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«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe». Questi celebri versi di Eugenio Montale, tratti da Ossi di seppia, ci mettono in guardia contro una delle tentazioni più antiche e pericolose dell’intelletto umano: quella di credere di poter imprigionare la complessità della vita – e dell’animo umano – in una definizione unica, netta, geometrica. La realtà, soprattutto quella spirituale e culturale, è informe, sfuggente, contraddittoria.
Eppure, guardando i video di Umberto Galimberti che impazzano sui social e sui reel dei festival filosofici, viene spontaneo chiedersi: il filosofo ha forse dimenticato questo monito?
Con la consueta sicurezza che lo rende amatissimo dal pubblico, Galimberti sentenzia, in una di queste apparizioni pubbliche: «Tutti pensiamo all’individuo prima che alla comunità. Questo è un lascito cristiano». La frase è perfetta per diventare virale: è breve, è provocatoria, e sembra smascherare una presunta ipocrisia di duemila anni di storia.
Peccato che, dal punto di vista storico, filosofico e teologico, sia vero esattamente l’opposto. Non si tratta di una disputa da sacrestia o di una difesa d’ufficio del cristianesimo. Si tratta, molto più semplicemente, di onestà filologica. Se un intellettuale pubblico critica una cultura millenaria che ha plasmato l’Occidente, ha il dovere deontologico di conoscerne il lessico. Altrimenti, come in questo caso, non fa critica: costruisce un fantoccio di cartapesta per poi abbatterlo con facilità, raccogliendo l’applauso di chi quel lessico non lo conosce.
Vediamo, punto per punto, perché l’affermazione di Galimberti regge solo se si ignorano le fonti.
L’anacronismo di partenza
Partiamo dal lessico. La parola individuum, in latino, è il neutro sostantivato di individuus, che significa letteralmente «ciò che non può essere diviso», «ciò che è uno e chiuso in sé».
Nell’antropologia filosofica moderna, questo termine indica un’entità atomizzata, autosufficiente, titolare di diritti e di doveri in quanto soggetto separato dagli altri. È il protagonista del contrattualismo di Hobbes, del giusnaturalismo di Locke, dell’autocoscienza di Cartesio e, infine, dell’individualismo possessivo del liberalismo borghese e del capitalismo.
Ora, questa accezione – che Galimberti dà per scontata e universalmente valida – è un prodotto storicamente tardivo della cultura occidentale. Nasce con il nominalismo di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo, che dissolve le essenze universali in singolarità separate, e viene consacrata dall’Illuminismo. Ma non appartiene né alla Bibbia, né ai Padri della Chiesa, né alla grande Scolastica medievale.
Quando Galimberti afferma che il cristianesimo ci ha lasciato in eredità l’individuo, compie un clamoroso anacronismo: proietta sul mondo giudaico-ellenistico del I secolo una categoria che è tutta moderna e borghese. È come se uno storico della scienza attribuisse a Galileo le teorie della relatività di Einstein: non è un’interpretazione, è un errore di datazione
Il lessico autentico del cristianesimo
Se Galimberti avesse aperto i testi dei grandi Concili ecumenici o le opere dei Padri della Chiesa, avrebbe scoperto che il cristianesimo delle origini non parla affatto di individui, ma di persone. E la persona, nella riflessione cristiana, è l’esatto opposto dell’individuo autocentrato.
Il termine persona (dal greco pròsopon, che indicava la maschera dell’attore ma anche il volto che si mostra nella relazione) viene forgiato nei dibattiti cristologici e trinitari del IV e V secolo. I Padri Cappadoci – Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno – lo utilizzano per parlare della Trinità: le tre Persone divine non sono tre individui separati e isolati, ma tre modi di essere-in-relazione (il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito che procede). L’essere persona, per il cristianesimo, è ontologicamente legato all’essere-con e all’essere-per. Non esiste persona senza relazione.
