XXVI Per annum: Godersi la vita è rinunciare a vivere

di: Fernando Armellini

Vi fu un tempo in cui Dio sembrava alleato dei ricchi: il benessere, la fortuna, l’abbondanza di beni erano considerati segni della sua benedizione.

La prima volta che nella Bibbia compare la parola ebraica kesef (che significa argento o, più comunemente, denaro) è riferita ad Abramo. Egli “era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13,2); Isacco “fece una semina e raccolse in quell’anno il centuplo. Il Signore, infatti, lo aveva benedetto. Divenne ricco e crebbe tanto in ricchezza da divenire ricchissimo” (Gen 26,12-13); Giacobbe possedeva innumerevoli “buoi, asini e greggi, schiavi e schiave” (Gen 32,6). Anche il Salmista non sa promettere di meglio al giusto; dice: “Abbondanza e ricchezza saranno nella tua casa” (Sal 112,3).

La povertà era un disonore. Si riteneva fosse conseguenza della pigrizia, dell’ozio e della sregolatezza: “Un po’ dormire, un po’ sbadigliare, un po’ incrociare le braccia per riposare e intanto arriva, passeggiando, la miseria” (Prv 24,33-34).

Con i profeti avviene un capovolgimento di prospettiva: si comincia a capire che i beni accumulati dai ricchi non sono sempre frutto del loro onesto lavoro e della benedizione di Dio, ma spesso il risultato di imbrogli, di violazioni dei diritti dei più deboli.

Anche i sapienti d’Israele ne denunciano i rischi: “La sazietà del ricco non lo lascia dormire” (Qo 5,11); “L’oro ha corrotto molti” (Sir 8,2).

Gesù considera sia l’avidità dei beni di questo mondo, sia la ricchezza onestamente guadagnata come ostacoli quasi insormontabili all’entrata nel regno dei Cieli. L’inganno della ricchezza soffoca il seme della Parola (Mt 13,22), tende a conquistare progressivamente tutto il cuore dell’uomo e a non lasciare più alcuno spazio né per Dio né per il prossimo.

Beato è chi si fa povero, chi non si affanna più per quello che mangerà o berrà, chi non si preoccupa per il vestito e non s’inquieta per il domani (Mt 6,25-34). Beato è chi condivide tutto ciò che possiede con i fratelli.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi”.

Prima Lettura (Am 6,1a.4-7)

Così dice il Signore onnipotente:
1 “Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
4 Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
5 Canterellano al suono dell’arpa,
si pareggiano a David negli strumenti musicali;
6 bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
7 Perciò andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei buontemponi”.

Abbiamo visto domenica scorsa qual era la situazione economica e sociale in Israele al tempo di Amos. C’erano benessere, pace, prosperità, ma anche tante ingiustizie.

Il profeta ha alzato la voce contro i mercanti che estorcevano e truffavano i poveri. La lettura di oggi ci propone un altro brano dello stesso profeta e questa volta ad essere attaccati sono i capi politici e gli aristocratici che abitano in lussuosi palazzi “in pietra squadrata” (Am 5,11) nella città di Samaria (v.1).

Il contadino Amos non sopporta la vista di questi fannulloni che poltriscono, banchettano, organizzano feste e si sollazzano mentre i braccianti sfruttati faticano dall’alba al tramonto nei loro campi per una paga irrisoria. Amos, il pecoraio rude, abituato a dormire all’addiaccio, sente ripugnanza per queste gozzoviglie.

La satira che fa dei crapuloni di Samaria è viva, efficace e dettagliata: hanno letti d’avorio, si sdraiano su soffici materassi, i loro cibi sono gustosi e prelibati, mangiano solo carni tenere di capretti e di vitelli che non hanno ancora assaggiato l’erba, che hanno succhiato soltanto latte (v.4). Suonano, danzano, si esibiscono come cantautori, sembrano voler competere con Davide (v.5). Bevono vini dei migliori e si ungono con profumi di alta qualità e non si preoccupano della rovina che sta per colpire l’intera nazione (v.6).

La lettura si conclude con una minaccia terribile: ancora pochi anni e verranno i nemici, gli Assiri, che bruceranno i palazzi e distruggeranno la città. I capi indolenti saranno strappati dai loro molli divani e saranno trascinati schiavi a Ninive. Così finirà – promette Amos – l’orgia dei buontemponi (v.7). Parole terribili contro i ricchi e i potenti! Parole mai udite prima in Israele.

