Assisi: nuove sfide per la diaconia e il diaconato

francesco

Nel segno di Francesco d’Assisi, la Comunità del diaconato in Italia si è ritrovata (Assisi, 3-6 agosto) nel biennale Convegno per interrogarsi, pregare, discernere. La cifra rotonda di questo appuntamento – il trentesimo – non è solo un traguardo organizzativo, ma un segno di maturità di un cammino che, negli anni, ha accompagnato la rinascita e la crescita del diaconato in Italia, dentro le trasformazioni profonde della Chiesa e della società.

Oggi queste trasformazioni hanno assunto il volto di «nuove sfide» che toccano da vicino la diaconia e il diaconato: il mutamento antropologico e culturale, le fratture sociali, la povertà inedita e spesso sommersa, le migrazioni, le tensioni geopolitiche, le guerre, la fatica delle comunità cristiane a restare missionarie in un contesto segnato da indifferenza e disincanto.

A tutto questo il Convegno ha cercato rispondere mettendosi umilmente alla scuola di Francesco d’Assisi, diacono di pace e amante dei poveri, di cui ricorrono gli 800 anni del transito. Un testimone che continua a parlare con sorprendente forza alla Chiesa del nostro tempo, e in particolare ai diaconi, chiamati a servire il Vangelo nei crocevia della storia.

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Il tema scelto – «Nel segno di Francesco d’assisi amante dei poveri. Nuove sfide per la diaconia e per il diaconato» – indica una direzione chiara, non si è trattato anzitutto di moltiplicare analisi o di lamentare i cambiamenti in atto, ma di ritrovare, alla luce dell’esperienza di Francesco, il cuore della vocazione diaconale.

Francesco non è proposto come una figura da ammirare a distanza o solo da celebrare, ma come un fratello che ha preso sul serio la radicalità evangelica fino a farsi povero con i poveri, fino a diventare artigiano di pace in un mondo segnato da conflitti e divisioni. Nella sua esperienza la diaconia non è stata uno «stato» da esibire, ma uno stile di vita, una forma concreta di esistenza evangelica, il suo modo di stare nel mondo, nella Chiesa, tra gli uomini e le donne del suo tempo.

Per questo, tornare a Francesco significa ritrovare il filo vitale che unisce il servizio liturgico alla carità concreta, la Parola annunciata ai gesti compiuti, la prossimità ai poveri alla pace cercata con coraggio e creatività.

Il Convegno si è aperto con la celebrazione presieduta da mons. Stefano Manetti, Vescovo di Fiesole e già Presidente della Commissione Clero della Conferenza Episcopale Italiana. La presenza e il ministero del Vescovo ricordano che il diaconato non è un carisma isolato, ma parte integrante del volto ministeriale della Chiesa particolare; che ogni diacono vive e opera in comunione con il proprio Vescovo e con il presbiterio, a servizio del Popolo di Dio. L’apertura liturgica non è quindi un semplice «inizio formale», ma un atto di consegna: affidarsi allo Spirito, chiedere luce per leggere i segni dei tempi e forza per tradurre in scelte evangeliche quanto sarà condiviso nelle giornate del Convegno.

La prolusione è stata affidata a mons. César Essayan, OFM Vicario Apostolico Latino in Libano. La sua presenza è stata un forte richiamo per quanto sta accadendo a Beirut con la guerra. Il Libano, terra di antiche tradizioni e di complessa convivenza religiosa, luogo dove la fragilità politica e sociale si intreccia con la resilienza delle comunità, diventa così uno specchio nel quale rileggere anche le nostre situazioni europee.

Dalla voce di un pastore che quotidianamente incontra povertà materiali estreme, migrazioni forzate, ferite di guerra, ma anche la forza mite e creativa della comunità cristiana, i diaconi e quanti hanno partecipato al Convegno sono stati aiutati a comprendere come la diaconia non possa restare chiusa nei confini rassicuranti dell’«interno ecclesiale», ma sia chiamata ad allargare lo sguardo fino alle periferie del mondo e ai drammi che le abitano. Francesco d’Assisi, che non ebbe paura di attraversare il Mediterraneo per incontrare il Sultano, sembra accompagnare questa prospettiva.

