
«Tre raccomandazioni per il futuro» è il testo della Lectio divina tenuta alla centesima seduta del Consiglio Pastorale Diocesano a Triuggio (Villa Sacro Cuore), il 26 maggio 2002, dall’allora Arcivescovo di Milano, il Cardinale Carlo Maria Martini. Oggi, nell’anniversario numero 99 della sua nascita, lo vogliamo ricordare riprendendo il testo con cui il Cardinale si congedava dal suo Consiglio pastorale dopo oltre vent’anni di guida della Diocesi di Milano, durante il quale la città aveva vissuto gli anni di piombo del terrorismo e i rivolgimenti della inchiesta giudiziaria di «Mani Pulite». Il testo è conservato e reperibile nell’archivio digitale della Fondazione Carlo Maria Martini, che ringraziamo per il permesso alla pubblicazione. Ringraziamo anche il prof. Marco Vergottini, allora segretario del Consiglio pastorale, per il prezioso suggerimento.
Desidero anzitutto ringraziare quanti di voi hanno partecipato alla Veglia di preghiera al Filaforum di Assago per rendere lode a Dio con me per il mio 50° di sacerdozio; grazie pure a coloro che hanno partecipato alla Messa della Domenica di Pentecoste.
Il Segretario del Consiglio, invitandomi a tenere una lectio divina, mi ha cortesemente segnalato un testo del Nuovo Testamento che, a suo giudizio, «si presenta come straordinario repertorio di idee e di lezioni di stile, nel genere letterario “ultime raccomandazioni alla comunità”».
È il brano di Eb 13,7-19, e il segretario aggiunge: «Leggendolo e rileggendolo, vi ho trovato una carica commovente nella memoria dei padri nella fede; un coraggio avvincente nell’indicare la qualità del rapporto che deve legare la comunità dei credenti con l’autorità; un radicalismo forte nel sollecitare alla preghiera e all’agire evangelico; infine una consolazione rappacificante nel richiamare come le relazioni di paternità/figliolanza nella fede, consolidate nel passato, non potranno venire meno nel futuro».
Ovviamente tali caratteristiche mi hanno attratto e ho deciso di meditarlo con voi.
Prima, però, vorrei esprimere di tutto cuore un vivissimo ringraziamento per l’impegno solerte del Consiglio, per ciò che ha operato fino alla sessione centesima. Appartiene alla magia dei numeri biblici il fatto che quella di oggi sia la centesima sessione vissuta con me. Penso quindi a coloro che mi hanno preceduto e a coloro che hanno contribuito a questa esperienza significativa di Chiesa che ho potuto fare con voi. Menziono almeno il prof. Vergottini, il segretario, che è stato l’anima e il cuore del Consiglio aiutandolo a essere davvero una realtà familiare intensa. Ringrazio inoltre cordialmente Sua Eccellenza Monsignor Coccopalmerio, mio valente delegato, che ha sempre amato, stimato e promosso le vostre riunioni.
Non è il caso di fare una sintesi approfondita del cammino compiuto. Mi limito a leggere qualche parola di Vergottini, che condivido: «L’esperienza di questo Consiglio Pastorale Diocesano insegna che per lucidità di analisi, cognizione di causa, capacità di argomentazione, gli interventi in aula dei consiglieri laici non lasciano a desiderare, neppure sulle questioni più tradizionalmente assegnate alla competenza del clero. D’altra parte questo premuroso farsi carico delle sfide ecclesiali non ha svilito l’interesse e la passione dei consiglieri per le vicende storiche e la testimonianza civile dei credenti. Più ancora, il Consiglio ha mostrato la potenzialità di divenire luogo emblematico di incontro e alleanza tra i diversi ministeri, carismi, stati di vita, così da favorire un modello di Chiesa partecipata, vera palestra di dialogo e confronto in vista del rinnovamento del tessuto ecclesiale sotto la guida del Vescovo».
A questo punto riporta le mie parole di 10 anni fa per una sintesi decennale, che posso ripetere tali e quali oggi: «Personalmente mi sono sentito profondamente interpellato, stimolato, sostenuto e verificato dal costante contatto con tutti i membri del Consiglio, che ringrazio vivamente per la dedizione e lo spirito ecclesiale con cui hanno collaborato al cammino della diocesi».
