
Yehuda Amichai, il poeta che ha creato la potente immagine della «pace selvatica» citata da papa Leone nel suo messaggio Urbi et Orbi del 25 dicembre, è stato un uomo segnato profondamente dalla violenza di una mai terminata guerra fratricida e, in un altro suo componimento, ha scritto che «le persone nell’oscurità vedono sempre quelle nella luce. Questa è un’antica verità (…) Una verità sfruttata dai guerrieri/ per uccidere facilmente in un agguato» (People in the Dark Always See).
Chi sta nelle tenebre sembra, dunque, avere un vantaggio materiale rispetto a chi è nella luce. Coloro che stanno nella luce, però, a me sembrano avere un vantaggio spirituale su chi è nelle tenebre. È davvero così? Vediamo…
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Dal di dentro dell’oscurità il “guerriero” inquadra e colpisce facilmente chi sta o cammina nella lucentezza, mentre questo o questa è in una situazione diversa, se non opposta: vede abbastanza chiaramente chi e cosa c’è vicino e dentro di sé ma, quasi sempre, non discerne le forme e le forze che si agitano nel buio e, conseguentemente, non riuscirebbe a difendersi nel caso di un loro agguato.
Tuttavia, ricordo il Cristo che dice: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano, e quelli che vedono, diventino ciechi» (Gv 9, 39). Mi pare un’ovvietà osservare che quelli che vedono grazie alla Sua luce non vedranno le cose alla stessa maniera di coloro che le vedono immersi nell’oscurità, i quali ne hanno una sorta di «cieca visione».
Questi ultimi, al contrario degli altri, possono, in un primo tempo, pure scorgere chi cammina nella luce e magari ucciderlo, ma il buio gli impedisce di vedere con chiarezza chi hanno vicino e che cosa la tenebra opera dentro di loro. Quell’oscurità interiore li rende ciechi, il buio esteriore prima o poi li inghiottirà ed essi stessi diventeranno tenebra, se non cambiano modo di vedere e quindi di vivere.
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Ormai è qualcosa di veramente banale. Ogni giorno, ora per ora, minuto dopo minuto, i social ci dispensano migliaia e migliaia di immagini violente: aggressioni di strada, maltrattamenti gratuiti, forme di tortura, esecuzioni extragiudiziali, fino ai massacri della guerra.
Si può discutere in lungo e in largo di IA e di algoritmi e anche pensare che vi deve pur essere un loro buon uso, intanto questo è il menu che viene volutamente servito alle masse dai padroni delle piattaforme che, evidentemente, hanno uno scopo da raggiungere.
La distinzione tutta politica tra mezzo e fine, d’altronde, non ha mai portato a qualcosa di buono. Anche per ciò che riguarda la tecnologia – come già intuì Walter Benjamin – il fine dev’essere interno al mezzo e viceversa, in modo da abolire la riduzione strumentale del pensiero e dell’azione. D’altra parte, non è forse questa non-strumentalità una precisa caratteristica dell’agire di Gesù?
Bisogna poi anche ammettere che, data la raggiunta banalità, non da tutte quelle immagini veniamo colpiti, scossi, interpellati; molto spesso, anzi, quando le incrociamo, scrolliamo velocemente sullo schermo e passiamo oltre, in cerca di qualcosa decisamente più confortevole. Anche questo è risaputo: il male, specie se propagato in dosi massicce, anestetizza; invece, il più piccolo gesto di bene risveglia, quello più grande libera.
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Forse passiamo oltre per la nausea che ci coglie non appena scorgiamo l’approcciarsi di fatti orribili che si ripetono indefinitamente; forse è per la noia che inducono quelle immagini perché, in fin dei conti, ci appaiono per lo più fotogrammi tutti uguali o, comunque, facenti parti di un’unica e sempiterna storia che ci insegue da un oscuro passato o da un futuro ancora più buio; forse è per non dover affrontare la fatica di pensarne qualcosa, perché poi quel pensiero preme per diventare gesto.
O, forse, è per indifferenza o, ancora, per sentire il meno possibile quell’impotenza che ci assale ogni qualvolta sbirciamo “questo mondo” attraverso l’oblò della nostra coscienza e ne percepiamo la sua catastrofica e apparentemente invincibile volontà di potenza e di morte. Tutte cose comprensibili, beninteso.
