
Un’immagine di scuola italiana ottocentesca, ammirata nella mostra in corso a Novara, L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata, (qui) mi accompagna nel pensiero triste, commosso e a tratti rabbioso riguardante la tragedia di Crans-Montana.
Evento che chiama a un appello coscienziale insegnanti e tutti coloro che si relazionano nella la scuola e con la scuola. In questi giorni la didattica – soprattutto rivolta agli adolescenti – risente di ciò che ha violentemente scosso famiglie e amici dei giovanissimi coetanei feriti e uccisi in un rogo infernale. La ripresa scolastica dopo le vacanze natalizie ha un sapore amarissimo e immagino la fatica nel ritorno a lezione. La mente va altrove. Necessariamente.
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Leggo l’accorata lettera di una docente che sul Corriere della sera si rivolge alla sua alunna Chiara, che non ritroverà più in classe. Ascolto al telegiornale le voci di presidi, psicologi, educatori chiamati a riflettere e accompagnare un dolore difficile se non impossibile da lenire.
Molti ragazzi e ragazze sopravvissuti e i loro amici e compagni saranno certamente aiutati da valenti terapeuti del corpo e della psiche, prontamente e giustamente allertati. Vorrei tuttavia rivolgermi alle persone consacrate, ai docenti di religione (non menzionati dai media) perché affilino le loro matite per comunicare aiuto spirituale a chi ne ha bisogno.
Purtroppo, le omelie funebri ribadiscono talora contenuti stantii (sempre le stesse espressioni, sentite mille volte…) lontani dai vissuti di chi soffre le perdite di persone care. Le inevitabili domande che rimbalzano nelle menti, nei cuori di chi a fatica asciuga le proprie lacrime (che ne è ora di lui, di lei, di loro? Come fare per non dimenticarli? Li rivedremo un giorno? Cosa pensiamo quando parliamo di “anima”?) non sembrano molto considerate.
Oppure vengono approcciate con concetti vecchi, lontani dalle esperienze e dal linguaggio contemporaneo. Dopo un lutto grave mi furono di aiuto più le poesie di Emily Dickinson che le parole di alcuni sacerdoti.
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Non a caso durante le recenti esequie di due ragazzi milanesi sono apparse frasi tratte dal Piccolo Principe di Saint Exupéry ed è risuonato il brano di un cantautore italiano. Forse non avvertiamo solo l’assenza di un grande poeta come Dante Alighieri a farci sentire poveri di immagini del “dopo”.
Sentiamo la mancanza di idee e di parole che ci aiutino a pensare e ridefinire il rapporto con l’altro sia quando il suo corpo vive materialmente sia quando, in qualche misura, scompare ai nostri occhi.
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Il filosofo francese Jacques Derrida (1930- 2004) coglie con intensità quanto la morte dell’altro ci interpelli. Nel volume Ogni volta unica, la fine del mondo (Jaca Book, Milano, 2005) sono raccolti lunghi necrologi che egli redasse per amici e colleghi.
Fa capo al suo pensiero l’infinita responsabilità di ciascuno nei confronti dell’altro. Responsabilità che è soprattutto avvertita quando la morte dell’altro sopraggiunge ed è la fine di un mondo, quello abitato da chi non è più presente con la sua assoluta singolarità. La coscienza di ciascuno scopre sé mentre si accorge dell’ospitalità riservata all’altro che già lo abita. Infatti, nel linguaggio – caratteristica distintiva della nostra specie – sono depositati segni e simboli antichissimi appartenenti ad altre generazioni e culture.
Dobbiamo essere testimoni di chi ci ha lasciato. Il filosofo sollecita la memoria umana ad affrontare il lutto. Nel finale dell’introduzione al testo, Derrida cita un verso del poeta Paul Celan:” Il mondo non c’è più, io debbo portarti”. Nella stessa introduzione il filosofo ammette che “vorrebbe credere” a quel Dio che permetterebbe sì la fine di un mondo ma non la fine del mondo.
Tuttavia, gli sembra inadeguata l’idea di resurrezione che faccia alzare, camminare, ritornare in vita. E troppo consolatoria l’idea dell’anastasis (intesa come resurrezione generale dei morti) illustrata da un altro filosofo francese, Jean-Luc Nancy. nel commento all’immagine del “Noli me tangere”.
