
Libera è una rete di associazioni contro le mafie e per la giustizia sociale che, attraverso il progetto “Andemm” di Amunì (nome del progetto a livello nazionale), a cui io quest’anno partecipo, si impegna a operare con i giovani in messa alla prova.
La messa alla prova è un istituto giuridico che sospende il processo penale e predispone per l’autore di reato percorsi di risocializzazione e di riparazione. Nel caso di minorenni, l’eventuale esistenza di precedenti penali o la tipologia di reato commesso non compromettono l’applicabilità dell’istituto, che è stabilita dai servizi sociali ed è legata a valutazioni sulle caratteristiche di personalità del ragazzo.
Il racconto delle storie
Il progetto “Andemm” vuole raggiungere il cuore dei ragazzi, invitandoli a perdonarsi e ad affrontare i loro lati più duri. Attraverso il racconto delle storie di chi ha vissuto la violenza della mafia, cerchiamo di interrompere il meccanismo della negazione e di favorire il riconoscimento e la consapevolezza delle emozioni e del mondo contemporaneo.
La formazione sulle mafie consente ai ragazzi di confrontarsi con la realtà delle conseguenze delle azioni criminali altrui e proprie.
Il gruppo, costituito da volontari dell’associazione Libera, ragazzi in messa alla prova e, da quest’anno, anche da un’operatrice dell’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (USMM), si incontra il lunedì, ogni due settimane, dalle 17 alle 19.
A partire dalle ingiustizie che ciascuno ha commesso e subito e dalla memoria delle vittime della criminalità organizzata, riflettiamo insieme per concepire un mondo più giusto. Si crea uno spazio di confronto all’interno del quale, attraverso l’ascolto dell’altro e il dialogo con il diverso, si diventa più consapevoli.
Durante uno dei primi incontri, ciascuno ha scritto su un pezzo di carta le proprie aspettative sul percorso di messa alla prova. Nelle risposte dei ragazzi ricorreva il campo semantico dell’individuo, con riferimenti alla crescita del singolo; mentre noi volontari, per la maggior parte, assegnavamo un ruolo fondamentale al gruppo.
È nata una riflessione sulla relazione tra cambiamento individuale e collettivo, che abbiamo stimolato attraverso un gioco in cui ciascuno di noi doveva prendere posizione rispetto alle seguenti affermazioni: “Le persone possono cambiare”; “Il cambiamento individuale dipende solo dalla volontà del singolo”; “La MAP ha senso per il cambiamento collettivo”.
Il ruolo della società
È emerso un concetto importante: la società è fondamentale in quanto definisce l’area dove avvengono ricerca ed evoluzione ed è, essa stessa, promotrice e autrice del cambiamento collettivo, che influenza quello individuale. Un esempio di fenomeno collettivo che ha un impatto determinante sulla dimensione individuale è quello delle manifestazioni di piazza, come quelle che hanno portato alla legalizzazione del divorzio, che ha dato a migliaia di donne la libertà di scegliere con chi stare.
Tuttavia, nonostante la società svolga un ruolo determinante nel novero delle premesse fondamentali per la presa di coscienza individuale, essa non può imporla. La volontà del singolo è cruciale e, nonostante sia estremamente difficile da definire e identificare anche per chi ne sperimenta le sensazioni e gli effetti, genera una commistione di motivazione e risolutezza che fornisce le risorse e le energie necessarie per il raggiungimento dell’obiettivo.
Solo in questo modo spontaneo e genuino può nascere il cambiamento duraturo, che non deve essere vissuto come un’ingiunzione esterna. Infatti, i ragazzi si accostano con scetticismo e diffidenza agli psicologi, agli educatori e agli assistenti sociali, ma riconoscono in quei ruoli una possibilità, una mano tesa verso di loro.
Nel contesto in cui vivono, la paura del giudizio degli altri costituisce un freno crudele e pericoloso alla condivisione e, di conseguenza, all’evoluzione e all’apertura verso l’altro. I ragazzi non si sentono sicuri a parlare di loro e delle loro debolezze e non è raro che si chiudano in loro stessi. In questi casi, il nostro compito è quello di creare uno spazio in cui si sentano liberi e di stimolare la riflessione e l’empatia che, insieme, si autoalimentano in una dinamica positiva.
Atto e responsabilità: in memoria di Lea
Un altro tema è quello della responsabilità. I ragazzi autori di reato tendono a deresponsabilizzarsi. Parlano dei reati commessi con un tono che sminuisce e sottovaluta ciò che hanno compiuto e si sentono completamente assolti dalle conseguenze delle loro azioni. Ascoltare le voci e le storie dei parenti delle vittime di mafia li mette davanti all’ineluttabilità del dolore che prova chi subisce un’ingiustizia, spingendoli a riflettere sul significato dell’errore.
Il 24 novembre è stato l’anniversario della morte di Lea Garofalo, vittima innocente di mafia a cui è intitolato il presidio di libera di Milano. Lea, figlia del boss ‘ndranghetista Antonio Garofalo, è stata uccisa in un appartamento in piazza Prealpi a Milano il 24 novembre 2009 dal compagno Carlo Cosco, anch’egli inserito nelle vicende dei clan calabresi.
