
Messaroli, una risorsa è il titolo di un interessante e intrigante libro dell’amico Tonino Lasconi sulla liturgia, frutto dell’osservazione dall’altare di ciò che si svolge tra i banchi.
Assumendo la prospettiva dell’Assemblea liturgica che partecipa dalla navata, ho formulato questo interrogativo: «I liturgisti dicono che la Messa nel suo svolgersi come Rito formi alla fede i fedeli attraverso atteggiamenti, preghiere, canti, movimenti, gioco di luci, creando in loro ripercussioni spirituali suscitate proprio dal Rito. Ma queste loro aspettative corrispondono alla realtà?», e l’ho posto come introduzione ad una mia inchiesta per sentire il parere di chi siede nei banchi, i “messaroli” per l’appunto.
Nel frattempo, un lettore di SettimanaNews, nel suo commento al mio articolo La liturgia come rito intriso di teologia (14 aprile 2026), mi chiedeva con franchezza da quale prospettiva vedessi concretamente le nostre celebrazioni domenicali, precisando che «un conto è un trattato di teologia, un altro com’è la realtà».
Ciò che lui non poteva sapere è che da mesi avevo avviato l’inchiesta, condotta a titolo personale, proponendo un questionario a risposte sia chiuse che aperte, utilizzando la piattaforma Google Drive.
La rilevazione, diffusa con il metodo del “passaparola”, ha raggiunto un campione limitato di 166 persone, un numero numericamente contenuto, ma distribuito su ben 14 Regioni con risposte anche dall’estero (Francia e Argentina), e caratterizzato da un’ampia trasversalità per età (dai 16 agli 80 anni) e professioni (casalinghe, operai, insegnanti, studenti, musicisti, magistrati, medici, religiose…).
Pur essendo un’indagine non demoscopica ad ampio raggio, la varietà delle provenienze e dei vissuti offre uno spaccato alquanto significativo, capace di intercettare attese ed esigenze presumibilmente diffuse su larga scala. Pur con i limiti di spazio propri di un articolo, l’intento è offrire una sintesi esaustiva che possa diventare motivo di riflessione sia per i celebranti sia per i fedeli.
Formazione alla fede
Il primo quesito bipartito – Capita a te questa esperienza di formazione alla fede quando partecipi alla Messa? Se sì, in quali momenti particolari della Messa avverti questa sottile forza formativa alla fede e ti senti coinvolto interiormente? – riguarda un tema delicato in cui l’azione misteriosa dello Spirito s’intreccia con le limitate capacità umane, un dinamismo che, per quanto verbalizzabile, sfugge ad una quantificazione statistica.
Comunque, alla prima parte, l’85,5% ha risposto sì, il restante 14,5% no. Circa i momenti particolari, il 37,4% ha indicato la Liturgia della Parola, il 34% la Preghiera Eucaristica, il 25,2% i Riti di comunione, il restante i Riti di ingresso e altro.
Il secondo quesito chiedeva quali fossero «i momenti in cui sei facilitato nella preghiera e nell’avvertire, non in maniera sensibile ovviamente, la presenza del Mistero».
È interessante quest’affondo tranchant e chiarificatore: «Di quale mistero? È la presenza di Gesù che fa la differenza!» (F. 55, impiegata), in linea con quanto insegna papa Francesco: «Dicendo stupore per il mistero pasquale non intendo in nessun modo ciò che a volte mi pare si voglia esprimere con la fumosa espressione senso del mistero (DD,24)».