Ma la comprensibilità, la ragionevolezza, non sempre valgono come giustificazione. Infatti, a me sembrano davvero delle irragionevoli interruzioni quelle immagini e quelle parole, che a molti risultano pressoché incomprensibili, che ogni tanto sospendono clamorosamente il flusso omogeneo e continuo dei social, ovvero sabotandoli, per annunciare qualcosa che va contro e oltre ogni tossica immagine o parola prodotta da “questo mondo”. L’interruzione del male, attraverso immagini e parole di bene, cortocircuita il mezzo costruito per produrre un fine che si perde nell’oscurità.
Neanche tanto “in fondo”, la cascata di immagini di violenza che ci travolge non è altro che una forma autoritaria di pedagogia, la quale cerca di imporci con la forza della quantità una determinata visione delle cose: questo è il mondo, non ce ne può essere nessun altro. Un mondo in cui la violenza regna in senso proprio, un mondo in cui, per contare qualcosa, devi essere pronto ad aggredire, maltrattare, eventualmente torturare e, infine, uccidere. Quanto meno devi essere interiormente pronto a esercitare quella violenza oppure a che qualcuno lo faccia per tuo conto.
Quelle immagini terribili che ci tengono sotto assedio non sono mai innocenti né inerti: il sangue sgocciola da esse e arriva dappertutto. «Non serve un meteorologo per capire dove soffia il vento», dicevano i saggi di una volta.
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Eppure, qualche volta accade che un volto o un urlo perfori ogni parete, ogni muro, ogni scudo emotivo, facendo impazzire gli algoritmi: la nausea, la noia, la fatica, l’indifferenza e l’impotenza sono messe alla prova del reale e vanno in frantumi. Accade, allora, che la coscienza, mia e di milioni di altre persone, si fa attenta, non permette di passare oltre e anzi, imponendosi di restare testardamente sul “fermo immagine”, fa che con il cuore riconosciamo il volto del fratello e l’urlo della sorella e così tutto prende fuoco.
È quello che è successo qualche mese fa, generando un’enorme mobilitazione per Gaza. Oggi è accaduto ancora, davanti all’esposizione globale del martirio di una singola persona, di una donna, Renée Nicole Good, assassinata a Minneapolis da un componente della milizia presidenziale americana denominata ICE.
Nessuno può dire di non aver visto e ascoltato quello che è successo e che continua ad accadere: il sangue cola e arriva ovunque. Tuttavia, tutto dipende da come vediamo.
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A me sembra che quei versi di Amichai richiamati all’inizio descrivano bene la situazione nella quale si sono ritrovati qualche giorno fa Renée Good e il suo assassino. Nelle immagini che hanno velocemente provocato un sussulto d’indignazione globale vediamo lei che, con un sorriso lucente, si rivolge a lui, viso coperto e armatura scura, dicendogli: “Va tutto bene, amico. Non ce l’ho con te”. È un’offerta di pace che, con ogni evidenza, vorrebbe interrompere la tensione di quel momento, è il tentativo di Renée di creare un legame di fiducia e di reciprocità con chi gli sta rivolgendo uno sguardo feroce.
Lei, dunque, vede e riconosce lui prima di tutto come un essere umano, degno di essere trattato come tale, anzi come un amico e sembra non aspettarsi quella che sarà la sua reazione “cainista”; come Abele, anche lei non arriva a vedere completamente cosa si sta muovendo nel buio. Forse intuisce qualcosa e, perciò, cerca di andare via.
Per tutta risposta il guerriero dell’ICE le spara in faccia, come a voler cancellare quello sguardo, chiamandola “brutta puttana”. Lui, evidentemente, la vede come una “cosa” sporca e fastidiosa. Chi guarda dalle tenebre non può fare a meno di reificare chi è nella luce.
È un incontro/scontro di sguardi alternativi, di modi radicalmente diversi di vedere le persone e il mondo, ciò di cui qui si tratta. Una vede con amore, l’altro con odio; una cerca di instaurare una relazione, l’altro di annichilirla; una vede la persona, l’altro una “cosa” di scarto.
Ma non dimentichiamo che il modo di vedere e agire riportato dal «guerriero» è innanzitutto quello iniettatogli da un governo in carica, il vero e grande «master dell’oscurità», ed è forse per questo che Renée sorride al suo boia mentre gli dice: “non ce l’ho con te”. È il modo di distinguere nell’oscurità che caratterizza quelli che sono nella luce: tu non sei il mio nemico.
