
Sono molte le diagnosi di una «fine» del cristianesimo, la gran parte di esse ha sicuramente una certa legittimità. Leggendole, poi, si riesce a intuire quale sia il cristianesimo che sta morendo secondo i singoli autori e autrici. Tra queste analisi ve ne sono anche di taglio empirico e sociologico, che hanno sempre il vantaggio di basarsi su numeri anziché solo su osservazioni e sensazioni.
Ma anche le indagini empiriche sono orientate da domande che vanno in cerca di un modello di cristianesimo che sarebbe giunto alla sua «fine» – modello scelto ancora una volta da chi le conduce.
Semplici annotazioni di metodo, che però possono aiutarci a intuire un non detto che sta sempre dietro la diagnosi della «fine» del cristianesimo. Ossia, che quest’ultima riguarda quasi sempre una determinata tipologia di cristianesimo storico.
È interessante notare, da parte cattolica, una certa tendenza a far coincidere l’eventuale fine di un modello della propria confessione con quella del cristianesimo tout court. Inoltre, la fine di questo modello in quella che è l’area linguistica degli autori/autrici diventa occasione per affermare la fine di un modello di cattolicesimo di cui quell’area sarebbe solo sintomo di una condizione più diffusa – che coinvolgerebbe tutto l’Occidente di matrice europea. Che del cattolicesimo è sicuramente la culla e il punto di espansione globale.
Una cosa che molte di queste diagnosi hanno in comune è l’individuazione della causa latente di questa fine di un modello di cattolicesimo: la Chiesa come istituzione della fede. E qui già le cose si complicano non poco, invischiandosi in un paradosso da cui sembra difficile uscire. La Chiesa cattolica così come è adesso sarebbe l’indiziata numero uno per la fine del cattolicesimo occidentale sia per i più convinti sostenitori del Vaticano II, sia per i suoi più acerrimi detrattori.
L’insoddisfazione per la Chiesa così come è accomuna praticamente tutti i cattolici che sono attivi nel dibattito pubblico ecclesiale e civile. E questa insoddisfazione diffusa verso la Chiesa istituzione, grande ecumene dei cattolicesimi in lotta fra di loro, viene venduta come un fenomeno che sarebbe registrabile solo ora. Dimenticando che, fin dalle origini, la Chiesa è stata un «corpo inquieto» (S. Xerex), contestato da un lato e dall’altro, avvolto da un processo di continua riforma.
E questo è un secondo denominatore comune dell’insoddisfazione ecumenica dei cattolicesimi verso la Chiesa così come è adesso: perché andare oltre il Vaticano o fare in modo che la Chiesa cattolica possa essere come se il Vaticano II non fosse mai stato, vuol dire mettere in campo una riforma della Chiesa stessa. Lefebvriani in incognito o dichiarati, sostenitori del VO, cattolici variamente trumpiani, sono tutti sostenitori di una riforma della Chiesa: per farla essere ciò che essa ora non è.
Inevitabilmente, ogni ricorso alla tradizione per giustificare il proprio «sentire cattolico» (M. Perniola) è un atto di riforma, un far diventare la Chiesa cattolica altro da quello che è.
Poco si riflette su questo fatto che sta alla base delle diagnosi della «fine» di un modello di cattolicesimo: ossia che l’esplosione dei sentire cattolici ha una unità imprevista nel sentire cattolico comune a tutti della necessità di riforma della Chiesa cattolica che esiste oggi.
Un altro aspetto poco esplorato o dichiarato riguarda il «metro di misura» rispetto a cui, da una parte e dall’altra, si annuncia la fine del cattolicesimo. Perché dove si guarda per dare corpo alla propria diagnosi decide dell’esisto stesso di quest’ultima. Frequentanti della celebrazione eucaristica; rilievo sociale; rilievo politico; rilievo culturale; dominio sulle coscienze; e si potrebbe continuare con molti altri codici di misura del cattolicesimo in via di scomparsa.
È probabile che l’effetto Covid sulla frequenza eucaristica, per lo meno in Italia, non sia solo una sensazione ma anche un dato. Ma al di là di biasimare il fatto, che cosa ha fatto la Chiesa italiana davanti a questa condizione (dalla CEI alla pastorale ordinaria)? Se si rimane inermi davanti alle trasformazioni storiche, si diventa complici produttori dell’esaurimento di un determinato modello di cattolicesimo. Se si agisce solo per tornare alla mera condizione precedente, senza tenere conto e senza comprendere cosa è avvenuto, ci si vota all’estinzione prodotta con le proprie mani.
L’effetto Covid sulla frequenza alla celebrazione eucaristica domenicale non può essere sbrigativamente rubricato come collaterale della secolarizzazione della società italiana – perché di partecipanti credenti si trattava.
Sempre per rimanere da noi, prendiamo un altro indice diagnostico del cattolicesimo: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Secondo gli ultimi dati del Ministero disponibili, circa l’82% si avvale dell’IRC – con fluttuazioni percentuali significative da regione a regione e, soprattutto, fra nord e sud. Inoltre, si può evincere un calo percentuale, non eccessivo ma continuo negli ultimi anni, di scolari e studenti che frequentano l’IRC. Il calo viene sbandierato ideologicamente da parte dei sostenitori della laicità; la percentuale consolidata a livello nazionale viene sbandierata, altrettanto ideologicamente, da vescovi e curie diocesane.
Nessuno dei due fronti sembra spendere una riflessione degna di nota sui dati che non sostengono la propria tesi: la laicità non si interroga sul perché oltre l’80% dei giovani italiani voglia ancora frequentare l’IRC; e la Chiesa italiana poco o niente indaga sulle ragioni effettive degli abbandoni. Anzi, il dato percentuale rafforza l’illusione che si possa andare avanti con un IRC che fa acqua da tutte le parti esattamente perché vuole tenere in vita un modello di cattolicesimo civile che non è più possibile in Italia.
