Le crisi dei presbiteri

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prete

Da qualche anno, prima della Messa Crismale, il vescovo di Modena-Nonantola e Carpi, mons. Erio Castellucci, propone ai preti e ai diaconi delle due diocesi una meditazione su un tema specifico. Quest’anno la meditazione era dedicata alle crisi dei presbiteri: la riprendiamo di seguito (Chiesa di Sant’Agostino, Modena, mercoledì 1 aprile 2026)

 Questa meditazione si muove su un terreno delicato: le crisi dei presbiteri; si potrebbe intitolare anche “le crisi dei ministri ordinati”; ma i presbiteri, più dei diaconi e vescovi, sono esposti a situazioni che causano stanchezza e demotivazione. Ne sono segnali gli abbandoni del ministero presbiterale con la richiesta di dispensa; abbandoni che continuano a segnare la vita della Chiesa e hanno toccato anche negli ultimi anni le nostre Diocesi. Più rari sono gli abbandoni dei diaconi e dei vescovi: semmai alcuni diaconi smettono di esercitare il ministero, senza chiedere la dispensa; e alcuni vescovi si dimettono o vengono dimessi.

Tornando ai presbiteri: al di là di chi chiede di uscire dal ministero, o vi è costretto, ci sono indicatori di crisi che si manifestano in diversi modi: dai malumori al ritiro a vita privata o quasi; dalle difficoltà di relazione alle situazioni di disobbedienza pubblica; dalla cattiva gestione dei beni a comportamenti impropri di varia natura. E se possiamo, anzi dobbiamo subito dire che la grande maggioranza dei presbiteri è dedita e fedele, e quando attraversa momenti di crisi li sa affrontare, non possiamo far finta che le crisi non ci siano.

I. VIVERE E CONDIVIDERE LE CRISI
Gli orizzonti delle attuali crisi presbiterali

Le crisi presbiterali attuali, almeno in Italia e in Occidente, appaiono diverse da quelle esplose negli anni Settanta. Allora gli abbandoni erano quasi tutti rumorosi e dettati dalla contestazione verso la gerarchia o le regole della Chiesa. Le crisi emergevano normalmente per motivi affettivi e come protesta contro il celibato; ma quasi mai l’innamoramento era la prima causa; piuttosto era l’esito di crisi più profonde, che mettevano in questione il sacerdozio ministeriale, manifestavano incomprensioni e rotture con i vescovi o gli altri presbiteri, o dichiaravano sorpassata la Chiesa.

Oggi, dopo alcuni decenni, il disagio si esprime in modo normalmente meno clamoroso – se si esclude chi si fa pubblicità sui social – ma non meno insidioso. Le crisi, che sfocino o meno nella rinuncia al ministero, sono ancora intrise di insoddisfazioni, problemi relazionali, attenuazione della passione pastorale; ed è in questo tessuto fragile che si coltivano anche interessi affettivi forti ed esclusivi. Non è tanto frequente che un presbitero vada in crisi perché si è innamorato, quanto che si innamori perché è andato in crisi. Spesso va in crisi il ministero, per diversi motivi, e di conseguenza la scelta del celibato. Non è che questo semplifichi le cose, anzi in un certo senso le complica, perché chiede di scandagliare meglio le cause, cercandole soprattutto nelle qualità delle relazioni ecclesiali e negli stili del ministero.

In Occidente, semplificando, si individuano almeno tre grandi cause alla base del disagio dei presbiteri. La prima è la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero. La scristianizzazione è evidente, sebbene in Italia ci siamo illusi per molto tempo – rispetto ad es. alla Francia, che ne ha preso atto già a metà del secolo scorso – che la fede popolare “tenesse”. La cristianità è tramontata anche nel nostro Paese e il pluralismo è una cifra della nostra cultura. I presbiteri sperimentano ogni giorno questa situazione, nelle attività pastorali e negli incontri, segnalando l’indifferenza di tante persone e famiglie, il calo numerico di praticanti e collaboratori, il crollo delle richieste di alcuni sacramenti come la riconciliazione, il matrimonio e l’unzione degli infermi, lo scarso riconoscimento del loro ruolo di guide, anche dentro le comunità cristiane.

