Il caso Roggero e il Codice di Hammurabi

di:

hammurabi

Ci risiamo. A soli quattro mesi dal referendum sulla Giustizia, si riaccende lo scontro tra il Governo e la magistratura. Una storia che si ripete. L’ultimo episodio è la decisione con cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, prestanome legato al clan camorristico Senese e attualmente detenuto per riciclaggio.

Proprio pochi giorni fa, ricordando l’uccisione di Paolo Borsellino, Giorgia Meloni aveva detto: «Nel suo ricordo continuiamo a percorrere la strada che ci ha indicato, con lo stesso impegno in difesa della legalità». Difficile conciliare questa dichiarazione con il rifiuto della maggioranza di collaborare con la magistratura nell’indagine su uno dei più potenti clan mafiosi di Roma.

Forse per questo i quotidiani che fiancheggiano il Governo – con la sola eccezione del Giornale, che vi dedica un piccolo riquadro – hanno censurato sulle prime pagine questa notizia, che invece campeggia in quelle dei maggiori giornali nazionali. Al suo posto viene riportata, a titoli di scatola e con pesanti commenti sarcastici, quella della condanna di Ilaria Salis, da parte del tribunale civile, per aver licenziato senza giusta causa due suoi dipendenti.

In realtà è già da diversi giorni che il clima dei rapporti tra maggioranza politica e magistratura è diventato di nuovo incandescente. L’occasione è stata la vicenda del gioielliere che, esasperato per essere stato per la seconda volta vittima di una rapina, ha reagito uccidendo due dei rapinatori e ferendo gravemente il terzo. La difesa aveva invocato la legittima difesa, ma, a inchiodare Mario Roggero, il gioielliere, era stato il video, poi divenuto virale, che lo ritraeva chiaramente mentre inseguiva fuori dal suo negozio, con una pistola in pugno, i malviventi in fuga colpendoli alle spalle e prendendone a calci uno, che era caduto per terra moribondo.

L’episodio risale all’aprile del 2021, ma solo in questi giorni si è concluso il terzo grado di giudizio, davanti alla Cassazione, con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi. Una pena certo assai inferiore a quella prevista per un pluriomicidio e che dunque tiene conto di tutte le attenuanti del caso, ma che è stata duramente contestata dalla stampa di destra e da quasi tutta la maggioranza di Governo, riaprendo il conflitto con la magistratura.

Un errore giudiziario da riparare?

La prima presa di posizione è stata quella del vice-premier Salvini, che ha espresso al gioielliere la sua piena e commossa solidarietà, andandolo a trovare due volte in carcere e arrivando a ipotizzare una sua candidatura al Parlamento («Sarei orgoglioso di candidarlo a rappresentare gli italiani»).

Per il leader leghista Roggero è «un marito, un padre, un nonno, un lavoratore onesto che ha sempre rispettato le regole». La sua reazione sarebbe dovuta a un momentaneo stato di esasperazione, che bisogna capire. Perciò Salvini, pur dicendo di non volersi sostituire ai giudici e di accettare la sentenza, ha sottolineato la «sproporzione tra quello che è accaduto quel giorno e la severità della pena» e ha espresso la sua perplessità sui criteri usati dalla magistratura, che infierisce così su un brav’uomo, «mentre, a fatica, certi giudici mandano in carcere gente che spaccia droga e vende morte ai nostri ragazzi. Mah».

Ancora più esplicito il ministro della Difesa Guido Crosetto il quale, in un tweet su X, ha osservato che c’è «una giurisprudenza che interpreta le leggi al punto di stravolgerle» e che ha «consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato». «Per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare».

Anche Giorgia Meloni ha voluto intervenire, insistendo sugli aspetti psicologici del comportamento del gioielliere: «Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo?» Poi è passata alla critica diretta della sentenza, definendola anche lei sproporzionata: «Non si possono dare otto anni a dei pedofili, o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo, e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene».

Sull’onda di queste prese di distanza da parte di rappresentanti delle istituzioni si è scatenata ancora una volta una campagna di delegittimazione e di odio nei confronti della magistratura e in particolare dei giudici che hanno emesso la sentenza, i cui nominativi sono stati pubblicati e additati al pubblico ludibrio e alle minacce sui social.

La sola eccezione è stata quella del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Non dico che la sentenza sia sbagliata, né contesto chi l’ha formulata, dico solo che sia giusto il perdono sociale». E una richiesta di grazia è stata firmata da tutti i gruppi del centro-destra, rivolta al capo dello Stato, ed è stata istruita in gran fretta, sull’onda dell’opinione pubblica, dal ministro della Giustizia.

Proprio questo clima, però, ha infastidito e allarmato il Quirinale, che vi ha colto il tentativo di esercitare una pressione affinché si conceda non il perdono a un colpevole pentito, bensì il doveroso risarcimento a una persona condannata ingiustamente; col rischio di trasformare l’istituto particolarissimo della grazia in un quarto grado di giudizio, che scavalcherebbe le precedenti sentenze della magistratura.

Sembrerebbe confermarlo, peraltro, l’atteggiamento dello stesso Roggero che, già dopo la prima condanna, non solo non si è mostrato addolorato per avere tolto la vita a due esseri umani (ladri, certo, ma non assassini e che stavano ormai fuggendo), ma ha rivendicato con fierezza la piena legittimità del suo gesto e contestato con acre sarcasmo i magistrati per averlo condannato: «Mi hanno dato 17 anni perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni fino in fondo. Complimenti ai magistrati. È una follia, viva la delinquenza, viva la criminalità».

Un atteggiamento riaffiorato nella richiesta rivolta dal gioielliere al presidente della Repubblica, il cui tono è apparso più di sfida che di reale pentimento: «Ha graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza».