La stragrande maggioranza degli intervistati avverte il mistero della Presenza durante la Preghiera Eucaristica, in particolare al momento della consacrazione e dell’elevazione (37,4%) e nei riti di comunione (37,2%): «Il momento della consacrazione è indubbiamente il culmine: lì il tempo cronologico sembra fermarsi per lasciare spazio all’Eterno» (F. 54, casalinga); «Quando il celebrante, nel silenzio dell’assemblea, sollevando il calice e l’ostia, recita “Per Cristo, con Cristo e in Cristo […]”, conferma la comunità orante. E poi, durante la consacrazione e l’elevazione del pane e del vino: momento sublime del mistero profondo nel silenzio più solenne dove il nostro pensare umano si scioglie e si fonde nella fede» (M. 72, docente in pensione); «In fila, in attesa dell’incontro con Gesù nella comunione» (F. 43, barista); «Tutta la celebrazione aiuta a prepararsi per la consacrazione e quindi alla santa comunione. A volte dovrebbe…, perché il celebrante pare svolgere una mansione fredda e a tempo» (F. 61, casalinga); «Non ci sono momenti precisi: la messa nella sua interezza. Ma il solo pensiero della presenza di Gesù nell’eucaristia mi fa restare senza respiro» (F. 51, infermiera).
Da alcune risposte emerge che l’atteggiamento esteriore del sacerdote e la cura per le cose sacre favoriscono, insieme ad altri fattori, la partecipazione attiva, piena e consapevole dell’assemblea, al punto che la superficialità viene avvertita come un ostacolo reale.
«Non c’è un momento in particolare. Possono essere tutti o nessuno. Molto dipende dal portamento del sacerdote, se è un santo e crede in quello che sta facendo per tutta la santa messa, credo che siamo tutti facilitati. San Benedetto richiede negli uffici umiltà, gravità e riverenza. Oggi in generale gli officianti sono ben lontani da questi tre atteggiamenti» (M. 61, docente); non è sfuggita all’osservazione: «La cura che il sacerdote mette nel maneggiare il calice e le ostie, soprattutto quelle consacrate» (F. 23, operaia).
Altri hanno espresso l’esigenza di momenti di «silenzio condiviso» dopo l’omelia o dopo le letture (6,7%), cosa che non sempre si verifica: «I momenti di silenzio sacro dopo le letture e l’omelia» (M. 35, impiegato); «Nei momenti di silenzio (se concessi da chi presiede la liturgia), dopo la liturgia della Parola» (M. 64, pensionato).
I Riti che formano
Se il quesito precedente indagava sui momenti e sui moti interiori, il terzo quesito interroga espressamente i fedeli su quali siano i Riti che facilitano il raccoglimento, l’attenzione, la preghiera e la percezione della misteriosa presenza di Dio.
Il 57,9% dei fedeli indica la Preghiera Eucaristica e la comunione: «Il silenzio durante la consacrazione, i canti di comunione, le letture» (F. 50, impiegata); «L’inginocchiarsi durante la consacrazione» (F. 58, insegnante); «In ginocchio, contemplando il pane e il vino» (F. 74, pensionata); la «Pausa silenziosa dopo la comunione» (F. 64, casalinga); «Le preghiere dette insieme» (F. 16, studentessa); «L’eucaristia nel momento della consacrazione e della comunione, il senso del bello estetico che talvolta si trova quando si arriva e la comunione tra i fratelli» (F. 33, mamma e studentessa); «I riti della comunione con il pane e il vino in piccole comunità» (M. 28, educatore e formatore).
Il 7,9% specifica la necessità indispensabile di momenti di silenzio dopo le letture, dopo l’omelia e dopo la comunione e l’ascolto attento delle Scritture e dell’omelia (4,3%). In particolare: «Gli attimi di silenzio che seguono l’omelia, specialmente quando offre spunti, interrogativi e interpretazioni degni di essere meditati e metabolizzati. Il silenzio che segue la comunione e il successivo “Preghiamo”, per ringraziare del nutrimento spirituale che Dio ha voluto offrire» (M. 74, insegnante in pensione); «La lettura della Parola, ma soprattutto un’omelia fatta in modo che tutti possano comprendere e interiorizzare la Parola» (F. 21, studentessa); «Canti, i lettori che sappiano leggere, l’omelia fatta col cuore» (F. 53, impiegata).
Per alcuni è importante l’atto penitenziale, «l’uso dell’incenso» (M. 19, studente), il segno di croce e quello della pace. Altri sottolineano che, nella propria parrocchia, ormai «quasi nessun rito aiuta», e che tutto dipende da «come i riti vengono eseguiti dal celebrante».
