani letterari scelti perché ritenuti interessanti, per contenuti scientifici e spirituali. Vi si esprimeva un’autentica aspirazione a scandagliare le domande sul senso di esistere, sul vivere e sul morire, senza i dogmi quali rigide risposte date una volta per sempre.
Si affermava la validità dell’esperienza religiosa con la voglia di svolgere insieme i primi passi di un cammino del tutto nuovo. Non ci si voleva porre in un confronto di tipo intellettuale, bensì misurarsi con la vita quotidiana, con la storia, con la biografia d’ognuno, riunendo spiritualità e politica, nel senso di una buona vita collettiva. Il gruppo però, dopo neppure due anni, si è sciolto. Oltre alla difficoltà di definire un linguaggio comune, pesarono i problemi comunicativi nel tempo del Covid che scoraggiarono la conoscenza personale.
- Il pensiero post-teista è per tutti, per pochi, in particolare per chi?
Per intraprendere un cammino come quello post-teista occorre essere in una situazione di disagio, di insoddisfazione, di ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso da quello che conosciamo e che pratichiamo. Se non vi sono questi presupposti è difficile che si inizi. Nel mondo occidentale – poiché nel resto del pianeta ci sono situazioni del tutto diverse – non mi sembra di cogliere in modo diffuso queste esigenze. Molti abbandonano la Chiesa, senza protestare o contestare alcunché. Altri avvertono solo il timore di perdere i connotati dell’identità antica, anche se ormai sono venuti meno gli elementi costitutivi di quella realtà, ad esempio la vita in comunità rurali; è perciò comprensibile che i frequentanti le liturgie siano in gran parte anziani.
- La comunità parrocchiale che frequenti potrà mai diventare post-teista?
Non lo so. Siamo appena agli inizi di una trasformazione. La ricerca è ancora lunga e poi – come mi diceva sorridendo Arnaldo Nesti, pur post-teista – neppure questa sarà l’ultima parola per l’umanità, aggiungendo che chissà quante altre ce ne sarebbero state ancora. Negli anni che ancora spero di poter vivere, credo sia difficile che una comunità molto segnata dalla tradizione, gelosa dei modi con cui vive la propria religiosità, possa cambiare e sia disponibile ad iniziare un cammino pieno di incognite e di sorprese. Ma l’adesione al cattolicesimo si sta riducendo, né mi sembrano consistenti i ricambi giovanili. Dunque, nel futuro potrebbero maturare esigenze e situazioni ben diverse da come oggi le immaginiamo.
- La credenza post-teista ti aiuta ad avere fede?
Per chi si sente post-teista, credenza e fede tendono ad essere la stessa cosa: costituiscono il senso della vita. Accorgersi che anche la scienza può essere oggi fonte di fascino spirituale mi sembra di grande interesse, rispetto ai contrasti d’un tempo tra scientisti e fedeli ritenuti creduloni e ignoranti.
Sono cresciuto con l’afflato che sorgeva dal Concilio Vaticano II, con la messa finalmente in italiano, con la lettura della Bibbia senza alcuna restrizione, con la Chiesa dei poveri. Abbiamo rapidamente lasciato quegli anni, e solo di recente la pastorale papale ha ripreso la sinodalità e altri elementi significativi di quella stagione di speranze. La Chiesa italiana mostra forte resistenza ad accogliere le novità, riconosce sì che la cristianità occidentale è in profonda crisi, ma non si rassegna a vivere lo stato di minoranza come un dono.
Ci attendono invece tante prospettive nuove: padre Balducci (ne L’uomo planetario) ammoniva che conosciamo l’uomo edito, quello che si è espresso finora, ma che traduce solo in parte le potenzialità latenti dentro di sé. E poi diceva: «C’è un cumulo di possibilità inattuate, un nocciolo che contiene in sé infinite virtualità che non hanno trovato ancora la primavera adatta alla loro germinazione. Questo cumulo di possibilità è l’uomo nascosto».
Libri citati:
Massimo Diana, Breviario spirituale, Milano, Mondadori (BUR Rizzoli), 2023.
