
I 4 nuovi vescovi lefebvriani consacrati a Écône, Svizzera, 1 luglio 2026 (AP Photo/Baz Ratner)
Neppure l’accorato appello di ieri (30 giugno) di papa Leone XIV («perché lacerare la tunica inconsutile di Cristo?»; cf. qui su SettimanaNews) ha impedito la celebrazione dell’ordinazione episcopale dei quattro preti della Fraternità sacerdotale di san Pio X: Pascal Schreiber, Michaele Goldade, Michel Poinsinet de Sivry, Marc Hanappier (1 luglio 2026, Écône, Svizzera).
I celebranti, mons. Alfonso de Galarreta e, a lato, mons. Bernard Fellay, come gli ordinati, si sono assunti il rischio di privare «della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti» dei fedeli che a loro ricorreranno.
Il tratto barocco ed estetizzante della funzione religiosa (dalle pianete finemente lavorate alle tuniche, dai guanti rossi alle scarpe rigorosamente bianche, dalle talari con cotte di tutti i preti presenti agli arredi liturgici) contrastava con l’area a prato (le videate fuori dello spazio liturgico mostravano una classica manifestazione di montagna), con la tensostruttura rimuovibile e con un temporale che ha fatto volare alcuni addobbi.
La liturgia in latino secondo il rito preconciliare è stata ulteriormente caricata dal canto poco coerente del rosario. Migliaia i presenti e centinaia i preti, tutti facenti parte della Fraternità di Lefebvre. La presentazione iniziale annunciava la consacrazione come necessaria in ragione del tradimento della fede da parte della Chiesa e per la richiesta non rimuovibile dei fedeli. Il loro ruolo previsto: vescovi ausiliari a disposizione della Fraternità.
L’omelia è stata dettata dal superiore generale, don Davide Pagliarani. Strutturata i quattro punti (fede, speranza, carità e il sacrificio di Cristo) è stata attraversata da molti spunti polemici. Ne ricostruisco tre, tutti ispirati da un sofismo retorico.
Ci dicono che dobbiamo scegliere tra la fede integrale a cui apparteniamo e la Chiesa, ma noi siamo nella Chiesa perché siamo nella fede e viceversa. La nostra è una appartenenza naturale come l’essere figli nella famiglia o appartenenti ad una nazione.
Il secondo quando ha parlato della loro condizione di «ribelli»: niente affatto perché siamo figli. Infine, parlando del papa ha detto: ci accusano di criticarlo e di non amarlo, mentre siamo gli unici che lo difendono e che non vogliono la sua umiliazione quando appare come uguale fra i responsabili delle confessioni cristiane ereticali o ancora più quando è con gli esponenti di altre religioni che sono false, incapaci di salvezza.
Ha identificato il male che attanaglia i popoli con la glorificazione dell’uomo. La sua esaltazione lo candida all’allontanamento da Dio e lo blocca nel male. Rivolgendosi poi agli ordinanti li ha esortati con due espressioni di richiamo evangelico: essere a un tempo agnelli e leoni, come anche colombe e serpenti. Additando a loro l’esempio di Cirillo di Alessandria e la sua lotta per la fede e il fondatore della Fraternità, Marcel Lefebvre, per la sua lotta per l’eucaristia.
Lo scisma si è consumato. Si attende ora la comminazione formale della censura da parte della Santa Sede.
Un passo definitivo
Con grande sicurezza il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, il 2 febbraio scorso annunciando l’ordinazione ha detto:
«Mi assumo, mi assumo pienamente la responsabilità della decisione. L’assumo anzitutto davanti a Dio, l’assumo davanti alla santissima Vergine, davanti a san Pio X. L’assumo davanti al papa […] E assumo questa responsabilità anche davanti alla Chiesa. Davanti alla Fraternità e a tutti i suoi membri».
Convinto che «eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale» (cf. qui su SettimanaNews).
A 38 anni dalle prime ordinazioni episcopali e a 56 anni dalla fondazione della Fraternità sacerdotale la rottura della comunione ecclesiale delle attuali consacrazioni permette alcune valutazioni. La prima è relativa alla definitività. Mentre nel 1988 il timore era relativo alla forza di trascinamento che la scelta di mons. Marcel Lefebvre poteva innestare nel corpo ecclesiale, a quanti fra i dubbiosi, scontenti o smarriti dai cambiamenti avrebbero seguito il dissidente nel sottrarsi alla comunione ecclesiale.