Seconda Lettura (1 Tm 6,11-16)

11 Tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
13 Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, 14 ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, 15 che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, 16 il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere.
A lui onore e potenza per sempre. Amen.

Chi scrive a Timoteo, vescovo di Efeso, è preoccupato perché nelle comunità cristiane si stanno infiltrando dei “falsi maestri” che diffondono strane dottrine che fanno deviare i cristiani dalla verità.

Nell’ultima parte della lettera vengono descritti i vizi di queste persone: sono accecate dall’orgoglio, non comprendono nulla, perdono tempo in discussioni vane e, ciò che è peggio, considerano la religione come una fonte di guadagno. L’attaccamento al denaro – dichiara – “è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,3-10).

A questo punto della lettera inizia il brano che è riportato dalla lettura di oggi. L’Apostolo raccomanda a Timoteo di fuggire questi mali e di coltivare la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la buona disposizione nei confronti di tutti (v.11).

Questo elenco di virtù è proposto ad ogni cristiano affinché rifletta sulla sua situazione spirituale. È soprattutto chi presiede una comunità che deve meditare su di esse. I fedeli, infatti, guardano a lui come ad un modello da imitare.

Nell’ultima parte della lettura (vv.12-16) l’autore ritorna di nuovo sul problema che più lo preoccupa: le false dottrine che possono infiltrarsi nella comunità cristiana. Per questo scongiura Timoteo di conservare, irreprensibile e senza macchia, il Vangelo che gli è stato annunziato.

Vangelo (Lc 16,19-31)

In quel tempo Gesù disse ai farisei:
19 C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe.
22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.
25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.
27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.

Cari poveri, in questo mondo la vostra vita è dura e, a volte, sembra davvero un inferno: abitate in baracche, soffrite la fame, vi coprite di stracci, siete pieni di piaghe. I ricchi invece dimorano in splendidi palazzi, sperperano denaro in feste, ville lussuose, vestono abiti firmati. Ma non prendetevela! Nell’altro mondo le condizioni saranno capovolte: voi gioirete mentre essi soffriranno. È solo questione di avere un po’ di pazienza e Dio tramuterà i loro piaceri in atroci tormenti!

Intesa così, la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro diviene “oppio del popolo”: serve a tenere buoni i poveri alimentando in loro il sogno di un avvenire migliore. Va bene anche ai ricchi i quali, senza angosciarsi troppo per l’inferno nell’aldilà, cominciano a godersi il paradiso nell’aldiqua.

Le grandi sperequazioni erano praticamente inconcepibili nell’antico Israele dove non era possibile arricchirsi a scapito degli altri. All’arrivo dell’anno giubilare, infatti, tutto doveva tornare ai legittimi proprietari (Lv 25). Ma le leggi possono sempre essere aggirate e chi non ha paura dei castighi di Dio ha cominciato già al tempo dei profeti ad aggiungere casa a casa e a unire campo a campo (Is 5,8). Le piccole proprietà familiari sono state gradualmente assorbite dai latifondisti e le terre sono finite nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone.

Al tempo di Gesù si attendeva un rovesciamento di questa situazione. Si diceva tra la povera gente: “Un giorno i potenti saranno consegnati nelle mani dei giusti; questi taglieranno loro la gola e li uccideranno senza pietà”. “Coloro che non valgono nulla domineranno sui potenti e i poveri regneranno sui ricchi”.

La parabola che leggiamo nel Vangelo di oggi è nata in questo contesto.

Per comprenderla cominciamo a identificare i personaggi.

Uno che non viene nominato: è colui che, nell’altro mondo, a mettere a posto ciò che in questo mondo non è andato bene, è Dio. I suoi pensieri e le sue decisioni sono posti sulla bocca di Abramo al quale, dunque, spetta il ruolo di protagonista.

Poi viene il ricco che pure recita una parte importante: il suo dialogo con Abramo occupa due terzi del racconto (vv.24-31).

Infine Lazzaro, che rimane sempre nell’ombra. Non dice nemmeno una parola, non fa assolutamente nulla, non muove un dito, non fa un passo. Egli sta sempre seduto: in terra alla porta del ricco, in cielo in braccio ad Abramo e, durante il viaggio, è trasportato dagli angeli.

