Sulla legittima difesa

di:

agenti polizia usa

I fatti recenti accaduti a Minneapolis[1] inerenti l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), polizia federale che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, aprono ancora una volta il dibattito intorno alla questione dell’uso della forza da parte di agenti di polizia e della legittima difesa.

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A far riflettere sono le dichiarazioni rilasciate dal presidente Donald Trump, del suo vice James David Vance, della portavoce Tricia McLaughlin e della segretaria Kristi Noem del Dipartimento della Sicurezza Interna, i quali hanno sostanzialmente dichiarato che l’agente ha agito per «legittima difesa», e che la morte della donna sia responsabilità della «sinistra radicale» (argomento che meriterebbe un approfondimento a parte).

Sul suo profilo Truth il presidente Trump ha dichiarato che «la donna alla guida dell’auto era fortemente irrequieta (very disorderly), ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente l’agente dell’ICE, che sembra averle sparato per legittima difesa. […] La situazione è in fase di studio, nella sua interezza, ma il motivo per cui questi incidenti accadono è perché la Sinistra Radicale minaccia, aggredisce e prende di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’ICE. Stanno solo cercando di fare il loro lavoro: Rendere l’America sicura. Dobbiamo stare al passo e proteggere i nostri agenti delle forze dell’ordine da questo movimento di violenza e odio della Sinistra Radicale!»[2].

Sulla stessa linea sono le dichiarazioni del vicepresidente Vance: «Posso credere che la sua morte sia una tragedia, pur riconoscendo che è una tragedia di sua stessa creazione e una tragedia dell’estrema sinistra che ha organizzato un intero movimento – una frangia folle – contro i nostri agenti delle forze dell’ordine»[3].

Durante una conferenza stampa la portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security), Tricia McLaughlin, ha dichiarato che l’agente avrebbe aperto il fuoco per salvare la propria vita e quella dei suoi colleghi, in quanto la donna «ha usato il suo veicolo come arma, tentando di investire i nostri agenti di polizia nel tentativo di ucciderli»[4]. La stessa versione è stata confermata dalla segretaria dello stesso dipartimento Kristi Noem che ha definito l’accaduto come un «atto di terrorismo interno» commesso contro gli agenti dell’ICE da una donna che avrebbe tentato di investirli con il suo veicolo. «Un nostro agente», ha dichiarato Noem, «ha agito rapidamente e per difesa»[5].

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Su tali dichiarazioni ritengo indispensabile richiamare con attenzione i criteri che rendono legittima la difesa. Intendo soffermarmi, in particolare, sul contributo che la teologia morale (seppur, dato il contesto, in maniera molto breve e incompleta) può offrire come chiave di lettura e criterio interpretativo, non solo riguardo l’episodio specifico, ma anche per riflettere sui criteri generali e operativi delle forze dell’ordine.

Quando parliamo di legittima difesa, il primo livello che possiamo toccare è quello giuridico. Dire legittima difesa in Italia non è la stessa cosa che dirlo, a livello legale, negli Stati Uniti, dove la questione è disciplinata da legislazioni statali; nel caso specifico, occorre fare riferimento alla normativa vigente dello Stato del Minnesota[6].

La legge del Minnesota consente l’uso della forza per la difesa personale e degli altri, ma è molto restrittiva riguardo all’uccisione dell’aggressore, a meno che non sia strettamente necessaria per prevenire gravi lesioni fisiche o la morte dell’aggredito (Minnesota Statutes, 609.06; 609.065)[7].

L’agenzia federale ICE è regolata principalmente da norme federali. La DHS policy stabilisce che l’uso della forza, incluse le armi da fuoco, è ammissibile solo se «objectively reasonable» (oggettivamente ragionevole), per controllare la situazione e proteggere vite, con forte enfasi sulla «de-escalation», evitando di innescare situazioni che possano degenerare (DOJ/DHS Use of Force Policy, 2022).

Secondo il magistero della Chiesa cattolica la difesa è legittima purché ci siano determinate condizioni: occorre rispondere a un’aggressione in atto; con proporzionalità rispetto all’aggressione; secondo il principio del duplice effetto; l’uccisione dell’aggressore è tollerata solo come effetto non voluto della difesa (Evangelium vitae, n. 55; CCC, 2265; Compendio Dottrina Sociale, 497-503)[8].