I dati raccolti dimostrano, comunque, che «Il modo di celebrare non è innocuo, ma esprime e alimenta una certa immagine di cristiano e di Chiesa» (Sirboni). L’attenzione non si cattura moltiplicando le parole o le attività nell’animazione liturgica, ma curando i Riti e la verità dei gesti che, nel loro dispiegarsi sono come una pioggia benefica che penetra e forma la coscienza di chi li vive con le disposizioni adeguate.
È molto significativa e rivelatrice di un certo disagio questa esperienza di un giovane universitario (21 anni): «Io ho un’alta opinione del Concilio Vaticano II, di cui ho letto e accolto le costituzioni. Quando ho partecipato a messa nella nuova città di residenza, spesso non mi sono trovato a mio agio: canti poco liturgici che mi davano fastidio nella preghiera e altro. Nel capoluogo mi è capitato di partecipare alla messa celebrata col vecchio rito ambrosiano in latino, in cui il sacerdote incoraggia molto di più i fedeli a sentire l’unione con Dio, facendo risaltare l’importanza della liturgia, specialmente con canti appropriati tipo gregoriano. A me si associa un gruppetto di coetanei, tra i quali solo un paio mostrano una certa riluttanza ad accettare il Concilio. Mi sono tuttavia sentito spiritualmente a mio agio in una celebrazione col rito consueto nella mia città, con i giusti momenti di silenzio, canti sostenuti dal coro e dall’organo e con la partecipazione corale dell’assemblea. Questa esperienza mi spinge a parteciparvi costantemente d’ora in poi».
Cosa disturba
Nelle risposte al quarto quesito – Cosa, invece, rende difficile questa esperienza interiore e perché? –, ci troviamo di fronte a un materiale particolarmente denso e critico: l’analisi dei dati mostra una convergenza di pareri su ciò che disturba il raccoglimento ed evidenzia precise responsabilità sia sul piano liturgico e presidenziale, sia su quello comportamentale dell’assemblea. Le difficoltà si concentrano principalmente su tre fattori: l’omelia (25,0%), la scelta stilistica e musicale dei canti (18,9%), lo stile del celebrante (11,0).
Un primo fattore riguarda le omelie se caratterizzate dalla lunghezza e astrattezza: «Omelie troppo lunghe con sacerdoti poco carismatici» (F. 48, impiegata); «Non sempre le omelie o prediche sono interessanti, spesso sono retoriche e poco aderenti alla realtà» (F. 70, insegnante pensionata); «Il momento della Parola, perché a volte ci si distrae» (F. 57, viceprocuratore); «Omelie molto lunghe che non permettono una riflessione profonda» (M. 49, insegnante); «A volte mi capita durante l’omelia. Se il sacerdote la legge, faccio fatica ad accoglierla, e poi, se ci aggiungo il chiacchiericcio di sottofondo che spesso lo accompagna, diventa complicato; mi succede anche quando chi legge le letture o il salmo e lo fa senza espressione» (F. 42, dipendente Ministero della difesa); «A volte, le omelie superficiali e il tono monotono di chi legge le letture e le intenzioni» (F. 46, soprano lirico e imprenditrice); «Le letture e la predica, perché le trovo quasi noiose» (F. 16, studentessa); «Le preghiere comuni, perché mi distraggono dalla riflessione individuale» (F. 24, studentessa).
Un altro motivo di disturbo è l’invasività della musica e dei canti che si verifica «Quando si concentra l’attenzione sui canti» (F. 48, libera professionista) e quando «A volte i canti, durante e subito dopo la comunione, disturbano il raccoglimento e il dialogo interiore con Gesù» (F. 64, impiegata).
Ecco alcune osservazioni critiche sulla qualità dei canti che, invece di accompagnare e di facilitare il dialogo interiore con Dio, finiscono col sovrastarlo e si trasformano in una parentesi di intrattenimento che influisce negativamente sui Riti «durante i quali ci sono troppe canzoni movimentate con troppi strumenti musicali» (F. 65, insegnante); «Le chitarre e i canti pop» (M. 31, impiegato) o «Canti non adatti o male eseguiti, canti “urlati” o canti che dovrebbero essere gioiosi che, invece, vengono eseguiti con estenuante lentezza» (F. 68, pensionata); oppure «Quando le persone parlano e canti cantati come se fosse Sanremo» (F. 65, insegnante). Altri segnalano «Canti troppo allegri, balli, battito di mani» (M. 19, studente), «Canti inadatti ad un rito sacro» (M. 46, blogger), oppure «Canti non appropriati» (M. 80, pensionato) o «banali» (F. 50, impiegata).