Dopo questa premessa, che mi sembrava doverosa, ci dedichiamo alla lectio divina.
Lectio di Eb 13,1-7.16-18
Del brano della lettera agli Ebrei, tratto dal capitolo 13, analizzeremo soprattutto i primi sette versetti e, successivamente, i vv. 16-18, che sono più pertinenti al nostro tema.
Le edizioni della Bibbia danno uno o più titoli a questo capitolo 13. La Bibbia di Gerusalemme intitola i primi 18 versetti «Consigli per la vita cristiana», e gli ultimi – da 19 a 24 – «Due conclusioni: saluto e augurio della grazia».
Un’altra edizione preferisce un solo titolo: «Ultime raccomandazioni», e a questo ci ispiriamo, perché di fatto, cronologicamente, sono le ultime raccomandazioni che affido a voi, l’ultima lectio con la quale ci mettiamo insieme in ascolto della Parola.
Nel segnalarmi il testo, il segretario accennava a testi analoghi che riportano discorsi di addio o ultime raccomandazioni o forme di quasi testamento spirituale. Il testo più noto e certamente più bello è Gv 13-17, il cosiddetto «discorso dopo la cena»; è il testamento spirituale di Gesù. Tuttavia ce n’è un altro, che però commenterò martedì prossimo nell’incontro con i presbiteri: il cosiddetto «discorso di Mileto» (At 20,17-35), discorso di Paolo agli anziani di Efeso, quando sta per lasciarli.
Come sapete, questo genere letterario è diffuso ampiamente nella Bibbia: pensiamo alle ultime raccomandazioni di Mosè (Gen 49), ad alcuni capitoli del libro di Samuele, dove sono riportate le raccomandazioni del profeta, al testamento di Davide (1Re 2,1ss). È anche un genere letterario apocrifo, come vediamo nel «Testamento dei dodici patriarchi».
Rispetto ai testi citati, il nostro brano è più breve e meno impegnativo: una serie di raccomandazioni finali al termine della lettera agli Ebrei.
Suddivisione del brano
Il brano è composto da due esortazioni, una iniziale e una finale, che inquadrano un insegnamento solenne centrale. Non contiene solo ultime raccomandazioni, bensì sette raccomandazioni iniziali, tre finali (sette più tre fa dieci) e, al centro, un testo di grande proclamazione kerygmatica: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (v. 8). Alla proclamazione fanno seguito alcune riflessioni cristologico eucaristiche, potremmo dire forzando un po’ il testo. A noi interessano le prime sette e le ultime tre esortazioni.
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La proclamazione centrale
«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre». È come la sigla di questa nostra ultima sessione, la sigla che unisce passato, presente e futuro. Voi tutti conoscete l’importanza che essa ha in quanto è stata il motto del Giubileo. Così il Papa scriveva nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, del 1994: «L’anno 1997 sarà pertanto dedicato alla riflessione su Cristo, Verbo del Padre. Occorre infatti porre in luce il carattere spiccatamente cristologico del Giubileo … Il tema generale, proposto per questo anno è: Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo ieri, oggi e sempre».
Il testo che proclama la centralità di Cristo Gesù È stato riproposto ampiamente anche in seguito. Cito dalla Novo Millennio Ineunte, il documento del 6 gennaio 2001, che rilancia il cammino della Chiesa: «Grande è stata quest’anno la gioia della Chiesa, che si è dedicata a contemplare il volto del suo Sposo e Signore». E all’inizio del capitolo 1, dal titolo «Un volto da contemplare», dice: «La nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto». Siamo dunque chiamati a contemplare la centralità di Cristo.
L’invito del Papa è ripreso dal documento programmatico della CEI – «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» –, e lo riprenderemo nell’omelia, perché è anche al centro dei testi liturgici la proclamazione del nome di Dio e di Cristo. Vorrei ricordare che questa tensione di contemplazione della centralità di Cristo ha dominato l’ultima settimana dell’Assemblea della CEI, conclusa venerdì scorso. L’abbiamo iniziata proprio con una riflessione sul tema: «L’annuncio di Gesù Cristo, l’unico Salvatore e Redentore, e la missione dei credenti in un contesto di pluralismo sociale e religioso».
