Il post-teismo di un cristiano laico

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Mi presento: sono un pensionato di 73 anni. Sono sposato e ho due figlie e due nipoti. Abito a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, a qualche chilometro da Barbiana, la parrocchia di don Milani. Laureato in scienze politiche, ho svolto l’attività lavorativa sempre presso il mio comune: bibliotecario, funzionario, dirigente, direttore generale. Una volta a riposo, mi sono dedicato agli argomenti e alle passioni che hanno accompagnato la mia vita. Oggi seguo i miei vivaci nipoti, svolgo con l’Università dell’età libera del Mugello cicli di cineforum e studio l’economia non capitalista, con interventi anche nella scuola superiore (Andrea Banchi).

L’intervista seguente ad Andrea Banchi è curata da Giordano Cavallari

  • Gentilissimo Andrea, puoi dire qual è stata la tua formazione religiosa e se e come hai frequentato e frequenti la chiesa?

Di famiglia cattolica numerosa (sei figli), ho frequentato le scuole medie dai Salesiani e da ragazzo andavo all’oratorio salesiano. Ho fatto il catechista per molti anni e animato un gruppo giovanile della parrocchia. Da giovane organizzavo un cineforum al Cinema don Bosco del mio paese. Sono anticoncordatario e mi sono sposato con riti separati: prima quello civile poi quello religioso. Sono stato attivo per il no al referendum sul divorzio. Fino a qualche anno fa sono stato assiduo alla celebrazione domenicale, ma ora non più, pur seguendo le letture bibliche e i commenti (in particolare quelli di padre Alberto Maggi). Preghiamo – io e mia moglie – col Breviario spirituale di Massimo Diana, seguiamo convegni e approfondimenti dell’associazione «Liberare l’uomo» di Treviso, periodicamente frequentiamo la Fraternità di Romena di don Luigi Verdi.

  • Come sei arrivato ad occuparti di post-teismo?

Nel 2018 conobbi e diventai amico di Arnaldo Nesti, uno dei fondatori della sociologia della religione in Italia. Avevo frequentato la summer school che organizzava a San Gimignano a fine agosto. Nesti, col collega Luigi Berzano, l’aveva dedicata a «La religione oltre le religioni».

Andavo a trovarlo a casa, essendo lui assai anziano, e discutevamo dei temi che poi lui avrebbe trattato nel suo ultimo libro L’incerto domani. Parlavamo di Bonhoeffer e di Etty Hillesum, che considerava antesignani del post-teismo, del vescovo Spong, di politica, della Chiesa di papa Francesco, e anche di noi stessi.

Fu in quel periodo che lessi L’inutile fardello di Ortensio da Spinetoli, ricavandone un grande beneficio per la solidità delle argomentazioni di questo schivo biblista cappuccino. È un libro in forma di lettera scritta a un giovane confratello in cui spiega in modo piano quali sono stati i suoi studi (sul peccato originale, l’ultima cena, l’eucaristia, la verginità di Maria, il sacrificio della messa, la mistica del patire) e perché è stato allontanato dall’insegnamento e dal suo ordine.

Mi accorgo ora che quelli che indico quali miei riferimenti spirituali sono stati tutti contrastati, cacciati, vilipesi, misconosciuti; poi però mi viene in mente anche papa Bergoglio e le sue encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti...

  • Cosa vuol dire, per te, essere post-teista cristiano?

Intanto, vorrei far comprendere che queste profonde trasformazioni – che ho maturato insieme a mia moglie Laura – hanno comportato per noi un periodo non facile, di disorientamento, di abbandono di credenze, abitudini e prassi consolidate. Non eravamo soddisfatti della nostra spiritualità; oggi ci sentiamo più leggeri e più sereni, liberi da complessi di colpa, senza rimpianti. La riflessione, la meditazione e il silenzio sono tesori di cui non possiamo privarci. Riteniamo che il cammino prosegua, siamo perciò disponibili a capire e a cambiare ancora.

Mi chiedo spesso – io stesso – che significhi essere post-teista. Così, in prima battuta, direi che è una ricerca di liberazione. L’impostazione giuridica del mondo e della Chiesa in cui ero bambino, dettava regole ferree – i comandamenti, i dogmi – e raccomandazioni morali anche troppo dettagliate, e rischiava di porre in secondo piano i valori: sono questi invece che vogliamo assumere, quelli espressi attraverso il racconto dell’esperienza di Gesù che ci è stata tramandata: un percorso di umanizzazione forte, ma con i costi drammatici che ciò può comportare. Come quelli raccontati da don Milani a Nadia Neri, una studiosa napoletana, in una lettera rimasta famosa: «Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura».

