Il Venezuela e il suo sentire

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Dehoniani in Venezuela

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Nel mese di dicembre il superiore generale dei dehoniani, p. Carlos Luis Suarez Codorniú, si è recato in visita ai confratelli presenti in Venezuela, rientrando in Italia pochi giorni prima dell’operazione militare statunitense a Caracas.

Il mese di dicembre e la sua eco nelle prime settimane di gennaio costituiscono il periodo dell’anno più amato e atteso in Venezuela. La consueta bonarietà della gente si intensifica in ogni angolo come l’aroma del buon caffè. I sapori e le melodie natalizie pervadono il Paese perché stanno per arrivare il Bambino Gesù e il Nuovo Anno.

Infatti, secondo il sentimento venezuelano, entrambi gli eventi danno il via a un domani ideale e immediato, ricco di bontà. Forse per questo motivo i più recenti governanti del Paese hanno deciso di anticipare, con decreto presidenziale, l’inizio del periodo natalizio al mese di ottobre.

Tuttavia, al momento di programmare la visita ai Dehoniani in Venezuela, ho preferito limitarmi al calendario delle ultime settimane di Avvento e alla prima settimana di Natale.

Attraverso il Paese

Arrivare in Venezuela non è stato semplice. Il viaggio dall’Europa è stato complicato dalle indicazioni delle autorità statunitensi che impedivano di sorvolare alcune zone dei Caraibi. Per questo motivo il percorso si è allungato fino a Bogotá, il che mi ha permesso di salutare la comunità dehoniana situata nella periferia Sud della città.

Da lì sono partito per Caracas. Ringrazio i Dehoniani in Venezuela per avermi permesso di condividere con loro il mese di dicembre. La congregazione, qui presente dal 1953, conta ventuno religiosi distribuiti in sei comunità. Sono attivi anche nelle missioni dell’Ecuador e di Cuba. Si occupano di parrocchie, una scuola, dispensari medici e due centri di spiritualità. Sono apprezzati per la loro vicinanza e disponibilità.

Negli ultimi due decenni sono stati testimoni del progressivo deterioramento sociale, politico ed economico del Paese. Tra i numerosi indicatori che lo dimostrano, ne segnalo tre: l’emigrazione di milioni di persone; le violazioni dello Stato di diritto; e l’abbandono del Paese da parte di più di venti congregazioni religiose.

Durante il mio viaggio attraverso il Venezuela, quando chiedevo di persone che avevo conosciuto in passato, ottenevo sempre la stessa risposta: «Se n’è andato. È a…». La ricerca di condizioni di vita migliori ha causato un’emorragia incontrollabile in tutte le direzioni. Non c’è famiglia senza emigranti.

Molti di loro collaboravano alle attività pastorali. Altri si sono messi in viaggio a causa delle loro idee e del loro impegno sociale. Ogni dissidenza nei confronti del potere costituito è diventata un reato. Ho potuto incontrare alcuni detenuti in uno dei centri penitenziari più temuti della capitale. Lì molti prigionieri continuano a rimanere in carcere senza aver avuto un processo o una prima udienza in tribunale, nonostante il lungo periodo, anche anni, trascorso in cattività.

Alcuni di loro hanno perso la vita a causa dei maltrattamenti e della mancanza di cure mediche. Li abbiamo pianti. L’impunità per gli abusi giudiziari, extragiudiziari, polizieschi e paramilitari è cresciuta giorno dopo giorno. A questo proposito, sono vane le numerose sentenze emesse da vari organismi internazionali che denunciano tali pratiche.

Vita religiosa in Venezuela

La vita consacrata non è rimasta indifferente a quanto sta accadendo. Ho potuto parlare con membri di altre congregazioni. Nonostante si cerchi di mantenere la presenza nei diversi settori della società, soprattutto in quello educativo e nei luoghi più popolari e marginali, gli ostacoli imposti dal governo non rendono facile il compito.

Numerosi apostolati e opere sociali hanno dovuto chiudere, soffocati dagli ostacoli burocratici, dalle esigenze amministrative e dalla difficoltà di ottenere risorse finanziarie e materiali. Tuttavia, va detto che non sono mancate la creatività e le nuove iniziative, nonostante la diminuzione del numero di religiosi, seminaristi e sacerdoti.

Non sono pochi quelli che si sono sentiti obbligati a mettere da parte la loro vocazione, o la loro responsabilità nel Paese, per vedere in che modo possono aiutare i propri cari. A questo si aggiunge la difficoltà che hanno i religiosi stranieri a ottenere il visto d’ingresso nel Paese.