Dalla relazione portante, tenuta da Monsignor Marcello Bordoni, professore emerito dell’Università Lateranense, mi piace citare una pagina che sottolinea quel «domani, sempre»:
«L’annuncio del primato di Cristo va però compiuto non solo rivelando il suo compimento nel corso della storia -Cristo ieri, Cristo oggi –, punto di confluenza e di arrivo delle più elevate aspettative di tutta l’umanità e degli annunci profetici, ma anche nel suo carattere di anticipazione escatologica – sempre – per cui la presenzialità dell’oggi di Dio compiuto in Gesù Cristo si protende verso un’ulteriore consumazione che si compirà nel momento finale parusiaco, nel quale questa pienezza e definitività si rivelerà in tutto il suo fulgore nelle dimensioni di un’umanità che avrà raggiunto la pienezza della redenzione di tutto, insieme al cosmo trasfigurato».
Quindi l’importanza di guardare anche al Cristo futuro, al Cristo che viene e che compie. Possiamo allora comprendere pure qualcosa del significato salvifico delle altre religioni, rispetto alla pienezza di rivelazione definitiva di Cristo. E Monsignor Bordoni continua: «L’importanza di questa reale dimensione anticipatrice dell’evento cristologico già compiuto va ricercata nel fatto che essa rispetta tutto il valore del cammino della storia. È una pienezza crescente quella del tempo della Chiesa, che si protende nell’annuncio del Cristo come il Venuto che viene e accompagna la Chiesa sua Sposa verso la parusia, momento ultimo della consumazione».
L’affermazione centrale del brano della lettera agli Ebrei corrisponde anche a ciò su cui la Chiesa sta riflettendo in questo inizio del terzo millennio.
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Le esortazioni finali
Vorrei ora riprendere brevemente le cosiddette raccomandazioni finali, anzitutto le prime sette.
«Perseverate nell’amore fraterno».
«Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».
«Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale».
«Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio».
«La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. Così possiamo dire con fiducia: il Signore è il mio aiuto, non temere. Che mi potrà fare l’uomo?».
«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio».
«Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede».
Si tratta di raccomandazioni riguardanti l’amore fraterno, l’ospitalità, l’attenzione ai carcerati, la santità del matrimonio, il guardarsi da ogni avarizia, e hanno come conclusione: «ricordatevi dei vostri capi e imitatene la fede».
* Cerchiamo di approfondire il v. 7, dove Paolo invita a ricordare.
− Questo «ricordatevi» concerne persone umane, non il Signore. Nella Bibbia ricorre spesso l’esortazione a ricordarsi di Dio, ma ricorre talora anche il ricordarsi di persone umane. Penso al discorso di Mileto: «Vigilate, ricordando che per tre anni notte e giorno non ho cessato di esortare tra le lacrime ciascuno di voi». Paolo invita a ricordarsi di lui. Nel discorso di Mattatia ai suoi figli (1Mac 2), il ricordo va invece più lontano: «Ricordate le gesta compiute dai vostri padri ai loro tempi e ne trarrete gloria insigne e nome eterno. Abramo non fu trovato forse fedele nella tentazione e non gli fu ciò accreditato a giustizia?». E poi esorta a ricordarsi di Giuseppe, di Giosuè, di Caleb, di Davide, di Elia, di Daniele (vv. 49ss). È interessante come tale discorso viene ripreso da Giuseppe Flavio nel libro delle Antichità, quando Mattatia sul letto di morte dice: «Io me ne vado, figli miei … Ricordatevi dei sentimenti di colui che vi ha dato l’esistenza e vi ha educati».
L’invito alla memoria è abbastanza comune nei testi biblici e appartiene perciò a un atteggiamento cristiano.
− Di chi ricordarsi? Dei capi, egoumenoi, di coloro che hanno avuto qualche responsabilità. Vanno ricordati perché hanno annunziato la parola di Dio.