Una seconda cappa, che spesso grava su presbiteri (e al quadrato sui vescovi), è il sovraccarico delle strutture, il peso delle “cose da fare” non tutte legate all’annuncio del Vangelo: questioni burocratiche da affrontare, beni da gestire e incombenze da sbrigare. Se misuriamo in una settimana-tipo le energie dedicate alle questioni economiche e amministrative, alle richieste riguardanti beni e strutture (alcune delle quali sono ormai inutili e costose), e le confrontiamo con quanto viene richiesto al nostro ministero, che è ciò per cui lo abbiamo abbracciato e ci siamo preparati – predicazione della parola di Dio, celebrazione curata dei sacramenti, incontro con le persone – viene da ridere o forse da piangere.

Pur essendo infondato il legame con il celibato – basterebbero le statistiche a smentirlo – il fenomeno degli abusi anche da parte dei presbiteri è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Ci siamo sentiti e ci sentiamo oggi tutti potenzialmente investigati e sospettati, candidati a volte come “pedofili” solo perché presbiteri. Questa crisi, che parte da situazioni drammatiche effettive (molestie, abusi e coperture) ed è aggravata da generalizzazioni, ostilità e pregiudizi, pesa anche sulle nuove vocazioni al presbiterato. Oggi un giovane normale che scelga di entrare in Seminario deve essere ammirato anche solo per questo, perché ormai tutto soffia contro questa scelta. E un presbitero deve porre attenzioni meticolose per non dare nemmeno l’idea di provare sentimenti di affetto o simpatia verso una persona, specialmente se minore o vulnerabile.

Queste grandi cappe pesano sui presbiteri, favoriscono a volte irritazione e rabbia, lamentele, incomprensioni con i laici, gli altri presbiteri e i vescovi (e i vicari) – più raramente verso il papa – e spingono a volte alla ricerca di compensazioni: alcune lecite, altre meno. Questa è già crisi, anche se non sfocia nell’ipotesi o nella decisione di lasciare il ministero.

Il ri-dimensionamento delle crisi presbiterali

Dopo questo primo passaggio depressivo, e prima di arrivare alla pars construens, credo sia necessario ri-dimensionare il fenomeno. Ri-dimensionare non significa sminuire, ma ricollocarlo entro una dimensione che aiuti a inquadrarlo e quindi a comprenderlo meglio.

Le crisi presbiterali sono sintomo della crisi generale della Chiesa, che a sua volta respira le crisi del mondo. Che la Chiesa sia in crisi, in tutto l’Occidente e anche nel nostro Paese, è opinione condivisa e supportata dalle statistiche, oltre che dall’osservazione diretta. I libri dei sociologi italiani degli ultimi anni lo suggeriscono già solo dal titolo. Franco Garelli: Piccoli atei crescono (2016); Giuseppe De Rita: Il gregge smarrito (2021); Andrea Riccardi: La Chiesa brucia (2021); Luca Diotallevi: La Messa è sbiadita (2024)… Tutti gli indicatori segnalano un calo: nel dichiararsi credenti, e specialmente cattolici; nell’accesso ai sacramenti, nel numero dei seminaristi, nella partecipazione alla Messa, nella tenuta dei matrimoni, e così via. La pandemia sembra aver accelerato un processo già in atto, che ha trovato semplicemente occasione di procedere con maggiore rapidità.

La crisi della Chiesa non è però isolata. Il mondo sta vivendo crisi epocali: in campo economico, sanitario, sociale, ambientale, geopolitico. Non è necessario farne l’elenco, perché le conosciamo bene e ne siamo continuamente bombardati. Queste crisi planetarie, accavallatesi negli ultimi decenni con un’intensità spaventosa, continuano ad accumularsi ed entrano nelle case, anche a motivo della globalizzazione mediatica. E non solo ne sentiamo parlare, ma le viviamo nelle nostre comunità: le disparità economiche pesano sulle famiglie che faticano a far quadrare i conti; le malattie prima o poi colpiscono tutti; le tensioni sociali e politiche riguardano anche le nostre parrocchie; gli squilibri dell’ecosistema e le guerre aumentano il senso dell’insicurezza.

In Italia, poi, c’è una fortissima crisi demografica, che si accompagna all’emigrazione estera di tanti giovani e determina un progressivo invecchiamento della popolazione; e una crisi di civiltà, che sta lasciando avanzare una cultura narcisista, facendo crollare la partecipazione e l’impegno per il bene comune. Non mancano ovviamente le crisi individuali e familiari, che fisiologicamente attraversano da sempre ogni comunità.