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Un libro che consiglierei di commentare con i più giovani è quello di una donna, una rabbina francese vivente e spesso chiamata a recitare il Kaddish, la preghiera ebraica per i defunti (Delphine Horvilleur, Piccolo trattato di consolazione, Einaudi, Torino, 2011). Nell’indice di questo testo troviamo i nomi di defunti di cui – su invito di parenti e amici – ella ha onorato la memoria con preghiere, e pensieri di vita secondo la sapienza ebraica.
Entrare in relazione con pensatori contemporanei (anche non credenti) che affrontano tematiche teologiche ed escatologiche è una sfida inevitabile per uomini e donne di fede. Soprattutto per chi accompagna i giovani nei percorsi di formazione dove la scuola ha ancora un posto centrale. Il confronto serio e qualificato con religioni e culture diverse può favorire l’approfondimento con la propria tradizione. È importante non calare dall’alto i contenuti bensì intercettare far vibrare pensieri e emozioni che spesso sono solo intuiti e censurati dalla paura.
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La maestra italiana del quadro ottocentesco è una dolce figura di cui imitare la silenziosa attenzione nei confronti di piccoli studenti che appaiono ritratti a loro agio in un ambiente dimesso ma ospitale. C’è luce nei loro volti e sui loro libri e quaderni.
La memoria di chi ci è stato caro (e lo è ancora) merita cura, pensiero critico e faticosa ricerca di immagini e di parole adeguate. Non ha nulla da invidiare a un lungo e importante percorso psicoanalitico. Non si improvvisano discorsi né è possibile utilizzarne altri già usati e ormai logori. La dimensione spirituale della nostra persona va vestita con abiti nuovi tagliati su misura, di buona stoffa, dai colori accuratamente scelti e accompagnata da note – visive, poetiche e musicali – come accade nelle sfilate migliori. Solo così il ritratto di chi manca ci apparirà nell’aria della stanza:
Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto (Antonia Pozzi).






Ma perché tanti ragazzi così giovani affollavano quel posto? Perché quel posto era così ambito da tanti ragazzini? IO non riesco a spiegarmelo. E ancora perché tanti genitori permettono che minorenni passino la notte dentro un baraccio a centinaia di chilometri da casa? Possibile non ci fosse un modo alternativo pee passare il capodanno a 15 anni? Sarebbero ancora vivi se ci fosse stato? E se ci fosse sensibilità nei genitori del fatto bisogna che dire qualche no?
Perché ? … Non è bello puntare il dito ma ci sono delle responsabilità che troppo spesso si ignorano. I ragazzi (certi ragazzi) oggi pensano solo a se stessi senza intravvedere i pericoli. I genitori (certi genitori) sono assenti o impotenti nell’imporre regole … e si lascia fare qualsiasi scelta.
No, non è bello, ma è necessario, credo, puntualizzarlo, quando vediamo queste scene orripilanti e quando vediamo che chi avrebbe delle responsabilità anche gravi, spesso finisce per lavarsene le mani e non mi riferisco ai genitori che, in questo caso, soffrono le pene dell’inferno e solidarizzo con loro, ma in generale, l’andazzo troppo permissivo degli ultimi decenni sta riducendo la società ad un complesso di problemi generati proprio dal lassismo e dalla mancanza di responsabilità che si riscontra troppe spesso sia nelle istituzioni che nelle famiglie.
Concordo pienamente con il suo punto di vista. Pur non volendo minimamente commentare la tragedia occorsa, mi sono domandato in effetti come mai tutti questi adolescenti fossero lì soli, forse senza tutori, lontani da casa, in mezzo a bottiglie di champagne che andavano e venivano, per lo meno così si vede dai filmati. Ad i minorenni non dovrebbero essere somministrati alcolici; non ho ancora letto un articolo in riferimento a questo aspetto. Emerge poi, al di là della evidente fraudolenza dei proprietari del locale, che confido la magistratura dimostrerà, un sistema paese, quello svizzero, tutt’altro che ineceppibile e preciso come il luogo comune ci vorrebbe far credere. Nessun controllo al locale in anni, normative vaque o non applicate, nel beneplacito comune. La nostra Italia, pur con i suoi limiti, è su un altro livello; una volta tanto riconosciamocelo: da noi i controlli ed i permessi necessari ad esercitare attività di questo tipo sono stringenti. La Svizzera, d’altra parte, è considerata da molti uno stato con tante ombre; in effetti è un paradiso bancario, una di quelle situazioni funzionali a chi fa affari, diciamo bonariamente così.