Tommaso d’Aquino, nel Medioevo, definirà la persona come «ciò che è più perfetto in tutta la natura», proprio perché capace di aprirsi all’altro e a Dio, superando la chiusura della mera sostanza individuale.
Rosmini ne parlava come «relazione amativa capace di inaltrarsi», cioè di immedesimazione ed empatia. E il Concilio Vaticano II, nel secolo scorso, ha ribadito con forza un principio che dovrebbe far riflettere il filosofo: «L’uomo, sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovare pienamente sé stesso se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, 24).
Tradotto: l’umano si realizza non chiudendosi nella propria individualità, ma donandosi. Non c’è traccia, qui, dell’individuo solipsista e autocentrato descritto da Galimberti. La persona cristiana è, per sua natura, comunione.
Una salvezza che non è mai privata
Dal primo equivoco lessicale deriva il secondo, altrettanto grave. Galimberti, nei suoi interventi, dipinge il cristiano come un egoista spirituale: uno che pensa unicamente alla salvezza della propria anima, disinteressandosi totalmente della comunità. Chiunque però abbia una minima conoscenza del cattolicesimo sa che la salvezza, in questa tradizione, non è mai una faccenda «fai da te».
Il battesimo non è un atto privato: è l’ingresso in un Corpo Mistico, come insegna san Paolo nella lettera ai Romani (12,5): «Molti siamo un solo corpo in Cristo». L’eucaristia è il sacramento della communio – comunione – che è, per definizione, un fatto ecclesiale, comunitario e pubblico.
Se un cristiano si disinteressasse del prossimo e della comunità, non sarebbe un buon fedele, ma un peccatore, perché verrebbe meno al comandamento dell’amore che è il cuore stesso del Vangelo. Gesù, nel celebre passo del giudizio finale (Matteo 25), non chiede quante preghiere abbiamo recitato, ma se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato il carcerato, se abbiamo accolto lo straniero. La salvezza si costruisce qui, nelle relazioni concrete, ma non è mai privata: è, al contrario, l’antidoto più radicale contro l’isolamento individualista.
Il meccanismo del “fantoccio”
L’operazione retorica di Galimberti è, dunque, piuttosto trasparente, e corrisponde perfettamente a quella che, in logica, si chiama la fallacia dello straw man, ovvero dell’uomo di paglia.
Il filosofo compie tre passaggi: prende un concetto – l’individuo – che appartiene alla filosofia moderna (da Hobbes al contrattualismo illuminista, fino al neoliberalismo); lo attribuisce abusivamente al cristianesimo, spacciandolo per un «lascito» di duemila anni; lo accusa di essere autoreferenziale, egoista e anti-comunitario, e conclude trionfante: «Vedete? Il cristianesimo è individualista!».
Il trucco però è sotto gli occhi di tutti: il cristianesimo cattolico storico e dottrinale non ha mai difeso l’individuo atomizzato. Lo ha sempre combattuto, in nome della persona e della comunità. Galimberti demolisce un bersaglio che non esiste nella tradizione che dice di voler criticare. È una semplificazione comoda, certo, e funziona benissimo sui social, dove la complessità non ha diritto di cittadinanza. Ma è intellettualmente disonesta.
Un invito al dialogo, non alla polemica
Il pubblico che segue Galimberti sui social, che condivide i suoi reel e lo applaude nei festival, ha diritto a una critica del cristianesimo che sia accurata, leale, informata. Non a una caricatura costruita su una parola fraintesa. Perché la verità, anche quando scomoda o spiazzante, merita rispetto. E il cristianesimo – checché se ne dica – è un fenomeno storico, culturale e antropologico di tale complessità che liquidarlo con un equivoco lessicale non è coraggio intellettuale. È, con tutto il rispetto, pigrizia.
Galimberti cerca la «parola che squadri da ogni lato» l’animo cristiano, come scriveva Montale. Ma forse, se riaprisse i testi con più attenzione e meno fretta, scoprirebbe che quella parola non è individuo. È persona.