Un altro elemento critico riguarda direttamente il ruolo di chi presiede e la cura che dovrebbe mettere nei Riti, «In genere poco curati e celebrati in modo frettoloso quasi per adempiere ad un dovere» (M. 49, insegnante). C’è chi ha notato il «Maneggiare l’ostia consacrata con eccessiva disinvoltura» (M. 63, impiegato) e «L’allestimento dell’altare con oggetti vari, oltre che con pane e vino, spostando l’attenzione da ciò che è importante» (M. 21, universitario).
È molto interessante questa testimonianza che riguarda il Prefazio e la Preghiera Eucaristica: «Trovo a volte complessa la parte da “In alto i nostri cuori” fino a “Per Cristo…”, specialmente in alcune forme “lunghe”, che talvolta risultano complesse da comprendere (F. 25, dottoranda).
Riporto questa risposta un po’ lunga ma molto articolata e interessante: «Non sono i riti in sé stessi che rendono difficile l’esperienza interiore del fedele e la percezione misteriosa della presenza di Dio. Credo che molto dipenda dal “come” sono rispettati e attuati. Ho girato l’Europa e assistito a messe di tutti i colori… I riti, in generale, con le dovute eccezioni, scivolano in una “performance” del celebrante, il quale, sentendosi al centro dell’attenzione, si sente autorizzato a escogitare qualcosa per non stancare i fedeli (preamboli esagerati, aggiunte o omissioni di azioni, parole, espressioni anche del Canone, toni della voce studiati, didascalie non previste dal messale, omissione di gesti per accorciare i tempi ecc.). Ma noi sappiamo che il centro dell’attenzione non è il sacerdote. Quando si parla con Dio, si adora e si prega, e la preghiera può essere corale, di tutti noi fedeli, o solo del sacerdote. Quella del singolo dovrebbe essere silenziosa. Per cui, quando il sacerdote si rivolge al Padre, dovrebbe farlo a voce sommessa. Ecco che l’esperienza interiore del fedele ne è avvantaggiata» (M. 61, docente).
Il 4,9% nota che i riti d’ingresso sono spesso vissuti in maniera frettolosa tale da rendere più difficile l’immersione iniziale nel Mistero: «ll rito di ingresso, spesso troppo frettoloso o eseguito con poca partecipazione» (F. 46, docente di musica). Il 3% cita i Riti finali e gli avvisi come momenti di rottura in cui «la gente inizia a fare confusione prima della benedizione».
Alcuni (6,7%) hanno riconosciuto onestamente che la difficoltà risiede nella propria distrazione: «Quando ci sono fonti di distrazione interne» (F. 45, impiegata); «Talvolta si partecipa in modo distratto; altre volte non si fa spazio al Mistero perché si è concentrati solo su di sé» (F. 55, insegnante).
Come motivo di disturbo sono segnalati lettori impreparati che leggono senza espressione, troppo velocemente o con un tono di voce che impedisce l’accoglienza della Parola (3%).
I lettori
A proposito dei lettori, il quesito chiede espressamente: Cosa pensi del modo di leggere dei lettori, in che cosa difettano? Dall’analisi delle risposte si può notare che il popolo di Dio possiede sensibilità liturgica per ciò che avviene all’ambone, ed esige che i lettori si sentano coinvolti in quel che leggono e in grado di rispettare le regole elementari per una lettura decorosa.