È possibile che prima o poi saranno i dati empirici a decretare la fine anche di questo modello di cattolicesimo agognato dai vescovi italiani. Al momento, però, questi stessi dati dicono qualcosa di impossibile sul piano della pastorale ordinaria parrocchiale: incontrare l’80% dei giovani italiani – ci si dovrebbe chiedere, però, se oltre a questo il cattolicesimo italiano sia anche capace di raccogliere anche il loro interesse per la religione cattolica…
Se poi cambiamo appena un poco il punto su cui si appoggia lo sguardo indagante della diagnostica sulla condizione del cattolicesimo, le cose sembrano cambiare in maniera radicale. Perché secondo il Vangelo, Gesù non lo si incontra solo nel sacramento eucaristico (nulla dice dell’accanimento catechetico per cui fra un po’ si inizierà l’iniziazione cristiana quando i bimbi sono ancora lattanti nella culla). «Avevo fame e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto… nudo e mi avete vestito… ero in carcere e mi siete venuti a trovare» (Mt 25, 35ss). La Chiesa di costoro, di quelli e quelle che si sentono sorprendentemente convocati alla prossimità con Gesù, è sicuramente molto più popolata degli edifici in cui si celebra l’eucaristia. Più popolata dei nostri oratori. Più efficace di interminabili anni di catechismo che producono abbandonanti.
Forse, sta nascendo un nuovo modello di cattolicesimo – ostico da accettare per discepoli e discepole come per apostoli di lungo corso. Tanto ostico da non volere neanche vederlo, se non addirittura screditarlo come fosse una fake news (glielo abbiamo impedito perché non era dei nostri).






Dalla mia esperienza di laico quasi ottantenne impegnato da anni nella pastorale parrocchiale, dopo essere passato da una formazione personale degli anni ’60 e poi dalle attese di una primavera postconciliare quasi subito sfiorita e poi ancora da oltre 40 anni di immobilismo conservatore mi trovo oggi a constatare l’ enorme difficoltà ad affrontare in tutti i campi un ormai non rinviabile “rinnovamento”. Da oltre un decennio lo richiedono papi, vescovi e sinodi vari ma ai vari documenti scritti o pronunciamenti orali non segue nessuna prassi operativa. E’ evidentissima la fatica e lo scoramento di parroci e sacerdoti vari che, pur vedendo svuotarsi rapidamente la presenza o partecipazione che dir si voglia di “cristiani” tradizionalmente “fedeli” non si schiodano dai “vecchi” modi di pensare la pastorale (catechesi e liturgia). Due le note che mi rattristano un po’: l’ abbandono del mondo giovanile, messo ai margini di ogni iniziativa parrocchiale escluso il Grest estivo e la sagra paesana e l’ ostinato rinvio di ogni proposta innovativa indirizzata al mondo delle famiglie e degli adulti. E’ pur vero che ogni cambiamento presenta dei “rischi” ma di fronte alla situazione attuale credo che sia ragionevole anche rischiare, sempre fidando sull’assistenza dello Spirito Santo che rende nuove tutte le cose, come la storia di duemila anni ci insegna. Grazie delle intelligenti provocazioni
Mi sembra che la struttura stessa in cui si sono sviluppate le eco di questo articolo testimoni una volontà di lasciar rendere pulviscolare e forse così più.penetrante il messaggio cristiano. Siamo in prossimità del rientro a scuola e questo modo dialogico si è sempre rivelato pedagogicamente valido nel lasciare la sua impronta. Per quello che riguarda il “lasciar fare” il trend dell’ abbandono liturgico in favore di un misericorde (quanto preveniente) rendersi presente della Chiesa in situazione, se può essere di aiuto nel risolvere delle situazioni di emergenza (come nel soccorso alla migrante somala che stiamo vedendo in questi giorni attuato in sinergia confessionale in Germania), secondo me rischia di trasformarsi in una forma mentis nello stesso tempo rinunciataria e troppo volta ad un gratuito “protagonismo” pastorale.
Il mio modesto e ,spero ragionevole, contributo:
la Chiesa è il corpo di Cristo. Comprendere e vivere la concreta realtà di questo mistero diventa parte integrante del cammino di ogni battezzato che intenda totalizzare il battesimo ricevuto.
La natura teandrica della Chiesa esprime il fatidico ‘già è non ancora’: se io sono membro di questo corpo non posso non amarlo con le sue rughe, le sue lacerazioni, le sue ferite; e, al tempo stesso, non posso non gemere indignato e addolorato per ciò che, di questo corpo, vedo con lucidità.
La promessa di Gesù, che arriva fino a me oggi, è che “le porte degli inferiore non prevarranno”. Non è scontato che io possa comprendere in pieno il vero significato di questa promessa, perché questi ‘inferi’potranno essere, lungo la Storia, le divisioni interne al corpo, o l’ignoranza, o il materialismo spietato e omicida, o la banalizzazione del kerigma in meschino moralismo, tutte cose che sono nemici interni al corpo…Però questa promessa mi è stata tramandata col Battesimo: devo scegliere se tenerne conto o meno. Non si tratta di cieco provvidenzialismo: è la roccia.
Finirà un tipo di cristianesimo? Sarà anche salutare!
Ma nessun battezzato, qualsiasi sia il suo ministero, può vedere il tutto. Le vie da imboccare, tra cui quelle di una preghiera viva e paziente (già, perché di preghiera si discute, ma chi prega davvero??) sarà lo Spirito (dov’ è finito??) a mostrarle.
