
Avvenimenti sorprendenti, normalmente tragici, popolano il notiziario di tutti i giorni. Non era questo che la mia generazione si aspettava; noi ottantenni abbiamo creduto ingenuamente, fino a ieri, di essere stati preservati dall’orrore della guerra, dopo le due guerre mondiali che segnarono la vita dei nostri nonni e dei nostri padri, tragedie che non avrebbero dovuto più ripetersi.
L’orrore della guerra ci ha sfiorati
Di fatto, in questi nostri ottant’anni, le guerre non sono mancate, ma almeno fino alla crisi balcanica, riguardavano situazioni lontane da noi. C’erano guerre lontane, però, come quella del Vietnam, che hanno risvegliato nella gioventù mondiale la passione e l’impegno per la politica.
Quel clima entusiastico e sognatore degli anni ’60, che sfidava le dittature e il sistema, anche con la lotta armata, si è rarefatto nel tempo perdendo progressivamente la capacità di sedurre le nuove generazioni. Così, tutto ciò che viviamo oggi pare un’accelerazione estrema della costitutiva e permanente trasformazione degli eventi, che pare escludere ogni finalità, ogni progresso, qualsiasi itinerario di riforma o di rivoluzione.
L’invasione dell’Ucraina, il genocidio palestinese, l’aggressione al Venezuela, l’ecatombe dei migranti nel cimitero mediterraneo, e poi Siria, Sudan, Congo, Iran, l’ICE del trumpismo… ci dicono che la guerra è sempre più vicina a noi.
Qualcuno potrebbe dirci che, forse, l’esagerazione non riposa nell’aumento dei numeri della guerra, ma nella nostra aumentata sensibilità di anziani un po’ paranoici.
Senz’altro, però, ciò che mostrarono gli occidentali in Iraq, Afghanistan e Libia, pur contabilizzato come ovvietà della prepotenza imperiale, rappresenta qualcosa che non era ancora pienamente globale e che non definisce totalmente il clima politico di quegli anni.
Leggere il mondo attraverso la guerra
Oggi è diverso: la guerra è la figura chiave per leggere il mondo.
Il tutto immerso in una metamorfosi rizomatica,[1] senza origine, senza direzione. La definizione marxiana della modernità parla delle solide tradizioni che si dissolvono nell’aria,[2] analisi ripetuta da Bauman[3] con la figura della liquidità.
E oggi la tradizione di Westfalia degli stati-nazione, la certezza dello stato di diritto, i diritti umani, le norme della convivenza internazionale delle nazioni, la Convenzione di Ginevra, l’assuefazione alla globalizzazione del libero commercio, l’adesione “canina” al neoliberalismo… scompaiono dalla lista delle solidità inossidabili.
E ci resta solo la guerra. Che è anche e sempre guerra civile.
Anche i nostalgici della solidità, di ciò che permane inalterato e non cambia, fanno parte del paesaggio costellato di violenza e di guerra. Le religioni come guardiane fedeli della permanenza di edifici istituzionali che ospitano e offrono identità, stabilità, certezze indiscutibili, fanno parte del panorama bellico.
Ma qual è il prezzo del combattimento contro la liquidità? Fosse solo ignoranza della realtà, il guaio non sarebbe così grave, ma rinunciare a qualunque sospetto sulla propria identità è senz’altro una perdita quasi irreparabile. Puoi eludere, senza molti danni collaterali, con un’unica giocata irresponsabile, l’eredità marxista e nietzschiana, ma ignorare Freud e Lacan può essere letale.
Ai semplici, che sono maggioranze silenziose e devote delle religioni, se la loro fede indomabile e sicura, nonostante le metamorfosi della realtà, non si pone al servizio di condanne, guerre e castighi contro i nemici, né Marx, né Nietzsche, né Lacan hanno qualcosa di sensato da ridire, perché Dio, unica silenziosa certezza, garantisce la sua compagnia nelle incerte avventure della vita.
Intervenire politicamente nel processo storico può apparire, dato il contesto, un’impresa donchisciottesca, inutile. Costitutivamente, il mio agire politico non sembra contribuire a dar forma incisiva ed efficace alla concreta trasformazione della realtà, in qualcosa di più giusto, di più vero, di più bello e di più buono.
Le ancestralità indigene
Mi sembra allora che si possano vedere verità e luce solo nelle ancestralità indigene, distrutte e dimenticate. Qui, vedo salvezze fragili e minacciate, per cui mi sento sempre più invitato ad abbandonare l’Occidente. E sono certo che Gesù di Nazareth, nonostante le apparenze istituzionali, appartiene a queste ancestralità.
I popoli tradizionali non hanno bisogno di affidarsi, in compagnia degli intellettuali, ai filosofi del sospetto. Potrebbero – e qualcuno lo sta facendo da tempo – optare per un creativo cannibalismo[4] e costruire, dai villaggi e dai quilombos, in compagnia degli ancestrali, sapienti strategie anticoloniali.
