
Sono passati più di 10 anni dall’omicidio delle suore saveriane Olga Raschietti (83 anni), Lucia Pulici (75 anni) e Bernardetta Boggian (79 anni) avvenuto il 7 e l’8 settembre 2014 a Bujumbura (Burundi). Grazie alla pubblicazione del libro Nel cuore dei misteri (ed. All Around, 2024) di Giusy Baioni, le indagini sono state riaperte.
Le indagini in un libro
Esse hanno portato all’arresto, a Parma, di Harushimana Guillaume, 50 anni, originario del Burundi, ora residente a Parma, quale presunto autore dell’omicidio.
L’arrestato era stato collaboratore del generale Adolphe Nshimimana, già capo della polizia segreta, identificato come mandante dell’assassinio e ucciso nel 2015, ma anche collaboratore del Centro Giovani di Kamenge dei saveriani e che, come tale, riceveva molti aiuti anche dall’Italia.
Proprio per questo, l’arresto ha subito suscitato polemiche politiche con titoli molto violenti di accusa verso le giunte comunali che hanno sostenuto il Centro.
Questo clima, che ha trasformato la questione in un contenzioso politico, ha portato le suore ad affidarsi a un comunicato stampa, tramite il loro sito molto misurato, che si sottrae – giustamente – ad ogni polemica.
Per questo la telefonata fatta a sr Giordana Bertocchini, superiora generale, è iniziata con l’avviso che non avrebbe detto niente di più di quello che era stato scritto.
Effettivamente, il comunicato sulla vicenda giudiziaria dice quanto basta: «La Famiglia delle Missionarie di Maria – Saveriane –, appresa la notizia dell’arresto di una persona gravemente indiziata per il coinvolgimento nel massacro delle nostre tre sorelle, Olga Raschietti, Lucia Pulici, Bernardetta Boggian, desidera, anche a nome dei familiari, esprimere un profondo ringraziamento alla Procura della Repubblica e al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Parma per l’impegno profuso e la grande professionalità, che hanno permesso questo risultato.
Ringrazia anche tutte le persone che, in vari modi, hanno dato il loro contributo e che ci sono state vicine in questi anni, in particolare il nostro Vescovo S.E. Mons. Enrico Solmi e i nostri fratelli Missionari Saveriani.
Auspica che questo importante passo nella ricerca della verità contribuisca a fare piena luce su questa vicenda e su tante altre ancora nell’ombra.
Affida alla preghiera di Olga, Lucia e Bernardetta la delicata situazione nella Regione dei Grandi Laghi e la sofferenza di quelle popolazioni, di cui hanno condiviso la vita, perché si aprano cammini di vera pace.
Parma, 26 febbraio 2026
Un dolore vissuto nella preghiera
Alla luce della presunzione d’innocenza di chi è in attesa di giudizio, le suore non fanno riferimento alla persona. Si esprimono, invece, con gratitudine verso la procura che «ha compiuto un lavoro eccellente».
Riaprire il caso e vederne gli sviluppi è per sé stessa una buona cosa. Per le suore dimostra che si può fare giustizia e dà la speranza che, per tante altre situazioni simili in contesti segnati da povertà e violenza, si può comunque cercare affinché la giustizia faccia il suo corso. E questo, anche per altri delitti in Burundi, apre la speranza di un cammino comune, per una pace vera.
D’altra parte, è vero che, riaprire il caso, ha voluto dire anche riaprire una ferita profonda che resta. Un dolore vissuto, comunque, con apertura di cuore e, soprattutto, col desiderio di poter rientrare in Burundi, dove, per ora, hanno chiuso la comunità.
Un dolore che cerca giustizia, ma, nello stesso tempo, prega per chi si è reso colpevole di tale efferato omicidio. Una preghiera sostanziata dallo stesso atteggiamento con cui le suore hanno vissuto in Burundi e vivono in molte altre regioni del mondo extraeuropeo.
Interpellata sul perdono, suor Giordana ha risposto indicando la chiara consapevolezza che la tragedia è accaduta in un contesto in cui vivono persone che hanno avuto meno di noi, sono cresciute con molte possibilità in meno, e in un clima culturale in cui la vita non ha il valore che in Europa le è riconosciuto.
Pensare a chi non ha giustizia
Sin dall’inizio le suore hanno “portato nella preghiera” gli autori, sino ad allora sconosciuti. Come hanno dimostrato il libro e poi l’indagine, le suore erano da subito convinte che i veri autori non avevano a che fare con l’unica persona indagata e processata. L’indagine aveva, infatti, subìto molti depistaggi. Per cui, oggi, ricordano nella preghiera prima di tutto quest’uomo.
Ora le vicende offrono un volto, di fronte al quale sr Giordana ricorda la frase di papa Francesco dopo la visita al carcere di Regina Coeli: «Ogni volta mi chiedo perché mai non sono io lì dentro».
Il privilegio – così lo definisce la superiora generale – di essere nate in Italia e di aver ricevuto la vocazione si può dire che venga restituito nel vivere il dolore facendosi vicine a chi ha colpito.
La terribile tragedia ha gridato a chiare lettere la vita donata dal giorno della loro consacrazione, anche se la realtà del male resta impressionante. Le diverse comunità – come ha raccontato sr Giordana – da subito hanno iniziato a vivere tutto nella preghiera fiduciosa.
La discrezione ha impedito la domanda circa il darsi quotidiano di un cammino che cerca la pace in questa storia capace di alimentare sentimenti molto violenti.
Possiamo solo intuire che è stata la Parola letta e riletta, l’Eucaristia celebrata e la sororità vissuta con intensità ad accompagnare le parole immediate e precise della superiora generale.
Dopo la condivisione dei loro sentimenti, sappiamo che il dolore della comunità saveriana è diventato occasione per pensare ancor di più a chi non ha giustizia, per riflettere sulle diseguaglianze del mondo che spianano la strada a comportamenti violenti. Nello stesso tempo, si è consolidata la certezza che la pace di una società nasce dall’intreccio tra giustizia e perdono.