Città del Vaticano, 29 giugno 2026
Antonio Staglianò è Presidente della Pontificia Accademia di Teologia






Con Galimberti non perderei molto tempo. Gli consiglierei solo di rileggere la Divina Commedia (o di leggerla, tout court, perché dubito l’abbia mai fatto sul serio).
Anche a me come agli altri commentatori, ha fatto molto piacere leggere questo “contrappunto” al preciso pensiero del prof. Galimberti.
Ma al contrario del suo modo garbato, lessicale e culturale di rispondere, io sarò molto più diretto ed anche DURO nei confronti del professore, poi deciderà lei se pubblicare o meno questo mio intervento.
preciso subito che quanto esporrò non mi è “costato” molto in termini intellettuali proprio perché il lavoro che ho svolto per tanti anni che riguardava l’Organizzazione Aziendale Strategica Tattica Operativa con particolare specializzazione nella organizzazione delle produzioni.
Infatti nella VERA Organizzazione Aziendale l’individuo NON è NULLA se non è inserito nel giusto contesto.
Per questo, essendomi sempre interessato alla Storia degli Antichi Popoli, mi è sembrato piuttosto ovvio SCOPRIRE che del Genere HOMO nelle circa 15 specie finora scoperte, L’UNICA SOPRAVVISSUTA siamo proprio NOI I SAPIENS.
E CHE IL “FATTORE CRITICO DI SUCCESSO” è sempre stata la collaborazione ed il reciproco aiuto dei grandi gruppi sociali che il Sapiens era capace di creare e gestire.
Di contro il Neanderthal con i suoi gruppi individuali con 1 solo maschio Alfa, e composti da 7 -15 individui con zii zie infanti e vecchi, appena ha incontrato le difficoltà dell’ultima grande glaciazione, si è estinto. Pur più abile, più forte e recentemente anche più intelligente di ni Sapiens.
Poi è vero anche la Natura ci ha aiutati in questo lungo cammino che dura da 350mila anni, ma è indubbio che è sempre stato IL GRUPPO che ci ha permesso di sopravvivere, e documentari e studi storici ce ne sono a bizzeffe.
CONCLUDO
Chi sostiene che è l’individualismo a spingere l’uomo avanti ed a farlo prosperare, o è un grandissimo ignorante della STORIA e della REALTA’
oppure , MOLTO PEGGIO, è stato prezzolato per spingere questa idea individualista anche a livello intellettuale, ben oltre quello che fa la pubblicità televisiva
NON SOLO ma appoggia il suprematismo e la plutocrazia, che sembrano essere i “credo” dominanti in questa epoca dannata, dove i cattivi e criminali prosperano e dove i buoni e le brave persone vengono massacrate.
Grazie prof. Stagliano. Finalmente una precisazione chiara e storicamente attendibile. Lei ha detto in breve quello che ho sempre pensato ma che non avrei saputo esprimere con tanta chiarezza. Speriamo che questo suo intervento ci liberi di questa caricatura di cristianesimo che ancora fa tanta presa su tante persone
Grazie. Mi era capitato già nel passato di imbattermi in affermazioni del prof Galimberti che mi avevano lasciata perplessa proprio perché sostenevano una sorta di egoismo del cristiano. Ma mi venivano in mente i grandi cristiani della storia ( i santi) che hanno fatto l’opposto di quello che dice il professore: penso a madre Teresa, San Francesco ecc.
Buonasera Professore, grazie per il suo interessante intervento…. gli argomenti di Galimberti sono riduttivi e poco speculativi non solo nei confronti del cristianesimo ma anche di molti concetti filosofici…. è di formazione medico psichiatrico bisogna capirlo
Parafrasando Antonello Venditti -neomodernismo clericale , per l’ annuncio del Vangelo, peraltro molto apprezzato, specialmente dalla versione tv dall’autote -,direi che anche qui: ri/”manca l’analisi”. Paradossalmente, infatti ,a rischiare la chiusura autoreferenziale sono proprio alcuni concetti espressi dall’ articolista. Basta rileggere -al di là delle definizioni classiche-dialetticamente il rapporto persona/individuo per l’intelligenza/trend cristiano ,umano, culturale e teologico anche del secondo termine , quando ,tra l’altro ,e opportunamente, non si riduce a mera identità escludente/esclusiva ,ma a legittimazione/argine, anticollettivista, della singolarità e irripetibilità , appunto della persona relazionale.