La Chiesa va sempre riformata. E’ un detto antico e sempre valido, anche oggi. Papa Francesco, infatti, ha pensato bene di ridare slancio al Sinodo. E’ un metodo che ci interpella tutti e per certi versi se funzionasse davvero potrebbe essere efficace. La riforma della Chiesa, pero’, riguarda innanzitutto noi che ne facciamo parte. Gesu’ interroga, prima di tutto, ciascuno di noi. Voi chi dite che io sia? Questa domanda e’ valida sempre, non soltanto allora. Ogni giorno della nostra vita incrociamo Cesarea di Filippo, l’attraversiamo senza minimamente porci la domanda. Mi chiedo quando siamo attraenti se non rispondiamo mai alle domande della vita mettendoci la faccia, le mani e le gambe e non aspettando sempre che qualcuno ci imbocchi risposte. Nessuno e’ perfetto nelle risposte, ciascuno coglie piccole verita’ ma tutti insieme cerchiamo Colui che e’ la verita’. Un grande pescatore senza aver frequentato scuole e senza far parte dii correnti politiche ci lascio’ detto: siate sempre pronti a rendere ragione della speranza che e’ in voi. In cosa speriamo, in chi speriamo, questa e’ la riforma essenziale e necessaria di ciascun credente.
Leggendo i diversi commenti, ho pensato che una delle tante cose noiose dell’invecchiare è che arrivi al tramonto della vita e ti trovi a sentire le critiche e i commenti al cattolicesimo e alla Chiesa che ti toccava ascoltare quando della vita eri all’esordio.
L’unica differenza è che allora queste critiche venivano rivolte da atei, agnostici e comunisti (era l’epoca in cui votare, sostenere o iscriversi al PCI comportava la scomunica). E tu, giovanotto ben formato nella/dalla Azione Cattolica, eri anche ben allenato a rispondere e a difendere cattolicesimo e Chiesa.
Oggi, invece, queste critiche sono avanzate da preti, catechisti, membri di consigli pastorali, teologi etc., tutti insieme appassionatamente felici di essersi liberati di tanti orpelli del passato, ma anche infelici perché la Chiesa è ancora così indietro rispetto alle loro aspettative. E, a questo punto, esterefatto, non sai più che dire.
Non credendo nella preziosa rinascita umana della tradizione buddhista, sono, però, contento che non mi toccherà in una prossima vita terrena risentire per la terza volta, in un nuovo contesto storico e politico, tutte queste critiche.
E nell’al di là? In quella dimensione, sarà tutta un’altra faccenda…
Il modello della Chiesa apostolica lo sento da quanto avevo 16 anni (metà anni ’80). In Azione Cattolica mi sembra però che ci fosse un certo realismo. Non tanto finalmente saremo in pochi che bello, quanto abituiamoci a quando non potremo più contare sulla famiglie, sulle parrocchie, sui sacerdoti. Poi bon, resistono le Chiese in medio oriente, resisteremo anche noi..
Io, invece, ho avuto la (s)fortuna di avere 16 anni quando difficilmente avrei potuto immaginare le chiese semivuote, i seminari deserti e la lenta agonia della chiesa cattolica. Almeno in occidente, anche se su Africa, Asia e Centro/Sud America non mi farei troppe illusioni.
Ricordo che, quando il sacerdote ci faceva pregare per le vocazioni, proprio non ne capivo il motivo e mi sembrava solo un dovere da compiere una volta l’anno.
Per rendere l’idea. I miei migliori amici erano quattro fratelli e sorelle: 2 sono andati preti e una si è fatta suora. E io avrei dovuto pregare per le vocazioni? Per perdere anche l’unico amico di quella famiglia che mi era rimasto? 🙂
Ovviamente, il prete aveva ragione. Forse anche perché il Concilio era finito da 3 anni e lui iniziava a capire dove si stesse andando a parare. Inoltre, da Parigi arrivavano gli effetti di un Maggio che annunciava il debutto di un combattimento che sarebbe durato a lungo. E che avrebbe irretito molti cattolici, che arrivarono a confondere Matteo 25 con il Manifesto di Marx.
Così arriviamo alla sua di esperienza. Nemmeno 20 anni dopo ed ecco l’Azione Cattolica che non è più la scuola di formazione solida dei futuri cattolici, ma -mi pare di capire- un luogo dove non ci si faceva più tante illusioni. Immagino, perché io me ne ero andato per altri lidi e proprio non ho idea di che cosa succedesse in quegli anni nel mondo cattolico.
Comunque, considerando che cosa ho trovato quando sono tornato, direi che non mi sono perso molto.
Invece, sarò sempre grato a quei preti, a quei catechisti e a quegli esponenti dell’Azione Cattolica che mi hanno formato.
E’ anche grazie a loro se, quando sono tornato, il dialogo con Gesù è ripreso come se non si fosse mai interrotto.
Con il clero e i militanti (non mi viene altro termine) postconciliari, invece, è stata ed è un po’ più dura.
Grazie per i suoi interventi, che leggo sempre con interesse.
UN ARTICOLO che fa bene al cuore di chi vuole un CRISTIANESIMO AUTENTICO, LIBERO, non solo le mani giunte….ma mani che abbraccino ogni piaga pensando a quel DIO che ci ha amati per PRIMO e solo per questo diventiamo capace di quel “poco amore” che riusciamo a trasmettere….
GRAZIE di cuore!
sr. Adriana Prevedello
Grazie…non abbiamo ancora capito che è cambiata un epoca. Facciamo cose, riti…come abbiamo sempre fatto enon ci accorgiamo che il mondo è cambiato. Siamo ancora al Concilio di Trento…battesimo ai bambini, catechismo ai bambini ecc…Gesù benediva i bambini e predicava a gli adulti, noi facciamo il contrario. Abbiamo annacquato il messaggio evangelico e questo non interessa più….cerchiamo forme nuove e autentica…sforziamo e la primavera arriverà
mi hanno raccontato che la maggioranza dei bambini che arrivano nelle classi del Catechismo della mia parrocchia arrivano non sapendo nemmeno fare il Segno della Croce.
Questo vuol dire che:
– i genitori non li hanno mai portati a Messa:
– non hanno mai pregato in famiglia.