Arnaldo Nesti, L’incerto domani, Ariccia (RM), Aracne, 2021.
Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello, Milano, Chiarelettere, 2017.
Oltre le religioni, Claudia Fanti e José Maria Vigil (a cura), San Pietro in Cariano (VR), Gabrielli Ed., 2016; contributi di John Shelby Spong, Rogers Lenaers, José Maria Vigil, Maria Lopez Vigil.
Ernesto Balducci, L’uomo planetario, San Pietro in Cariano (VR), Gabrielli Ed., 2024 (nuova edizione, la precedente è del 1990).






Il commento di Giuseppe Savagnone (come in realtà molti dei commenti agli articoli pubblicati su Settimananews) suscita in me una domanda che, mi pare, diventerà sempre più decisiva per il nostro essere Chiesa di oggi e di domani: come gestire, personalmente e come Chiesa, la situazione in cui altri interpretano il loro essere convintamente cristiani cattolici in modo diverso dal mio (e da quello di coloro che interpretano in modo simile al mio)?
La risposta che l’istituzione ecclesiastica cattolica ha dato per secoli – anche dopo il Concilio Vaticano II – è stata quella di provare a garantire unità ecclesiale attraverso una sostanziale uniformità dottrinale e disciplinare, indicando con precisione i confini tollerati di un eventuale pluralismo, difformità e al limite dissenso, che consentivano comunque di rimanere all’interno della comunità ecclesiale. Con questo obiettivo è intervenuta tramite censure, condanne e scomuniche (fino a una certa epoca anche usando violenza) nei confronti di chi si sembrava oltrepassare tali confini. Di questa forma di risposta ecclesiastica, proseguita nel post-concilio in particolare durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e invece piuttosto ridimensionata durante il pontificato di Francesco, alcuni sembrano auspicare una ripresa con papa Leone, per provare – chiarendo chi è dentro e chi è fuori – a rimettere ordine in una Chiesa cattolica che ritengono troppo disordinata.
A me pare, invece, che si potrebbe e si dovrebbe provare a rispondere in modo diverso:
1. Come sottolineava già il teologo Karl Rahner, ogni formulazione di verità dogmatiche e di fede, anche la più solenne, si presenta sempre come una sorta di “amalgama” nel quale risulta impossibile isolare il nucleo essenziale e irrinunciabile in una forma che sia “chimicamente pura”. Tanto è vero che storicamente la stessa istituzione ecclesiastica, anche nelle forme più alte e solenni del suo quasi bimillenario magistero, ha più volte modificato formulazioni e interpretazioni, anche in direzioni che ci appaiono – a posteriori e in alcuni casi – opposte a quanto affermato in altre epoche dalla medesima istituzione ecclesiastica.
2. Nella teologia e nel magistero cattolico sembra si sia giunti ad alcune importanti acquisizioni:
2.1 Il rispetto della coscienza anche quando invincibilmente erronea (“Gaudium et Spes” 16);
2.2 L’essere rivolto dell’atto di fede del credente alla realtà intesa e non all’enunciazione della stessa (Tommaso d’Aquino, “Somma Teologica”, II-II, q. 1, a. 2, ad 2);
2.3 Una sorta di infallibilità nel credere che il cristiano vive realmente anche quando, per un qualche proprio limite personale, non sa esprimere in modo adeguato il contenuto della propria fede (Francesco, “Evangelii Gaudium”, n. 119).
3. Dovrebbero e potrebbero, quindi, essere necessari e sufficienti – per essere nella Chiesa accolti (o quanto meno tollerati) e poter essere partecipi della vita ecclesiale – questi requisiti:
3. 1 Desiderare sinceramente di vivere come cristiani e cattolici all’interno della comunità ecclesiale, così come essa è nella sua attuale realtà, con pregi e limiti.
3.2. Non pretendere di aver già compreso nell’unico modo vero, autentico e possibile, il contenuto del messaggio evangelico e della fede cattolica, ma coltivare una ricerca aperta a forme sempre più adeguate della verità della fede cristiana, con il sincero desiderio di migliorare e nella disponibilità – quando richiesto dalla propria coscienza – a modificare o ritrattare quanto si pensava in precedenza.