Se c’è un segreto che, nell’attualità, insieme al Vangelo, sembra sia stato dimenticato dall’Occidente, questo sta ben nascosto nel metodo, nel “come” ci muoviamo nel mondo. Da sempre santi e sante ci dicono che, se non possiamo cambiare il mondo, ciò su cui forse possiamo incidere, un poco, con successo, è, però, la nostra soggettività, il nostro intimo.
Volgendo lo sguardo fuori di me, nella società, resisto alla tentazione di fossilizzarmi nella presunzione di parziali o inutili lotte per la giustizia. Ma potrò accettare la chiamata di Gesù a trasformare me stesso in un essere umano capace di una briciola di Agape. E, con questa briciola d’Amore, immergermi nel mare della storia, dominato dagli imperi, che seminano la rovina e la disgrazia davanti agli occhi terrorizzati dell’Angelus Novus[5] che è spinto ad un futuro che ripete ossessivamente l’Armageddon, la battaglia finale.
Il giudizio finale è adesso
Mi fiderò di Chi saprà pescarmi e ripescarmi e dovrà insegnarmi a pescare. Liberarci dal male e renderci liberatori.
Anche il tempo dominato dalla tecnica, che promuove la concretezza efficiente confinata al presente, esclude la dimensione di una realizzazione della storia in un’escatologia dominata dal kronos. Questa è una distrazione nihilista, che, eliminando il futuro, si sottrae alla domanda sul senso della Vita.
Invece, scoprire, qui ed ora, nel presente dominato dall’orrore e dalla distrazione, i segni del Regno e la chiave escatologica del kairós, è salvezza. Il Messia viene e cammina con noi. Il giudizio finale è adesso, in ogni momento, non in un domani ormai morto e inconcepibile.
Mi sembra, allora, che si possa vedere verità e luce non solo nelle ancestralità indigene ma anche nelle radici occultate e dimenticate dell’Occidente. La Buona Notizia è annunziata e vissuta fino alle estreme conseguenze in Minneapolis, Minnesota, USA, il 7 gennaio 2026.
È stato il caro Marcello Tarí,[6] che mi ha aperto gli occhi per capire qualcosa del sorriso di Renée Good, poco prima di essere giustiziata da un agente dell’ICE. Mi viene incontro, come un sacramento, il suo volto, il suo sorriso, le sue ultime parole “tu non sei un nemico”, che rivelano la prossimità del Regno annunziata da Gesù, la luce accecante che illumina le tenebre della storia, che dice, con Amore, che la violenza dei ciechi non ha l’ultima parola.
Recentemente, Giorgio Agamben, ha scritto una riflessione sull’Occidente che solo in parte condivido: «Come a Napoli a Capodanno, buttare tutto dalla finestra. Poi, per strada, raccogliere qualche coccio – i cocci portano fortuna. Il nuovo lo si fa con i cocci del vecchio».[7] Noi, però, non vorremmo intraprendere nuovi cammini con i cocci del collasso finale ampiamente vaticinato. Siamo infatti chiamati a discernere e scoprire la Luce che illumina e acceca la nostra umanità.
[1] Deleuze, G., & Guattari, F. (1997). Mille piani. Capitalismo e schizofrenia (sul rizoma: p. 33 e seguenti). Castelvecchi.
[2] Marx, Karl, Friedrich Engels. Manifesto del Partito Comunista. 1848. Edizione italiana: Laterza, 2012.
[3] Bauman, Zygmunt. Modernità liquida. Laterza, 2002.
[4] Cannibalismo. Antropofagia. Una figura che si ispira alla Settimana di arte moderna, São Paulo, 1922. Oswald de Andrade scriverà il Manifesto antropofagico (1928). Mangiare simbolicamente la cultura europea. Trasformare l’influenza esterna in qualcosa di brasiliano. Valorizzazione dell’indigeno, del popolare, del miscuglio culturale. Movimento artistico che ha risvolti politici fondamentali. La storia di questa figura artistica risale agli indigeni Tupinambá, nel secolo XVI, che praticavano il cannibalismo rituale. Mangiavano l’eroico nemico, catturato in battaglia, per assimilare il suo coraggio e la sua sapienza. Proibiti di farlo dai colonizzatori portoghesi, cominciarono a cannibalizzare simbolicamente gli invasori, introiettando e trasformando in sé stessi la loro cultura e la loro religione. Se i popoli originari e tradizionali rinunciano all’antropofagia, si perdono nelle strade degli altri, dei loro nemici.
[5] Benjamin, Walter, Tesi di filosofia della storia. In Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1962.
[6] Tarí Marcello, Renée Good e il “guerriero”, in SettimanaNews, 21 gennaio 2026 https://www.settimananews.it/societa/renee-good-guerriero/
[7] Agamben Giorgio, Per il tramonto dell’Occidente, 2 febbraio 2026, in Quod libet, Una voce.






“Ma qual è il prezzo del combattimento contro la liquidità?” ma la guerra non può essere il massimo della liquidità? tanto più che produce espulsioni, morti, migrazioni, tutto tranne la solidità.
Per Bauman la liquidità postmodernità è la filosofia del tardo capitalismo, è il capitalismo che diventa liquido e produce instabilità perchè ha bisogno sempre di crescere.