Sinceramente fare catechismo in queste condizioni è come remare controcorrente nella cascate del Niagara!
Servirebbe ricatechizzare un minimo anche gli adulti… o perlomeno coinvolgerli di più in parrocchia!
Tutto questo discorso riguarda il cattolicesimo come viene vissuto nel mondo occidentale., nel decadente mondo occidentale. Cosa succede in quella che seguendo un autore degli anni settanta, Walter Bulhman, definiva la Terza Chiesa? Le chiese del sud globale. Avviene anche lì la stessa cosa di quanto sta succedendo in occidente oppure no? Negli anni novanta sono stato per cinque anni in un paese africano, lo Zambia, dove abbiamo festeggiato il primo secolo cristiano. Ho vissuto in una chiesa entusiasta e massiva. Non oggi come si sia evoluta la situazione, ma non credo che sia tanto diversa da quegli anni. Tutta la questione della fine della chiesa letta a partire da quella esperienza di chiesa appare la solita prepotenza occidentale, dove ciò che si vive deve sempre essere la regola del mondo. Il solito atteggiamento coloniale.
Ringrazio il prof. Neri per l’articolo, un po’ difficile per la mia preparazione culturale. Non so se questo modello di cristianesimo, di cattolicesimo sia in declino, la sensazione e i numeri sembra confermarlo, ma il problema è quale modello si sia preso come riferimento. I nostri modelli umani (progressisti, conservatori…) sono, per l’appunto, umani anche se cercano tutti di riferirsi ai vangeli, ma l’unico modello vero da seguire, a mio avviso, è solo Cristo ed è tanta “roba” perché per seguire Cristo occorre “sporcarsi le mani” andare nelle periferie come ci ha sempre ricordato Papa Franceco. Rileggiamo cosa ci dice Matteo nel suo vangelo al cap. 5 versetti 38-48. Il cristianesimo per sopravvivere in una qualsia parte del mondo deve dare la sua testimonianza, non vocale ma fattuale Mt 5,15: «…né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa». Vivere da cristiani è il cristianesimo ed è la faccenda più bella e difficile che ci sia! Per quanto concerne l’istruzione religiosa nelle scuole, per mia figlia, all’epoca, la scegliemmo e lei fa quello che feci io alla sua età: non “entravo” proprio nelle chiese! Fino a quando non ho incontrato il Signore a “mie spese”… Ognuno di noi ha il suo percorso, l’unica cosa che possa fare veramente la differenza è la testimonianza di vita, l’unica che possa veramente abbattere tutti i modelli di cristianesimo, cattolicesimo fatui anche se proposti con le migliori intenzioni… per dare spazio all’unico vero modello: Cristo. Il quale ha scelto passare anche attraverso questa chiesa di uomini e attraverso ogni singolo uomo. De colores!!!
Effettivamente l’insoddisfazione per la Chiesa così come è adesso accomuna un po’ tutte le visioni e le diverse posizioni, dagli ultratradizionalisti ai turboprogressisti, comprendendo tutte le sensibilità che stanno nel mezzo. In giro non riesco comunque vedere segnali di riforme efficaci e potenzialmente portatrici di speranza vera. Nella mia esperienza posso dire che è finito il cristianesimo delle assemblee interminabili, delle riunioni ombelicali e lo stesso cammino sinodale mi pare l’esperienza di una Chiesa sterile. Sterile in senso letterale, perché non si riproduce e non è in grado di trasmettere la fede alle nuove generazioni. Anche i grandi movimenti che con GP II sembravano portatori di rinnovamento e nuovo fervore mi sembrano in grande crisi. E quindi alla fine qual è il modello di Chiesa e di cristianesimo che rimarrà? E quale invece quello che morirà? Semplice: resterà non il più bello, il più puro, quello che ci garba di più, ma quello che sarà capace di trasmettere la fede a figli e nipoti (o comunque alle nuove generazioni). Quale sarà questo modello? Io un’idea me la sono fatta guardando al poccolo orto della mia parrocchia. Ma non la scrivo qui perché potrebbe dare dispiacere a molti dei lettori di Settimana News.
Questo lo disse più di dieci anni fa Ratzinger in un libro intervista da emerito. Lo “scontro” (tra virgolette perchè è parola che non mi piace) non sarà tra conservatori e progressisti ma tra missionari o meno. E dato che si cita sempre il Concilio con missionari intendiamo Ad Gentes.
La Chiesa in uscita, il sinodo hanno lo scopo di ricordare “ad gentes” .
Gentile prof . Neri , si dialoga così :Lei dice la “Sua”, chi commenta, in questo caso il sottoscritto, la mia. Riconoscendo all’autore del commento pari dignità dell’autore dell’articolo! Come vede la mia non e’ un supplemento contenutistico , ma una conseguente precisazione metodologica alla Sua domanda. sul metodo e la forma del dialogare. Grazie
Ma perché parlare solo di cattolicesimo? In Italia alcune chiese cristiane evangeliche aumentano i fedeli. Imparare da loro no ?
E poi un’altra osservazione: numericamente i cristiani a livello mondiale sono in crescita.
Alcune chiese sono in crisi, ma altre no. In alcuni paesi i cristiani diminuiscono, ma in altri no. Magari uscire fuori dall’ ombelico dell’ Italia cattolica farebbe un gran bene !
L’articolo è scritto a partire dalla mia confessione di appartenenza, che è la Chiesa cattolica. D’altro lato, appunto, si voleva rimarcare il fatto che quello che è in crisi è il lato occidentale del cattolicesimo (e cristianesimo). Correttamente lei dice che non si può parlare di crisi globale, cosa che condivido; questo non toglie a mio avviso il dovere della fede di riflettere sulla propria confessione cristiana lì dove si è e la si vive.