Ecco alcuni pareri: «A volte non preparano bene le letture» (M. 51, impiegato); «Non sanno quel che leggono» (F. 29, insegnante); «Non la sentono propria, ma compiono un dovere/servizio» (F. 62, psicoterapeuta); «Certi leggono senza dare senso; anche la voce fa tanto» (F. 74, religiosa); «Penso che non si preparano le letture in anticipo e fanno errori quando leggono, travisandone a volte il senso a causa del loro ritmo di lettura. Se non si conosce già il brano, si capisce male o non si capisce affatto» (F. 33, mamma e studentessa). La Parola «Va letta con calma, senza correre» (M. 63, impiegato);
Altri segnalano la poca espressività: «Lettura “asettica” e “veloce”» (M. 65, artista); «Non studiano come esporre in maniera sensata, con intonazione e ritmo corretti. A volte è un supplizio» (F. 46, soprano lirico); «Spesso non capisco nemmeno cosa stanno leggendo, leggono senza espressione» (F. 42, dipendente della Difesa); «A volte non danno giusta importanza a ciò che leggono. Leggono e basta» (F. 49, catechista) e con «Poca gioia» (F. 40, ostetrica).
È notevole questa puntualizzazione: «La parola di Dio non si legge, si proclama! I lettori in genere non sanno rendere ciò che leggono con le dovute sfumature; anche qui l’assemblea è, purtroppo, soggetta all’abilità della dizione di un suo membro» (M. 60, docente).
C’è chi segnala l’eccesso opposto: «Alcuni leggono come se fossero su un palco, altri sono molto timidi. Ciò che viene letto è sacro, e deve essere compreso da chi ascolta» (M. 19, studente).
Non mancano alcuni rilievi di ordine tecnico: «Ritengo importanti le pause durante la lettura, e lo scandire con attenzione le parole in modo da consentire all’assemblea una completa comprensione» (F. 52, docente); «Qualcuno non rispetta la punteggiatura e non si capisce niente» (F. 53, infermiera); «A volte non si capisce un tubo» (M. 73, pensionato); «Per leggere la parola di Dio, è necessario scandire bene tutte le parole e leggere lentamente. Si deve proclamare la parola, non leggere un semplice testo» (F. 26, casalinga).
C’è chi ha segnalato che: «Nella maggior parte dei casi, si piglia uno/a perché legga; spesso si legge per sé stessi e non si proclama» (M. 70, medico); «Ritengo che il momento della liturgia della Parola debba essere preparato con responsabilità e amore e il lettore deve sapere bene cosa sta leggendo. Spesso i lettori mancano di un’adeguata preparazione e leggono la parola di Dio come se stessero leggendo una favoletta per bambini» (M. 49, insegnante).
Alcuni pareri sono positivi: «Ho notato negli ultimi anni lettori sempre più preparati» (F. 55, insegnante); «Non trovo difetti» (F. 70, pensionata); «Sono mediamente bravi» (M. 30, medico).
Chi presiede aiuta a seguire la messa?
Al riguardo, il 90,2% ritiene che il celebrante aiuti a seguire la messa. Solo un 9,8% è di parere contrario. Il consenso superiore al 90% mostra che, nonostante le critiche emerse nelle risposte ai quesiti precedenti circa la lunghezza delle omelie, viene attribuito al sacerdote il ruolo fondamentale di guida e di “facilitatore dell’incontro con Dio”.
Tuttavia, quel quasi 10% di risposte negative ci ricorda che l’agire liturgico del sacerdote non è mai neutro. È importante, per chi presiede, la consapevolezza di celebrare per comunicare e condividere la fede in una reciprocità spirituale che sorregge e incoraggia i due soggetti. Tra il celebrante principale e l’assemblea c’è inevitabilmente un’influenza speculare: il vissuto di entrambi si riflette e, in qualche modo, condiziona.
Risulta sempre attuale e puntuale l’analisi di Giuliano Zanchi a proposito del ruolo di chi presiede l’Assemblea: il fatto di «essere perennemente rivolto all’assemblea fa sì che ogni celebrante sia immediatamente misurato nella verità corporea dei gesti che singolarmente incarna. Rivolto verso il popolo, il celebrante di oggi è costretto a metterci letteralmente la faccia rimanendo perciò costantemente esposto all’immediatezza di una decifrazione degli sguardi inevitabile e spietata, immediata e chirurgica, per le virtù di trasparenza di quella straordinaria macchina della verità che il corpo umano, luogo di trasparenza persino dei tentativi di dissimulazione delle intenzioni che lo abitano, anche quelle subliminali».