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Queste poche e sintetiche citazioni bastano a mostrare come la legittima difesa non autorizza l’uso sconsiderato della forza contro un qualsiasi pericolo. La normativa, infatti, intende contenere la violenza senza offrire alibi all’uso indiscriminato della forza. I criteri citati costituiscono una solida struttura interpretativa, impedendo che la legittima difesa diventi strumento di potere arbitrario. Il punto centrale consiste in un’analisi rigorosa delle circostanze oggettive.

Anche se il livello normativo è imprescindibile per una seria riflessione in merito, la legittima difesa dipende soprattutto dalla coscienza morale della persona. In circostanza di pericolo imminente, infatti, non c’è il tempo sufficiente per analizzare la situazione concreta, si reagisce tendenzialmente secondo il proprio habitus in termini di opzione fondamentale[9]. Detto in altri termini, la risposta di una persona in queste situazioni è strettamente legata alla coscienza fondamentale, in termini di mentalità assunta e disposizione abituale. Ciò che emerge spontaneamente nel momento del conflitto è internamente e tendenzialmente coerente con la moralità che la persona ha costruito nel tempo[10].

A tal proposito ritengo opportuno richiamare le parole di Sergio Bastianel:

«Bisogna fare attenzione: la stessa legittimazione del principio della legittima difesa indica l’urgenza di una formazione morale seria, di una capacità morale personale veramente adulta. Se insegno il principio della legittima difesa senza preoccuparmi della reale capacità di assunzione dei criteri che stanno alla base del principio stesso, è come se io dessi un’arma nelle mani di chi non è capace di usarla bene»[11].

Per questo, il ripetersi di violenze da parte di agenti di polizia lascia intendere una pericolosa mentalità condivisa: l’uso della forza viene giustificato come «legittima difesa», anche in assenza di una minaccia oggettiva. Chi possiede una retta formazione morale riconosce la vita come bene inviolabile, mettendo in atto tutto il possibile affinché la stessa vita del reo sia salvaguardata. Estendere il concetto di «legittima difesa» per giustificare gli abusi contraddice i criteri fondamentali non solo del diritto ma della inviolabilità della persona umana e la sua dignità.

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Il punto centrale della legittima difesa risiede nel dato oggettivo dell’aggressione in atto, a prescindere da qualsiasi giudizio sulla moralità dei soggetti coinvolti. Le espressioni «ingiusto aggressore» e «vittima innocente» non rimandano infatti – lo ribadiamo – alla moralità delle persone coinvolte (se siano buone o cattive, o se appartengano a un determinato gruppo, come sostenuto nel richiamare l’argomento della cosiddetta «sinistra radicale»), bensì alle circostanze oggettive che qualificano uno come aggressore e l’altro come vittima.

In risposta alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, del suo vice, della portavoce e della segretaria del Dipartimento della Sicurezza Interna, su internet stanno circolando numerosi video che smentiscono la ricostruzione «ufficiale», mostrando invece che gli eventi accaduti sono tutt’altro che riconducibili a un uso della forza secondo i criteri della difesa legittima[12].

Dalle numerose immagini emerge che l’auto di Good sia stata inizialmente bloccata da quella degli agenti dell’ICE e che questi abbiano intimato alla donna di scendere dal veicolo. Il tutto avviene in pochi secondi e la situazione degenera quando la donna tenta di allontanarsi dagli agenti; uno di essi apre quindi il fuoco a bruciapelo, ferendola mortalmente.

La versione della portavoce McLaughlin sostiene che l’auto sia stata usata dalla donna come un’arma, scagliata contro gli agenti, e che l’agente che ha aperto il fuoco lo abbia fatto per legittima difesa. Secondo questa ricostruzione, e in base ai criteri legislativi citati in precedenza, non vi sarebbe stato altro modo di risolvere la situazione di pericolo.

Tuttavia, tale versione dei fatti è stata completamente smentita dalle immagini. Da esse emerge chiaramente che l’agente non stava tentando di evitare di essere investito, ma che semplicemente voleva impedire alla donna di allontanarsi. Anche volendo considerare che l’agente abbia dovuto scostarsi dal veicolo, l’uso dell’arma da fuoco risulta comunque ingiustificato: per evitare un eventuale investimento è stato infatti sufficiente spostarsi. Gli spari, pertanto, non appaiono in alcun modo giustificabili.

Successivamente, dopo gli spari, l’auto ha accelerato, evidentemente perché Good, ormai priva di vita, premeva involontariamente l’acceleratore. Fuori controllo, il veicolo ha proseguito la sua corsa per alcune decine di metri, fino a schiantarsi contro un’altra vettura in sosta. Tale circostanza avrebbe potuto causare ulteriori vittime innocenti qualora altre persone si fossero trovate lungo la traiettoria del veicolo, considerato che nelle immediate vicinanze erano presenti diversi passanti. Questo elemento evidenzia ulteriormente la gravità del gesto sconsiderato dell’agente.