Nel condividere l’impostazione generale dell’articolo, voglio solo far osservare che, per quanto riguarda la partecipazione all’IRC, sarebbe interessante capire fin dove arriva la decisione dei genitori e approfondirne sia le motivazioni di queste scelte, sia il grado di accettazione consapevole dei ragazzi (almeno a partire dalle superiori).
Sarebbe molto interessante avviare un’idagine nella direzione da lei indicata. Purtroppo la teologia pastorale italiana non ha consuetudini con questo tipo di analisi e i dati mancano (e sarebbe importante averli). In ogni caso, lasciando aperta la questione del “chi” decide e della “consapevolezza” personale, quello della partecipazione/non partecipazione all’IRC rimane un elemento interessante che andrebbe preso sul serio.
Da Parroco parto da un dato esperienziale, che cosa ci chiede oggi questa umanità? Trovo molto interessante e attuale, dopo 25 anni di sacerdozio, quasi, il famoso “Esserci” di Paul Ricoer. Un Esserci non passivo e burocratico ma attivo, umano e capace di creare relazioni significative che pongono domande non tanto a parole ma con la vita e la testimonianza. I pastori sono credibili se vivono quello che annunciano e se questo avviene produce un effetto calamita direi. É innegabile che ci siamo imbottigliati in una situazione che a tanti sembrava superata (progressisti del Vaticano II e conservatori del VO). Da anni però vado discernendo con umile fiducia nello Spirito Santo che il superamento di ciò non consiste in un esaurimento ma nella capacità di una maggiore adesione al Vangelo, in una semplice ma efficace vita nello Spirito e in una azione caritativa senza pregiudizi. O da questa crisi esce fuori una Chiesa credibile prima ancora che credente o nel vecchio continente assisteremo alla chiusura di Parrocchie, già iniziata, persino della soppressione di diocesi. Il Covid ha amplificato questa urgenza quindi la vedo nell’ottica di una sfida non nel ripiegamento e annullamento di tutto quello che è stato prima ma nella necessità di una totale conversione pastorale al Vangelo e a quello che lo Spirito chiede oggi alla Chiesa che deve assumere un volto sempre più umano capace di risposte concrete e di trascendere la realtà “fissando lo sguardo sull’autore e perfezionatore di questa fede”. Ogni analisi è buona e fa bene ma siamo chiamati ad essere sale e luce del mondo con semplicità, capaci di avere sguardi profetici e di sapersi mettere in donazione verso un popolo ferito e che chiede sempre aiuto avendo fame e sete di Cristo.
Grazie della lettura e del contributo condiviso coi lettori e lettrici.
Semplicemente l’uomo ha posto se stesso come Dio, tutto qui. Il resto chiacchiere senza zenso
Può essere, magari come cultura diffusa, ma nelle storie personali non credo sia possibile un giudizio così assoluto e tagliente.
. ..Riguardo al contenuto , il limite dell’ intervento sta proprio nei vari distinguo che si allegano nelle riflessioni finali , tipo; se si cambia il punto d’ appoggio dello sguardo indagante, oppure sta nascendo un nuovo modello di cattolicesimo. Basta dare uno sguardo alla Tradizione in senso lato e alla storia ,per verificare come il sostanzialmente nuovo e cambiato siano soltanto, e purtroppo, vecchie conoscenze rimaste nei cassetti della coscienza/ “interessi” della ‘politica” magisteriale di turno! A proposito dei presunti “distinguo” ,lo stesso autore ribadisce, in una Sua replica ,il rapporto armonico e sinergico tra annuncio, missione , sacramenti e liturgia. Se così non fosse , MT 25 libererebbe praterie alla nota , in questo caso emendata ,deduzione di Marx : i (filosofi)/teologi hanno solo spiegato il mondo ecc ., ora, però , occorre cambiarlo !Sul metodo , sarebbero da apprezzare le precisazioni dialoganti dell’autore, tuttavia , qualche legittimo dubbio sul diritto e/o possibilità, non proprio democratica ,all’ ultima parola, trasforma quel dialogo in un dissimulato monologo ,col rischio di una sua conseguente simil indotta e ineffabile recezione /stituzionalizzazione.
urgia
Allora non le rispondo, ma poi mi spiega come si fa a dialogare e a spiegarsi meglio.
Questo articolo é bellissimo nel senso che ha centrato il bersaglio. Ringrazio l’autore perché mi ha dato le parole per descrivere ciò che sento e vedo intorno a me. Io Gesù non lo incontro nell’Eucarestia ma nel prossimo. É un altro modo di essere cristiani che in un certo senso non ha bisogno di centri di aggregazione ma é diffuso ovunque e rende il mondo migliore senza fare rumore. Io mi sento pienamente cristiano ma non come lo era mia madre e mio padre. Incontrare Gesù nell’altro per me é l’unica cosa che conta davvero per me.
Nonostante la fatica di molti parroci le chiese sono sempre più vuote. Forse più che fatica ci vuole molta più preghiera. (Adorazione Eucaristica, Santo Rosario, Disponibilità dei confessori ecc.)
Perché, come mi diceva il mio parroco quando, come catechista, mi sembrava di non ottenere risultati evidenti, “quello che non riusciamo a fare con le nostre forze, lo farà il Signore.” Per me è stato così. Infatti sono riuscita a portare ai sacramenti tutti i miei ragazzi,e anche molti genitori. Gesù, aiutaci tu.
Concordo con chi dice che è in (grave e forse salutare) crisi il cattolicesimo tridentino, che ha costruito le comunità cristiane sull’obiettivo essenziale della difesa dal mondo e del presidio dei confini.
Manca, e i giovani normali (quelli che non rincorrono in modo nostalgico ordine e disciplina) lo hanno ben compreso, una proposta di fede più essenziale, non eccessivamente condizionata da sovrastrutture dottrinali, organizzative e morali non necessarie, anzi non evangeliche.