Questi capi probabilmente sono coloro che hanno fondato la comunità: forse Pietro, forse Marco, forse Paolo, se l’autore della lettera non è lui.
«Perché hanno annunziato la parola di Dio». Quando leggo questo versetto penso sempre: spero di poter essere un po’ ricordato almeno per aver annunciato davvero la Parola.
− Da questa memoria viene un aiuto alla perseveranza: «considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede». Quindi si tratta di persone già morte, presumibilmente martiri, comunque morte nella perseveranza della fede, e sono motivo per noi di ricordo e di imitazione.
Possiamo pensare ai nostri padri nella fede, scomparsi recentemente: il Cardinale Montini, il Cardinale Colombo, don Luigi Serenthà, don Giovanni Moioli, padre Baj e tanti altri. Persone che ci hanno proclamato la parola di Dio e di cui dobbiamo imitare la fede da loro conservata fino in fondo.
* Significative e importanti sono pure le tre esortazioni dei vv. 16-18.
− «Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (v. 16). Una raccomandazione che riprende quelle interrotte al v. 7 per lasciare posto alla grande proclamazione – «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» e ne continua lo sviluppo: Gesù si è sacrificato, ha santificato il suo popolo con il proprio sangue, anche noi dobbiamo uscire con lui dall’accampamento e andare verso di lui, per mezzo di lui offriamo un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.
A partire dal primato di Gesù, si passa al primato del sacrificio spirituale, mediante il quale con la vita si rende lode a Dio. E, nel v. 16, siamo esortati a inserirci in questo sacrificio spirituale. A inserirci con due atteggiamenti «beneficenza e far parte dei propri beni agli altri»; in greco due semplici parole: eupoiia (fare del bene) e koinonia (condividere).
A dirci: fare del bene e condividere è sacrificio di lode, gradito a Dio, è thusia, azione sacrificale accetta a Dio. Sono certo che anche l’esperienza del Consiglio Pastorale Diocesano è stata esperienza di condivisione, nella quale ci siamo aiutati gli uni gli altri.
− Seconda esortazione (v. 17): «Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi». Ritorna la parola egoumenoi, che appariva già al v. 7, ma mentre allora era capi defunti, qui sono viventi.
Tre le ragioni per cui occorre obbedire ai propri capi e essere sottomessi.
Prima: «perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto». In greco questo «vegliano su di voi», hanno cura di voi, è agrypnein, agrypnousin. Non è usato il verbo gregorein, che indica il vegliare, e la differenza è anche segnalata dalla radice. Gregorein viene da egheiro (perfetto egregora); egheiro significa svegliarsi, alzarsi, risorgere, stare svegli; mentre invece per i capi si richiede un po’ di meno, appunto l’agrypnein.
Agrypnein, secondo il significato etimologico, vuol dire «dormire nei campi», ed è il dormire dei pastori o di chi sorveglia il raccolto perché non sia rubato durante la notte; per cui diciamo: si dorme con un occhio solo. Non è il vegliare totale della preghiera, ma quel dormire con cura, come la mamma col bambino vicino, che dorme e però è pronta al primo strillo, al primo gemito. Dunque l’azione di quanti portano responsabilità è di essere giorno e notte sensibili e vigilanti ai bisogni di coloro che sono a essi affidati: «Vegliano su di voi come chi ha renderne conto».
Una seconda ragione: «obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo». Quindi, per rispetto ai capi, per amore verso di loro. Appare qui la percezione che chi ha cura degli altri può anche farlo gemendo; i problemi, le fatiche, gli intoppi, i blocchi, le resistenze sono tali che uno va avanti a furia di sospiri. Perché ciò non avvenga Paolo fa questa esortazione.
La terza ragione: «Ciò non sarebbe vantaggioso per voi». Il far gemere, il far star male chi ha responsabilità, non è vantaggioso nemmeno per i sudditi. Il testo greco ha una parola piuttosto rara: alysiteles, non paga la spesa. Far star male chi ha responsabilità non rende, mentre quando il responsabile è di buon umore tutto è più facile per colui che è sottomesso.