I fedeli percepiscono «immediatamente se, celebrando, un ministro consuma gesti e parole nell’enfasi, se tiene semplicemente una parte, se segue meccanicamente una sequenza di funzioni, se è inibito, se è sbrigativo, se veicola convinzione, se incarna autenticità, se trasmette imbarazzo, se comunica agitazione, se manifesta presenza, se tradisce distacco o se sta veramente in quello che fa. Un’immediatezza corporea che mette alla prova anche l’assemblea celebrante che la riforma ha cercato di sottrarre alla sua passività, ma che, proprio per questo, per essere state reintrodotta in uno spazio di interazione, non può non evitare di mostrarsi per quella che è, nella tonalità complessiva dell’intero e nell’atteggiamento proprio degli individui» (Rimessi in viaggio, pagg. 58-59).
Il tono di voce e l’inflessione del celebrante
La voce è un canale importante dell’azione liturgica: può trasmettere la vicinanza del Mistero o, al contrario, creare barriere. Il quesito entra nello specifico della comunicazione verbale del sacerdote all’altare e riserva delle soprese.
Il 65,9% ritiene il tono di voce partecipe ed è un dato confortante: per quasi due terzi dei fedeli, la voce del sacerdote trasmette vicinanza, calore umano e convinzione interiore. Non sentono un funzionario che recita un copione, ma un uomo di fede che partecipa a ciò che dice. Tuttavia, il 23,8% evidenzia il tono cantilenante o distaccato.
Un 9,1% ritiene positivo il tono ieratico nel senso di sacro, solenne, dignitoso. È un dato ambiguo: il fatto che abbia raccolto poco meno del 10% indica che i fedeli di oggi preferiscono un’autenticità cordiale a una solennità distante.
L’omelia
Il quesito – Come giudichi le omelie: lunghe, lontane dalla vita concreta, moraliste e in che senso, utili per entrare nel mistero celebrato? – prevede risposte multiple.
Il 53,7% esprime una risposta del tutto uniforme e ripetitiva («utili per entrare nel mistero celebrato»), dando l’impressione di essersi appiattiti su un’opzione predefinita. Il restante 46,3% esprime, invece, un giudizio dissimile e articolato, introducendo elementi di forte criticità (lunghezza, distanza dalla vita reale, moralismo), dando prova di un pensiero critico e diversificato sull’omelia,
Emerge il desiderio di omelie capaci di coniugare la profondità del mistero con la concretezza dell’esistenza, contenute entro tempi che favoriscano la concentrazione anziché la stanchezza: la brevità e l’efficacia comunicativa sono custodi dell’attenzione spirituale dei fedeli. Papa Francesco ricorda un principio fondamentale: «La parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro» (EG 198).
L’opzione di omelie «moraliste» era stata selezionata numericamente da una minoranza (7,9%). Le motivazioni evidenziate dai fedeli mostrano che essi non rifiutano la morale in sé, ma rifiutano il modo giudicante e precettistico con cui viene proposta: avvertono una discrepanza tra la misericordia evangelica e l’atteggiamento di alcuni predicatori che «sembrano, in realtà, dei farisei».
Ecco le singole testimonianze: «Dicono cosa si deve fare o ci si lamenta, invece di fare vedere la bellezza del fare il bene e la gioia che dà il farlo» (F. 63, architetto); «Spesso sono troppo giudicanti e poco attinenti alla complessità della nostra realtà» (F. 70, insegnante); «Lungi dal comprendere la vita vera, impartiscono proibizioni e doveri precostituiti» (F. 62, psicoterapeuta); «Spesso i preti giudicano e non accolgono chi sbaglia» (F. 59, commercialista); «Troppo spesso dalle omelie traspare una visione della fede basata su obblighi, precetti, riti e sul giudizio morale» (M. 70, medico).
Due pareri diametralmente opposti: «Direi più che altro che sono lassiste il più delle volte» (M. 31, impiegato); «Spesso riguardano un messaggio di inclusività alla maniera contemporanea e non cristiana, oppure si soffermano sulle opere e non sull’amore di Dio» (F. 23, operaia).