Come detto in precedenza, si potrebbero aggiungere infinite altre realtà che rendono molto difficile la vita delle persone: i salari irrisori, il collasso del sistema sanitario pubblico, l’abbandono del sistema scolastico da parte di insegnanti e studenti, il deterioramento dell’industria petrolifera e così via, in un lungo elenco che evidenzia il fallimento di un regime incline al vittimismo e palesemente scollegato dalla realtà.

In altre parole, è diventato evidente che il benessere e la felicità non si ottengono per decreto, né tantomeno attraverso strutture ideate a tal fine, come si è tentato di fare con la creazione del sotto-ministero per la Suprema Felicità Sociale del Popolo nel 2013.

La “migrazione” di Maduro

A tutto questo scenario si aggiunge ora l’assenza dal territorio venezuelano della coppia presidenziale che ricopriva tale carica. Anche se lasciare il Venezuela è diventato normale, il modo in cui tutto è avvenuto è stato assolutamente insolito. Anche loro sono stati costretti a lasciare il Paese. Sono stati portati via “con la forza”, per dirla con un’espressione biblica.

Come milioni di compatrioti, anche loro sono stati vittime. Ma in questo caso, vittime di sé stessi e del mondo felice che loro, come personificazione di un’ideologia, hanno voluto costruire senza tenere conto dei tre quarti della nazione, come hanno dimostrato quando hanno ignorato i risultati elettorali del luglio 2024.

Non è ancora chiaro cosa accadrà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. L’impatto che avrà la tutela del vicino settentrionale sulle istituzioni del Paese è ancora da vedere. Il diritto internazionale, con i suoi limiti e le sue possibilità, è stato ancora una volta messo alla prova e al centro del dibattito.

Sebbene le opinioni di alcuni e altri si scontrino sulla legittimità del metodo di estrazione utilizzato, è innegabile che milioni di venezuelani lo abbiano vissuto come un episodio di speranza e con manifestazioni di gioia di massa, soprattutto all’estero. Sentimenti legittimi, ma non sufficienti.

Non portano da nessuna parte, al di là dello sfogo momentaneo della rabbia e del dolore accumulati. Preferirei piuttosto sentire che questa nuova congiuntura viene sfruttata affinché ciascuno si chieda: «Che cosa hai fatto?», «Dov’è tuo fratello?».

Interrogativi scomodi, ma indispensabili. Qualsiasi risposta che pretenda di apportare qualcosa di veramente costruttivo dovrà nascere dal binomio disarmante della verità e della carità. Non sarà così semplice se si sostiene la negazione dell’altro, non solo come soggetto, ma come possibilità di riconoscerlo fratello in tutte le circostanze.

Il cibo di casa… migliore di qualsiasi fast-food

D’altra parte, le incertezze che emergono da quanto accaduto a Caracas mi rinnovano nella convinzione che non è umano appropriarsi del tempo, di quell’intangibile che non si misura con lancette o cifre, ma che è segnato da ciò che di più intimo e autentico c’è in ogni popolo.

Coloro che hanno cercato di appropriarsene per decreto hanno voluto nascondere dietro un sorriso felice un’intera nazione. Il tempo intangibile, tuttavia, si svolge tra lacrime e assenze, silenzi e risate, parole e tavole, musica e sapori. Sapori come quello della hallaca, il piatto natalizio più emblematico della cucina venezuelana, che ha una certa affinità con il tamal colombiano.

La sua preparazione è complessa. Richiede un team di collaboratori. Ognuno con le proprie responsabilità, senza fretta e senza scorciatoie. Il processo richiede almeno un giorno di lavoro, anche perché non si prepara mai una sola hallaca. Infatti, la hallaca viene cucinata con l’intenzione di essere offerta in gran quantità “agli amici e ai vicini”, come dice l’evangelista Luca parlando della gioia di ritrovare ciò che era perduto.

Quando si prepara questo piatto, tutti sanno di essere coprotagonisti. Alla fine nessuno potrà attribuirsi l’esclusività del risultato perché è il risultato di tutti. A mio avviso, questo modello di mani che si cercano per cucinare qualcosa di sostanzioso sarà sempre più proficuo di quello della mano che impugna una spada agitata da slogan che, come gli idoli, invocano insaziabilmente la morte.

Di fronte a ciò, come antidoto di sanità mentale e buon senso, il popolo venezuelano ha conservato, contro venti e maree, i suoi migliori desideri nel Bambino che nasce e nell’anno che arriva, perché sa che con loro arrivano nuova vita e nuovi orizzonti.

