
L’approvazione, il 2 settembre, della legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto dimostra che il problema non può essere affrontato nella logica dello scontro tra destra e sinistra e richiede uno sguardo capace di andare più a fondo.
L’opposizione cattolica al suicidio assistito
E su questo terreno si è mossa la ferma opposizione di importanti settori del mondo cattolico. Comunione e Liberazione, in una nota, ha scritto:
«Una legge che piega il Servizio sanitario pubblico a fornire prestazioni che anticipano la morte dei malati afferma una visione secondo cui il valore e la dignità della persona dipendono dalla sua autonomia e dalle sue capacità, cosicché la malattia e la debolezza divengono prive di senso o, peggio, un peso di cui conviene liberarsi, finendo così per favorire quella “cultura dello scarto” che secondo papa Francesco “contagia tutti”».
Va in questa direzione anche la presa di posizione congiunta di Movimento per la Vita e del network di sigle cattoliche “Ditelo sui Tetti”, per cui questo voto «non è un passaggio tecnico. È un passaggio civile, antropologico, politico. È un voto che dice chi siamo come comunità e quale idea di persona intendiamo custodire».
Al tempo stesso queste associazioni sottolineano che la loro opposizione alla legge non nasce da un’indifferenza ai problemi dei malati e non è semplicemente un «no», ma la volontà di indicare «una via più alta, più umana» che è quella delle cure palliative, e dunque di una «educazione alla cultura del buon vivere fino all’ultimo respiro; perché il morire è ancora vita: relazione, compimento, riconciliazione, presenza».
Sono argomenti che hanno un riscontro anche nella recente enciclica di papa Leone Magnifica humanitas, dove si denunzia il fatto che oggi «tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione» (n. 118).
Da qui l’opposizione strenua della Chiesa cattolica alla «cultura dello scarto», secondo cui «la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività», e all’eutanasia come «affermazione ideologica della volontà di potenza dell’uomo sulla vita» (papa Francesco).
Un articolo della Costituzione e la legge del 2017
E tuttavia è giusto confrontare questi princìpi con una realtà complessa, che impone una distinzione spesso lasciata in ombra, quella tra eutanasia e suicidio assistito, spesso sbrigativamente accomunati sotto l’etichetta «eutanasia» tanto dai sostenitori che dagli oppositori di quest’ultima.
Non è una differenza irrilevante. Anche quando si valorizza il consenso, l’eutanasia non richiede la partecipazione attiva di colui o colei nei cui confronti viene praticata. E in certi casi – si ricordi la vicenda Englaro – neppure il consenso è possibile. Qualcuno si assume la responsabilità di decidere che quella vita non vale la pena di essere vissuta. Nel suicidio assistito, invece, il protagonista è il soggetto che sceglie di morire. La decisione è sua.
Lo notava, in un’intervista del 6 luglio 2025, il nuovo presidente della Pontificia Accademia per la vita, mons. Renzo Pegoraro, medico, oltre che sacerdote. Pur ribadendo il “no” al suicidio assistito, che «risulta comunque una sconfitta di tutti», Pegoraro notava che esso «va comunque distinto dall’eutanasia». Più che di una pura e semplice negazione del valore della vita umana, infatti, «in certe situazioni» è in gioco «il mistero della mente e del cuore della persona».
Di questa differenza è una prova evidente il fatto che il diritto di una persona di rifiutare le cure dei medici, anche a costo di perdere la vita, è riconosciuto dalla nostra Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» (art. 32).
Possiamo chiamarlo, dal punto di vista medico, suicidio? Al di là delle parole, è innegabile che una norma della nostra Carta costituzionale – voluta anche da credenti come De Gasperi e La Pira e non certo sospetta di ispirarsi alla «cultura dello scarto» – prevede che il malato possa voler custodire la dignità del proprio corpo fino a preferire la morte. Che non è certo il fine della sua scelta, ma un prezzo che è disposto a pagare.
Ed è in base a questa norma della Costituzione che la legge 219 del 2017 – definita dallo stesso mons. Pegoraro «una buona legge» – riconosce la liceità della rinunzia al trattamento terapeutico da parte del malato. «Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente», anche se questi «non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali». Si possono rifiutare le cure, non pretendere che il medico operi, direttamente o indirettamente, per procurare la morte.
La legge prevede anche che gli stessi sanitari desistano dalle cure quando, in base al loro giudizio professionale, esse configurano un inutile accanimento, e al loro posto pratichino cure palliative per attenuare il dolore, ricorrendo anche alla sedazione profonda.
La sola divergenza rispetto alla dottrina cattolica del fine vita riguarda il fatto che la legge include nel concetto di «trattamento terapeutico» anche i processi di nutrizione e di idratazione, ammettendo la sospensione anche di quelli. Insomma, stando a questa normativa, peraltro ormai vigente da anni, un paziente in carico al servizio sanitario nazionale può decidere di lasciarsi morire, anche se non ha il diritto di essere attivamente assistito in questo dai medici.
La sentenza del 2019 della Corte Costituzionale
In questo contesto è arrivata la sentenza n. 242 della Corte costituzionale del 25 settembre 2019, pronunciata nell’ambito del procedimento per istigazione e aiuto al suicidio a carico di Marco Cappato, esponente dell’Associazione “Luca Coscioni”. Con questa pronuncia la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 nella parte indicata dalla sentenza.
La sentenza è stata accolta come una vittoria della posizione radicale di Cappato. In realtà, nella sua pronuncia, la Corte non ha accolto l’impostazione del giudice che aveva sollevato la questione e che mirava a far dichiarare in blocco l’incostituzionalità dell’articolo, depenalizzando così sic et simpliciter ogni induzione o assistenza al suicidio. Secondo la sentenza, invece, l’incriminazione prevista dall’art. 580 è «funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio».
La Corte riteneva, tuttavia, di aver individuato «una circoscritta area di non conformità costituzionale» dell’art. 580, «corrispondente segnatamente ai casi in cui l’aspirante suicida si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Una formula che, a dire il vero, sembra più vicina al rifiuto dell’accanimento terapeutico che non all’esaltazione di una «volontà di potenza» con cui l’uomo voglia sostituirsi a Dio.
A sottolineare la profonda differenza fra lo spirito di questa sentenza della Corte Costituzionale e il punto di vista radicale, ispirato invece al diritto assoluto di autodeterminazione, è intervenuto il referendum proposto nell’estate del 2021 da Marco Cappato e dall’Associazione «Luca Coscioni», volto alla parziale abrogazione di un altro articolo del Codice penale, il 579, che punisce l’omicidio del consenziente. Nella proposta veniva spacciata per eutanasia l’uccisione di una persona che lo avesse chiesto, anche se perfettamente sana. Questa sì rivendicazione di un potere arbitrario sulla vita.
Giustamente la Corte costituzionale non si è lasciata impressionare dal numero enorme di firme – ben un milione e duecentomila – e, il 15 febbraio 2022, ha dichiarato il referendum inammissibile in base alla necessità di una «tutela minima, costituzionalmente necessaria, della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».
Due diverse filosofie
Non sembra esagerato dire che sullo sfondo del suicidio assistito vi è una filosofia molto diversa da quella che la cultura oggi diffusa propone. Secondo quest’ultima – applicabile perfettamente all’eutanasia – la società deve decidere quali vite non sono «degne di essere vissute» ed eliminarle, per destinare risorse a quelle che vengono a rimpiazzarle. L’uomo si sostituisce a Dio nel decidere della vita e della morte, in funzione dei propri criteri.
Diversa la logica che sta dietro il suicidio assistito. Chi sceglie di morire per l’insopportabilità delle sofferenze non pensa che la sua vita non valga abbastanza e tanto meno che un’altra possa vantaggiosamente sostituirla, per il semplice fatto che questa è la sua vita, l’unica che ha. Semplicemente, non ce la fa più. Lo sfondo del suicidio assistito non è l’affermazione di una rivendicazione di potenza ma, al contrario, la dolorosa presa d’atto della finitudine umana, che non consente una resistenza illimitata al dolore. La logica che gli sta dietro non parla di un potere, ma di una resa. E la dignità che viene rivendicata è solo quella di una morte che sottragga alla disperazione e alla follia.
Certamente le cure palliative in molti casi possono essere di grande aiuto. Lo sono già e dovranno esserlo sempre di più. La legge 38 del 2010 le valorizza come via «al controllo del dolore in tutte le fasi della malattia, con particolare riferimento alle fasi avanzate e terminali della stessa, e al supporto dei malati e dei loro familiari». Ed è una vittoria di cui esultare quando accade che, grazie a questi interventi, persone che avevano espresso il desiderio di ricorrere al suicidio desistano dal loro proposito e riescano a vivere la loro condizione in modo relativamente sereno.
Ma la testimonianza dolente di persone, che pure hanno dedicato la loro vita professionale alla promozione di queste cure, ci dice che non sempre esse sono in grado di fronteggiare la sofferenza disumana di certe malattie. Ed ecco allora la via indicata dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2019 e ripresa nella legge approvata pochi giorni fa nel Veneto.
Il problema allora non è se si ha il «diritto» di fare della propria vita quello che si vuole, ma se si ha il dovere di soffrire anche al di là dei limiti delle proprie forze.
Non è, chiaramente, una scelta che faranno i credenti, se vorranno restare fedeli alla loro fede nel Dio provvidente. Ma non è corretto iscrivere d’ufficio all’Associazione «Luca Coscioni» coloro che questa fede non ce l’hanno e che sono troppo feriti per potere continuare a vivere, attribuendo loro una pretesa di essere giudici della vita e della morte che in realtà non hanno.
- Dal sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (www.tuttavia.eu), 4 settembre 2026






La diversificazione delle competenze sanitarie secondo l’ area regionale, a quanto ho sentito recentemente nel corso di questo assai antico dibattito, non impedirebbe di spostare la questione all’ ambito delle leggi a carattere nazionale e la stessa cronaca riguardante il Veneto da cui parte l’ articolo iniziale (compreso il dato dell’ estensione del numero delle Regioni che in qualche modo sono giunte a deliberare affermativamente sul poblemai del suicidio assistito) fa pensare che sarebbe il momento adatto per farlo. Anche considerata la dimensione costituzionale di fronte a cui tanti aspetti evidenziati dalla casistica necessariamente si pongono.
https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/regno-unito-bocciata-la-proposta-di-legge-sul-fine-vita/
Leggendo il caso britannico noto che finalmente anche i partiti di sinistra classica si stanno iniziando ad opporre. In base alla giusta premessa che prima deve essere assicurata giusta assistenza sanitaria a tutti. Probabilmente incide nella riflessione presente il caso canadese in cui il suicidio assistito sembra essere diventato fin troppo accessibile soprattutto tra categorie socialmente fragili. Il nuovo primo ministro Andy Burnham che ha apertamente riconosciuto il proprio legame con la dottrina sociale cattolica si è astenuto, ma ha chiesto di potenziare l’accesso alle cure palliative.
https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/la-lezione-del-no-inglese-al-suicidio-medicalmente-assistito_112959
Per una volta potrebbe essere un buon esempio di come accostarsi ai dibattiti bioetici senza legarsi alle politiche conservatrici. (Anzi in Italia sembra accadere proprio il contrario, con lega e liberali pronti a portare avanti la battaglie sul fine vita)
Grazie, articolo interessante e chiaro su un tema urgente e delicato. Amici medici ospedalieri mi raccontano che la tendenza all’accanimento terapeutico è diffusa anche per difendersi dal rischio di denunce da parte dei familiari. Alcuni familiari considerano l’interruzione dei trattamenti come un “abbandono” del malato anziché come atto di rispetto della sua dignità e perciò si preferisce il rischio di un “eccesso di cura” a quello di un contenzioso penale.
La tendenza ad una “medicina difensiva”,che nasce dal timore di denunce da parte dei parenti, è una delle cause che purtroppo rendono diffuso ancora l’accanimento terapeutico e drammatica la situazione di molti malati terminali.
È il paradosso di questi ultimi anni: il diritto a morire, si rende necessario di fronte ai “progressi” scientifici e tecnologici di una medicina che considera “vita”, forse ciò che per vie naturali non lo sarebbe più.
Dove sta il limite? Dove il buon senso?
Personalmente mi ha fatto molto riflettere il caso delle gemelle Kessler. Malate, ma non troppo, comunque in grado di pagare cure, badanti, ecc, eppure terrorizzate davanti al decadimento fisico, alla fragilità, al dover dipendere ecc, tanto da voler farla finita. Tutto questo in nome della Libertà di determinarsi. Ok.
