
Il 23 ottobre in Ungheria è festa nazionale. Si fa memoria dei drammatici avvenimenti dell’ottobre-novembre 1956. Studenti e operai scesero in piazza e a da Budapest l’insurrezione si diffuse nel territorio nazionale. Truppe del Patto di Varsavia entrarono nella capitale e occuparono in breve tempo tutta l’Ungheria. Si contarono trentamila morti e furono duecentocinquantamila le persone che fuggirono all’estero. Le potenze europee stettero a guardare e lo stesso Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti, in larga parte, lodò l’intervento di Mosca.
Parlai lungamente di questi fatti qualche anno fa con il cardinale ungherese Péter Erdő, uomo di straordinaria semplicità. Intellettuale finissimo, grande esperto di diritto canonico, docente universitario e poliglotta. Il nostro dialogo partì dalla controversa figura del cardinale József Mindszenty (1892-1975), arcivescovo di Budapest dal 1945 fino alla morte, che si rifugiò nell’ambasciata americana della capitale ungherese.
«I miei ricordi del 1956 sono quelli di un bambino che ha visto la casa di famiglia distrutta dai carri armati sovietici. Fummo costretti a cercare un rifugio in un albergo per operai non lontano dal centro della città. Mi ricordo anche che, quando Mindszenty parlava alla radio, i miei genitori ci dicevano: “Zitti! Adesso parla Mindszenty: ascoltiamolo!”. Lo ascoltavamo con rispetto e stima. Quando cominciarono a girare calunnie sulla stampa comunista su quanto detto dal cardinale, i miei replicavano: “Non è vero, non ha detto questo!”. Mindszenty non ha mai rivendicato i beni della Chiesa, parlava di cose molto più importanti».
Aggiunse poi Erdő:
«Ricordo la testimonianza del grande cardinale, figura storica del cattolicesimo magiaro, durante gli anni passati all’ambasciata americana. Io ero piccolo non l’ho mai visto, perché, quando sono nato, era in carcere. Gli storici scrivono che in base ai documenti che ora si conoscono non sembra sia stata una sua decisione rifugiarsi nell’ambasciata americana. Di notte venne chiamato in Parlamento prima delle truppe del Patto di Varsavia e un ufficiale lo accompagnò in ambasciata, dove fu accolto dai diplomatici con le parole: “Eminenza, l’asilo le è concesso da Washington”. Questo vuol dire che qualcuno aveva già preparato il rifugio, dove Mindszenty rimase tanti anni. Quando lasciò l’arcidiocesi per recarsi a Vienna, noi seminaristi pregammo molto per lui, per la nostra Chiesa e abbiamo atteso con grande interesse e preoccupazione di vedere che cosa poteva succedere dopo la sua partenza. Girava tra i seminaristi il libro delle sue Memorie».
Trascorsi gli anni, leggendo i documenti storici, si delinea il volto ungherese della politica anti cristiana del sistema socialista. A quel tempo, il «caso Mindszenty» fece scorrere fiumi d’inchiostro, divise il mondo cattolico, scombussolò le diplomazie, creò crepe all’interno del partito comunista di vari Paesi, attirò le critiche più feroci nei confronti della diplomazia vaticana dell’Ostpolitik.
«Direi che i sacerdoti più accorti degli anni Sessanta-Settanta – proseguì il cardinale di Budapest durante la nostra chiacchierata – rispettavano il papa Paolo VI, non lo criticavano come faceva invece, con durezza, la stampa occidentale. Capivano che la situazione del Paese e le misure della Santa Sede miravano a ottenere qualche risultato concreto, anche se non potevano certo ottenere un cambiamento radicale della situazione, dati i limiti imposti dal regime. Anche di Mindszenty si continuava a parlare bene, con grande stima. Non si poneva l’accento sulla contrapposizione tra Paolo VI e il cardinale. I fedeli avevano per entrambe le figure una grande venerazione. Erano i mass media che ne facevano un campo di battaglia».
Si dice che gli ungheresi a differenza dei polacchi siano stati più compiacenti nei confronti del regime comunista. Adesso, in base alle ricerche storiche, si vede che questa affermazione non corrisponde al vero. Lo confermava il cardinale Erdő:
«Molti altri vescovi, al tempo di Mindszenty, hanno pagato di persona la fedeltà alla Chiesa. Molti sono stati internati e più della metà della Conferenza episcopale ha conosciuto il carcere. Il successore di Mindzsenty, il cardinale László Lékai (1910-1986), si esprimeva così: “Io stimo il cardinale Stefan Wyszyński, arcivescovo di Varsavia. Quando lui parla, può stare sicuro che il popolo è con lui; invece, quando parlo io, so con certezza che nessuno sta dietro di me”. Lékai aveva una grande preoccupazione pastorale. Con la politica dei “piccoli passi”, una strada che gli stava molto a cuore, voleva realizzare qualcosa di utile e vantaggioso».