Allora ci possiamo chiedere: se in questo contesto critico la Chiesa non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù, Verbo fatto carne, o non sarebbe – permettete – la Casa di Heidi? Non sarebbe una specie di camera iperbarica, dove si respira solo ossigeno, mentre il mondo vive anche di anidride carbonica? La Chiesa deve essere in crisi, deve vivere le crisi del mondo, altrimenti c’è qualcosa che non va. Gesù non ha radunato la comunità dei discepoli dentro a luoghi protetti, ma nelle strade, nelle rive del lago, nei villaggi e nelle case; e l’ha inviata non per creare delle élites privilegiate, ma per offrire a tutti, in qualsiasi condizione, un messaggio di salvezza.

Dalla crisi donatista del IV sec., contro cui lottò Sant’Agostino, alla crisi pauperista del XII sec., a cui rispose in modo nuovo San Francesco, fino ai tentativi contemporanei di dare vita alle comunità dei “puri”, escludendo i fragili, i poveri e i peccatori, la tradizione della Chiesa ha sempre lottato contro la tentazione del “gregge selezionato”, rivolgendosi a tutti e chiedendo a ciascuno di percorrere il sentiero che gli è possibile. Il “todos, todos, todos”, che ripeté papa Francesco ai giovani riuniti a Lisbona nel 2023 ha questo significato: non è una specie di livellamento al basso, come se ogni comportamento fosse giustificato, ma è un appello ad essere Chiesa che in partenza accoglie tutti, accompagnando il cammino possibile a ciascuno.

Tra i passaggi in cui il Vaticano II parla della Chiesa in rapporto al mondo ne ricordo due. Il primo è nella Lumen Gentium, là dove tratta della Chiesa come “popolo di Dio”: “Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace” (n. 9). La Chiesa non è un genere “a parte”, ma è fatta da quelle donne e quegli uomini che guardano nella fede a Gesù come al Salvatore: quella fetta di mondo che confida nel Signore Gesù. La Chiesa non è una mongolfiera che sorvola la storia, ma un popolo che la percorre raso terra, insieme a tutti gli altri.

Il secondo passo è l’incipit della Gaudium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dell’umanità di oggi, dei poveri specialmente e di tutti coloro che soffrono, sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (n. 1). Non si poteva dire meglio l’intreccio tra umano e cristiano, e quindi anche tra crisi del mondo e crisi della Chiesa: il Concilio infatti parla di condivisione non solo delle gioie e delle speranze, ma anche delle tristezze e delle angosce.

Le crisi presbiterali, quindi, vanno collocate prima di tutto in questo quadro. Se un ministro della Chiesa di Gesù non risentisse delle sofferenze di chi soffre, sarebbe un funzionario e non un servo di Cristo; se non fosse percorso dalle domande di fede di tanti dubbiosi, sarebbe un ripetitore e non un annunciatore del Vangelo; se non si lasciasse provocare dalle paure e dai timori delle persone a cui è inviato, sarebbe un esecutore e non un pastore e un fratello. Il ministero non è una prestazione d’opera, ma una passione del cuore. La condivisione delle crisi del mondo, dunque, fa parte della natura della Chiesa, cioè di tutti i battezzati, che vivono il discepolato, e anche di quelli che abbracciano l’apostolato come vocazione. Il punto è di impastarsi con le crisi del mondo senza mondanizzarsi, condividere gli effetti delle crisi contrastando le cause delle crisi.

II. AFFRONTARE E SUPERARE LE CRISI

Una cosa è condividere le crisi, con i loro effetti – farsi “debole con i deboli per guadagnare i deboli”, dice San Paolo (cf. 1 Cor 9,22), un’altra cosa è farsi trascinare nelle crisi fino a diventarne complici. La Chiesa deve condividere le situazioni di crisi, come Gesù sulla croce, per innestarvi il seme della risurrezione, che contesta radicalmente i semi della morte. Se questo vale per tutti i discepoli del Signore, vale ancor più per quelli che hanno fatto dell’annuncio del Vangelo il perno della loro vita. I momenti faticosi per i presbiteri possono diventare motivo di crescita e non di sconforto. Ci possono illuminare almeno quattro passi, per poter affrontare la crisi e farne occasione di maturazione, come lo stesso Gesù, che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Ebr 5,8).