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La formazione degli agenti di polizia non può ridursi a semplici competenze nell’uso delle armi o nelle tecniche d’intervento. Quanto più crescono le competenze in questi ambiti, tanto più si rende necessaria un’accurata formazione morale, poiché quanto più è alto il potenziale letale delle armi, tanto maggiore deve essere curata la formazione delle coscienze che le hanno in uso.

Quando un agente di polizia interviene in una situazione di conflitto, non può agire impulsivamente con la forza: deve valutare la minaccia nel suo contesto e arrivare quasi a prevedere non solo la possibile reazione dei soggetti coinvolti, ma anche le conseguenze del proprio intervento. Un vero servitore della legge è chiamato a proteggere la vita, anche di coloro che sono sospettati di reato.

Il problema della sicurezza legato all’elevato e sconsiderato numero di armi che circolano negli Stati Uniti meriterebbe un approfondimento; tuttavia, nel caso specifico, questo tema non risulta centrale, poiché è evidente che la donna non fosse armata, e che non abbia usato in tal senso la propria auto: stava solo cercando di allontanarsi.

Questo episodio (ennesimo di una lunga serie) mostra con drammatica chiarezza come l’uso della forza, quando non è guidato da una coscienza formata, possa trasformarsi da strumento di tutela in uccisione di un innocente. La sicurezza non si costruisce attraverso la paura, né con l’uso delle armi, ma con la capacità di leggere le situazioni, contenere il conflitto e proteggere la vita, soprattutto quella di chi si trova in una posizione di evidente vulnerabilità. Quando questi principi vengono meno, non fallisce solo un singolo agente, ma l’intero mandato etico delle istituzioni chiamate a servire la comunità.


[1] Non dimentichiamo che nella stessa Minneapolis è avvenuto l’omicidio di George Floyd per mano di agenti della polizia locale e che ha tanto scosso l’opinione pubblica mondiale nel 2020.

[2] https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/115855701696773990

[3] https://globalnews.ca/news/11606075/jd-vance-renee-nicole-good-ice-shooting/

[4] https://www.nbcnews.com/news/us-news/federal-law-enforcement-involved-ice-related-shooting-minneapolis-rcna252812

[5] https://www.ilpost.it/2026/01/07/gli-agenti-anti-immigrazione-hanno-ucciso-una-persona-a-minneapolis

[6] In Italia, la disciplina sulla legittima difesa è regolata dall’Articolo 52 del Codice Penale. Affinché si possa accertare la legittima difesa, devono coesistere determinati elementi imprescindibili: l’azione deve essere dettata dalla necessità di difendere la propria vita o altrui; il pericolo deve essere presente o imminente, non passato o futuro; la difesa deve essere proporzionata all’offesa.

[7] Dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020 è stato specificato che gli agenti di polizia non possono utilizzare tecniche come la presa al collo (choke hold) o legare gli arti di una persona dietro la schiena, a meno che non sia assolutamente necessaria.

[8] L’invito evangelico a “porgere l’altra guancia” (cf. Mt 5,38-41) va inteso come rivolto al discepolo che si affida a una giustizia superiore, che non può essere tradotta direttamente in una filosofia politica. La singola persona, se chiamata dallo Spirito o mossa da una particolare grandezza d’animo, può – e talvolta deve – rinunciare al proprio diritto alla difesa. Essa diventa invece doverosa quando ad essere in gioco vi è la difesa del debole (vittima innocente). In tali circostanze, la passività non è più una scelta spirituale legittima, ma diventa omissione di giustizia e di carità nei confronti dei più deboli e indifesi. A tal proposito cf. S. Visintainer, «Legittima difesa», in L. Rossi – A. Valsecchi (edd.), Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Paoline, Roma 1976, 544-549.

[9] Chiaramente sono implicati anche altri aspetti, come quello psicologico, sociale, culturale.

[10] Cf. S. Bastianel, Coscienza, onestà, fede cristiana. Corso fondamentale di etica teologica, a cura di D. Abignente, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2018, 197.

[11] Idem. Per un approfondimento riguardo la legittima difesa cf. S. Bastianel, Coscienza, onestà, fede cristiana. Corso fondamentale di etica teologica, 193-200.

[12] https://www.youtube.com/watch?v=vSO5xIBpMRo

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2 Commenti

  1. Pietro 19 gennaio 2026
  2. Non credente 19 gennaio 2026

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