Ha trascorso l’intera vita a lottare contro la mafia e per la legalità in nome di un ideale di dignità e di libertà, mossa soprattutto dall’amore e dalla responsabilità nei confronti della figlia Denise. Lea è stata la prima testimone di giustizia nella storia del nostro Paese e, quando la città di Milano, il 19 ottobre 2013, ha deciso di celebrare pubblicamente i suoi funerali, hanno partecipato centinaia di persone.
Ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, il Presidio di Libera organizza un momento di memoria e raccoglimento. Quest’anno, il corteo è partito alle 19 dall’Arco della Pace, un luogo che ha acquisito un significato simbolico poiché è dove Lea è stata vista per l’ultima volta con Denise. La destinazione, dove abbiamo ascoltato alcuni interventi di esponenti della società civile, era il giardino comunitario Lea Garofalo, un luogo di incontro, cultura, svago e integrazione nato dalla volontà di alcuni cittadini di riqualificare un’area comunale abbandonata al degrado e restituirla alla città.
Il giardino si trova in viale Montello, di fronte alla palazzina dove Lea ha vissuto dopo essersi trasferita con Carlo Cosco a Milano e che, per molto tempo, è stata il fortino dell’ndrangheta e il luogo dove si concludevano gli affari mafiosi.
Qualche ora prima dell’inizio del corteo, abbiamo dato appuntamento ai ragazzi di “Andemm” al giardino. Diluviava e il freddo passava attraverso i giubbotti pesanti. Abbiamo raccontato loro la storia di Lea e del giardino e, insieme, abbiamo spalato e raggruppato le foglie per rendere il posto più accogliente e ordinato. I ragazzi si sono sentiti parte di qualcosa divertendosi.
Nonostante il tempo e nonostante non fosse previsto nelle attività della messa alla prova, alcuni di loro sono rimasti per tutta la durata della manifestazione. La pioggia ha conferito sacralità e nobiltà al momento. È stato commovente essere lì tutti insieme, partecipare attivamente ad una ricorrenza importante per la città e rendere omaggio a Lea con umiltà e rispetto. L’evento ha consentito loro di sentirsi utili e di affezionarsi ad una storia che ha la potenza attrattiva necessaria per smuovere e ridimensionare la loro percezione della giustizia, della solidarietà e, ampliando il discorso, delle istituzioni.
Rapporti di parità
Uno dei tratti distintivi della dinamica umana che prende forma in questo progetto è il rapporto di parità che si crea tra volontari e ragazzi. Durante il primo incontro abbiamo scritto insieme le regole che ci impegniamo a rispettare e che, prima della stesura, abbiamo validato assicurandoci che tutti fossero d’accordo.
Naturalmente, le proposte sono arrivate sia dai ragazzi che dai volontari. Ogni concetto introdotto era sempre seguito dalla frase “Voi cosa ne pensate?”, a ribadire l’importanza dell’opinione di tutti. Questo modus operandi costituisce, a mio parere, la forza maggiore del progetto e favorisce la partecipazione dei ragazzi. Abbiamo notato come, inizialmente, non si aspettassero che la loro opinione venisse richiesta e valorizzata così spesso. Questo approccio li rende più consapevoli del valore del loro pensiero, costituisce una dimostrazione di fiducia e contribuisce a responsabilizzarli.
Durante l’incontro del primo dicembre, abbiamo dovuto mettere in discussione la messa alla prova di un ragazzo che aveva mancato due incontri consecutivi, applicando la regola per la quale si interrompe il percorso di chi fa due assenze di fila non giustificate.
Ne abbiamo parlato, ascoltando il parere dei ragazzi prima di esprimere il nostro. È emerso che la ratio dietro alla regola non è quella di punire, ma quella di riconoscere il valore degli incontri e incoraggiare una partecipazione interessata. Proprio perché non vi è alcun obbligo di svolgere questo percorso specifico, l’interesse è un prerequisito necessario per prendervi parte.
Dopo il confronto, abbiamo deciso insieme di non revocare la messa alla prova di Simo proprio perché ha dimostrato di aver colto il senso della regola e del discorso e di volersi impegnare con serietà in questo progetto. Credo che questo sia un esempio meraviglioso del rapporto di parità che si è instaurato tra volontari e ragazzi, del metodo con cui affrontiamo i problemi e delle modalità con cui intavoliamo i discorsi.
Il progetto propone un modello di ascolto e inclusione che dà fiducia e costituisce l’unica alternativa possibile nei percorsi di consapevolezza ed evoluzione che partono dall’errore. Proprio all’interno di questo perimetro, attraverso il dialogo tra persone con vissuti, tradizioni e background sociali diversi, si instaura una dinamica proficua di apprendimento e crescita. Insieme, portiamo al tavolo esperienze e vissuti diversi cercando di contribuire, nel nostro piccolo, alla giustizia.





