
Con il titolo Abbasso tutte le guerre escono in edizione critica, a cura di Sergio Tanzarella per la casa editrice il pozzo di Giacobbe, la lettera ai cappellani militari di don Milani e quella ai giudici in occasione del suo processo per apologia di reato.
Tra l’affermazione di papa Francesco sulla terza guerra mondiale a pezzi e l’oggi così infuocato e teso è passato abbastanza per tempo per fare della pubblicazione di queste due lettere di don Milani una decisione non neutra. E anche la recensione è costretta a collocarsi tra il monumentale e l’archeologico di nietzschiana memoria.
Un’edizione critica aiuta a collocare meglio nel tempo le lettere e aiuta anche a comprendere lo spazio e il senso che hanno avuto nella biografia dell’autore.
Resta che leggere oggi le righe rivolte ai cappellani militari apre a inevitabili riflessioni.
«Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra».
La guerra è sempre uguale e alla coscienza credente pone le medesime domande.
Ma se è tutto uguale perché ripresentare con corredo di note critiche testi già noti e che pongono la medesima domanda?
Mi sembra che la lettura della Lettera ai cappellani, piuttosto che quella ai giudici, proprio perché ben collocata nella storia di quegli anni, aiuti a maturare un’altra consapevolezza: l’importanza del testimone.
Nell’importante commentario al vangelo di Matteo di Ulrich Luz[1] a proposito delle antitesi matteane tra la legge e la sua ripresa radicale da parte di Gesù leggiamo: «Il regno di Dio non è giunto come Gesù aveva pensato». E prosegue ricordando che le antitesi erano esempi e che sin dall’inizio «volevano lasciare spazio alla fantasia creativa».[2]
Il tema è stato posto dal Vangelo ma il testimone ce lo ripropone con la sua fantasia creativa, così ci aiuta a cogliere l’identità della questione e ci permette di svelare il lato oscuro di situazioni a cui siamo abituati, come l’esistenza di un esercito.
Le lettere di Milani dicono profonda consapevolezza della storia, come quando Milani specifica che avrebbe presenziato al processo per non essere accusato di poco rispetto per lo Stato – come dopo Porta Pia si pensa del clero – e, come testimonia l’excursus della Lettera ai cappellani, esse offrono un’analisi e un punto di vista.
È qui che il testimone si fa scomodo e divide, allora come oggi. Eppure in ambito ecclesiale queste idee hanno prodotto passi: l’eliminazione del riferimento del catechismo della Chiesa cattolica alla guerra giusta e, per l’Italia, la nota pastorale Educare alla pace disarmata e disarmante del 5 dicembre 2025. In essa si parla di “teorema della guerra giusta” e si fa una precisa richiesta a proposito dei cappellani militari, proprio in ordine a una maggior libertà evangelica: «Guardiamo con gratitudine all’opera dei cappellani militari che in tanti contesti hanno testimoniato l’Evangelo della pace anche in situazioni molto difficili. Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici».
Ruminare, come dicevano gli antichi la parola di Dio e – aggiungo – le parole dei testimoni, non è ripetere un mantra tranquillizzante, ma può aprire percorsi proprio come fa l’esercizio della ruminatio nel tempo della lectio divina: mette in relazione i contenuti mentali con i sentimenti che li accompagnano.
Piace pensare e sperare che il testo non sia letto solo a conferma di accordo o disaccordo, ma perché torni a innescare un circolo virtuoso tra convincimenti radicati e comprensione della situazione concreta perché il tempo ci interpella. Se il dibattito politico ci chiede solo di pronunciare dei sì e dei no, una riflessione seria dovrà anche tener conto dei sentimenti con cui li pronunciamo.
[1] Luz U. vol 1, Commentario Pideia 1.1, Paideia ed, Brescia, 2006.
[2] Luz U., Matteo 449 – 450.