Se volessimo dare un titolo alla parabola, sarebbe scorretto chiamarla: la parabola del povero Lazzaro (che non è il protagonista), oppure: la parabola del cattivo ricco. Il messaggio centrale del racconto riguarda il giudizio di Dio sulla distribuzione della ricchezza nel mondo.

In nessun’altra parabola Gesù assegna un nome ai personaggi. Solo in questa si dice che il povero si chiamava Lazzaro.

In questo mondo chi “ha un nome”? A chi sono dedicate le prime pagine dei giornali? Ai ricchi, a chi ha avuto successo. Per Gesù succede il contrario.

Per lui il ricco è un tale, mentre il povero ha un nome molto espressivo, si chiama Lazzaro che vuol dire Il Signore aiuta.

Dopo aver elencato i personaggi concentriamo l’attenzione su ognuno, cominciando dal ricco che è stato condannato, anche se, a dire il vero, non si capisce bene il perché. Non ha fatto niente di male: non si dice che rubasse, che non pagasse le tasse, che strapazzasse i suoi servi, che bestemmiasse, che fosse un dissoluto, che non fosse un religioso praticante.

Forse era insensibile ai bisogni degli altri, non aiutava i poveri e dunque commetteva un grave peccato di omissione. Ma anche questo non sembra vero: se Lazzaro stava alla sua porta e non andava da un’altra parte, vuol dire che qualche briciola la rimediava. La condizione in cui veniva lasciato era disumana: doveva accontentarsi della mollica con cui i commensali si pulivano la dita (in quel tempo non si usavano posate) e il dettaglio dei cani conferisce un impareggiabile realismo alla scena.

E il ricco? Faceva la sua vita, gozzovigliava, si vestiva all’ultima moda, ma sempre spendendo del suo. Dunque – almeno secondo il modo corrente di pensare e di giudicare – aveva un comportamento morale ineccepibile.

Del resto quando Abramo gli nega la goccia d’acqua, non gli rinfaccia alcuna colpa. Si limita a ricordargli che egli è stato ricco e in terra ha goduto, mentre Lazzaro ha sofferto. Poi in cielo le cose si sono capovolte. Ma non viene spiegato il perché. Meglio dunque non parlare del “cattivo ricco”.

C’è chi tende a demonizzare i ricchi, a considerarli sempre e comunque colmi di nequizia e ad esaltare i poveri, erigendoli a modelli di ogni virtù. Lazzaro ne sarebbe il prototipo, l’ideale.

Ma siamo così sicuri che Lazzaro fosse buono? Cosa ha fatto per meritarsi il paradiso? Nulla. Lo abbiamo notato: durante tutta la sua vita non ha mosso un dito. Non si dice che era umile e educato, che andava a pregare nella sinagoga, che era stato un padre di famiglia laborioso ed esemplare e che era diventato povero perché colpito dalla sventura. Chi ci assicura che non fosse un fannullone, uno che aveva sperperato tutti i suoi beni? E le sue piaghe, non potrebbero essere la conseguenza di malattie contratte con una vita dissoluta? Di lui si sa solo che sulla terra era povero e che la sua situazione era poi cambiata. Ma non ne viene spiegata la ragione.

Che dire infine dell’atteggiamento di Abramo?

A nessuno di noi – credo – questo personaggio risulta simpatico. In Israele si riteneva che egli, essendo il padre del popolo e l’amico di Dio (Dn 3,35), potesse, con la sua intercessione, togliere i suoi figli perfino dall’inferno. Bene, egli nega una goccia d’acqua ad un povero disgraziato. Si può essere a tal punto senza cuore? Il ricco manifesta sentimenti migliori: pur nei tormenti, si preoccupa dei suoi fratelli.

Mettendo insieme tutti questi elementi possiamo già trarre una prima conclusione: la parabola non vuole dare un giudizio sul comportamento morale del ricco e del povero. Non vuole dire che chi si comporta bene va in paradiso e chi fa il male va all’inferno, perché – risulta chiaro – il ricco non ha commesso colpe e Lazzaro non ha compiuto opere buone.

E allora? Semplice: vuol dire che la parabola ha un altro messaggio. Cerchiamo di approfondire.

