
Manifestazioni contro la proposta di legge davanti al parlamento (Foto: Ruth Gledhill/The Tablet)
Lo scorso 11 settembre la Camera dei Comuni britannica ha detto no alla proposta di legge sul suicidio assistito, arrivata in aula in seconda lettura: 286 i no, contro 270 favorevoli. Il dibattito, durato oltre quattro ore, ha mostrato accese contrapposizioni. Sia la Chiesa cattolica d’Inghilterra e Galles che quella anglicana avevano espresso nei giorni scorsi la propria contrarietà al provvedimento definendolo «imperfetto e pericoloso» e chiedendo di migliorare il sistema delle cure palliative. Ripreso da The Tablet, 11 settembre 2026 (originale inglese)
Il provvedimento è stato bocciato grazie a una coalizione trasversale agli schieramenti politici, che ha visto convergere contro la legge il leader dei Liberal Democratici, Sir Ed Davey, la leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, e il leader di Reform UK, Nigel Farage.
Andy Burnham si è astenuto dal voto, mentre esponenti di primo piano del Labour, tra cui Angela Rayner, Wes Streeting e Shabana Mahmood, insieme all’ex ministra della Salute pubblica Ashley Dalton, hanno votato contro il provvedimento, così come Jeremy Corbyn, Ayoub Khan e Rupert Lowe.
L’arcivescovo di Liverpool John Sherrington, vescovo responsabile per le questioni riguardanti la vita nella Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, ha ringraziato quanti hanno scritto al proprio deputato per chiedere di fermare il disegno di legge o hanno sostenuto in altro modo la campagna contro il provvedimento.
«Desidero esprimere la mia gratitudine ai parlamentari che hanno votato contro il disegno di legge e alle tante persone di ogni ambito della società che hanno fatto sentire la propria voce: medici, professionisti del diritto, associazioni che rappresentano le persone con disabilità, esponenti di altre comunità religiose e persone non credenti che si sono impegnate per difendere la dignità e la sacralità di ogni vita», ha dichiarato l’arcivescovo.
«Nel corso di questo dibattito abbiamo sostenuto che la nostra risposta a quanti affrontano una malattia grave, una disabilità o le difficoltà legate alla vecchiaia deve essere fondata sulla solidarietà, sulla cura e sul rispetto (…). La vera misura di una società compassionevole è la sua disponibilità a sostenere le persone nelle circostanze difficili, anziché incoraggiarle a porre fine alla propria vita. (…) Ogni giorno, famiglie, amici, persone che prestano assistenza e operatori sanitari dimostrano una straordinaria generosità nell’accompagnare e sostenere quanti soffrono. La loro dedizione ci ricorda il valore delle relazioni umane e la responsabilità che condividiamo di prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto nei momenti di maggiore vulnerabilità della vita».
L’arcivescovo Sherrington ha ribadito che i vescovi sono convinti che il modo più efficace per affrontare la sofferenza alla fine della vita consista nel garantire un accesso più ampio a cure palliative e assistenza di fine vita di elevata qualità.
«Assicurare che tali cure siano disponibili per tutti coloro che ne hanno bisogno può aiutare le persone a vivere gli ultimi giorni con conforto, dignità e sostegno. (…) Continueremo a promuovere queste priorità e a stare accanto a quanti dedicano la propria vita alla cura delle persone morenti negli hospice, negli ospedali, nelle strutture residenziali e nelle comunità».
Sherrington ha inoltre invitato la comunità cattolica a continuare a pregare per i legislatori, affinché le leggi continuino sempre a tutelare la dignità della vita umana.
Le voci contrarie in Parlamento
Nel corso del dibattito parlamentare, il dottor Ben Spencer, deputato di Runnymede e Weybridge ed ex medico specializzato in salute mentale, ha messo in guardia dal rischio che il desiderio di porre fine alla propria vita possa derivare da una malattia mentale curabile, definendo la mancata considerazione di questo aspetto il «tragico punto debole» del disegno di legge. Ha dichiarato Spencer:
«Se una persona ricoverata in ospedale esprimesse il desiderio di morire, se lo facesse una persona residente in una struttura assistenziale o in una clinica, se lo facesse qualcuno qui, in quest’aula, o una persona a me cara, la prima persona che vorrei incontrasse sarebbe uno psichiatra, non un professionista incaricato del suicidio assistito».