Un capitolo significativo nel cammino della Comunità è rappresentato dal progetto Libano, nato dal desiderio di promuovere la comunione e la fraternità con i diaconi del Medio Oriente. Il progetto, portato avanti con tenacia e passione, è stato quello di organizzare un Convegno per i diaconi del Medio Oriente, incontro che può mettere in luce la specificità del ministero diaconale in contesti dove la minoranza cristiana vive spesso con disagio.

Diaconi latini, diaconi di diverse Chiese e tradizioni avrebbero potuto incontrarsi, condividere le loro esperienze, interrogarsi insieme su come esercitare il servizio evangelico in terreni così complessi, arricchendosi reciprocamente Per dare concretezza a questo progetto sono stati compiuti passi significativi. La guerra purtroppo ha imposto di mettere in standby l’iniziativa, perché non solo impraticabile, ma inopportuna. Mettere in attesa non significa rinunciare. Il progetto Libano resta vivo e quando le condizioni lo permetteranno il Convegno potrà riprendere forma, perché la fraternità tra diaconi non è un lusso per tempi tranquilli, ma un segno profetico proprio nei tempi di prova.

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In questo respiro ecclesiale e missionario, il Convegno è entrato nel cuore del proprio tema attraverso un percorso articolato in più relazioni, che hanno offerto uno sguardo complementare e integrato. La prima, affidata a padre Giulio Michelini, OFM, biblista dell’Istituto Teologico di Assisi, ha introdotto i convegnisti alla «scuola della spiritualità di Francesco». Non si è trattato di aggiungere un tassello devozionale, ma di risalire alle sorgenti evangeliche e bibliche che hanno plasmato l’esperienza del Poverello. Per i diaconi, porsi alla sua scuola significa riscoprire la radice biblica del proprio ministero.

Su questo terreno spirituale si è innestata, in modo naturale, la riflessione dedicata allo «spazio sociale» e alle nuove sfide che esso pone alla diaconia e al diaconato. Ne è stata guida don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio CEI per i Problemi sociali e il lavoro.

Il passaggio è decisivo: una spiritualità autenticamente francescana e diaconale non può restare confinata nella sfera privata, ma chiede di essere vissuta nel cuore della storia concreta, dentro il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, dell’ambiente, della comunicazione. Lo «spazio sociale» non è un’entità astratta, ma l’intreccio reale di relazioni, istituzioni, interessi, ferite e potenzialità in cui gli uomini e le donne di oggi vivono, amano, soffrono, cercano senso.

Nel quadro di queste sfide la prof.ssa Chiara Mercuri – docente di Storia delle fonti medievali presso l’Istituto Teologico di Assisi – ha offerto un ulteriore approfondimento decisivo. L’approccio storico e alle fonti ha permesso di liberare Francesco da immagini stereotipate e di riconsegnarlo alla Chiesa nella verità della sua esperienza.

Chiara Mercuri ha ricostruito, sulla base delle fonti, la vita e l’insegnamento di Francesco. Ne è emerso il ritratto inedito di un uomo di profonda cultura, deciso fino alla durezza, ma amorevole verso i suoi compagni – Leone, Chiara e gli altri – che furono con lui il motore di una straordinaria stagione di rinnovamento dello spirito. Il titolo stesso della relazione «Francesco diacono di pace, amante dei poveri: a 800 anni dal transito» ha messo in stretta relazione due dimensioni: la pace e l’amore per i poveri.