Ora la sfida è diversa. La frana delle comunità e l’onda dei consensi non si sono realizzate che in misura assai ridotta (ricordo che il Coetus internationalis patrum, la pattuglia conservatrice dei padri conciliari presieduta da Lefebvre raccoglieva 250 vescovi). Oggi la prospettiva è quella della stabilità del gruppo lefebvriano che potrebbe durare a lungo come mostrano i molti scismi che la Chiesa ha conosciuto nel passato. L’unico che viene motivato dal rifiuto del Concilio Vaticano II.
Nel contesto di una stabilizzazione si può evidenziarne anche la marginalità. Se la Fraternità avesse accettato nel 2012 l’offerta di Benedetto XVI della prelatura e il «preambolo dottrinale» il loro rientro avrebbe pesantemente condizionato l’indirizzo del cammino ecclesiale universale, già spinto a una lettura riduttiva del Concilio. Giustificando così la ragionevole conclusione che solo una lettura conservatrice del Vaticano II era in grado di far rientrare lo scisma. Con effetti rilevanti negli equilibri complessivi, prevedibilmente anche nel conclave del 2013 (ove risultò eletto papa Francesco).
La rottura attuale, seppur pastoralmente e teologicamente molto grave, non cambia né condiziona gli indirizzi di fondo della Chiesa, né il suo cammino in fedeltà alla tradizione e alla Scrittura.
L’eresia possibile e il dialogo a tutta prova
La seconda valutazione è prospettica: il possibile passaggio da una condizione scismatica a una conclusione ereticale. La storia della Chiesa ci autorizza a pensarlo. È facile che nel tempo lo scisma (rottura della comunione ecclesiale) sfoci nell’eresia (cambiamento della dottrina della Chiesa).
È successo per altri movimenti dissidenti che all’inizio hanno rivestito solo le vesti dello scisma. È indicativo che nell’ultima «professione di fede cattolica» (24 giugno 2026) i testi del Concilio, il magistero dei papi e l’intera riflessione teologico-pastorale di questi decenni siano totalmente scomparsi (cf. qui su SettimanaNews). Non suona implausibile un esito ereticale nell’ambito dell’ecclesiologia e della teologia.
La terza valutazione riguarda la Chiesa, la sua scelta sistematica e pervicace di mantenere aperto il dialogo anche oltre ogni speranza. Vi sono stati molti gesti unilaterali e gratuiti, molte ipotesi di soluzioni canoniche (società di vita apostolica, ordinariato, prelatura), infiniti incontri anche palesemente improduttivi: tutto per non smentire la sostanza dialogica e comunionale attestata dal Vaticano II.
Come ha fatto notare già nel 1988 il canonista Eugenio Corecco in una intervista a Francesco Strazzari e al sottoscritto:
«Bisogna pensare alla coscienza che la Chiesa ha oggi di se stessa. Da quando Paolo VI ha tolto la scomunica agli orientali e dopo le ripetute richieste di perdono espressi anche da papa Giovanni Paolo II si è formato nella coscienza della Chiesa un punto estremamente sensibile, paragonabile a quello di una cicatrice, che ci fa pensare: “capiti pure tutto ma non restiamo aggrappati a nessuna forma di rigidità istituzionale che possa essere motivazione di rottura dell’unità”. Questo potrebbe rendere plausibile l’atteggiamento della Santa Sede di non fare nulla, proprio nulla, che potesse dare adito ad una rottura. In questo senso, non di ingenuità si tratta, ma della posizione più sana che si poteva prendere dal profilo della fede» (Regno-att. 14,1988,363).
I decenni successivi fino all’appello di ieri di papa Leone lo dimostrano.
I numeri e i temi
Una stagione significativamente estesa che da un lato ha visto il consolidamento del mondo lefebvriano e dall’altro può essere letta a partire da una costante apertura al dialogo in successive quattro stagioni.
La stabilizzazione è visibile sia nei numeri che nei temi del dissenso: 184 case, 14 distretti, 800 fra chiese, cappelle e luoghi di celebrazioni per la messa, 2 istituti universitari, 94 scuole, 7 case di riposo, 6 vescovi, 733 sacerdoti, 264 seminaristi in 6 seminari maggiori e 54 seminari minori, 123 religiosi, 195 suore, oltre a 26 famiglie religiose «vicine».