Occorre tornare, oppure andare più avanti, verso i fondamenti della fede stessa: Vangelo (Gesù – Dio), fraternità nella fede (la comunità dei credenti), la carità (il frutto della fede).
Sarebbe anche l’ora di elaborare il lutto e capire che il cristianesimo era minoritario anche prima, ma lo copriva una patina di culturame. Prima si fa pace con l’idea che il cristianesimo è offerto a tutti ma selezionato da un numero enormemente inferiore, prima si rischia di tirare fuori soluzioni che fanno tremare i polsi: riformare meno, riformare meglio.
A proposito dell’ultimo paragrafo. Alla messa di stamane, dopo la solita omelia con interpretazione contemporaneamente corretta della vicenda della cananea, vi sono state le preghiere dell'”Ascoltaci, o Signore”.
4 preghiere e tutte e 4 dedicate a stranieri, immigrati, altre culture e diversi da noi. Man mano che il lettore progrediva, la risposta del Santo-Popolo-di-Dio-in-Cammino diventava sempre più fievole.
Se questo è il nuovo modello monotematico di cattolicesimo, forse sta nascendo già moribondo.
Non vedo perché debba essere monotematico, è un modello tra i molti possibili (tutti in sé monotematici secondo quanto afferma). Questo eventuale nuovo modello non nasce moribondo, ma al momento il suo popolo non è a messa; e il popolo che è a messa lo sente estraneo, lontano, non proprio…
Il tema è interessante.
Definivo il modello monotematico, perchè sembra basarsi prevalentemente su Matteo 25.
Inoltre, pare svilupparsi fuori dalle chiese realmente esistenti e integrarsi con il progetto di una parte politica.
A questo punto, viene da chiedersi se si possa ancora parlare di cattolicesimo, visto che il modello si basa su un aspetto specifico del Vangelo e il suo popolo è al di fuori delle chiese, mentre chi ancora è nelle chiese non vi è particolarmente interessato.
Personalmente ritengo che stia finendo – si percepisce che siamo alle battute finali – un cristianesimo che oserei definire tridentino. Siamo di fronte ad un travaglio e chi è dentro la Chiesa avverte tutta la dolorosa fatica di abbondanare procedure, forme, linguaggio, modalità di pensiero che appartengono al passato. Non si riesce ad immaginare una Chiesa nuova (nel senso di rinnovata) perché abituati al “si è sempre fatto così’ anche perché costa sia in termini psicologici (ci si sente falliti) sia in termini economici e allora ci si rifugia nella routine. Il Covid non ha fatto altro che accelerare un processo che era già in atto ed ora è sotto gli occhi di tutti.
Qualsiasi istituzione è criticata e criticabile da chiunque: questo appartiene alla normale dialettica interna a un corpo vivo, non certifica che sia già in atto una riforma o che si sia costituito un movimento riformista preponderante. L’insoddisfazione trasversale è vera, ma, a mio avviso, non basta a sostenere la tesi di un’unità implicita nel desiderio di cambiamento. Lo scontento condiviso non è ancora progetto condiviso.
Il Covid, semmai, ha agito come acceleratore su un processo già in corso. A mancare, però, non sono stati genericamente i «cattolici praticanti» (che «cattolici praticanti» erano se furono i primi a lasciare?). A mancare sono stati soprattutto i credenti più ai margini e questo ha reso evidente l’assottigliamento dei fedeli e il loro invecchiamento, un dato che Diotallevi, Garelli, Marzano e le statistiche CEI documentano da tempo, ben oltre l’occasione pandemica. Un corpo ecclesiale più anziano e meno numeroso pone una domanda fin qui inespressa: senza giovani, quale forza avranno le voci di cambiamento? È l’invecchiamento del corpo ecclesiale a coincidere, non a caso, con la permanenza nei ruoli di governo e di formazione delle generazioni preconciliari o immediatamente postconciliari. Mi sembra che siano queste, più che le voci nostalgiche in astratto, a occupare oggi i luoghi da cui si trasmette il modello di cattolicesimo alle nuove leve, quando ce ne sono.
C’è infine un fenomeno: la laicizzazione della fede. La «Chiesa più popolata», intravista spostando lo sguardo dall’eucaristia a Matteo 25, rischia di essere una Chiesa già laica, un assorbimento dei valori cristiani fondanti trasfigurati dalla secolarizzazione: l’amore al nemico che diventa tolleranza, la charitas che diventa solidarietà. L’annuncio di un «nuovo cattolicesimo», senza un criterio che distingua questa prossimità evangelica da un’etica umanitaria genericamente secolare, non è altro che il residuo etico che sopravvive dopo che lo specifico cristiano se n’è andato.
Il desiderio di riforma, dunque, non nasce dalle sensibilità personali di chi lo formula perché invecchiamento e laicizzazione sono fenomeni visibili indipendentemente dalla lente con cui li si guarda. È da questa situazione oggettiva, non tollerabile per nessuno dei fronti in campo, che nasce l’urgenza di un cambiamento. Solo dopo, e non prima, entrano le sensibilità di parte e le risposte più o meno aperte al confronto con i tempi.
Non intendevo il comune denominatore dello “scontento” come progetto condiviso, solo mettere in luce che da una parte come dall’altra vi è un sentire di riforma della Chiesa.
Sui cattolici praticanti che hanno lasciato la frequentazione della messa: guardando prima del Covid queste persone presenti all’eucaristia, come le avrebbe chiamate (a un superficiale sguardo fenomenologico)? Presonalmente, non trovo altra parola che praticanti.
Non riesco invece a comprendere perché la Chiesa di Mt 25 debba essere necessariamente una “chiesa laica” e/o secolarizzata. Coloro a cui Gesù si rivolgeva, non esprimono alcuna etica confessionale, ma una semplice etica umanitaria (secolarizzata e laica?) – è il riconoscimento che Gesù dà a queste pratiche dell’umano che ci deve far pensare oggi… chiedendoci quantomeno perché non siamo disponibili al medesimo riconoscimento.