Una risposta piuttosto lunga e articolata difende l’aspetto morale, quando si traduce in consigli pratici per un comportamento cristiano. «Le prediche moraliste in senso negativo sono rare. Le prediche o omelie moraliste in senso positivo sono quelle che danno dei consigli pratici per un comportamento moralmente cristiano, alla luce della Parola del giorno. Come s. Ignazio di Loyola vuole, bisognerebbe avere sempre un compito da fare, dopo ogni meditazione, nel senso che ogni messa dovrebbe lavorare in noi, arricchirci e farci uscire dal portale della chiesa diversi da come siamo entrati. Ma questo aspetto viene molto spesso tralasciato. Credo siano anche lontane dalla vita concreta in questo senso: la Parola del giorno serve anche a fare luce sui grandi eventi di attualità, le cause del male, i correttivi della fede, ma soprattutto a rinforzare la fede. Verticale e orizzontale, dovrebbero essere equilibrati. I migliori in questo sono i padri della Chiesa, i monaci dei primi secoli, da recuperare» (M. 61, docente).
Stupore e silenzio
Nei pareri dei fedeli non dobbiamo vedere una sorta di cahier de doléances accusatorio, bensì delle legittime aspettative che rivelano una notevole sensibilità liturgica che trova riscontro e conferma nelle indicazioni di papa Francesco in Evangelii gaudium e in Desiderio desideravi.
In EG, nella sezione dedicata all’omelia (139-159), egli precisa che «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio» (139). Tale ambito materno-ecclesiale deve trasparire dalla «vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti» (140). Se proprio egli deve indicare qualcosa di negativo, cercherà «sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività» (159)
Il giusto stile di predicazione dipende molto dal fatto che chi fa l’omelia, «prima di preparare concretamente quello che dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella parola che ferirà gli altri» (150).
In DD papa Francesco indica a chi presiede l’assemblea l’esigenza di affinare l’arte e lo stile della celebrazione (54), e di essere permeato dalla consapevolezza che «presiedere l’eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio». Occorre coltivare una «viva coscienza di essere, per misericordia, una particolare presenza del Risorto» (57) e lo stupore «per il mistero pasquale che si rende presente nella concretezza dei segni sacramentali».
Diversamente, «potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione. Non sono sufficienti i pur lodevoli sforzi a favore di una migliore qualità della celebrazione e nemmeno un richiamo all’interiorità: anche quest’ultima corre il rischio di ridursi ad una vuota soggettività se non accoglie la rivelazione del mistero cristiano» (24).
Il papa precisa anche che, «tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea, occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Tutta la celebrazione eucaristica è immersa nel silenzio che precede il suo inizio e segna ogni istante del suo svolgersi rituale. Infatti, è presente nell’atto penitenziale; dopo l’invito alla preghiera; nella liturgia della Parola (prima delle letture, tra le letture e dopo l’omelia); nella preghiera eucaristica; dopo la comunione» (52).
Leone XIV, che ha dedicato otto udienze generali alla liturgia commentando SC, il 25 settembre, nella celebrazione dei Vespri a Notre-Dame ha esortato, fra l’altro, ad «aver cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro», raccomandando la «nobile semplicità dei gesti e dei canti liturgici».






È proprio vero che il popolo di Dio nel suo insieme non può errare nella fede! Con buona pace degli estemporanei della liturgia, delle cantatrici fuori luogo (occorre raccoglimento e silenzio durante e dopo la Comunione), delle chitarre, delle improvvisazioni sulle preghiere di intercessione o per i defunti. Speriamo si tenga conto di questo. Un po’ meno Chiesa dalle/delle/per le Genti (povera Milano!) e un po’ più Chiesa di Cristo.
Quello che funziona è avere comunità che testimonino sinceramente. Il resto sono tutte chiacchiere, che sia il latino o le chitarre. Chi ha la fortuna di incontrare cristiani credibili ne rimane toccato, il resto è giusto una variabile tra le tante.