3.3 Rispettare la situazione e il cammino degli altri cristiani cattolici, in particolare tollerando ciò che, dal proprio punto di vista, si ritiene errato in ciò che questi, in coscienza, dichiarano di pensare, attendendosi da loro un analogo e reciproco atteggiamento e comportamento.
3.4 Non pretendere che le istituzioni ecclesiastiche propongano come posizione ufficiale ciò che, in coscienza e personalmente, si ritiene essere la migliore formulazione dei contenuti della fede cristiana, attendendosi però da parte dell’istituzione Chiesa rispetto e tolleranza per quanto eventualmente vi fosse di errato in ciò che liberamente si dichiara di pensare, in scienza e coscienza, riguardo ai contenuti della fede cristiana.
Francamente mi chiedo se i requisiti indicati da Alberto Ganzerli per garantire l’appartenenza alla Chiesa cattolica non abbiano il limite di riferirsi tutti esclusivamente al soggetto ccrdente – alla sua coscienza, al dovere degli altri di riuspettarla, al suo dvere di non pretendere che la Chiesa adotti la sua visione – e mai al contenuto della fede, per cui non è previsto alcun criterio oggettivo che faccia da discrimine tra quello crede un cattolico e quello che crede il fedele di qualunque altra religione. C’è o non c’è qualcosa che distingue il cattolicesimo – ma direi più in generale il crsitianesimo – da una qualunque altra concezione di Dio, del mondo, dell’uomo, dei loro rapporti, della salvezza? Basta la “buona fede” a garantire la fede? E questa logica si applica ache alla prassi? Devo astenermi dal considerare non compatibile col vangelo qualunque comportamento? Una SS che si considera sicenramente cristiana è mio faratello nella fede? Forse anche queste sono domande che vale la pena porsi.
Ringrazio Giuseppe Savagnone per le osservazioni critiche, che mi danno occasione di integrare e chiarire in che modo, a mio avviso, si possano e si debbano comporre un’appartenenza ecclesiale, aperta a una pluralità di posizioni e interpretazioni anche contrastanti, e una ricerca libera, sincera e radicale di fedeltà al messaggio evangelico:
1. I criteri proposti intendevano riferirsi non tanto a ciò che consente al soggetto di essere credente in coscienza (e da questo punto di vista concordo sul fatto che risultino insufficienti), quanto piuttosto a ciò che gli consente una “appartenenza ecclesiale”.
2. Il “criterio oggettivo” fondamentale teorico-pratico, al quale dovrebbe fare riferimento – come a un requisito necessario per essere credente cristiano (e nel nostro caso cattolico) – chi desideri un’appartenenza ecclesiale, a mio avviso esiste e lo si potrebbe indicare, volendo utilizzare una formulazione sintetica, nel messaggio del vangelo e nel percorrere la via che in particolare le pagine neotestamentarie collegano alla figura e agli insegnamenti di Gesù. È vero che si tratta di un “messaggio” e di un “percorrere” che vanno interpretati, come del resto è sempre stato fatto nella bimillenaria storia del cristianesimo e della Chiesa. Chi si professa credente cristiano e cattolico dovrebbe, quindi, poter dichiarare in coscienza di vivere la propria esistenza cercando di ispirarsi a questo “criterio oggettivo”.
3. La comune appartenenza ecclesiale (e l’assenza di reciproche scomuniche) non comporta, tuttavia, l’assenza – anche all’interno della Chiesa – della parresia evangelica, del confronto, del dibattito, della critica argomentata, del conflitto (nonviolento) sulle diverse interpretazioni (anche molto diverse o addirittura contrapposte) del messaggio evangelico. L’importante è che il fine, nello spirito evangelico della correzione fraterna, non sia la “morte” del fratello in errore o malvagio, ma “che si converta e viva” (Ez 33,10).