Nell’antichità circolavano storie simili alla nostra, dove i ricchi andavano sempre a finir male. Si raccontava ad esempio di un ricco che aveva sfruttato i poveri e che, dopo la sua morte, era stato cacciato nel luogo del castigo. Lì era stato collocato sotto una porta e gli era stato infilato nell’occhio il chiodo sul quale la porta ruotava, così, ogni volta che qualcuno entrava o usciva, lui pativa… le pene dell’inferno.

I predicatori del tempo di Gesù usavano spesso tali immagini colorite; parlavano volentieri di castighi crudeli perché erano convinti che queste minacce servissero a far rinsavire le persone.

Anche Gesù usava queste immagini, comprese quelle terribili: parlava di banchetti, di corsi d’acqua fresca, ma anche di fiamme che torturano, di stridore di denti e di un invalicabile abisso che separa i giusti dai malvagi (v.26). Si tratta delle classiche immagini create dalla fervida fantasia degli Orientali per rappresentare l’aldilà. Sarebbe ingenuo ricavarne conclusioni teologiche riguardo all’inferno, ai castighi e al fuoco eterno e sarebbe del tutto fuorviante attribuire a Dio il comportamento severo, spietato, quasi crudele di Abramo nei confronti di un peccatore pentito.

Il “grande abisso” vuole solo ricordare al discepolo una verità fondamentale, questa: il destino dell’uomo si gioca tutto in quest’unica, irrepetibile vita.

Veniamo al messaggio della parabola.

Abbiamo una distinzione che a molti pare logica e naturale, quella fra ricchi buoni e ricchi cattivi: viene così mantenuta la convinzione che possano continuare ad esistere in questo mondo le disuguaglianze e che lo straricco possa convivere accanto al miserabile, a patto che non rubi e che faccia elemosine.

È proprio questo modo di pensare che Gesù considera pericoloso. È questa convinzione che egli vuole demolire. Nella parabola egli parla di un ricco che viene condannato non perché cattivo, ma semplicemente perché era ricco, cioè, perché si chiudeva nel suo mondo e non accettava la logica della condivisione dei beni.

Gesù vuole fare capire ai discepoli che l’esistenza in questo mondo di due classi di persone – i ricchi e i poveri – è contro il progetto di Dio. I beni sono stati dati per tutti e chi ne ha di più deve condividerli con coloro che ne hanno di meno o non hanno nulla, in modo che ci sia uguaglianza (Cf. 2 Cor 8,13). Così, prima che qualcuno possa concedersi il superfluo, è necessario che tutti abbiano soddisfatto i bisogni più elementari.

Commentando questa parabola, Sant’Ambrogio diceva: “Quando tu dai qualcosa al povero, non gli offri ciò che è tuo, gli restituisci soltanto ciò che è già suo, perché la terra e i beni di questo mondo sono di tutti, non dei ricchi”.

L’ultima parte della parabola (vv.27-31) sposta l’attenzione sui cinque fratelli del ricco che continuano a vivere in questo mondo e che corrono il rischio di rovinarsi facendo cattivo uso dei beni. Rappresentano i discepoli delle comunità cristiane (il numero cinque indica tutto il popolo d’Israele) i quali sono tentati di attaccare il cuore alla ricchezza.

Come possono essere distolti dalla seduzione che essa esercita in modo così irresistibile? Il ricco epulone ha una sua proposta e la ripete con insistenza, per due volte, perché gli pare l’unica capace di raggiungere l’obiettivo, di provocare la conversione, di portare al ravvedimento dei cinque fratelli. Supplica il padre Abramo di far giungere prodigiosamente – mediante una visione o un sogno – un messaggio dall’oltretomba.

La risposta di Abramo a questa fiducia nella capacità persuasiva dei miracoli è ferma e chiara: l’unica forza capace di staccare il cuore del ricco dai suoi beni è la parola di Dio. “Mosè e i Profeti” era la formula con cui, al tempo di Gesù, si indicava tutta la sacra Scrittura. Solo questa Parola può compiere il prodigio di fare entrare un ricco nel regno dei cieli. Sì, perché occorre proprio un miracolo, un miracolo difficile quanto quello di far passare un cammello attraverso la cruna di un ago (Lc 18,25). Chi non si lascia scalfire dalla parola di Dio è certamente impermeabile e refrattario a qualunque altra argomentazione.

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