Vivere amicizie significative

Il primo passo è preventivo: vivere amicizie significative. L’ideale un tempo trasmesso anche nei Seminari era quello, forse più stoico che cristiano, del camminare con le proprie gambe ed evitare amicizie particolari. Intesi in modo equilibrato, sono consigli saggi: il rischio è di intenderli come assoluti, favorendo una vita solitaria e asettica del presbitero. L’amore vissuto da celibi non ha a che vedere, come disse papa Francesco alcuni anni fa, con l’acidità che fa diventare “zitelloni” (Discorso ai sacerdoti del Convitto San Luigi dei Francesi di Roma, 7 giugno 2021). L’amore nel celibato è dono aperto a tutti coloro che incontriamo, a partire dall’esperienza di essere amati dal Signore e dalla Chiesa. Se il celibato, anziché farci crescere umanamente, ci mutila nel cuore e ci rende insensibili, siamo già in crisi. È la tentazione dell’amore generico: amo tutti, indistintamente, ma non mi coinvolgo con nessuno.

Ricordo di avere letto tempo fa una striscia di Mafalda, in quattro scene. Nella prima esclama con entusiasmo: il mio cuore brucia d’amore per tutti. Nella seconda abbraccia un mappamondo dicendo: amo l’intera l’umanità. Nella terza è stesa su un planetario: l’universo non è capace di comprendere tutto il mio amore. Nella quarta, in piedi, con i pugni chiusi e il fumo che esce dalle orecchie: è la gente che non posso sopportare! Il rischio, per noi che non abbiamo una famiglia nostra, c’è: una dedizione liofilizzata, che non passa attraverso la carne, rischia di svaporare in una filantropia generica, incapace di appassionare e, quindi, di amare; in definitiva rischia di chiudersi nell’orgoglio. Raniero Cantalamessa, in uno studio patristico, ricordava alcuni autori spirituali che segnalavano l’orgoglio come “tentazione tipica” del celibe, il quale “non è disceso da se stesso per consegnarsi, la mano tesa, a un’altra creatura; non ha detto mai a un’altra creatura come lui: dammi un po’ del tuo essere, ché il mio non mi basta” (in: Cristianesimo e valori terreni, Vita e Pensiero 1978, p. 27).

La funzione correttiva della moglie e dei figli verso i mariti e padri, noi dobbiamo cercarla nelle amicizie autentiche: intendo la correzione “alla pari”. Un tempo c’era magari la perpetua, che si permetteva di fare osservazioni al parroco; ma oggi è una scena da romanzo. Se abbiamo qualcuno o qualcuna con cui è possibile una reciproca correzione – cosa tra l’altro suggerita da Gesù – è più difficile che lasciamo crescere in noi i difetti tipici delle persone che non accettano il confronto: fissazioni, piccole manie, atteggiamenti scontrosi, infantilismi, ripicche, scetticismi, irritabilità… tutti segnali di crisi, anche quando non conclamate, perché compromettono non solo il ministero, ma prima ancora la solidità umana. E se all’inizio possono apparire simpatici originalità giovanili, poi a poco a poco diventano antipatici sclerotismi senili, che allontanano la gente.

Chiedere aiuto nelle difficoltà

Il secondo passo è: chiedere aiuto. Quando prende forma una crisi vocazionale – nel ministero, nel matrimonio, nella consacrazione – l’insidia è di volerla affrontare da soli, sperando che passi, magari con qualche preghiera in più. La preghiera certo non fa male, ma noi cristiani non viviamo una religiosità individuale: io e Dio; viviamo una fede comunitaria: Dio, noi e io. Per la nostra salute fisica sappiamo chi interpellare quando stiamo male. E per la nostra salute spirituale lo sappiamo? Quando attraversiamo una fase di buio, a chi ci rivolgiamo? Se la risposta è “non so”, è bene fermarci, prendere fiato e individuare qualcuno: una persona veramente amica che viva la stessa vocazione e quindi possa capirci bene: qui si pone ad es. la domanda della qualità delle relazioni all’interno del presbiterio, come, per gli sposi nei gruppi di famiglie, o per i religiosi e le religiose nelle comunità.