Per me questo vuol dire che, quando scommetti tutte le tue energie sui ragazzi, hai acquisito in te il senso profondo della vita, e questo ti trascina in un generoso abbandono nello svolgere quello che devi. C’è un mistero che accompagna il lievitare dell’umanità delle persone e che fa salire la fraternità dei rapporti, cresce e si propaga ovunque, facendo diverse e nuove tutte le cose: quando ti travolge, asseconda questa vitalità, fidandoti serenamente in pace! È il discrimine tra il vivere per sé, ovvero vivere per gli altri. Il paradigma è il buon samaritano della parabola che prova misericordia per il volto sofferente dell’uomo aggredito. Al centro del messaggio evangelico c’è la condivisione, che non è solo economica (che già non è poco!), c’è la compassione – il soffrire insieme –, un moto di emozione e di razionalità per affrontare la pena altrui.

Essere post-teista significa anche capire la Bibbia oggi con tutti gli strumenti esegetici a disposizione: continuare a leggere episodi mitici della Bibbia come se fossero racconti storici è ormai inaccettabile, perché fonte di molti pregiudizi: è il caso della creazione, di quella dell’uomo e della donna, della caduta e del «peccato originale» …

  • Questa lettura demitizzante riguarda anche i testi dei vangeli?

Sono convinto che i miti non sono falsità, esprimono invece realtà profonde, complesse e in parte misteriose. Chi li ha scritti voleva lasciare ai figli e ai posteri ciò che riteneva del più grande valore interiore, pur non sapendo come riportare il proprio sentimento di gioia e di fede, dunque utilizzando forme metaforiche, simboliche, poetiche, che non possono essere intese in modo storico, fisicamente reale, perché sarebbero insostenibili.

Ho spesso colto che ci sono due livelli ben diversi tra ciò che è in discussione nelle università e quanto è contenuto nella predicazione delle omelie domenicali. Come se il popolo dei cristiani non avesse diritto a capire e credere in modo più solido, secondo le conoscenze ormai a disposizione. Il linguaggio dell’evangelizzazione dovrebbe invece risultare comprensibile e accettabile, anche ai giovani, pur con la consapevolezza che questo non è senza conseguenze sui significati teologici. Bisogna usare argomenti culturali che siano vicini ai giovani, che possano evocare in essi attenzione, sensibilità, emozione, riflessione.

La minorità della donna, l’esclusione degli omosessuali, la gerarchizzazione dei ruoli nella Chiesa, gli abusi sessuali dei preti, la mancanza di diritti per chi svolge attività nelle chiese, non sono più ammissibili secondo la sensibilità contemporanea.

  • Hai modo di parlare in pubblico del tuo post-teismo? Quali reazioni raccogli?

Nel 2020 organizzai nel mio paese Vino nuovo in otri nuovi, un ciclo di conferenze sul rinnovamento contemporaneo della spiritualità, e invitai a svolgerle Arnaldo Nesti, Claudia Fanti e don Ferdinando Sudati. Agli iscritti distribuii Oltre le religioni, un’antologia di autori post-teisti. Furono molto frequentate e apprezzate e dettero luogo ad accalorate discussioni. Non vi parteciparono però né il parroco né altri preti, pur invitati. In quel periodo verso di me ci furono anche reazioni stizzite e offensive da parte di qualche parrocchiano.

Al riguardo, la mia valutazione è di pieno rispetto per coloro che non avendo vissuto certe sollecitazioni – o semplicemente non avvertendone l’esigenza – vogliono proseguire in piena libertà il proprio cammino di fede, come in passato. Questa esperienza, peraltro, mi ha portato a considerare che i cambiamenti interiori sono lunghi, difficili, complessi, pieni di paure. Ogni trasformazione di credenza provoca irrigidimenti e, dunque, va maturata con gradualità, in un clima sereno.

  • L’approccio post-teista ti consente di tenere un dialogo con persone non credenti?

Certamente sì: le reazioni più positive e più liete nelle conferenze furono proprio espresse da non credenti o da persone considerate agnostiche. Il post-teismo mette in secondo piano l’adesione ad una religione e valorizza chi è in ricerca, persone e gruppi che svolgono percorsi di soggettività o di identificazione; offre spazio e attenzione a quelli finora ritenuti (o che si sentono) lontani e rifiutati dai cattolici.

Nel 2020 entrai in contatto col gruppo dell’Inedito cammino. Era il periodo del Covid e le comunicazioni si tenevano attraverso testi inviati per e-mail ad una lista di persone aderenti. Nel gruppo – che mi si presentò composito e proveniente da varie parti d’Italia – trovai cristiani delle comunità di base, buddisti che svolgevano meditazione zen, non credenti in ricerca, persone che non si definivano in alcun modo, cattolici a disagio con la Chiesa. Venivano mensilmente commentati dei brani letterari scelti perché ritenuti interessanti, per contenuti scientifici e spirituali. Vi si esprimeva un’autentica aspirazione a scandagliare le domande sul senso di esistere, sul vivere e sul morire, senza i dogmi quali rigide risposte date una volta per sempre.