Alcune considerazioni inquietanti

Questi i fatti, su cui vale forse la pena fare alcune considerazioni.

La prima riguarda lo stile con cui si è svolto il dibattito pubblico. Di fronte a un iter giudiziario che è passato attraverso tre gradi – in cui giudici diversi, sulla base di prove indiscutibili (il filmato, da solo, è eloquente), hanno constatato che il comportamento di Roggero non è riconducibile alla fattispecie della legittima difesa, così come il nostro ordinamento giuridico la prevede –, sui giornali, sui social, nell’opinione pubblica si è istituito un processo mediatico in cui gli imputati sono diventati i magistrati che avevano soltanto applicato la legge. Puro populismo.

Al quale hanno dato il loro avallo – e questa è una seconda considerazione, ancora più inquietante della prima – i vertici del potere esecutivo che, con argomentazioni basate su un misto di buon senso, di psicologia spicciola e di una vaga infarinatura di diritto, hanno ritenuto di poter dare una valutazione in un campo che non è di loro competenza né dal punto di vista culturale (Meloni e Salvini non sono neppure laureati in giurisprudenza, tanto meno hanno superato un concorso di magistratura) né, soprattutto, da quello istituzionale.

È stato come se il presidente dell’ANM un giorno facesse una conferenza stampa sull’inadeguatezza dell’appoggio militare dell’Italia all’Ucraina e criticasse il Governo per il modo in cui gestisce le spese relative nel nostro bilancio, giudicandolo «sproporzionato».

Purtroppo si deve ancora una volta constatare che il concetto di separazione dei poteri, centrale nella nostra Costituzione, rimane scarsamente comprensibile a una classe politica al Governo la cui matrice culturale, storicamente, non è tra quelle che hanno concorso alla stesura della Carta fondamentale della nostra democrazia.

Una terza considerazione riguarda le conseguenze di questo gap tra la logica di una democrazia liberale, che fa della legge il punto di riferimento indiscutibile della vita associata, e quella di un populismo che invece è pronto a manipolarla per accaparrarsi il consenso. Un cardine di quest’ultima è di porsi sempre in un atteggiamento di contestazione verso le istituzioni anche quando, in realtà, le si rappresenta e se ne è responsabili.

Nel caso che stiamo esaminando, l’indignazione popolare nei confronti della sentenza e della normativa che l’ha giustificata ha fatto dimenticare a molti che questa legge è stata fatta dall’attuale maggioranza e porta la firma di Salvini. I giudici si sono limitati ad applicarla.

E non è la prima volta. È capitato anche per la famiglia del bosco. Proprio l’attuale Governo nel 2023, col decreto Caivano, aveva introdotto la sospensione della potestà genitoriale e la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. E Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in un’intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno: 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola (…), è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Appena tre anni dopo, con una stupefacente capriola, la premier si è detta «senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre, dandone la colpa a un giudice che aveva solo applicato (peraltro solo in parte) la nuova normativa da lei istituita.

Un’ultima considerazione. Abbiamo già notato che Mario Roggero non ha mai mostrato un particolare dispiacere per aver ammazzato due persone. Per lui erano solo rapinatori, che attentavano ai suoi beni e minacciavano la sicurezza della sua famiglia. E in tutto questo dibattito il suo punto di vista è risultato vincente. Colpisce il fatto che di questi uomini non si sia parlato mai. I loro volti, le loro storie, sono stati coperti da una maschera con l’etichetta: «ladri». Nessuno dice che uno dei due uccisi, Giuseppe Mazzarino, ha lasciato una moglie e due figli. Che avevano dei parenti, degli amici, che li hanno pianti.

È sicuro che fossero dei mostri? Forse anche per loro sarebbe possibile individuare, come la nostra premier ha fatto per Roggero, degli stati d’animo, delle situazioni psicologiche ed esistenziali che, senza giustificare il loro crimine, potrebbero renderlo comprensibile. A Roggero la pena è stata ridotta dai giudici proprio per questo. La loro invece è stata la morte, questa sì veramente sproporzionata.

Ritorno alla legge di Lamech?

Assecondando l’indignazione popolare, la Lega ha presentato un DDL che modifica la normativa sulla legittima difesa. In esso si prevede la non punibilità di «qualsiasi reazione» ad un’aggressione a mano armata in casa o in negozio, «indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta».

È un disegno di legge che probabilmente resterà nella storia come un decisivo passo indietro nello sviluppo della civiltà. Il principio della proporzionalità della reazione a un’offesa è nella legge del taglione, che prevede che a chi cava un occhio si risponda cavando un occhio, non cavandoglieli tutti e due o uccidendolo. Si tratta di una conquista già contenuta nel Codice di Hammurabi, risalente a 3800 anni fa e che ha permesso di superare la violenza del puro arbitrio, espressa nelle parole di Lamech, figlio di Caino: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura / e un ragazzo per un mio livido. / Sette volte sarà vendicato Caino, / ma Lamech settanta volte» (Gen 4,23-24).

È appena il caso di osservare che se passasse il DDL proposto da Salvini il principio della vendetta privata diventerebbe la regola. A qualunque offesa ricevuta nei locali della propria abitazione o del proprio lavoro si potrebbe rispondere con una violenza illimitata. Oltre che alla difesa, si aprirebbero le porte alla vendetta, anche la più sproporzionata.

Era quello che il Codice Hammurabi saggiamente ha voluto escludere. E questa antichissima lezione appare più attuale che mai anche oggi, perché ci ricorda che a chi ti toglie dei gioielli e dei soldi non puoi togliere la vita.

  • Dal sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (www.tuttavia.eu), 24 luglio 2026
Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento