
Il Disegno di legge di iniziativa parlamentare sulla “Caccia” è stato approvato dal Senato il 23 giugno scorso, con 86 voti a favore, 50 contrari e 2 astenuti. Ora il discusso testo è sottoposto alla Camera dei Deputati, in cui è stato intrapreso l’iter dell’esame. Nell’incipiente consapevolezza ecclesiale che esiste un peccato contro il creato, il dibattito al riguardo non ci risulta estraneo. Abbiamo chiesto ad Alma Massaro – studiosa di etica e bioetica animale – di parlarcene alla luce del portato filosofico e teologico contemporaneo. L’intervista è stata curata da Giordano Cavallari.
– Cara Alma, quali questioni filosofiche solleva l’attività venatoria?
Riflettere attorno alla caccia solleva necessariamente interrogativi di ordine etico, ovvero relativi al comportamento umano; in questo caso al rapporto con le altre specie viventi, alla luce delle idee di bene e male, di giusto e di ingiusto. Significa, quindi, confrontarsi con quell’ambito della riflessione filosofica che, negli ultimi decenni, ci siamo abituati a definire con l’espressione “etica animale”.
Per muoversi correttamente all’interno di questa disciplina è, tuttavia, necessario fare una sorta di “passo indietro” rispetto alle relazioni interspecifiche e tornare a un interrogativo filosofico originario, ovvero quello ontologico riguardante l’essere in quanto tale, e a una delle sue dimensioni fondamentali, quella antropologica, che ci spinge quindi, sempre, a confrontarci con la domanda “chi è l’uomo?”.
Ma, interrogarsi sulla nostra identità comporta, di riflesso, rispondere anche alla domanda relativa all’identità animale, in un gioco di specchi antico tanto quanto lo stesso interrogativo di partenza.
Ora la sfida è farlo in modo consapevole, dacché, anche se non ne siamo coscienti, abbiamo, in qualche modo, già risposto alla domanda, o, almeno, qualcuno l’ha già fatto per noi: la nostra cultura o la nostra società, e noi abbiamo inconsapevolmente introiettato tale soluzione.
Al fine di comprendere il modo corretto di rapportarsi con altri esseri, bisogna, innanzi tutto, sapere chi noi siamo e chi sono coloro con cui entriamo in relazione, vale a dire riconoscere la reciproca identità.
A seconda delle risposte fornite a tali interrogativi, verranno elaborate etiche differenti, da cui seguirà anche una peculiare comprensione – in questo caso – dell’attività venatoria. In altri termini: le risposte alle domande relative alle identità umana e animale influenzano profondamente il nostro modo di intendere le relazioni interspecifiche.
Ci troviamo di fronte ad almeno due possibilità. La risposta all’interrogativo ontologico può, infatti, portarci a ritenere l’uomo un essere separato, che, pur condividendo con le altre creature un pezzo del cammino filogenetico, se ne discosta in modo significativo dacché abita un universo morale “impermeabile”.
Un’altra soluzione – opposta – ci invita a considerare l’umano come uno dei fili che compongono la grande trama della vita, alla quale contribuisce a dare forma grazie ad una specificità che, sebbene lo distingua dalle altre creature, gli consente di costruire relazioni moralmente significative con ciascuna di esse.
Ecco, allora, come l’interrogativo sulla caccia ci sollecita a prendere seriamente in esame la storia della vita e delle relazioni tra i diversi esseri viventi.
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– Con questa premessa, quali sono, a tuo avviso, le principali criticità del testo di legge approvato dal Senato, in discussione alla Camera?
Da un punto di vista filosofico e non giuridico, questo disegno di legge presenta una serie di criticità meritevoli di un’attenta valutazione. Mi riferisco, ad esempio, al riconoscimento dell’attività venatoria quale espressione di una “tradizione”.
Non intendo qui negare la capacità della caccia di esprimere usanze, valori e memorie tramandate nel corso del tempo da una generazione all’altra, ritengo, però, opportuno rilevare la necessità di ponderare il significato delle nostre tradizioni, soprattutto quando basate su attività in grado di obliare compassione e benevolenza.
La proposta di annoverare la caccia tra le tradizioni meritevoli di essere tutelate solleva perplessità che è bene tener presenti specie in un momento storico in cui ci si confronta con un rapido incremento della violenza, soprattutto tra i più giovani e i giovanissimi.
Di fronte alle nuove emergenze sociali, che certo non dipendono dall’attività venatoria, le tradizioni a cui fare appello dovrebbero, a mio avviso, essere altre, in particolare quelle in grado di promuovere stili di vita più umani e rispettosi anche delle altre creature viventi.
E dico ciò a ragion veduta. Uno dei leitmotiv della storia della filosofia è proprio la necessità di prevenire comportamenti violenti nei confronti degli animali, al fine di salvaguardare la tenuta morale delle comunità umane. Da Pitagora a Tommaso e da Locke a Kant, ritroviamo l’appello a non incrudelire sulle altre specie viventi, poiché il modo in cui ci relazioniamo con loro si riverbera nelle relazioni infra-umane. Per questa ragione, nelle sue Lezioni di etica, Kant aveva sostenuto apertamente che «chi usa essere crudele verso di essi [gli animali] è altrettanto insensibile verso gli uomini. Si può conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta le bestie».
