
Apprendiamo – con quel misto di stupore e di tenerezza con cui si guarda un cugino che apre il settimo gruppo WhatsApp di famiglia – che è ormai accertata la nascita di un’ennesima associazione teologica su base regionale nel Sud Italia. Ci saranno ovviamente validi (e forse anche imperscrutabili) motivi…
Ma qui il pensiero corre inevitabilmente al vecchio rasoio di Occam: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem» (gli enti non hanno da essere moltiplicati senza necessità). Evidentemente, però, il povero Guglielmo di Occam non aveva conosciuto il cattolicesimo italiano. Altrimenti avrebbe formulato un principio inverso: «Se esistono due teologi italiani, nasceranno almeno tre associazioni».
Naturalmente, guai a criticare. Ti spiegano subito che questa proliferazione è un segnale inequivocabile di “ricchezza di prospettive”, “pluralismo ecclesiale”, “valorizzazione dei territori”… Chi oserebbe opporsi a queste sagge considerazioni?
Il problema è che, a volte, più che trattarsi di pluralismo, pare che in Italia ogni differenza finisca per partorire una sigla. Ogni sfumatura una struttura. Ogni divergenza un direttivo. Ogni dissapore un nuovo statuto. Ogni amicizia un coordinamento scientifico. Ogni congrega un periodico di settore.
Una pletora di sigle
Con beneficio d’inventario, dunque con un margine di approssimazione per difetto, queste risultano le principali sigle teologiche italiane (in rigoroso ordine alfabetico):
ABI
AICa
AIPSC
AMI
APL
ATI
ATISM
CATI
CTI
ET
GIDDC
SIRT
Obiezione: qualcuno potrebbe sostenere che in questo elenco non è dato evincere che il CATI (Coordinamento delle Associazioni Teologiche Italiane) sorse – più di trent’anni orsono – proprio per riunire e mettere in rete le principali associazioni di settore in Italia, in vista di promuovere il confronto, l’informazione e la comunicazione tra esse. Ma si potrebbe prontamente ribattere che «il principio ha finito per mordersi la coda», giacché – organizzando incontri seminariali, congressi periodici e dando vita a pubblicazioni – il CATI ha rischiato per diventare esso stesso un’ennesima associazione che si aggiunge alle altre…
Tornando alla motivazione di “cucina regionale”: se si è potuto dar vita di recente all’Associazione teologica per la Calabria, perché fermarsi lì? Tutte le venti regioni italiani dovrebbero seguirne l’esempio (!).
Nondimeno, siamo così sicuri che i teologi dell’Emilia non abbiano forse sensibilità assai differenti da quelli della Romagna? E che i teologi del Trentino possano convivere serenamente con i colleghi dell’Alto Adige, senza predisporre un apposito organismo di mediazione spirituale (rigorosamente bilingue)?
Per non parlare delle differenze abissali tra la sensibilità escatologica di domenicani (e dei passionisti) rispetto a quella incarnazionista di francescani (e gesuiti). Temi delicatissimi, da evitare per non restare folgorati da scosse elettriche…
E poi oggi esistono – giustamente – le questioni di genere. La nascita del Coordinamento delle teologhe era necessaria? Non sarebbe stato meglio che un sano lobbismo femminista puntasse a rivendicare cariche nelle associazioni storiche a prevalenza maschile? Oltretutto, pare che nel CTI non ci siano preclusioni verso potenziali soci maschi…
Ma – v’è ancora da chiedersi –: oltre la metà degli anni ’20 si può davvero continuare con associazioni teologiche rigidamente binarie? Non sarebbe forse opportuno prevedere una Consulta interdisciplinare per le sensibilità teologiche fluide e non imbrigliate nel rigido schematismo maschio/femmina? Con un logo inclusivo, naturalmente.
No al narcisismo associativo
Ricordo ancora lo stupore di diversi teologi europei davanti al panorama multiforme e differenziato che caratterizza l’associazionismo teologico in Italia.