4. Risponderei, quindi, così alle domande poste:
4.1. Certamente c’è qualcosa che distingue il cattolicesimo – e più in generale il cristianesimo – da una qualunque altra concezione di Dio, del mondo, dell’uomo, dei loro rapporti, della salvezza ed è precisamente ciò che ho sinteticamente indicato come il messaggio del vangelo e come il percorrere la via che in particolare le pagine neotestamentarie collegano alla figura e agli insegnamenti di Gesù.
4.2. La “buona fede” non basta da sola a garantire la fede, serve anche l’adesione teorico-pratica al messaggio del vangelo, per come a ciascuno è possibile comprenderlo, interpretarlo e viverlo in coscienza.
4.3. Ciò vale non soltanto per la teoria ma anche e soprattutto per la prassi, proprio per il carattere eminentemente pratico del messaggio evangelico (Mt 25,31-46).
4.4. Non solo non devo, negativamente, astenermi dal considerare incompatibile con il vangelo qualunque comportamento, ma devo, positivamente, valutare con discernimento evangelico e criticare – anche pubblicamente – tutto ciò che, di volta in volta, lo richiede, soprattutto quando chiama in causa una qualche mia responsabilità e richiede alla mia coscienza una qualche forma di azione, di resistenza attiva, di azione nonviolenta.
4.5. Sì, anche un ufficiale delle SS che avesse considerato sé stesso come cristiano cattolico impegnato nel vivere in coscienza secondo l’ispirazione del messaggio evangelico (ammesso e non concesso che storicamente ne sia esistito davvero qualcuno con questi requisiti) sarebbe stato un mio fratello nella fede, come del resto sono stati – e sono – miei fratelli nella fede tutti i cattolici che nel corso di duemila anni hanno compiuto – e compiono – azioni eticamente riprovevoli. Al loro comportamento, però, si dovrebbe reagire con le azioni di cui al punto precedente, come realmente fece all’epoca delle SS – in un modo esemplarmente evangelico e nonviolento, rimasto purtroppo isolato – il cattolico Franz Jägerstätter, ghigliottinato dai nazisti per la sua obiezione di coscienza a quello che Aldo Capitini chiamava il “servizio dell’uccisione militare”.
5. Può essere utile, concludendo, aggiungere all’esempio dell’ufficiale delle SS naziste l’esempio, a noi più contemporaneo, degli esponenti del governo italiano che si dichiarano cattolici. Un cristiano cattolico, che fosse in aperto dissenso con le politiche da loro attuate nei confronti del governo israeliano, potrebbe, da una parte, auspicare che questi governanti cattolici non vengano per questo scomunicati ed espulsi dalla Chiesa cattolica, ma tollerati nonostante quella che secondo lui – astenendosi dal giudicarne la coscienza, ma esprimendo in modo argomentato e pubblico la sua critica – sarebbe, come minimo, una loro condotta gravemente errata rispetto a quanto richiederebbero l’etica (anche laica) della responsabilità politica e lo stesso messaggio evangelico. Dall’altra parte, lo stesso cristiano cattolico potrebbe auspicare – o addirittura impegnarsi attivamente – affinché questi governanti cattolici, che considera realmente come suoi fratelli nella fede e nella Chiesa, vengano sottoposti al giudizio dalla Corte Penale Internazionale per valutare (e nel caso perseguire) una loro eventuale complicità nel genocidio perpetrato dal governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Ciò che in questo caso dovrebbe caratterizzare il comportamento di questo cattolico, perché rimanga conforme al messaggio evangelico, oltre che ai requisiti “ecclesiali”, sarebbe quello di avere come fine, in coscienza e nello spirito evangelico della correzione fraterna, non la “morte” del fratello in errore o malvagio, ma “che si converta e viva” (Ez 33,10).
Scusate ma non vi viene l’idea che ci siano cristiani non interessati alla vostra proposta? Anche senza doverci impantanare in dispute sul post-pre o quant’altro. Ok, abbiamo saputo che esiste questo filone, mi risulta che non sia l’unico, nessuno si è affrettato a scomunicarlo, è possibile che a molti sembri poco produttivo, per lo meno in questo momento.
