La fabbrica delle suore

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Non è solo per l’occasione dell’8 marzo che piace segnalare un apprezzato intervento editoriale di storia delle donne e di genere. Il libro raccoglie alcuni saggi firmati da storiche italiane, il cui titolo rasenta l’ironia, “La fabbrica delle suore” ma è presto spiegato dal sottotitolo: “Istituti religiosi femminili al lavoro tra ‘800 e ‘900”.[1]

Le tematiche affrontate ci sembrano stimolanti per una riflessione sul presente benché gli eventi e le figure presentate risalgano anche a più di 150 anni fa.  Notizie e documenti sono stati recuperati da interviste e in archivi storici ben poco frequentati.

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Al centro vi è un tema attuale, quello del lavoro femminile extradomestico la cui difesa si fa strada molto faticosamente nella dottrina sociale della Chiesa cattolica. Valentina Ciciliot, curatrice del volume insieme a Liviana Gazzetta, apre il testo con uno sguardo di sintesi presentando documenti ecclesiastici ed encicliche papali che – fino a papa Francesco – hanno in primo luogo difeso la maternità e prestato scarsa attenzione al lavoro delle donne.

La concezione ottocentesca, caratterizzata da limitati spazi di autonomia femminile (per lo più maestre e infermiere…) segnò anche la cultura della prima metà del‘900. Ѐ vero che durante i due conflitti mondiali le donne dovettero vicariare il lavoro degli uomini arruolati negli eserciti e impiegarsi in settori prima considerati meno adatti a loro (come industria e agricoltura).

Tuttavia, nel primo dopoguerra si videro espulse dal mercato del lavoro e marginalizzate durante il fascismo. Dopo la Seconda guerra mondiale accadde la medesima estromissione, sempre in nome della difesa della famiglia.

La cultura cattolica manteneva la subordinazione di un sesso all’altro ed escludeva la presenza femminile nella sfera pubblica. La donna avrebbe avuto un “naturale” spazio nella casa e nell’educazione dei figli.

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E le suore? Per secoli il loro lavoro è stato slegato da logiche di mercato, ma tra ‘800 e ‘900 non sono mancate congregazioni femminili che si sono occupate di lavoro e di lavoratrici con risvolti economici non secondari. Volte a tutelare le donne che lavoravano fuori casa, molte religiose scelsero di vivere esperienze diversificate di cui possiamo cogliere più di un filo rosso che le collega nel lasso di tempo che va dalla seconda metà del XIX secolo alla metà del XX secolo.

Periodo caratterizzato da innovative esperienze religiose volte a fronteggiare sia la precarietà economica degli ordini  (a seguito della Rivoluzione francese, dell’età napoleonica e dell’espropriazione dell’asse ecclesiastico da parte dello Stato unitario), sia un’intensa trasformazione economica e sociale negli anni dell’industrializzazione italiana (soprattutto nel nord della penisola).

Le esperienze femminili furono molteplici e meritano ulteriori studi e ricerche specifiche. I saggi (ricchi e documentati) proposti nel testo stimolano una domanda. Che cosa hanno in comune le orsoline bresciane (studiate da Liviana Gazzetta) che, dopo il ripristino dell’ordine datato 1866, affiancarono la Società operaia cattolica femminile fondata dalle sorelle Girelli, con le suore che diressero convitti per operaie (presentate nel saggio di Annamaria Longhin)?

E ancora: quale contatto esiste tra le Apostoline di Novara che videro “la fabbrica come terra di missione” (così titola nel suo studio Irene Palumbo) e le famiglie religiose che vollero “vivere e lavorare in mezzo al popolo” (di cui scrive Liviana Gazzotta)?

Infine, come legare due “laboriosi” ordini femminili: le suore operaie della Santa Casa di Nazareth, studiate da Stefania Pavan e le Piccole Sorelle di Charles De Foucauld esaminate da Patrizia Luciani?

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Più fili rossi, dicevamo. Il primo indubbiamente riguarda la trasmissione della fede nel mondo del lavoro da parte di soggetti o meglio “soggette”, come ha scritto provocatoriamente nel 1994 Ivana Cereda, teologa mantovana, che cercò di dire Dio al femminile. Furono donne che rivelarono particolari attenzioni al mutamento storico-sociale e agli spazi che l’industrializzazione apriva al cosiddetto “sesso debole”.

Nell’Italia ove sorgevano ciminiere in campi agricoli ormai dismessi, più persone (tra le quali giovanissime ragazze insieme a madri di famiglie) dovevano lasciare la casa per recarsi in fabbriche, a volte situate in luoghi distanti. Intercettare le loro esigenze concrete, tra cui il legittimo desiderio di autorealizzazione e provvedervi fu una sfida che alcune suore colsero con coraggio e spirito di iniziativa.