I presbiteri, che escono dal Seminario dopo lunghi anni di accompagnamento spirituale e vita comune, rischiano di non trovare o non cercare un padre spirituale e di vivere frammentariamente la relazione con gli altri presbiteri. Non basta il confessore (indispensabile anche per i più santi) o la guida spirituale; è necessaria anche una vera fraternità con altri presbiteri. Per non restare astratto, il “presbiterio” va declinato affettivamente nelle relazioni di amicizia e stima che nascono sia dall’affinità umana e spirituale (che è sana, quando non chiude ma apre agli altri presbiteri), sia dalla collaborazione per vicinanza di territorio o ambito pastorale.

La vita fraterna dei presbiteri, nelle diverse forme che può assumere – PO § 8 suggerisce «una certa vita comune o qualche comunità di vita» – è il contesto più adeguato per coltivare affetti e amicizia. Vivendo rapporti significativi dentro al presbiterio, è più facile curare la relazione cordiale e sincera con il vescovo, l’amicizia nelle comunità, con i laici e le laiche, le famiglie, le persone consacrate: questa rete di rapporti sostanzia la “famiglia” a cui un ministro dona le sue energie, comprese quelle affettive.

Individuare le vere cause della crisi

Il terzo passo, con l’aiuto delle persone amiche, è: individuare le vere cause della crisi, senza la fretta di prendere decisioni. Se si presenta una crisi tale da mettere in discussione una scelta definitiva (ministero, matrimonio o consacrazione), prima di tutto occorre sostare. Conosciamo la V regola di Sant’Ignazio di Loyola: nel momento della desolazione non scegliere: piuttosto entra nel tuo intimo, e, tenuto per mano, rifletti. E allora sarà possibile lasciar decantare il sintomo e cercare di individuarne le ragioni.

Se uno procede di corsa, è tentato di addossare tutte le colpe sul ministero o sul celibato. Può essere vero: ma prima è bene capire se per caso la ragione non stia ad un livello diverso: umano, psicologico, spirituale. Quando si addossa tutto al ministero, normalmente si cerca il colpevole fuori di sé: che sia il vescovo troppo lontano, il presbiterio poco unito o la comunità cristiana ingrata; e quando si addossa tutto al celibato, normalmente ne fa le spese il Seminario, che non ha aiutato a maturare bene la vita affettiva e sessuale.

Ripeto, può essere vero, almeno in parte. Però è importante cercare anche in altre direzioni: ad esempio, nello spessore umano della personalità. Scriveva Paolo a Timoteo: “Se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1 Tim 3,5). Con il ministero celibatario, il criterio paolino non è venuto meno: chi sceglie di diventare presbitero deve avere anche le doti per portare avanti una famiglia, altrimenti non è adatto neppure a guidare una comunità cristiana.

È importante tener presente che le crisi spesso sono legate all’appartenenza alla stirpe umana, fanno parte della vita sulla terra. Un secolo fa Salvatore Quasimodo scrisse una delle poesie più amate dagli studenti, perché brevissima, che iniziava: “ognuno sta solo sul cuor della terra”. Non dice: ogni presbitero sta solo, ogni vescovo sta solo, ma “ognuno”, ogni essere umano, vive una solitudine. Buona parte dei disagi che viviamo come presbiteri e vescovi, e che a volte sbrigativamente attribuiamo al ministero, magari con una punta di vittimismo, è comune a tutti gli esseri umani.

Un mio amico forlivese magazziniere, da poco in pensione (beato lui!), si lamentava sempre per il fatto che il suo lavoro non gli dava soddisfazioni, spesso se la prendeva con i responsabili della ditta, chiusi nei loro interessi; tornato a casa, poi doveva sopportare la moglie che brontolava e i figli che lo contestavano; e non provava nemmeno la gioia della vittoria della Juve. Non è poi molto diverso dai nostri lamenti pastorali, motivati dagli insuccessi, dall’incomprensione dei cosiddetti superiori, dalle difficoltà di comunione con gli altri presbiteri e – questo rimane invariato – dalle sconfitte della Juve.

Quando siamo insoddisfatti, anche senza arrivare a crisi radicali, pensiamo bene quali siano le ragioni, evitando i corti circuiti e la colpevolizzazione degli altri. Se un presbitero sbaglia a individuare le cause di una crisi, cercando subito le colpe fuori di sé, senza interrogare la propria consistenza umana e spirituale, si porterà dietro anche dopo, nelle scelte che farà, il lievito della crisi.