Se invecchiamento e laicizzazione sono così pervasivi, dati così oggettivi, anche solo una media del 50% di frequentanti dell’IRC dovrebbe dirci che fra “dato oggettivo” e “realtà delle cose” c’è uno scarto di cui noi, comunità cristiana, non riusciamo a venire a capo.
Secolarizzata nel senso di un venire meno del fondamento su cui si regge la carità. Succede anche al mondo laico, il welfare state nasceva dal bisogno di un bene comune e dalla redistribuzione della ricchezza, l’elettore medio ormai lo considera un bancomat, tanto pago, tanto la stato mi deve ridare, perchè si è perso il senso del bene comune.
Senza contare che una volta secolarizzatosi il cristianesimo sarà in grado di reinventarsi? La secolarizzazione di una religione (penso all’ebraismo del novecento) può offrire tantissimo a livello culturale e sociale, ma è come un capitale che ti vendi una volta sola.
Nel senso: non si capisce perchè Mt25 nel tempo debba resistere più del matrimonio, del Natale, della Pasqua o della festività dell’Assunta che è diventata Ferragosto, e alla fine produce solo stanchezza consumistica. Lo abbiamo già ampiamente sperimentato nel crollo dei sistemi socialisti.
Al netto delle ingenuità tradizionaliste, mi sembra che anche dall’altra parte ci si balocchi in una ingenua speranza sulla fine della Christianitas. La storia insegna che quando un sistema crolla l’impalcatura può reggere per un po’ ma poi inevitabilmente diventa qualche cosa d’altro.
Perché è Parola di Dio.
“E così l’uomo e la donna diventeranno una cosa sola, non più due, ma un unico essere. Perciò nessun uomo può separare ciò che Dio ha unito»
Non solo era Parola di Dio anche questa, ma le scrissi su un album di fotografie quando conobbi il mio attuale marito nel 1990. Eppure quella Parola di Dio è stata demitizzata, relativizzata, e alla fine ridotta a non so cosa. Domanda: perchè credere che anche Matteo25 non subirà la stessa sorte? Come fa Mancuso con il tema della guerra e della pace. Mi sembra una scelta come un’altra nel momento in cui si assume una lettura molto secolare della Parola di Dio.
Se invece vogliamo dire che le opere rimarranno al di là di qualsiasi struttura secolare che cerchi di trasmetterle e veicolarle torniamo ad Agostino e al grande tema della Grazia. Nessuno conosce veramente i confini della Chiesa esattamente come Mt25 si vedrà alla fine dei tempi e un matrimonio solo se sopravviverà alle crisi del tempo.
E’ quello che aveva fatto già Lutero, la struttura non può garantire nulla e solo Dio salva. Ci sono pro e contro anche in questa posizione e alla fine non serve nemmeno fare grosse riforme. Per i cattolici la Chiesa è un mezzo non un fine.
Grazie della risposta puntuale.
Sul primo punto mi pare che le nostre posizioni non si contraddicano.
Sul termine, accolgo l’osservazione. “Praticanti” resta comunque una parola ambigua. Suggerisco piuttosto “partecipanti”, che descrive la presenza senza presupporre una qualità dell’adesione.
Se sto comprendendo correttamente il suo pensiero, lei sostiene che l’etica riconosciuta in Matteo 25 sia un’etica umanitaria che vale a prescindere dalla fede, e che Gesù la riconosca in quanto tale, non in quanto specificamente cristiana. È una lettura legittima, ma la trovo fragile: se Gesù si limitasse a confermare un’etica che già possediamo indipendentemente da lui, cosa aggiungerebbe l’incarnazione a qualcosa che sarebbe vero comunque?
Personalmente non credo che si tratti di semplice conferma. Mi pare che la differenza, cui accennavo nel mio primo commento, si giochi sempre sulla direzione dell’atto, cioè verso dove muove chi agisce, non quanto intensamente lo fa. La tolleranza muove verso l’accettazione della differenza, sospende il giudizio, ma non richiede movimento verso l’altro; l’amore al nemico muove invece verso il bene di chi mi vuole male e questo non è un grado più alto di tolleranza, ma un atto di natura diversa, perché ha una direzione che la tolleranza, per sua struttura, non contempla. Lo stesso vale per l’altra coppia: la solidarietà muove orizzontalmente, condivide una condizione o un bisogno fra pari; la charitas, nella tradizione teologica, muove verticalmente, partecipa a un amore che ha origine e fine in Dio e orienta quindi oltre il bisogno immediato verso il destino ultimo dell’altro. In entrambi i casi un medesimo gesto esterno, aiutare, accogliere, perdonare, può nascere dall’uno o dall’altro moto e apparire fenomenologicamente identico: è la direzione, non l’aspetto dell’atto, a differenziarlo.
Se l’etica che Gesù riconosce in Matteo 25 fosse davvero già l’etica umanitaria comune, priva di specificità cristiana, allora l’insegnamento della religione cattolica non avrebbe più nulla da offrire che l’educazione civica non offra già. La domanda diventerebbe perché mantenere un’ora di IRC distinta, se il contenuto che ne giustificherebbe la differenza, l’eccedenza dell’incarnazione sull’etica naturale, è proprio ciò che la sua lettura di Matteo 25 rimette in discussione.
Mi piacerebbe risponderle, ma la cosa andrebbe per le lunghe e magari non interessa i lettori/lettrici. Credo che ci siano ampi spazi di discussione e reciproco dissenso.