Il percorso del Convegno ha trovato un ulteriore sviluppo nella riflessione affidata al prof. don Sergio Massironi, docente di Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sul tema «Verso un nuovo volto del diaconato: la polis luogo e spazio della diaconia politica». Qui la prospettiva si è allargata esplicitamente alla dimensione «politica» della diaconia, termine che, opportunamente compreso, indica la responsabilità per la città degli uomini, per il bene comune, per il complesso delle relazioni che costituiscono una società. La polis non è solo lo sfondo neutro della diaconia, ma il luogo concreto dove essa si esercita.

Alla luce di Francesco, si potrebbe parlare di una «diaconia politica» che non coincide ovviamente con l’impegno partitico, ma una forma di testimonianza pubblica.

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L’insieme delle relazioni, così, ha disegnato un percorso coerente: dalla sorgente spirituale e biblica alla concretezza delle sfide sociali, dalla memoria storica della figura di Francesco alla prospettiva di un rinnovamento del volto del diaconato nella polis. Ogni passaggio è stato pensato per aiutare a non separare mai ciò che il Vangelo tiene unito: la contemplazione e l’azione, la carità e la giustizia, la cura dei poveri e l’impegno per la pace, il servizio all’altare e la presenza responsabile nella città degli uomini.

Il Convegno, in questo senso, si è presentato come un laboratorio ecclesiale di discernimento, un tempo favorevole per lasciarsi interpellare dallo Spirito che parla attraverso la Parola, i poveri, la storia, la voce dei pastori e dei teologi, l’esperienza concreta delle comunità.

Inoltre, inserito nel cammino della Chiesa in Italia, il Convegno si è collocato in continuità con le sollecitazioni che, negli ultimi anni, hanno invitato a ripensare la ministerialità in chiave sinodale e missionaria. La presenza discreta dei diaconi, ma costante, nelle parrocchie, nei luoghi di marginalità, nelle opere caritative, nelle istituzioni, gli consente di essere un «sensore»” prezioso dei bisogni e delle potenzialità del popolo di Dio.

Perché questa ricchezza non resti inoperosa, è necessario un continuo lavoro di formazione, di confronto, di scambio di esperienze. Il Convegno ha inteso rispondere proprio a questa esigenza: creare uno spazio in cui i diaconi e le loro spose possano rileggere il ministero alla luce di figure come Francesco e alla luce di contesti complessi come quello libanese o quello italiano, ascoltando voci competenti che aiutino a evitare semplificazioni e a cogliere le sfide reali.

Un aspetto che ha attraversato trasversalmente l’intero programma è la centralità dei poveri. Non si tratta di un tema tra gli altri, ma del luogo teologico in cui la fede si misura con la sua autenticità.

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Questo Convegno, vuole dunque essere un invito a una rinnovata disponibilità.

Il cammino proposto non promette risposte facili, ma suggerisce una direzione, quella di una diaconia sempre più radicata nel Vangelo, aperta allo Spirito, coraggiosa nell’attraversare le periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo, capace di trarre ispirazione da un santo, Francesco, che, otto secoli fa, ebbe l’audacia di prendere sul serio il Vangelo «sine glossa».

I diaconi, insieme alle loro famiglie, alle comunità che li hanno generati e accompagnati, sono chiamati a offrire il proprio contributo specifico a una Chiesa che vuole essere più partecipativa, più missionaria, per riconoscere le luci e le ombre del cammino compiuto, per chiedere luce e coraggio nel lasciarsi condurre verso un futuro in cui la diaconia non sia solo «un ministero tra gli altri», ma una forma contagiosa di esistenza cristiana, capace di generare, nella Chiesa e nel mondo, nuovi segni di fraternità e di speranza.

Nel Convegno hanno trovato spazio anche le «Esperienze diaconali di accompagnamento», che hanno dato voce a tre ambiti particolarmente significativi: quello spirituale, quello familiare e quello legato al lutto. Il racconto di esperienze concrete non mira a esibire «modelli perfetti», ma a mostrare come la diaconia possa incarnarsi in situazioni reali, spesso delicate, in cui il servizio assume il volto della prossimità, dell’ascolto, della condivisione.

