
François Roustang.
«Se non stiamo attenti e se ci rifiutiamo di vedere l’evidenza, il distacco nei confronti della Chiesa, che è già ampiamente iniziato, continuerà ad aumentare»[1]. Sessant’anni fa, nell’ottobre del 1966, il gesuita François Roustang scriveva queste parole in un breve articolo destinato a suscitare molto più scalpore di quanto il suo autore probabilmente immaginasse. Il testo, intitolato Le troisième homme, apparve sulla rivista Christus, della quale Roustang era direttore.
L’immagine era quella di un “terzo uomo” che stava emergendo nel cattolicesimo francese. Da una parte vi erano coloro che rimpiangevano le forme tradizionali della vita cristiana; dall’altra i riformisti impegnati a rendere il cattolicesimo sempre più adeguato alla modernità. Ma Roustang invitava a prestare attenzione a un’altra realtà: uomini e donne che non intendevano abbandonare Gesù Cristo e la tradizione cristiana, ma che non accettavano più di vivere la propria fede in modo passivo nei confronti dell’istituzione ecclesiastica.
Il cristiano che ha imparato a pensare con la propria testa
Il contesto nel quale Roustang scriveva era quello di un cattolicesimo francese attraversato da un eccezionale fermento intellettuale. Christus era divenuta uno dei luoghi – assieme ad altre riviste come quella dei domenicani La vie spirituelle – nei quali la spiritualità cristiana cercava un confronto con le scienze umane: storia, linguistica, psicoanalisi, etnografia. Accanto a Roustang vi erano figure come lo storico Michel de Certeau e lo psicanalista e teologo Maurice Bellet. Poco dopo sarebbero arrivate le contestazioni del Sessantotto, ma già si avvertiva che il rapporto tra fede e cultura stava cambiando profondamente[2].
È dentro questo clima che va compresa la provocazione di Roustang. Il suo “terzo uomo” non è semplicemente un cattolico progressista. È qualcuno che ha acquisito una nuova consapevolezza della propria libertà. Non vuole necessariamente lasciare la Chiesa, ma non è più disposto ad accettare senza discuterle le sue norme e le sue forme.
Gli esempi scelti da Roustang sono eloquenti. Ne riporto due. Un uomo, dopo oltre vent’anni di Azione Cattolica, racconta di non sentire più il bisogno di confessarsi: nella ricerca della verità condivisa con la moglie o con un amico sperimenta qualcosa che gli appare più decisivo per la propria vita (ne parla in termini di “esperienza di grazia”) di quanto non gli accada nel sacramento della penitenza. Una ragazza riteneva che i cristiani nutrissero nei confronti dell’eucarestia «riflessi simili a quelli degli indù davanti alle vacche sacre!».
Ora, commenta Roustang, quella ragazza «non era affatto sull’orlo dell’incredulità, ma […] non riusciva più a sopportare un rispetto che tendeva all’idolatria e voleva vedere ristabilito il legame tra il pane della vita e la vita della comunità»[3]. Non è dunque l’incredulità ciò che Roustang registra. È qualcosa di più difficile da classificare: la richiesta di un rapporto nuovo tra fede e istituzione, tra coscienza personale e legge, tra tradizione e vita concreta. Questi cristiani, scrive, sanno di essere radicati in una tradizione che non vogliono assolutamente rinnegare, ma rivendicano la libertà di interrogare quella tradizione e di sottrarsi alle sue forme irrigidite[4].
Il paradosso è che proprio il Concilio, secondo il direttore di Christus, aveva contribuito a produrre questa nuova coscienza. I cattolici si erano come risvegliati con l’“audacia di esistere”, di pensare e di parlare in prima persona. Per questo sarebbe stato contraddittorio che l’autorità ecclesiastica cercasse poi di neutralizzare quella libertà che essa stessa, almeno in parte, aveva contribuito a suscitare.
Sessant’anni dopo
Rileggere oggi Il terzo uomo non significa chiedersi semplicemente che cosa di quella figura sia sopravvissuto. Il cattolicesimo francese è cambiato troppo profondamente perché sia possibile individuare ancora una categoria omogenea di cristiani corrispondente a quella descritta nel 1966. Anzi, il problema sembra oggi quasi rovesciato. La Francia degli ultimi anni ha conosciuto un fenomeno che, a prima vista, potrebbe apparire sorprendente: l’aumento dei battesimi di adulti, una certa crescita delle vocazioni, la partecipazione a celebrazioni e pellegrinaggi. Ma sarebbe affrettato leggere questi dati come il ritorno del cattolicesimo di un tempo.
Il sociologo Yann Raison du Cleuziou parla piuttosto di una transizione minoritaria[5]. La secolarizzazione della società francese continua, ma produce all’interno del cattolicesimo effetti differenti. Accanto alla secolarizzazione interna, che ha accompagnato per decenni l’autonomia dei credenti, la desacralizzazione dell’autorità e la trasformazione della liturgia, si manifesta oggi una tendenza opposta: una sorta di desecolarizzazione o contro-secolarizzazione. Essa si caratterizza per un maggiore attaccamento ai riti, una valorizzazione del sacro e una morale più rigorosa. È una trasformazione importante. Perché il cattolicesimo che sta emergendo non sembra semplicemente raccogliere l’eredità del cattolicesimo conciliare descritto da Roustang. In alcuni casi sembra addirittura muoversi nella direzione opposta.
