Di fronte alla guerra verso i poveri e i migranti

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In un recente Chiaroscuro (cf.qui su SettimanaNews) abbiamo riportato le durissime parole di papa Leone, secondo cui «con l’abuso dei migranti vulnerabili non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi ‘indesiderabili’ come se fossero spazzatura e non esseri umani». Riportiamo ora il messaggio inviato dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humans il 22 febbraio, giorno in cui a Trapani si commemorano i migranti annegati per il ciclone Harry. Un altro segnale della rivolta della coscienza cristiana di fronte al cinismo e all’indifferenza nei confronti di tanti nostri fratelli e sorelle (Giuseppe Savagnone).

Carissime e Carissimi tutti,

sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!

Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo  il ciclone «Harry», che hanno causato circa mille dispersi –  è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità.

Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come «pescatori di uomini di donne» in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi.

Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari.

***

Carissime, Carissimi, il vostro gesto, oggi torna a dare voce alla memorabile domanda che Papa Francesco rivolse al mondo intero nel suo indimenticabile primo Viaggio Apostolico, a Lampedusa:

«“Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?» (Omelia, 8 luglio 2013).

Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo.

Cari amici, unito a voi spiritualmente invoco il Signore della vita perché queste nostre sorelle e questi nostri fratelli possano adesso raggiungere la sospirata accoglienza nel cuore di Dio. Come cantava il poeta: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (C. Pavese, da Il mestiere di vivere).

Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.

Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. Lo dicevo alla Città di Palermo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia:

«Sognare insieme. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».

Uniti. Insieme. Per «ri-cor-dare», per irrorare di amore i cuori e dare speranza.

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Un commento

  1. Marco Bassani 25 febbraio 2026

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