Al netto che non ci sarebbe nulla di male nel non considerarlo particolarmente in linea con il cattolicesimo. E’ come se un giocatore di tennis si sentisse offeso perchè gli dicono che il tennis è diverso dal padel…
Qualsiasi definizione, o perimetro tecnico, vale per comodità, non deve necessariamente essere letto come un giudizio di valore.
Penso che sia normale, in un’epoca di profonde trasformazioni, che una realtà come la Chiesa – col messaggio che essa propone – dia luogo a un senso profondo di inadeguatezza. Di fronte a questo ci sono due possibili atteggiamenti: l’abbandono di questa fede, per rivolgersi ad altre, e il tentativo di ripensarla e riproporla in termini più adeguati. Ciò che non si può fare – e che a mio avviso fa il post-teismo – è di identificare le due vie e di cercare di convincere che la nuova religione che si propone è il futuro del cristianesimo. Non ho nulla contro chi segue altre fedi. Vorrei solo che non pretendessero di dare della mia una lettura più corretta, gettando a mare duemila anni di magistero, di teologia e di spiritualità. Sono felice per il sig. Banchi che abbia trovato la sua strada. Ma gli chiederei di prendere atto che anche chi resta convintamente teista trova in questo una consapevole strada di liberazione, sulle orme di Gesù, che certamente non era post-teista.
Da quello che ho capito in questi mesi post-teismo è un termine ombrello che comprende esperienze piuttosto diversificate, non necessariamente da prendere alla lettera. Mi sembra che, al netto degli intenti, non si porti alle estreme conseguenze la realtà di un cristianesimo veramente post cristiano, ma si intenda più come un cattolicesimo post-Chiesa. Già la teologia dell’Incarnazione profonda è diversa. (Personalmente la preferisco, per quel che vale l’opinione di un singolo.)
La Chiesa che lei esprime, egregio Andrea Banchi, non è certo la Chiesa di Francesco e di Leone (prenda indifferentemente per buone entrambe le referenze: quella del 1200 e quella del 2000). Lei indica la sua come esperienza di liberazione. Da questa Chiesa? Lei indica che solo oltre questa Chiesa ci sia l’umano, il vivere con gli altri, per gli altri, degli altri, che lei descrive in modo mirabile, entusiasta e coinvolgente, riservando alla Chiesa Cattolica ogni ipocrisia e obbrobrio storico (in parte innegabili), dandoli per non ancora superati. Veramente nella sua Storia, la Chiesa non ne mostra traccia? Se il Post-teismo sia una fede, se costituisca il senso della vita… poi scopri che da lì ti devi aspettare un cammino nuovo, un cammino pieno di incognite e sorprese, che da più che altro l’idea di passività. Dal Vangelo invece si trae che avremo sì tribolazioni, ma: “Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1Giovanni 5,4).
“Se non vi sono questi presupposti (disagio, insoddisfazione, ricerca del nuovo…) è difficile che si inizi”. Mi permetta un traslato sulla sua affermazione: se vi è fede, nondimeno cercata e coltivata, è difficile che si inizi un cammino post-teista. Lei punta molto sulla involuzione del Cattolicesimo per promuovere il Post-teismo ad una delle tante potenzialità latenti dell’indagine umana, citando pure padre Balducci, che peraltro non si riferiva ad evoluzioni alternative, bensì integrabili nella teologia cattolica.
In pratica il post-teismo è il non credente che però non vuole rinunciare alle letture della domenica e alla filosofia di Don Milani.
Bellissima intervista, davvero molto interessante. Mi trovo d’accordo su diverse affermazioni. Nonostante la presenza e i metodi della chiesa cattolica, che cerca di mantenere i fedeli nell’ignoranza e nell’acritica accettazione della sua dottrina, mi fa piacere constatare che ci sono ancora persone libere che pensano con la propria testa. E per quanto mi riguarda posso dire che la mia libertà consiste nel non avere nulla a che fare con questa chiesa.
Ci liberi dunque della sua pedanteria
Ma perché queste stilettate inutili, incattivite? A chi giova? Stiamo parlando liberamente, ognuno ha il suo parere… Proprio non riesco a capire