Ma in altri tempi, tutto questo si sarebbe chiamato suicidio e basta, e ciò sarebbe stata considerata una resa di fronte alle difficoltà della vita, che non si riescono ad affrontare. E sarebbe stato un fallimento anche per la società tutta, non in grado di “curare” il male di vivere della vittima suicida.
Ora quella non è più la vittima, ma il protagonista del proprio destino, libero e quindi vincente.
Non c’è dubbio che il suicidio sia sempre stato l’ultimo atto di libertà umana, ma allora non era determinato e tantomeno regolarizzato per legge.
L’atto libero è oltre le regole stabilite per legge comune.
Il suicidio assistito sembra un ossimoro.
O c’è assistenza, o c’è suicidio, come atto di volontà libera estrema e indeterminata.
Ciò non toglie che il dibattito sul fine vita e la sua regolamentazione siano necessari, di fronte ai “progressi” della medicina attuale.
È considerabile “vita” , quella che si avvale di ausilii tecnici? E comunque, è possibile sì o no, scegliere cure e terapie in base ad un dare/avere dovuto a valutazioni strettamente soggettive?
Accompagnare alla morte, non sarebbe alla fine, in casi in cui la cura sembri inutile, in effetti, solamente un abbandonarsi alla volontà di Dio?
Una Società umana, dovrebbe saper distinguere da una resa in senso passivo, e che nasce proprio dal non voler accettare la fragilità ed il limite, tanto da evitarlo anche prima che si presenti del tutto, (caso Kessler..), da una accettazione del limite e della morte come facente parte della Vita stessa.
Non suicidio, ma accettazione drl proprio destino.
Mi sembra che lei abbia colto nel segno quando, con l’umiltà dovuta in situazioni del genere, afferma: “”accompagnare alla morte non sarebbe, in casi in cui la cura sembri inutile, solamente un abbandonarsi alla volontà di Dio?””. Ricordiamo pure che in passato, la Chiesa, ai suicidi, oltre i funerali, negava finanche il camposanto! Mater misericordiae…
Gentile Paola, il caso delle gemelle Kessler è l’esempio perfetto del suicidio che la sentenza della nostra Corte costituzionale non considera degno di assistenza. Nessun dolore insopportabile, nessuna diagnosi inesorabilmente infausta, nesun doipendenza da artifici necessari per restare in vita.
Sì, infatti, però, per mia esperienza personale, nell’immaginario collettivo, non è proprio così.
Cioè, è passato il concetto che in nome della Libertà individuale, sia un diritto, regolato per legge, di poter porre fine alla propria vita quando questa presenti elementi di fragilità.
Non ci si ferma all’accanimento terapeutico, ma si pensa che se invecchiare significa “dipendere” – ad esempio -, allora meglio chiudere prima.
Secondo me, in ambito cattolico questo distinguo lo dovrebbero fare: un eccesso di terapia, non è abbandonarsi al destino o alla volontà di Dio, ma è volerlo/a forzare.
Esattamente come lo è quando però non si accetta il limite del non essere sempre sani, forti e vincenti e di aver bisogno di cure, anche a carico della collettività. Questa è la cultura dello scarto, che nella confusione del calderone mediatico si fa comunque strada.. Non certo quella che vuole tutelare la Sentenza, di chi sa che c’è un limite davanti al quale fermarsi, proprio per la dignità della vita stessa e della sua sacralità.
Grazie per lo spazio e per la riflessione.
Al credente si può anche chiedere di soffrire e di non praticare il suicidio assistito, visto che si ritiene la vita un Dono di Dio ma al non credente come si fa a chiedere un simile sacrificio?
Non c’è il dovere di soffrire. Punto.