La domanda, allora, non è più soltanto come rendere il cristianesimo compatibile con una società secolarizzata. È anche capire se una Chiesa ormai minoritaria possa vivere la propria fede senza continuare a pensarsi secondo le categorie di una religione maggioritaria.
Secondo Raison du Cleuziou, proprio qui si trova una delle questioni decisive del cattolicesimo francese contemporaneo: una minoranza religiosa può forse essere più rigorosa, più consapevole e più identitaria, ma non può semplicemente ricostruire in piccolo la società cristiana che è venuta meno. La stessa sopravvivenza dell’istituzione ecclesiale dipenderà dunque da come saprà rapportarsi a coloro che sono rimasti legati alle convinzioni più tradizionali.

Una Chiesa senza più un luogo proprio?
È interessante, a questo punto, tornare alla provocazione di Roustang. Forse il “terzo uomo” non va cercato oggi in un particolare gruppo sociologico. È piuttosto un atteggiamento spirituale che può attraversare forme di cattolicesimo molto diverse. Roustang intuiva infatti che il cristianesimo stava perdendo il suo luogo sociale. Non sarebbe più stato possibile dare per scontato un mondo cristiano nel quale fede, cultura, morale e istituzioni coincidessero. Il cristiano avrebbe dovuto imparare a vivere la propria fede nella dispersione, accanto a uomini e donne di altre fedi o di nessuna fede, senza considerarsi per questo depositario di una superiorità culturale.
Forse è proprio questo il punto nel quale la diagnosi del 1966 conserva una sorprendente attualità. Il cattolicesimo francese non è tornato indietro. Non è diventato nuovamente maggioritario. Anche là dove registra segni di vitalità, resta dentro una società largamente secolarizzata. Lo ha mostrato, in modo emblematico, anche il recente viaggio di Leone XIV in Francia. Il Papa ha incontrato una Chiesa nella quale sono presenti contemporaneamente la memoria di una grande tradizione e i segni di una nuova stagione. All’Institut Catholique di Parigi ha incontrato catecumeni e neofiti, riconoscendo con sorpresa e gratitudine il numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Ma il significato di questa novità non è quello di un semplice ritorno al passato. Lo stesso viaggio papale ha collocato la Chiesa francese dentro una società pluralista e dentro il dialogo con la cultura, la politica, le altre religioni e il mondo contemporaneo. A Lourdes, incontrando i vescovi francesi, Leone XIV ha richiamato l’eredità cristiana della Francia, ma lo ha fatto davanti a una Chiesa che sa di vivere una condizione ormai profondamente diversa da quella della “figlia primogenita della Chiesa”.
È forse qui che il sessantesimo anniversario di Il terzo uomo acquista il suo interesse. Nel 1966 Roustang si domandava che cosa sarebbe accaduto a una Chiesa che aveva contribuito a liberare la coscienza dei propri fedeli e che ora doveva imparare a convivere con quella libertà. Oggi la domanda è ancora più radicale: che cosa accade quando quella Chiesa non dispone più di un luogo sociale garantito e deve vivere la propria fede come minoranza? La risposta non è necessariamente il ripiegamento identitario, così come non può essere semplicemente la riproposizione dell’ottimismo conciliare. Tra la nostalgia di ciò che non è più e l’illusione di poter ricostruire il passato, resta la necessità di inventare forme nuove di trasmissione della fede.
Probabilmente è questo, alla fine, ciò che rende ancora attuale l’analisi di Roustang. Il “terzo uomo” non è una categoria sociologica da conservare intatta. È il nome dato, sessant’anni fa, alla scoperta che una tradizione può rimanere viva soltanto quando accetta di attraversare una frattura.
Il suo confratello Michel de Certeau, nello stesso anno, lo avrebbe espresso con un’immagine altrettanto radicale: «tutto ciò che inietta in una tradizione il veleno di un tempo nuovo è anche ciò che la salva dall’inerzia»[6].
Forse il futuro del cattolicesimo francese — e non solo — dipenderà proprio dalla capacità di tenere insieme queste due esigenze: custodire una tradizione senza trasformarla in un rifugio e accogliere il nuovo senza confonderlo con la semplice dissoluzione della tradizione.
[1] F. Roustang, «Le troisième homme», in Christus 13(1966) 561-567; trad. it. Il terzo uomo, postfazione di G. Lafont, Qiqajon, Magnano 2021 (qui 17). Su questo breve scritto mi sono soffermato più specificatamente nell’articolo: «Che fede sta emergendo? I gesuiti, il postconcilio a 60 anni da “Il terzo uomo”», in Il Regno 71/14 (2026) 408-410.
[2] La crisi e lo scontro tra l’intellighenzia cattolica di quel periodo e le istituzioni ecclesiastiche non tardò a manifestarsi. Diverse personalità di spicco lasceranno il sacerdozio e s’affermeranno tra i più disparati ambiti della società francese dell’epoca, dalla politica al mondo del sindacato, dalla cultura all’università. Tra questi vi fu anche Roustang che, a seguito dei contrasti suscitati da questo scritto, abbandonò la Compagnia di Gesù per dedicarsi alla psicoanalisi.
[3] F. Roustang, Il terzo uomo, 10.
[4] Id., 14-16.
[5] Cf Y.R. du Cleuziou, «La transition minoritaire du catholicisme français», in Études 169 (2025) 85-95; Id., «Un catholicisme identitaire? Foi, religion et culture au début du XX siècle», in Études 170 (2026) 77-88.
[6] M. de Certeau, La debolezza del credere. Fratture e transiti del cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 2020, 68-69.