Presente in 37 Paesi, la Fraternità ha i suoi punti forza in Francia, Svizzera e Stati Uniti. Per i fedeli si va da una stima prudente di 100.000 a una più generosa di mezzo milione.
I temi di conflitto con la Chiesa universale sono ampiamente noti: l’opposizione alla collegialità episcopale, alla libertà religiosa, al dialogo ecumenico e interreligioso (in particolare l’ebraismo), alla riforma liturgica, al dialogo col mondo, al modernismo, alla democrazia ecc. Fino ai temi più recenti come il rapporto coi divorziati risposati, gli omosessuali, le norme sul vecchio rito, i titoli mariani, la sinodalità, il pluralismo teologico, l’ordinazione diaconale femminile ecc.
Quattro stagioni di dialogo
Una stagione estesa in cui il dialogo con le istanze romane è sempre stato aperto, anche se particolarmente coltivato in quatto occasioni: nel 1988 al momento della scelta scismatica, nel 2001, fra il 2007-2009 e fra il 2015-2017.
Fin dal 1974 si avvia un confronto fra Lefebvre e una commissione cardinalizia con scarsi risultati. Nel 1987 si arriva invece alla firma di un protocollo di intesa con l’allora prefetto della dottrina della fede, card. Joseph Ratzinger, che viene smentito da Lefebvre nell’ambito di due giorni e poi seppellito con l’ordinazione dei quattro vescovi nel 1988. In quell’occasione Giovanni Paolo II nella lettera Ecclesia Dei indica la fragilità del riferimento alla tradizione del vescovo dissidente:
«La radice di questo atto scismatico si trova in una concezione incompleta e contraddittoria della tradizione, incompleta perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della tradizione […] inesatta e contraddittoria [… perché] si oppone al magistero universale della Chiesa».
Nel 2001 tornano le voci di un possibile accordo quando la commissione Ecclesia Dei (nata in seguito alla lettera papale) viene rafforzata con nomi importanti diventando commissione cardinalizia. La scelta avviene anche a seguito dell’importante pellegrinaggio giubilare che la Fraternità aveva compiuto l’8 agosto 2000.
Anche in questo caso il risultato è negativo. Lo chiarisce una successiva lettera ai cardinali sottoscritta dai vescovi lefebvriani, Dall’ecumenismo all’apostasia silenziosa:
«Disprezzando l’insegnamento costante e unanime della tradizione secondo la quale il corpo mistico di Cristo è la Chiesa cattolica e che fuori di essa non c’è salvezza, tale ecumenismo ha come distrutto i più bei tesori della Chiesa».
Molti aspetti da chiarire
Nel 2007-2009 è il periodo forse più intenso dei colloqui. Dopo l’incontro di mons. Bernard Fellay con papa Benedetto (agosto 2005), la liberalizzazione del rito preconciliare (luglio 2007), la rimozione della scomunica ai quattro vescovi (2009) sembrava che l’accordo fosse a portata di mano. Un dialogo travolto dall’emergere sui media delle posizioni antisemite e anti-Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson, dal rifiuto alla firma del protocollo da parte della dirigenza della Fraternità e, successivamente, dalla rimozione di mons. Fellay dalla carica di superiore generale a favore del più radicale Davide Pagliarani.
Altra tornata importante di dialoghi tra Fraternità sacerdotale san Pio X e curia vaticana si realizza con papa Francesco fra il 2015-2017. L’approccio meno teologico e più pastorale del papa argentino ha permesso di riconoscere la validità e liceità delle confessioni dei preti dissidenti e della celebrazione dei matrimoni. Anche in questo caso l’apertura di credito si è infranta prendendo la scusa dalle scelte pastorali di Francesco (cf. qui su SettimanaNews).
Molti aspetti della Fraternità san Pio X rimangono non chiariti: dalle finanze (rigorosamente centralizzate) agli abusi (ampiamente presenti ma regolarmente sminuiti), dal fiancheggiamento alle forze politiche di destra (antidemocratiche e autoritarie) fino ai duri scontri interni (le uscite, le frizioni, i contrasti con gli ambienti tradizionalisti viciniori, i ritorni alla Chiesa di Roma).
Una storia assai più tormentata dell’immagine fornita dalla celebrazione delle ordinazioni dei nuovi vescovi.