Peter Hünermann, a Tubinga, molti anni fa, ascoltava l’elenco delle variegate sigle teologiche italiane con la stessa espressione di chi scopre l’esistenza di quaranta ministeri in una repubblica di un migliaio di abitanti. Nell’AKD (Associazione cattolica docenti di teologia dogmatica e fondamentale) a cui pensava il professore tubinghese, i membri di numero ridotto (poco più di 200) sono tutti cattedratici (con una stabilità economica che noi tutti in Italia ci sogniamo!).
Il panorama italiano è quello che è… ma un dato merita d’essere riconosciuto come largamente positivo: l’alto numero di persone che nel nostro Paese si occupano di teologia – in passato per lo più preti, oggi v’è un buon numero di laiche e laici – trova nelle diverse associazioni luoghi più accoglienti delle istituzioni accademiche e una qualche possibilità di riconoscimento.
Per concludere, torniamo all’interrogativo di partenza. Nell’Associazione Teologica Europea convivono studiosi provenienti da culture, lingue, storie e impostazioni diversissime. Da noi, invece, talvolta sembra impossibile mettere attorno allo stesso tavolo persone che abitano a quaranta chilometri di distanza senza creare una nuova sigla autonoma.
Naturalmente, tutto questo viene sempre motivato con le più nobili intenzioni: si intende promuovere i territori, valorizzare le competenze, sostenere le minoranze, favorire il dialogo. E – senz’alcun dubbio – c’è molta buona fede e passione…
Purtuttavia, il sospetto maligno – che forse appartiene anche alle deformazioni caratteriali di chi scrive – è che “sotto sotto” agiscano anche campanilismi, protagonismi, minuscole sovranità clericali. Oltre al desiderio recondito di aspirare a un ministero episcopale o a un “cardinalato” (per ecclesiastici o per laici), naturalmente da esercitare… per il bene della Chiesa.
In altre parole, sorge il sospetto che il cristianesimo nasca per sua natura universalista, ma che poi il cattolico italiano resti segretamente affezionato al campetto parrocchiale e al corporativismo delle confraternite.
Forse servirebbero davvero:
- un piccolo gesto ascetico;
- una quaresima delle sigle;
- un digiuno degli statuti;
- uno spirito più global anziché glocal.
O, ancora, un sinodo penitenziale che faccia piazza pulita di ogni narcisismo associativo.






Capisco l’ironia, ma bisogna farne un buon uso. Indebito mi sembra far cenno a “imperscrutabili” motivi senza conoscere neanche quelli validi.
Affermare che bastava fare lobby all’interno dell’associazionismo teologico italiano anziché dare vita a un Coordinamento delle teologhe vuol dire essere fuori dalla storia della teologia italiana, fare finta che non esistano dinamiche di preclusione nei confronti delle teologhe, e non riconoscere la qualità specifica (prima di tutto a livello di metodo di lavoro) dell’unica associazione teologica italiana capace di prendere posizione pubblica su questioni di rilievo nella vita del paese.
Gran parte delle sigle addotte sono associazioni di “settore” (specifiche discipline), e allora bisognerebbe procedere anche in senso inverso e chiedersi perché in Italia dai biblisti ai canonisti si sono raggruppati a sé stante – non è che l’ATI e il comparto dei sistematici abbiano una qualche responsabilità?
E prima di citare esemplarità estere bisognerebbe conoscere lrealtà: in ambito linguistico tedesco abbiamo “Arbeitsgemeinschaft” teologiche dei 1) sistematici; 2) pastoralisti; 3) liturgisti; 4) teologhe; 5) giovani ricercatori/ricercatrici; 6) Mariologia; 7) teologia morale; 8) la WGTh (Wissenschafltiche Gesellschaft fuer Theologie, che lavora a livello interdisciplinare); 8) pedagogia della religione… e così via, insomma, tante quante quelle italiane lungo il curriculum delle discipline teologiche.
Quindi o il problema è anche dei tedeschi, oppure è insito nella natura pluri-disciplinare della teologia in quanto tale.
Molto ben detto