Forse la naturalezza con cui Paolo chiede obbedienza e sottomissione è lontana dalla nostra mentalità. Per noi oggi la sottomissione è l’Islam, i sottomessi totalmente, servilmente; noi amiamo parlare di più di dialogo, di collaborazione, di condivisione. Non per niente quella del Consiglio Pastorale è esperienza di consiglio, di condivisione di responsabilità. Rimane sempre, ovviamente, il momento in cui chi ha responsabilità deve, a proprio rischio, esercitarla e dire: ho ascoltato e ora chiedo che si faccia così, me ne assumo la responsabilità davanti a Dio.
− La terza esortazione (v. 18) è un invito di Paolo (o dell’autore della lettera, chiunque sia) a pregare per lui: “Pregate per noi”. Un invito commovente: dopo aver esposto nella lettera concetti altissimi, che ancora oggi risultano ardui da comprendere, con molta umiltà chiede di essere ricordato nelle preghiere.
E aggiunge le ragioni che lo spingono a questo.
Anzitutto «perché crediamo di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto». Perciò ritiene di meritare le preghiere della comunità. Nel discorso di Mileto (At 20) Paolo si esprime più ampiamente: non mi sono sottratto a dirvi tutta la volontà di Dio, giorno e notte vi ho esortato anche con lacrime a convertirvi a Dio e a Gesù Cristo, non ho desiderato né oro, né argento, né veste da nessuno. Per questa buona coscienza chiede: pregate per me.
Un’altra ragione la troviamo al v. 19: «Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché possa esservi restituito al più presto». Parole un po’ misteriose. Forse Paolo è in prigione, in ogni caso è lontano, e domanda che, attraverso la preghiera, venga liberato (al v. 24 dice: «il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà»), comunque gli sia data occasione di rivedere la comunità.
Meditatio del testo
Dopo il momento della lectio, momento in cui abbiamo cercato di capire con quale affetto, intensità, sincerità, Paolo rivolge le ultime raccomandazioni alla sua comunità, mi chiedo quali suggerimenti emergono dal brano.
(1) Leggo in questo brano soprattutto un esame di coscienza per me.
* Come ho annunciato la Parola?
«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio». L’ho annunciata con forza, con incisività, con chiarezza? Quante volte mi sono trovato, di fronte alla Parola, impotente e balbettante, ben conscio di quanto immensamente di più essa diceva! Quante volte ho avuto l’impressione, dopo una riflessione o un’omelia, che dovevo dire di più, andare più a fondo! Sgorga quindi in me una richiesta di perdono per l’inadeguatezza di fronte alla parola di Dio.
* Come ho vegliato su di voi?
«Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi come chi ha da renderne conto». Con quale cura mi sono ricordato di tutti, delle situazioni, delle necessità, delle priorità, delle realtà che dovevano essere promosse e di quelle che dovevano essere rimosse? I motivi di pentimento e di rimorso che provo, li metto nelle braccia della misericordia divina. Mi sovviene sempre il passo di Dante: «Ma la bontà di Dio ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei». Certamente viene in mente quando mi confronto con le parole di Paolo: «Essi vegliano su di voi come chi ha da renderne conto».
* Soprattutto, in un terzo punto di esame di coscienza, mi domando: con quanta gioia ho operato?
«Perché facciano questo con gioia e non gemendo».
Se guardo all’esperienza di alcuni miei grandissimi predecessori, mi accorgo che faticavano ad avere questa gioia. Tutti conosciamo il detto del Cardinale Ferrari, che ripeteva più volte: «essere vescovo è aerumnarum abyssus», un abisso di tribolazioni. Egli sentiva il suo essere vescovo come peso, e lo viveva gemendo.
Posso confessare che, probabilmente a motivo della mia superficialità, non ho avvertito il peso del ministero. Certamente è impegnativo, ma grazie ai miei collaboratori, grazie a voi e a quanti voi rappresentate, ho vissuto fino a oggi senza gemere troppo. Talora mi vergogno di questo e mi dico: forse dovevo gemere di più. Chiedo dunque perdono al Signore se ciò si deve alla mia superficialità, al non aver preso a cuore le situazioni. Comunque non avrei potuto perseverare per tanti anni se non avessi vissuto con qualche sollievo e serenità, cercando di vedere il molto bene attorno a me, pure nello sfondo delle negatività proprie del nostro tempo.