In ogni caso, sia il piccolo Gesù che il giovane anno richiedono, proprio come la hallaca, collaboratori entusiasti e motivati affinché il bene possa realizzarsi. Lavoro di squadra.

Di sicuro non mancheranno le mani dei Dehoniani in questo compito. Il risultato, anche se lungo e laborioso da raggiungere, avrà sicuramente il buon gusto delle cose fatte in casa, sempre migliori di qualsiasi fast-food.


Venezuela: ¿cocina por decreto?

El mes de diciembre y su eco en las primeras semanas de enero configuran el periodo del año más deseado en Venezuela. La bonhomía habitual de sus gentes se intensifica como aroma de buen café por todos los rincones. Los sabores y las melodías decembrinas cubren el país porque están por llegar el Niño Jesús y el Año Nuevo. De hecho, para el sentir venezolano, ambos eventos dan paso a un mañana ideal e inmediato saturado de bondades.

Tal vez por esta razón los gobernantes más recientes del país han decidido adelantar, por decreto presidencial, el inicio de la temporada navideña al mes de octubre. No obstante, a la hora de programar la visita a los dehonianos en Venezuela, preferí limitarme al calendario de las últimas semanas de Adviento y a la primera de la Navidad.

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Llegar no fue tan sencillo. El viaje desde Europa se complicó por las recomendaciones de las autoridades norteamericanas de no sobrevolar ciertas áreas del Caribe. Por ese motivo la ruta se alargó hasta Bogotá, lo que me permitió saludar a la comunidad dehoniana situada en la periferia sur de la ciudad. Desde allí salí hacia Caracas. Agradezco a los dehonianos en Venezuela por permitirme compartir el mes de diciembre con ellos. La congregación, presente desde 1953, cuenta con veintiún religiosos distribuidos en seis comunidades. También están presentes en la misiones de Ecuador y en la de Cuba.

Atienden parroquias, una escuela, dispensarios médicos y dos centros de espiritualidad. Son apreciados por su cercanía y disponibilidad. En las últimas dos décadas han sido testigos del deterioro progresivo del país en lo social, lo político y lo económico. De los abundantes indicadores que permiten constatarlo, señalo tres: la emigración de millones de personas, las violaciones al estado de derecho y la salida del país de más de veinte congregaciones religiosas.

En la medida en que viajé por el país, obtuve una respuesta reiterada cuando pregunté por gente conocida: «Se fue. Está en…». La búsqueda de mejores condiciones de vida ha causado una hemorragia incontenible en todas las direcciones. No hay familia sin emigrantes. Muchos de ellos colaboraban en actividades pastorales. Otros se pusieron en camino a causa de sus ideas y de su compromiso social. Toda disidencia al poder establecido se ha convertido en delito.

Pude encontrarme con algunos privados de libertad en uno de los más temidos centros penitenciarios de la capital. Allí siguen muchos presos sin que hayan tenido juicio, o una primera presentación ante un tribunal, a pesar del largo tiempo, incluso años, de cautiverio trascurrido. Algunos de ellos perdieron la vida a causa del maltrato y de la falta de cuidados médicos. Los hemos llorado. La impunidad ante los abusos judiciales, extrajudiciales, policiales y paramilitares ha crecido día tras día. Al respecto, en vano sobreabundan las sentencias y dictámenes emanados desde diversos organismos internacionales denunciando tales praxis.

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La vida consagrada no ha sido indiferente a cuanto sucede. Pude conversar con miembros de otras congregaciones. A pesar de que se intenta mantener la presencia en los diferentes sectores de la sociedad, sobre todo en lo educativo, y en los lugares más populares y marginales, los obstáculos impuestos desde el gobierno no lo hacen fácil. Numerosos apostolados y obras sociales han tenido que cerrarse ahogadas por las trabas burocráticas, las exigencias administrativas y la dificultad de obtener recursos financieros y materiales.

Sin embargo, hay que decir que la creatividad y las nuevas iniciativas no han faltado, incluso a pesar de la disminución del número de religiosos, seminaristas y sacerdotes. No son pocos los que se han sentido obligados a dejar de lado su vocación, o su responsabilidad en el país, para ver de qué manera pueden ayudar a los suyos. A esto se suma la dificultad que tienen los religiosos extranjeros para obtener la visa de ingreso al país.

