
Sono molte le diagnosi di una «fine» del cristianesimo, la gran parte di esse ha sicuramente una certa legittimità. Leggendole, poi, si riesce a intuire quale sia il cristianesimo che sta morendo secondo i singoli autori e autrici. Tra queste analisi ve ne sono anche di taglio empirico e sociologico, che hanno sempre il vantaggio di basarsi su numeri anziché solo su osservazioni e sensazioni.
Ma anche le indagini empiriche sono orientate da domande che vanno in cerca di un modello di cristianesimo che sarebbe giunto alla sua «fine» – modello scelto ancora una volta da chi le conduce.
Semplici annotazioni di metodo, che però possono aiutarci a intuire un non detto che sta sempre dietro la diagnosi della «fine» del cristianesimo. Ossia, che quest’ultima riguarda quasi sempre una determinata tipologia di cristianesimo storico.
È interessante notare, da parte cattolica, una certa tendenza a far coincidere l’eventuale fine di un modello della propria confessione con quella del cristianesimo tout court. Inoltre, la fine di questo modello in quella che è l’area linguistica degli autori/autrici diventa occasione per affermare la fine di un modello di cattolicesimo ci cui quell’area sarebbe solo sintomo di una condizione più diffusa – che coinvolgerebbe tutto l’Occidente di matrice europea. Che del cattolicesimo è sicuramente la culla e il punto di espansione globale.
Una cosa che molte di queste diagnosi hanno in comune è l’individuazione della causa latente di questa fine di un modello di cattolicesimo: la Chiesa come istituzione della fede. E qui già le cose si complicano non poco, invischiandosi in un paradosso da cui sembra difficile uscire. La Chiesa cattolica così come è adesso sarebbe l’indiziata numero uno per la fine del cattolicesimo occidentale sia per i più convinti sostenitori del Vaticano II, sia per i suoi più acerrimi detrattori.
L’insoddisfazione per la Chiesa così come è accomuna praticamente tutti i cattolici che sono attivi nel dibattito pubblico ecclesiale e civile. E questa insoddisfazione diffusa verso la Chiesa istituzione, grande ecumene dei cattolicesimi in lotta fra di loro, viene venduta come un fenomeno che sarebbe registrabile solo ora. Dimenticando che, fin dalle origini, la Chiesa è stata un «corpo inquieto» (S. Xerex), contestato da un lato e dall’altro, avvolto da un processo di continua riforma.
E questo è un secondo denominatore comune della insoddisfazione ecumenica dei cattolicesimi verso la Chiesa così come è adesso: perché andare oltre il Vaticano o fare in modo che la Chiesa cattolica possa essere come se il Vaticano II non fosse mai stato, vuol dire mettere in campo una riforma della Chiesa stessa. Lefebvriani in incognito o dichiarati, sostenitori del VO, cattolici variamente trumpiani, sono tutti sostenitori di una riforma della Chiesa: per farla essere ciò che essa ora non è.
Inevitabilmente, ogni ricorso alla tradizione per giustificare il proprio «sentire cattolico» (M. Perniola) è un atto di riforma, un far diventare la Chiesa cattolica altro da quello che è.
Poco si riflette su questo fatto che sta alla base delle diagnosi della «fine» di una modello di cattolicesimo: ossia che l’esplosione dei sentire cattolici ha una unità imprevista nel sentire cattolico comune a tutti della necessità di riforma della Chiesa cattolica che esiste oggi.
Un altro aspetto poco esplorato o dichiarato riguarda il «metro di misura» rispetto a cui, da una parte e dall’altra, si annuncia la fine del cattolicesimo. Perché dove si guarda per dare corpo alla propria diagnosi decide dell’esisto stesso di quest’ultima. Frequentanti della celebrazione eucaristica; rilievo sociale; rilievo politico; rilievo culturale; dominio sulle coscienze; e si potrebbe continuare con molti altri codici di misura del cattolicesimo in via di scomparsa.
È probabile che l’effetto Covid sulla frequenza eucaristica, per lo meno in Italia, non sia solo una sensazione ma anche un dato. Ma al di là di biasimare il fatto, che cosa ha fatto la Chiesa italiana davanti a questa condizione (dalla CEI alla pastorale ordinaria)? Se si rimane inermi davanti alle trasformazioni storiche, si diventa complici produttori dell’esaurimento di un determinato modello di cattolicesimo. Se si agisce solo per tornare alla mera condizione precedente, senza tenere conto e senza comprendere cosa è avvenuto, ci si vota all’estinzione prodotta con le proprie mani.
L’effetto Covid sulla frequenza alla celebrazione eucaristica domenicale non può essere sbrigativamente rubricato come collaterale della secolarizzazione della società italiana – perché di partecipanti credenti si trattava.
Sempre per rimanere da noi, prendiamo un altro indice diagnostico del cattolicesimo: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Secondo gli ultimi dati del Ministero disponibili, circa l’82% si avvale dell’IRC – con fluttuazioni percentuali significative da regione a regione e, soprattutto, fra nord e sud. Inoltre, si può evincere un calo percentuale, non eccessivo ma continuo negli ultimi anni, di scolari e studenti che frequentano l’IRC. Il calo viene sbandierato ideologicamente da parte dei sostenitori della laicità; la percentuale consolidata a livello nazionale viene sbandierata, altrettanto ideologicamente, da vescovi e curie diocesane.
Nessuno dei due fronti sembra spendere una riflessione degna di nota sui dati che non sostengono la propria tesi: la laicità non si interroga sul perché oltre l’80% dei giovani italiani voglia ancora frequentare l’IRC; e la Chiesa italiana poco o niente indaga sulle ragioni effettive degli abbandoni. Anzi, il dato percentuale rafforza l’illusione che si possa andare avanti con un IRC che fa acqua da tutte le parti esattamente perché vuole tenere in vita un modello di cattolicesimo civile che non è più possibile in Italia.
È possibile che prima o poi saranno i dati empirici a decretare la fine anche di questo modello di cattolicesimo agognato dai vescovi italiani. Al momento, però, questi stessi dati dicono qualcosa di impossibile sul piano della pastorale ordinaria parrocchiale: incontrare l’80% dei giovani italiani – ci si dovrebbe chiedere, però, se oltre a questo il cattolicesimo italiano sia anche capace di raccogliere anche il loro interesse per la religione cattolica…
Se poi cambiamo appena un poco il punto su cui si appoggia lo sguardo indagante della diagnostica sulla condizione del cattolicesimo, le cose sembrano cambiare in maniera radicale. Perché secondo il Vangelo, Gesù non lo si incontra solo nel sacramento eucaristico (nulla dice dell’accanimento catechetico per cui fra un po’ si inizierà l’iniziazione cristiana quando i bimbi sono ancora lattanti nella culla). «Avevo fame e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto… nudo e mi avete vestito… ero in carcere e mi siete venuti a trovare» (Mt 25, 35ss). La Chiesa di costoro, di quelli e quelle che si sentono sorprendentemente convocati alla prossimità con Gesù, è sicuramente molto più popolata degli edifici in cui si celebra l’eucaristia. Più popolata dei nostri oratori. Più efficace di interminabili anni di catechismo che producono abbandonanti.
Forse, sta nascendo un nuovo modello di cattolicesimo – ostico da accettare per discepoli e discepole come per apostoli di lungo corso. Tanto ostico da non volere neanche vederlo, se non addirittura screditarlo come fosse una fake news (glielo abbiamo impedito perché non era dei nostri).