Il sorgere di convitti accanto alle fabbriche rivela una forma di “intelligenza relazionale” tra i primi capitani d’industria (tessile e manifatturiera soprattutto) e gli ordini religiosi femminili che diressero i convitti. Qui l’educazione religiosa era abbinata all’accompagnamento nella vita comunitaria e al controllo soprattutto delle lavoratrici più giovani (soprattutto nella fase ottocentesca troviamo ragazzine tra i 10 e i 12 anni).

Certamente alcune avventure imprenditoriali (si pensi ai villaggi industriali) furono improntate da uno spirito paternalistico che in qualche misura contaminò l’operato delle suore. Tuttavia, le famiglie delle operaie percepivano la sorveglianza delle religiose come una garanzia, in un tempo in cui l’autorità della Chiesa era viva e diffusa. Inoltre, non mancarono esperienze particolarmente innovative.

A volte ai convitti erano affiancati laboratori in cui le bambine venivano addestrate a lavori di maglia e cucito e si provvedeva ad una basilare educazione letteraria e musicale. In una filanda in provincia di Cremona (dove già nel 1901 si preferì reclutare manodopera femminile dai 21 anni in su) le suore di San Vincenzo garantivano il funzionamento di un asilo nido all’interno della filanda per bambini da due mesi fino ai tre anni.

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Ma ciò che – nei vari decenni e in particolare nel tempo del post Concilio – lega le numerosissime esperienze è la presenza delle religiose negli stessi luoghi di lavoro. Lì, infatti, scelsero la loro missione varie congregazioni.

All’inizio del 900, tra le altre, le apostoline di Novara e le Suore Operaie della Santa casa di Nazareth. Nel secondo Novecento fu incisiva l’esperienza francese avviata dalla piccola sorella (ps) Magdeleine Hutin, fondatrice della Congregazione delle Petites Sœurs de Jésus.  Se le prime ebbero come figura ispiratrice quella  di San Giuseppe lavoratore, le ultime trovarono la loro guida nella spiritualità di Charlese De Foucauld.

Eloquenti le parole di ps Magdeleine per dire il proprio carisma: “lievito nella pasta”, “ araba fra gli arabi”, “operaia fra gli operai”. Nelle fotografie che chiudono il volume vediamo le piccole sorelle al lavoro negli anni ’60-70 del 900 in Italia, nei Paesi Bassi, in Austria.

Ci sembra inevitabile accostare alcuni di questi visi femminili con la nota immagine della filosofa e mistica francese Simone Weil ritratta (tra il 1934-35) come operaia nelle fabbriche metallurgiche di Parigi. Percorsi decisamente diversi: le piccole sorelle rifiutarono la lotta di classe e anche così si diversificarono dai preti operai. Tuttavia, va notata una comune attenzione agli ultimi (ultime soprattutto), difesa e valorizzazione del lavoro, in larga misura segnato da sfruttamento e precarietà.

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Prima di concludere vogliamo segnalare un altro filo rosso che ci sembra collegare le esperienze delle suore studiate dalle già menzionate storiche. È quello della mediazione. Lo abbiamo notato nelle relazioni che le religiose dovettero intessere con il padronato, con le figure laiche femminili (per lo più aristocratiche o altoborghesi) che inizialmente accompagnarono le varie iniziative socio-religiose.

Con i movimenti di ispirazione socialista che spesso denigravano ciò che aveva a che fare con il sacro.  E infine con la gerarchia ecclesiastica che a volte non comprese o addirittura ostacolò le iniziative delle suore. Fronti non facilmente conciliabili che tuttavia donne tenaci (anche perché da secoli addestrate all’arte del cucito) cercarono di unire seppure, a volte, scendendo a qualche oneroso compromesso.

Ritorniamo al simpatico titolo del testo, la cui lettura decisamente consigliamo. Il genitivo può essere sia soggettivo (le suore governarono le fabbriche in qualche misura) sia oggettivo. Le innovazioni, laddove sostenute anche da intelligenti interventi di laici ed ecclesiastici, favorirono (quasi una “produzione industriale”…di servizio cristiano) numerose scelte vocazionali tra donne coraggiose e animate da modelli che sentirono rivoluzionari come il loro stesso operato.


[1] Valentina Ciciliot e Liviana Gazzetta “La fabbrica delle suore. Istituti religiosi femminili al lavoro tra 800 e 900”[1] Edizioni di storia e Letteratura, Roma 2024. Il libro è risultato vincitore (ex equo con un altro testo) del Premio Gisa Ciani 2025(Terni). Nel 2025 il premio è stato promosso da Terni Donne in collaborazione con la Società italiana delle Storiche (SIS).

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