Janet Daby, deputata di Lewisham East, ha spiegato di aver cambiato posizione dopo aver votato a favore del disegno di legge nella precedente votazione. «Ho dovuto fare i conti con me stessa, sapendo di non essere del tutto a mio agio con la decisione che avevo preso. La mia coscienza non era in pace e non posso, ancora una volta, votare a favore del disegno di legge in buona coscienza».
Monica Harding, deputata di Esher e Walton, ha dichiarato:
«Questo disegno di legge non è subordinato al miglioramento dell’offerta di cure palliative o dei servizi di salute mentale e non prevede alcuna disposizione per valutare, in nessuna fase, i bisogni psicologici e sanitari insoddisfatti, né per consultare le altre persone coinvolte nella cura del paziente, sia in passato sia nel corso della sua vita. (…) È nostro dovere progettare sistemi e procedure che siano sicuri e, in questa occasione, non credo che ci siamo riusciti. Molti organismi professionali ci stanno chiaramente avvertendo che non lo abbiamo fatto».
Mims Davies, deputata di East Grinstead e Uckfield, ha osservato:
«Questo dibattito ha riportato il tema della morte come processo fuori dall’ombra nella quale noi, come società, lo abbiamo relegato per molti anni. Possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che nessuno voglia soffrire inutilmente alla fine della propria vita e che nessuno voglia vedere soffrire i propri cari. Per anni non abbiamo voluto confrontarci con la nostra mortalità, evitando discussioni difficili persino all’interno delle nostre famiglie, fino a quando la realtà non ci raggiunge, come inevitabilmente accade. Semplicemente, non sappiamo come affrontarla».
«È vero che la morte di una persona cara e il nostro inevitabile declino possono talvolta arrivare accompagnati da paura autentica, dolore e, purtroppo, da sofferenza eccessiva e priva del necessario sostegno. Ma la morte arriva per tutti noi. Sarebbe più saggio essere pronti ad affrontarla, prepararsi e imparare a conviverci, come individui, come famiglie e come società. È sbagliato utilizzare questo disegno di legge come strumento per introdurre una simile conseguenza e un simile cambiamento sociale, modificando il rapporto tra paziente e medico, tra individuo e Stato, e alterando in modo significativo il legame che tutti abbiamo con il NHS».
«Una vittoria per le persone più vulnerabili»
Alisdair Hungerford-Morgan, amministratore delegato dell’associazione anti-eutanasia Right To Life UK, ha definito la bocciatura del disegno di legge una «straordinaria vittoria per le persone più vulnerabili della nostra società», che «meritano protezione e assistenza, non una via che conduca al suicidio».
«Dopo due anni di dibattito nazionale, il Paese ha deciso di respingere il suicidio assistito, chiudendo la questione per una generazione. Le esperienze di altri Paesi dimostrano che, se questa legislazione fosse entrata in vigore, un numero incalcolabile di persone vulnerabili prossime alla fine della vita sarebbe stato sottoposto a pressioni o condizionamenti per indurle a porre fine alla propria esistenza. (…) La decisione dei parlamentari segue quella del Parlamento scozzese, che all’inizio di quest’anno ha anch’esso respinto in modo netto il suicidio assistito in una votazione storica. (…) Sia a Westminster sia a Holyrood, l’esame parlamentare del provvedimento e le testimonianze degli esperti hanno dimostrato che il suicidio assistito semplicemente non può essere legalizzato garantendo al tempo stesso la protezione delle persone vulnerabili».
Hungerford-Morgan ha quindi affermato che i parlamentari devono ora concentrare pienamente la propria attenzione sulla soluzione dei problemi che riguardano il sistema sanitario e l’assistenza alla fine della vita, assicurando a tutti un accesso universale a cure palliative di elevata qualità.
«La lotteria legata al luogo di residenza, che determina la possibilità di ricevere cure palliative di eccellenza, va avanti da troppo tempo. Ora dobbiamo unire le forze per affrontare la sfida di garantire cure palliative eccellenti a tutti coloro che ne hanno bisogno, quando ne hanno bisogno e indipendentemente dal luogo in cui vivono. Le persone prossime alla fine della vita meritano il miglior sostegno e la migliore assistenza possibili. Possiamo e dobbiamo fare di più».