La prima esperienza, di carattere «spirituale», è stata presentata da Andrea Sartori, diacono del Vicariato di Roma. L’accompagnamento spirituale è una dimensione tanto essenziale quanto poco esplorata del ministero diaconale.

La seconda esperienza, di carattere «familiare», è stata affidata a Valeria e Sergio Di Pede, Responsabili dell’Ufficio Famiglia dell’Arcidiocesi di Matera. Qui è emerso in modo evidente come il diaconato, vissuto dentro il matrimonio, possa diventare un dono particolare per la pastorale familiare.

La terza esperienza, dal titolo suggestivo, «Il sapore delle cose che restano: accompagnare il lutto», è stata narrata da Rodrigo Diaz, diacono di Ilhéus Bahia, in Brasile. Il lutto è uno dei luoghi in cui l’umanità si sperimenta più fragile e disarmata. L’accompagnamento delle persone che hanno perso un proprio caro diventa una forma preziosa di diaconia. L’esperienza di Rodrigo Diaz, proveniente da un contesto culturale diverso da quello italiano, amplia l’orizzonte del Convegno, mostrando come, pur nelle differenze, il dolore per la perdita di una persona amata chieda ovunque vicinanza, ascolto, riti significativi, comunità capaci di stare accanto nel tempo del lutto

Queste esperienze di accompagnamento, poste al centro del Convegno, mostrano che la diaconia non è un discorso astratto, ma un intreccio di volti, di storie, di gesti concreti. Esse aiutano i partecipanti a riconoscere la gamma ampia e articolata delle forme che il servizio può assumere: dalla cura della vita interiore alla vicinanza alle famiglie, dall’attenzione ai poveri all’accompagnamento del lutto. Allo stesso tempo, invitano a non vivere queste esperienze come «iniziative individuali», ma come espressioni di una Chiesa che, sinodalmente, si interroga su come essere segno della tenerezza di Dio nelle situazioni più delicate dell’esistenza.

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Il Convegno è stato luogo di una grande assemblea in cui la Comunità del diaconato in Italia si è voluta lasciare condurre per mano attraverso quattro verbi essenziali: ricordare, ascoltare, accompagnare, discernere. Ricordare il cammino fatto, riconoscendo il lavoro silenzioso di tanti diaconi, spose, delegati e pastori; ascoltare il tempo di cambiamento e le parole dei poveri, senza difendersi con nostalgie o paure; accompagnare le persone nelle loro situazioni concrete – nella ricerca spirituale, nella vita familiare, nel lutto – con una presenza diaconale umile e perseverante; discernere, i passi che lo Spirito oggi chiede al diaconato, perché diventi sempre più segno trasparente della carità di Cristo nella polis degli uomini.

Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, richiama la Chiesa e l’intera famiglia umana alla necessità di «rimanere umani», custodendo la dignità della persona e orientando ogni progresso al bene comune. Questo appello interpella in modo particolare la diaconia e il diaconato: là dove l’uomo rischia di essere ridotto a funzione, numero, fragilità da gestire o povertà da archiviare, il Vangelo chiede invece prossimità, ascolto, cura e servizio.

Nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario, 15 novembre 2026, che ha per tema: «Il Signore è il rifugio del povero (cf. Sal 14,6)», il Papa pone alcune domande, ovviamente rivolte a tutta la Chiesa, ma credo che interrogano in modo particolare i diaconi:

«Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto?».

Dunque, con il Convegno si è voluto rispondere a questa urgenza: riscoprire, alla scuola di Francesco, una presenza diaconale capace di riconoscere nei poveri non solo destinatari di aiuto, ma fratelli e sorelle nei quali Cristo continua a farsi incontro, presenza. Tutto ciò significa dare forma visibile a quella Magnifica Humanitas che trova nel Vangelo la sua sorgente più profonda e in Francesco d’Assisi una testimonianza luminosa.

Enzo Petrolino è Presidente Comunità del diaconato in Italia

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