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Renée Good si trovava lì, in quel momento, in quanto «osservatrice legale» delle operazioni dell’ICE. Questa dell’osservatore legale è una figura contemporanea dell’impegno civile che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle città americane. Gli osservatori, insieme a quelli dotati di fischietto, segnalano agli abitanti di un quartiere la presenza della milizia ma, specialmente, illuminano e si fanno testimoni delle sue azioni verso le persone perseguitate e cercano, per quello che possono, di ostruire il determinarsi dell’ingiustizia. Renée era dunque lì per vedere e denunciare spinta dalla compassione per i suoi vicini nel bisogno.
Se ci pensiamo bene, questo modo di dare testimonianza per i fratelli, non sarebbe un buon esempio del come concretizzare ciò che papa Leone indica in quanto compito, prima di tutto dei cristiani, nell’esortazione apostolica Dilexi te, affermando che «le strutture di ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene»?
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ICE è l’inquietante acronimo che indica l’ufficio federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane. In origine, era uno strumento di polizia amministrativa delle frontiere il quale, certo, è stato già usato in passato per la repressione dell’immigrazione ma che è stato trasformato da Trump in una glaciale forza armata interna modellata sulla sua “moralità” (questa ormai avrebbe, infatti, sostituito il diritto, Trump dixit).
L’ICE, agendo brutalmente su indicazione e per conto della presidenza, sta quindi terrorizzando milioni di persone negli USA, comportandosi appunto come una milizia dedita alla violenta persecuzione dei migranti e di chiunque li difenda o li aiuti. Le frontiere sono ormai interne ad ogni città, ad ogni quartiere, ad ogni abitazione, addirittura ad ogni persona.
L’agente dell’ICE che ha assassinato Renée era lì non tanto per vedere quanto per scovare. Cioè, per individuare abitanti dalla pelle un po’ più scura da consegnare ai centri di detenzione dai quali, infine, dovrebbero essere deportati.
Ormai sono migliaia i desaparecidos e i muri delle città americane si riempiono di manifesti in cui si segnala che lì è stato rapito o rapita dall’ICE quella determinata persona e di scritte del tipo “Ama e proteggi il tuo vicino, non fidarti dei federali”.
D’altronde, se esistono le «strutture di peccato», devono esserci anche le «organizzazioni del peccato», cioè quelle che permettono alle prime di funzionare. La struttura e l’organizzazione di cui stiamo parlando fanno esattamente parte di quelle realtà che vanno «riconosciute e distrutte con la forza del bene». Facciamo attenzione alle parole: non riformate, bensì distrutte.
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La milizia, ignorando scientemente ogni diritto, è quindi pronta ad usare qualsiasi mezzo ma soprattutto quello del terrore, individuale e di massa. Ed è davvero curioso – si fa per dire – che il “cattolico” vicepresidente JD Vance non abbia trovato di meglio per difendere l’operato omicida della sua milizia che accusare Renée Good – che si descriveva sui social come “poeta, scrittrice, madre e moglie” – di «terrorismo domestico».
La vittima o, meglio, quel suo sorriso e quell’invito selvatico alla pace, in questo modo, vengono trasformati pubblicamente in smorfie di una figura criminale. Niente di particolarmente nuovo, anche questo è un antico trucco utilizzato da quelli che dimorano nelle tenebre.
Oggi, come in effetti già da sempre è accaduto, il dare testimonianza per i fratelli e le sorelle, negli USA e potenzialmente ovunque, può quindi significare il perdere la vita, cioè, andare incontro a un martirio. Proprio quel genere di martirio che vede delle persone dare la propria vita per gli amici testimoniando la verità e la giustizia davanti al mondo. Sono anch’esse dei crocifissi che fanno e danno luce a un mondo minacciato dalle tenebre fin nelle sue fondamenta.
E a noi, che veniamo interpellati da queste morti, da questa ingiustizia, da quel sorriso, dalla lotta tra luce e tenebra, tutto ciò ci manifesta che non siamo affatto dei semplici spettatori, o peggio utenti, ma persone alle quali la realtà pone radicalmente una scelta: vedere e spiare gli altri in attesa di tendergli un agguato per mezzo della cieca violenza dei «padroni delle tenebre», o lasciarsi aprire gli occhi da Gesù mentre, sorridendo, ci dice «voi siete la luce del mondo (…) risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14).
La scelta non sembra difficile, eppure…