Como se dijo anteriormente, cabe añadir un sinfín más de realidades que están dificultando grandemente la vida de la gente: los salarios irrisorios, el colapso del sistema público de salud, la deserción de educadores y alumnos del sistema escolar, el deterioro de la industria petrolera y así una larga lista que evidencia el fracaso de un régimen de tendencia victimista y a todas luces desconectado de la realidad.

Dicho de otra manera, se ha hecho evidente que el bienestar y la felicidad no acontecen por decreto, ni tan siquiera por estructuras ideadas para tal fin, como se pretendió con la creación del Viceministerio para la Suprema Felicidad Social del Pueblo en 2013.

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A todo este escenario se suma ahora la ausencia del territorio venezolano de la pareja presidencial que detentaba ese cargo. Aunque dejar Venezuela se ha hecho normal, la manera en que todo sucedió ha sido absolutamente inusual. También ellos acabaron viéndose forzados a salir del país. Fueron sacados “con brazo fuerte”, por decirlo con expresión bíblica. Como millones de compatriotas, también ellos han sido víctimas. Pero en este caso, víctimas de sí mismos y del mundo feliz que ellos -como personificación de una ideología- quisieron construir sin contar, prácticamente, con las tres cuartas partes de la nación, tal como lo dejaron de manifiesto al desconocer los resultados electorales de julio de 2024.

Aun es incierto saber qué acontecerá en las próximas semanas y meses. El impacto que tendrá la tutela del vecino del norte en las instituciones del país está por verse. El derecho internacional, con sus límites y sus posibilidades, una vez más ha quedado sometido a la prueba y al debate. Si bien las opiniones de unos y otros se cruzan sobre la legitimidad por el modo de extracción empleado, es innegable que millones de venezolanos lo han vivido como un episodio esperanzador y con multitudinarias expresiones de júbilo, sobre todo en el exterior. Sentimientos legítimos, pero no bastan.

No llevan a ninguna parte, más allá del desahogo puntual de la ira y el dolor acumulados. Más bien me gustaría oír que esta coyuntura novedosa es aprovechada para que cada uno se pregunté a sí mismo: «¿qué hiciste?», «¿dónde está tu hermano?». Interpelaciones incómodas, pero indispensables. Cualquier respuesta que pretenda aportar algo realmente constructivo tendrá que gestarse en el binomio desarmante de la verdad y de la caridad. No será tan sencillo si se sostiene la negación del otro, no solo como sujeto, sino como posibilidad de reconocerlo hermano en todas las circunstancias.

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Por otra parte, las incertidumbres que surgen a partir de lo acontecido en Caracas me renuevan en la convicción de que no es humano apropiarse del tiempo, de aquel intangible, el que no se mide con manilla ni dígitos, sino el que viene marcado por lo más entrañable y auténtico de cada pueblo. Quienes intentaron adueñarse de él por decreto, han querido disfrazar de carita feliz a toda una nación. El tiempo intangible, sin embargo, acontece entre lágrimas y ausencias, silencios y risas, palabras y mesas, música y sabores.

Sabores como el de la hallaca, que es el alimento navideño más emblemático de la cocina venezolana, con cierto parentesco con el tamal colombiano. Su elaboración es compleja. Exige un equipo de colaboradores. Cada uno con su responsabilidad, sin prisas y sin atajos. El proceso requiere al menos un día de trabajo, además porque nunca se hace una sola hallaca. De hecho, la hallaca se cocina con la intención de ser ofrecidas en buena número “a los amigos y a los vecinos”, como dice el evangelista Lucas al hablar de la alegría por encontrar lo perdido.

Cuando se hace este plato, todos se saben coprotagonistas. Al final ninguno podrá atribuirse la exclusividad del resultado porque es el logro de todos. A mi entender, este modelo de las manos que se buscan para cocinar algo enjundioso será siempre más provechoso que aquel otro de la mano que sostiene una espada agitada por consignas que, como los ídolos, insaciablemente invocan a la muerte. Frente a ello, como antídoto de cordura y sensatez, las gentes de Venezuela han conservado, contra viento y marea, sus mejores anhelos en el Niño que nace y en el año que llega, porque saben que con ellos llegan vida y horizontes nuevos.

Como sea, tanto el pequeño Jesús como el joven año requieren, al igual que la hallaca, colaboradores entusiastas y motivados para que lo bueno acontezca. Trabajo de equipo. De seguro no faltarán las manos dehonianas en la tarea.

El resultado, aunque haya sido largo y laborioso alcanzarlo, de seguro tendrá el buen gusto de las cosas hechas en casa, siempre mejor que cualquier fast-food.

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