Il testo è interessante, ma a mio giudizio non organizza bene la questione e per chi non è dentro il tema, forse la situazione non si chiarisce. Il guazzabuglio delle leggi regionali nasce dall’aver regionalizzato la Sanità in Italia. Non si condannerà mai abbastanza questa riforma, sulla quale bisognerebbe tornare indietro. Poi c’è la responsabilità del Parlamento che non legifera, e questo anche è chiaro. Però quando viene pubblicata un’intervista a qualche autorevole personaggio anche vaticano, arcivescovo o meno di Curia o della CEI, non si sottolinea abbastanza che in Italia una legislazione esiste e piuttosto andrebbe resa organica, nel senso richiesto dalla Corte Costituzionale. L’articolo non sottolinea abbastanza che abbiamo una legislazione a pezzi, da armonizzare. Eccola. C’è la legge sulle cure palliative cioè la legge 38 del 2010, c’è la legge sulle DAT cioè la 219 del 2017, c’è la 33 del 2023 che riforma l’assistenza degli anziani. Basterebbe integrarle tra loro. Poi c’è il buon senso dello stesso Catechismo della Chiesa cattolica quando parla di accanimento terapeutico e legittimo rifiuto delle cure. E poi ci sono almeno due libri che andrebbero citati per fare chiarezza sul dibattito: entrambi editi dalla Libreria Editrice Vaticana sono il “Piccolo Lessico sul fine-vita” e il “Libro Bianco sull’applicazione delle Cure Palliative in Italia” cui hanno contribuito tanti esperti e che in maggio è stato presentato alla Camera dei deputati. Insomma in Italia insieme alle sentenze della Corte Costituzionale, una normativa c’è. Basterebbe integrarla.
Gent.mo dott. Mastrofini, grazie intanto dell’apprezzamento. Per quanto riguarda la critica, mi stupisce un po’ l’accusa di disorganicità. Nel mio articolo cerco proprio di ovviare al difetto che lei giustamente denunzia nell’attuale dibattito sul fine vita, e cioè che «non si sottolinea abbastanza che in Italia una legislazione esiste e piuttosto andrebbe resa organica, nel senso richiesto dalla Corte Costituzionale». E’ precisamente quanto ho cercato di far presente, in un contesto in cui spesso si discute sui princìpi, senza tener conto della realtà del nostro ordinamento giuridico, a partire dall’art. 32 della Costituzione, per arrivare alle leggi del 2010 e del 2017 e alla sentenza della Corte Costituzionale del 2019.Non mi sono imbarcato nella questione prettamente politica dell’opportunità o meno di leggi regionali, a cui lei fa riferimento, perché ho preferito sviluppare l’aspetto filosofico del problema, mostrando che eutanasia e suicidio assistito devono esser distinti e che al secondo è possibile attribuire una base teorica molto diversa da quella della onnipotenza dell’uomo, che porta alla disastrosa cultura dello scarto. Un modo per dare alla nostra legislazione e alla sentenza della Corte in materia un significato positivo e per consentire alla Chiesa di prenderne atto senza rinunziare alle sue giuste premesse antropologiche.
Filosoficamente è un po’ un distinguo secondo me. Cioè anche la posizione dei radicali si è sempre presentata come “compassionevole” e non necessariamente transumanistica.
Detto ciò mi sembra un dibattito ormai inutile, la direzione è quella e non credo ci si possa fare più nulla.
Se è un dibattito inutile perché “non ci si può più fare nulla”, mi spiega per quale ragione commentare e spendere (inutili) parole? Non corrisponde a una responsabilità cristiana quella di “fare cultura”? Di pensare le questioni, chiarirle con rigore critico alla luce del vangelo e realisticamente impegnarsi per cambiare la realtà? A me pare che si debba essere molto riconoscenti a chi si impegna in questo compito prezioso, come fa l’autore del presente articolo (che ringrazio).
Quale responsabilità cristiana nel momento in cui ci sono 2000 posizioni diverse su tutto? Onestamente io stessa non so più cosa sia giusto o sbagliato fare a forza di spaccare il capello in quatro. Ognuno facesse ciò che gli sembra più opportuna. Dico solo che mi sembra una distinzione puramente formale.
Cioè è un sofisma di fatto, esattamente come succede per l’aborto. Ci sarà pure chi lo compie perchè vuole rivendicare la propria sovranità assoluta nei confronti del proprio corpo ma c’è una lunga discussione su fatto di non fascere “inutili sofferenti” in caso di disabili, o bambini non desiderati ecc. All’atto pratico cambia poco, secondo me. Possono tranquillamente mescolarsi le due motivazioni, nel sentire comune.