– Ma cosa pensi dell’attribuzione all’attività venatoria di un ruolo di tutela della biodiversità e dell’ecosistema?
Si tratta di uno dei punti certamente più interessanti e, al contempo, controversi della proposta di legge. L’attribuzione di una funzione bio-regolatrice alla caccia aiuterebbe, infatti, almeno in parte, a tollerare l’aggirarsi di gente armata nei nostri territori. Eppure, nel testo passato al Senato, tale possibilità si mescola, senza soluzione di continuità, alla vocazione “ricreativa” della caccia.
Tra le specie cacciabili figurano, infatti, proprio quelle oggetto di misure di ripopolamento, un dato che smentisce ogni tentativo di attribuire al cacciatore una funzione riequilibrante dell’ecosistema. Il ripopolamento di cui si tratta, infatti, consiste nell’inserimento ambientale di animali provenienti da centri privati per la riproduzione della fauna selvatica (CPRFS), proprio in vista della stagione venatoria, al fine di sopperire all’odierna mancanza naturale di selvaggina che rende meno dilettevole l’esperienza della caccia.
Tale pratica il ripopolamento, quindi, smentisce l’intento del legislatore di attribuire all’attività venatoria uno status morale superiore – attraverso il richiamo al mantenimento della biodiversità –, compromettendone l’accettabilità etica anche nel confronto con la zootecnia. Se, è, infatti, possibile, almeno sul piano teorico, ritenere la caccia moralmente superiore all’allevamento – proprio in virtù della libertà di cui godrebbe la fauna nel proprio habitat naturale –, pensare di cacciare animali selvatici appositamente allevati per rendere appagante la pratica venatoria rende il testo di legge profondamente ambiguo.
Ci troviamo di fronte a una precisa alternativa politica: o la caccia è un’attività ricreativa – che peraltro richiede la preparazione di territori adatti allo scopo, prevedendo l’immissione di selvatici appositamente allevati, per risultare, appunto, gratificante – ovvero la caccia è un’attività professionale, soggetta a una rigorosa pianificazione scientifica ed ecologica, esercitata da professionisti della bio-regolazione, qualora e ove questa necessiti di un intervento esterno – antropico – rispetto ai processi intrinseci della natura.
Le due identità non possono coesistere: o il cacciatore diviene una figura professionale altamente specializzata, oppure rimane un privato cittadino che esercita un passatempo. Sostenere che a quest’ultimo competa un compito di tutela ambientale risulta, dunque, fuorviante e rischia di apparire un’operazione di greenwashing legislativo.
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– E da un punto di vista teologico-cristiano, sei – siamo – in grado di dirne qualcosa di più mirato?
Un fecondo punto di partenza per riflettere sull’attività venatoria proviene dal principio biblico della tutela. Secondo questa prospettiva, l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, sarebbe una sorta di “viceré planetario”, come sottolineato dal cardinal Gianfranco Ravasi, mediatore tra il Creatore e la sua creazione, chiamato a custodire l’intera opera divina. Tale vocazione vicaria sopravviverebbe al tramonto del progetto edenico, “laddove” l’equilibrio e l’armonia infra-umane e interspecifiche vengono dall’incorrotta adesione dell’uomo alla volontà divina.
La tradizione insegna, invero, come la frattura cosmica della caduta non revochi, seppure complichi, tale vocazione, fermo restando che nel mondo biblico post-lapsario viene di fatto sancita la predazione «a condizione che si riconosca il carattere sacro della vita» (cf. Commissione Teologica Internazionale, “Prendersi cura della nostra Casa comune” n. 123).
Questa apertura all’alimentazione carnea sembra, dunque, una presa d’atto da parte di Dio della fragilità umana, che rende la caccia giustificabile in termini di necessità, ma solo in vista dell’approvvigionamento di risorse alimentari indispensabili e della difesa dalle specie pericolose, escludendo ogni interpretazione che abbia a che fare con le attività ricreative.
L’uomo non può, infatti, trarre diletto dalla distruzione delle altre creature, che non solo ricevono le cure di un Dio «buono e misericordioso» (Sal 144,9), ma sono esse stesse consegnate alla «caducità», ovvero al dolore e alla morte, «a causa del peccato», e, pertanto, aspettano, con noi, con impazienza, «la rivelazione dei figli di Dio» (Epistola ai Romani 8,19).
Considerando che, tra le specie maggiormente cacciate in Italia, figurano animali quali il tordo bottaccio, il fagiano, il colombaccio e la lepre… appare assai difficile, oggi, fare appello alle necessità di sostentamento o all’incolumità umana per legittimarne l’abbattimento.
Al contrario, il riconoscimento della nostra responsabilità – spirituale, ma pienamente incarnata in questo mondo – dovrebbe portare ad una maggiore compassione – cristiana – verso un creato che non ci appartiene, che ci è stato, solo “temporaneamente”, affidato.