Frequentare gli ultimi

Il quarto passo è: frequentare gli ultimi. Normalmente un presbitero, nella sua attività pastorale, incontra molte persone marginali, di quelle che preferiva Gesù: malati, peccatori, sofferenti, poveri, smarriti. Chi di voi, specialmente in queste ultime settimane, è entrato nelle case o ha incontrato gente in parrocchia, ha incrociato tante crisi quanti volti, tante croci quanti uomini e donne. La vita pastorale ci mette continuamente a contatto con le più svariate fragilità: questo è un aspetto del ministero presbiterale che le indagini sociologiche non intercettano.

I calcoli, come accennavo all’inizio, riguardano altro, specialmente la richiesta dei sacramenti. Ma un parroco – o un altro ministro della comunità – che incontra un ammalato, o ascolta un fragile, non fa numero, compie un gesto irrilevante dal punto di vista statistico, ma rilevantissimo dal punto di vista evangelico. Incontrare gli ultimi, quelli che non attirano l’attenzione perché non possono esibire ricchezza, potere, salute e bellezza, rileva solo nel registro del Signore. Questo incontro fa bene a tutti, perché attiva la logica del dono, che fa crescere sia chi dà sia chi riceve.

A noi giova per mantenere i piedi per terra, conservare il contatto con i problemi, alimentare la “compassione” che Gesù prova incontrando i marginali, che lui considera centrali nel regno di Dio. Gesù si commuove davanti ai lebbrosi (cf. Mc 1,14; cf. anche Mt 20,34: due lebbrosi), davanti alla folla smarrita che gli appare come un gregge di pecore senza pastore e necessita dell’annuncio della buona notizia (cf. Mc 6,34; Mt 9,36; cf. anche Mc 8,2 e 9,22) e davanti alla morte del figlio della vedova di Nain (cf. Lc 7,13). Nella parabola del buon samaritano, che è lui stesso, si commuove davanti all’uomo ferito (cf. Lc 10,33).

In questi casi gli evangelisti usano il verbo affettivamente più carico, splakgnìzomai (σπλαγχνίζομαι), che indica il movimento delle viscere e del grembo; è un verbo che ha qualche risonanza materna. E il bello è che Gesù attribuisce anche al Padre questa affettività materna: il padre che attende il ritorno del figlio e gli corre incontro “commosso” (cf. Lc 15,20), prova affetti materni. Gesù non si commuove davanti ai farisei, al sinedrio, a Pilato o Erode; si commuove davanti a quelli che all’epoca non commuovevano, anzi erano emarginati dalla società civile e religiosa.

Ciò che la sociologia non rileva, e che costituisce il cuore stesso del nostro ministero, è la più efficace medicina per curare le crisi. A contatto con gli ultimi, ci rendiamo conto di quanti doni il Signore ci abbia dotato, e di come solo il Vangelo vissuto, parola di vita eterna, possa dare speranza tra tante parole di vita terrena. Allora capiamo che anche la forma celibataria del nostro ministero diventa un’opportunità per andare più a fondo. Scrive il domenicano Card. Timothy Radcliffe, in un libro in cui racconta di come ha superato una sua crisi giovanile, quando da frate si era innamorato di una donna: «il celibato mi offre una possibilità incredibile di intimità con gli altri. Il fatto di non avere intenzioni recondite e poter offrire un amore non divoratore e possessivo, fa sì che io possa arrivare molto vicino al cuore della vita delle persone» (Amare nella libertà, Qiqajon, Magnano 2007, p. 31).

La passione per l’annuncio Vangelo, per quanto insidiata da tanti ostacoli, crea in noi le premesse per un’unità di vita raramente possibile a chi non assume questa missione. Noi infatti studiamo, annunciamo e ci spendiamo quello che è il senso stesso della nostra esistenza: cosa più difficile, non solo per il mio amico magazziniere, ma per chiunque svolga qualsiasi mestiere o professione. Questa possibilità è un dono grande, di cui essere riconoscenti a Dio e alla Chiesa.

Se nella vita presbiterale cerchiamo realizzazioni e logiche diverse dal Vangelo, sia che restiamo sia che lasciamo il ministero, avranno vinto le crisi. Se invece scegliamo di diventare presbiteri con la volontà di dedicarci interamente al Vangelo nella Chiesa, e rinnoviamo costantemente questa volontà, come faremo tra poco nella liturgia, possiamo affrontare le crisi e uscirne più maturi.

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Un commento

  1. Domenico Marrone 15 aprile 2026

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