Visto che si nomina l’abbandono della messa durante il Covid oserei dire che è stato proprio l’atteggiamento della Chiesa in un tempo di grande paura e incertezza in cui la gente cercava rassicurazione e conforto ad aver fortemente scandalizzato. Anche i Pastori, con a capo il Papa hanno dato dimostrazione di essere attaccati a questo mondo e a rifugiarsi nelle loro “case” cercando di salvarsi la “pelle”. E la fede in Dio e nella Provvidenza dove era finita? Molti di noi hanno pensato che se anche la Chiesa vive nella paura tanto da privarci persino del conforto dei Sacramenti e di accompagnamento spirituale, allora possiamo farne a meno nel tempo del Covid e anche dopo. Ognuno per sé e si salvi chi può. E così è stato.
La crisi più profonda della Chiesa è quella di fede. Meditate….., meditiamo tutti…..
E se invece fosse proprio la fede a essere l’ultimo rimasuglio non in crisi nella crisi della Chiesa? Lo dico solo perché è quanto di meno misurabile, verificabile, ci sia nella sequela di Gesù.
Sicuramente la fede di quei pochi che continuano ad essere fedeli a Dio e alla Chiesa pur nella tempesta.
Bell’articolo!
Senza offesa, la solita (e un po’ stantia) radiografia sociologica su quello che si vuole vedere della realta’ ecclesiale, con una conclusione (scontata) sulla sola dimensione sociale e solidaristica della comunita’ cristiana. Insomma, il solito approccio terzomondista di sinistra. Magari, guardare anche altre realta’ in forte crescita o anche quelle di un cristianesimo piu’ integrale (es. quelle delle nuove conversioni, della Tradizione nella comunione con il Papa, del cristianesimo come presenza e testimonianza, delle numerose vocazioni dove le comunita’ sono forti e radicate nel Vangelo e nei Sacramenti etc.) potrebbe aiutare ad allargare e approfondire il discorso.. Cmq al fondo e’ bene ricordare che la Chiesa e’ di Cristo e senza un pieno e costante radicamento in Lui, ogni abnalisi, riflessione e proposta e’ tutta elucubrazione mentale… P.S. Complimenti per l’espressione “accanimento catechetico”, spia di una malcelata insofferenza per dottrina, sacramenti e liturgia..
Perché una immagine del Vangelo deve essere di sinistra e terzomondista? Dice solo di un modo altro di essere convocati da Gesù, tutto qui. Non credo sia possibile un cristianesimo non radicato nella Tradizione, nella storia della fede che ha generato i cattolicesimi di oggi. Perché leggere la realtà della Chiesa cattolica è una “radiografia sociologica”, e non piuttosto uno sguardo sui modi di essere della fede cattolica?
Sull’accanimento catechetico o non ha letto bene quello che ho scritto, o ha voluto intenzionalmente fraintendere: perché dire che iniziare il catechismo a 6 anni producendo abbandoni non vuol assolutamente palesare insofferenza per la dottrina, i sacramenti e la liturgia. Personalmente, trovo la dottrina e la sua storia affascinante, i sacramenti occasione di incontro col Signore, e la liturgia il luogo della celebrazione della fede.
Il cattolicesimo modernista post-conciliare…
Mi sembra un po’ banale come commento, in ogni caso sarebbe un contributo se lei lo argomentasse – perché è così che ci si parla per costruire una comunità.
Ha ragione, dott. Neri, non si può racchiudere un discorso compiuto in una battuta! Ho sessant’anni esatti, e ho vissuto l’intera parabola del Cattolicesimo post-conciliare. A partire dalla Liturgia, un cattolicesimo debole, sociologico, antropocentrico, che accompagna stancamente, non chiede più nulla e non sa più dare risposte ultime al Mistero della vita e della morte, una ONG pietosa, come disse papa Francesco pochi giorni dopo la
sua elezione. Per usare un’immagine, una specie di inutile beauty farm sull’isola degli appestati…
Nella scuola dove insegno ci sono alunni che si convertono all’Islam perché affascinati dalla durezza del Ramadan…
Personalmente non ho un particolare modello di Chiesa, mi va bene anche essere sorpresa dallo Spirito, detesto solo gli odi incrociati. Cioè non ne posso più proprio di vedere progressisti che scrivono 10, 100, 1000 articoli contro iconservati e il contrario. Mi sento come il nastro di un campo da tennis con la pallina che ti vola sopra la testa una volta di qua, una volta di là…
Credo che ognuno abbia un suo “modello” di Chiesa, in un modo o nell’altro. Bella l’immagine e giustificata la spossatezza di match di tennis continuo… speriamo che i due tennisti non prendano troppo spesso il net…
Grazie don Marcello! Con molta presunzione mi permetto di annoverarmi tra i tanti insoddisfatti dell’attuale cattolicesimo italiano (https://bookstore.gabriellieditori.it/product/roberto-beretta-meno-cattolici-piu-cristiani/). Ma aggiungo una cosa: se siamo così tanti a esprimere anche pubblicamente tale delusione, in fondo significa che non abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiare. Questo residuo di fiducia in fondo è una risorsa, se la si vuol capire
Bisogna passare dalla espressione pubblica alle pratiche pastorali – e credo che in Italia vi siano molte esperienze che meritano di essere narrate, conosciute e valutate.
Condivido la mancata analisi dell’IRC da parte della CEI. Si va avanti senza mai una riflessione sulla situazione, così come nella pastorale ordinaria delle parrocchie e delle diocesi. I progetti e i programmi pastorali vengono verificati? Per quanto riguarda l’IRC c’è da considerare anche l’incidenza degli alunni figli di immigrati che alzano la percentuale dei non avvalentisi, come per esempio a Prato. Affermare che l’IRC “fa acqua da tutte le parti” dispiace perché non dà ragione del lavoro quotidiano di tanti insegnanti di religione.
L’IRC fa acqua nella sua strutturazione ufficiale, credo che fosse intuibile, non certo nelle pratiche quotidiane di insegnamento e relazione con gli studenti. A mio avviso, i docenti di religione, e ancora più i docenti cattolici di altre materie, sono una risorsa lasciata del tutto a languire dalla CEI e dalle diocesi.