In proposito, e concludendo l’esame di coscienza per me, vorrei rileggere alcune parole rivolte ai preti nei tre corsi di Esercizi sul vangelo di Giovanni: Mi sembra che, nonostante siamo circondati dalla secolarizzazione, dall’indifferenza e dall’incredulità, la nostra situazione sia meno drammatica di quella della comunità giovannea, che era una piccola luce in mezzo a immense tenebre, eppure aveva una fede, una gioia, una serenità profonda. Se siamo obbedienti allo Spirito, la grazia dell’oggi ci fa ritrovare la luce delle prime comunità suscitate dal fatto cristiano, e leggere nel Nuovo Testamento ricchezze straordinarie di ottimismo vissuto in condizioni difficili e oscure. Sono convinto che la gloria di Dio si può manifestare in noi oggi perfino più che nel passato. Oso dire perfino più che nel tempo del Nuovo Testamento, nel senso che la forza della Parola ci permette oggi di leggere ancora più a fondo il carattere provvidenziale delle prove che stiamo attraversando. Essi erano agli inizi e tutto ciò era una prova grande per loro in quanto non avevano niente dietro che spiegasse il senso di ciò che stavano vivendo. A noi è dato di interpretare con più dovizia, con maggiore ampiezza di orizzonti, di storia, di tradizioni (pensiamo ai santi anche recentissimi), la ricchezza di questo tempo, assai più di quanto potevano fare le povere, modestissime comunità del Nuovo Testamento, uomini e donne sconosciuti in mezzo a un mondo potente e pieno di mondanità. Perché allora non dovremmo lasciar trasparire la gioia e la serenità che hanno irradiato?
È l’invito a non tradire la forza che il Nuovo Testamento ha immesso nella storia, a essere quel piccolo seme, piccolo lievito, piccolo gregge al quale Dio ha dato il Regno.
(2) Infine esprimo tre brevi raccomandazioni che vi consegno a conclusione di questa lectio divina.
* Ricavo la prima dalla caratteristica dei capi di annunziare la parola di Dio: non trascurate la Parola, amate la Parola, approfonditela, nutritevi della Parola. Certamente, come ho spiegato nella Messa del Giovedì Santo, la Parola proclamata nella liturgia, che ha la sua pienezza nella liturgia; ma va anche letta, meditata come Parola scritta nelle pagine dei vangeli e della Scrittura.
* Una seconda raccomandazione la traggo dal v. 18: «Pregate per noi». Conto sulle vostre preghiere perché mi accompagnino nella nuova esperienza di vita che comincerà verso la meta o la fine dell’estate; una esperienza nuova per me, il cosiddetto terzo tempo dell’esistenza umana, come ho avuto modo di spiegare in questi giorni riferendomi a un proverbio indiano. Il proverbio parla di quattro tempi della vita: nel primo si impara; nel secondo si insegna; nel terzo si va nel bosco (luogo del silenzio, del raccoglimento, della riflessione, della preghiera; e anch’io pregherò per voi nel bosco); nel quarto tempo della vita si impara a mendicare. Il culmine dell’ascesi indù È infatti la mendicanza, l’andare in giro con la ciotola in mano per ricevere il pane quotidiano. Per noi il tempo della mendicanza ha un significato più concreto, che verifico tutte le volte in cui visito i preti anziani o le case di riposo, di ricovero: dipendere dagli altri. Fa parte della vita il dover dipendere e bisogna prevedere di aiutarsi anche in questo, appunto con la preghiera.
* La terza e ultima raccomandazione mi è suggerita ancora dal v. 17: «Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi … obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi».
Accogliete con gioia il nuovo Vescovo, accoglietelo con lo stesso spirito di fede, di disponibilità, di collaborazione, di condivisione, di sostegno, di perdono, di pazienza, che avete usato con me. Sarà vantaggioso per lui, che così non farà troppa fatica, e per voi.
+ Carlo Maria card. Martini