Si affermava la validità dell’esperienza religiosa con la voglia di svolgere insieme i primi passi di un cammino del tutto nuovo. Non ci si voleva porre in un confronto di tipo intellettuale, bensì misurarsi con la vita quotidiana, con la storia, con la biografia d’ognuno, riunendo spiritualità e politica, nel senso di una buona vita collettiva. Il gruppo però, dopo neppure due anni, si è sciolto. Oltre alla difficoltà di definire un linguaggio comune, pesarono i problemi comunicativi nel tempo del Covid che scoraggiarono la conoscenza personale.

  • Il pensiero post-teista è per tutti, per pochi, in particolare per chi?

Per intraprendere un cammino come quello post-teista occorre essere in una situazione di disagio, di insoddisfazione, di ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso da quello che conosciamo e che pratichiamo. Se non vi sono questi presupposti è difficile che si inizi. Nel mondo occidentale – poiché nel resto del pianeta ci sono situazioni del tutto diverse – non mi sembra di cogliere in modo diffuso queste esigenze. Molti abbandonano la Chiesa, senza protestare o contestare alcunché. Altri avvertono solo il timore di perdere i connotati dell’identità antica, anche se ormai sono venuti meno gli elementi costitutivi di quella realtà, ad esempio la vita in comunità rurali; è perciò comprensibile che i frequentanti le liturgie siano in gran parte anziani.

  • La comunità parrocchiale che frequenti potrà mai diventare post-teista?

Non lo so. Siamo appena agli inizi di una trasformazione. La ricerca è ancora lunga e poi – come mi diceva sorridendo Arnaldo Nesti, pur post-teista – neppure questa sarà l’ultima parola per l’umanità, aggiungendo che chissà quante altre ce ne sarebbero state ancora. Negli anni che ancora spero di poter vivere, credo sia difficile che una comunità molto segnata dalla tradizione, gelosa dei modi con cui vive la propria religiosità, possa cambiare e sia disponibile ad iniziare un cammino pieno di incognite e di sorprese. Ma l’adesione al cattolicesimo si sta riducendo, né mi sembrano consistenti i ricambi giovanili. Dunque, nel futuro potrebbero maturare esigenze e situazioni ben diverse da come oggi le immaginiamo.

  • La credenza post-teista ti aiuta ad avere fede?

Per chi si sente post-teista, credenza e fede tendono ad essere la stessa cosa: costituiscono il senso della vita. Accorgersi che anche la scienza può essere oggi fonte di fascino spirituale mi sembra di grande interesse, rispetto ai contrasti d’un tempo tra scientisti e fedeli ritenuti creduloni e ignoranti.

Sono cresciuto con l’afflato che sorgeva dal Concilio Vaticano II, con la messa finalmente in italiano, con la lettura della Bibbia senza alcuna restrizione, con la Chiesa dei poveri. Abbiamo rapidamente lasciato quegli anni, e solo di recente la pastorale papale ha ripreso la sinodalità e altri elementi significativi di quella stagione di speranze. La Chiesa italiana mostra forte resistenza ad accogliere le novità, riconosce sì che la cristianità occidentale è in profonda crisi, ma non si rassegna a vivere lo stato di minoranza come un dono.

Ci attendono invece tante prospettive nuove: padre Balducci (ne L’uomo planetario) ammoniva che conosciamo l’uomo edito, quello che si è espresso finora, ma che traduce solo in parte le potenzialità latenti dentro di sé. E poi diceva: «C’è un cumulo di possibilità inattuate, un nocciolo che contiene in sé infinite virtualità che non hanno trovato ancora la primavera adatta alla loro germinazione. Questo cumulo di possibilità è l’uomo nascosto».

Libri citati:
Massimo Diana, Breviario spirituale, Milano, Mondadori (BUR Rizzoli), 2023.
Arnaldo Nesti, L’incerto domani, Ariccia (RM), Aracne, 2021.
Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello, Milano, Chiarelettere, 2017.
Oltre le religioni, Claudia Fanti e José Maria Vigil (a cura), San Pietro in Cariano (VR), Gabrielli Ed., 2016; contributi di John Shelby Spong, Rogers Lenaers, José Maria Vigil, Maria Lopez Vigil.
Ernesto Balducci, L’uomo planetario, San Pietro in Cariano (VR), Gabrielli Ed., 2024 (nuova edizione, la precedente è del 1990).

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3 Commenti

  1. Roberto Boggiani 2 gennaio 2026
  2. Luca Spinelli 2 gennaio 2026
  3. Non credente 2 gennaio 2026

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