Buongiorno e grazie per gli argomenti che propone. Quanto scrive è un’ottima occasione per riflettere sulla necessità di un atteggiamento critico nei confronti del “pensiero omologato ed omologante” del nostro periodo storico. Inoltre, con le sue argomentazioni evidenzia l’uso strumentale che spesso si fa delle religioni e, nello specifico, del cristianesimo. Sarebbe auspicabile, parafrasando Kierkegaard, un “salto qualitativo” nella cultura contemporanea, come antidoto alla reificazione ed alla mercificazione delle coscienze.
Innanzitutto un sincero apprezzamento per la spiegazione del Prof. Staglianò, che sottolinea un madornale errore di fondo di Galimberti (non il primo, a mio modesto parere, sul Cristianesimo). Quanto ad accorpare in un omogeneo insieme il suddetto Galimberti e Odifreddi, Augias e Mancuso, beh ..mi permetto di dire che, oltre a non essere obbligati ad ascoltarli, ancor meno lo siamo di pendere dalle loro labbra, come sembra sottolineare Marcello Campomori. Spezzo una lancia a favore di Vito Mancuso poiché, indipendentemente dal fatto di approvare o meno la sua visione di Cristianesimo, non incappa in grossolani errori di fondo come quelli addotti da Galimberti, conoscendo benissimo la materia sulla quale si esprime e proponendone una visione alternativa, non uno sterile dictat.
Ecc.za Rev.ma; caro professore, sottoscrivo in pieno quello che ha scritto ma non dobbiamo dimenticare che il celebre Severino Boezio definiva la persona: “sostanza individuale di natura razionale”. Galimberti, da quello che ho potuto ascoltare, vedere e leggere conosce davvero poco quello che Gesù ha detto e fatto e quello che conosce lo modifica a suo piacimento. Sul fatto però che l’individualismo sia il “figlio degenere” di una visione teologica e antropologica che trova la sua radice nel periodo rinascimentale e umanista dove Cristo e l’uomo erano al centro si potrebbe anche prendere in considerazione.
Grazie, una riflessione veramente utile.
Se mi posso rispettosamente consentire una chiosa forse l’orizzonte complessivo appare eccessivamente orizzontale.
E’ certamente vero, ci mancherebbe, che “Se un cristiano si disinteressasse del prossimo e della comunità, non sarebbe un buon fedele, ma un peccatore, perché verrebbe meno al comandamento dell’amore che è il cuore stesso del Vangelo.”.
Appare forse eccessivo affermare “Gesù, nel celebre passo del giudizio finale (Matteo 25), non chiede quante preghiere abbiamo recitato, ma se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato il carcerato, se abbiamo accolto lo straniero.”.
Sembra quasi che la preghiera sia inutile, addirittura dannosa perché sottrae tempo alla carità concreta.
Allora a cosa dovrebbe servire la Chiesa? Perché Cristo si è incarnato?
Se è sufficiente dare da mangiare all’affamato, visitare il carcerato e accogliere lo straniero il messaggio di Cristo si limita ad una buona filantropia e la Chiesa è inutile: bastano la Croce Rossa internazionale o i Medici senza Frontiere.
Forse l’amore per il prossimo si esprime anche annunciando la Verità, forse è questo il vero compito dei cristiani, compito che a nessun’altro è stato dato.
Basta solo…? Forse lo si può dire meglio.
Sinceramente non ho capito.
Buonasera e grazie per queste sacrosante precisazioni. Le chiedo, come presidente della Pontificia Accademia di Teologia, cosa ne pensa dell’ idea di formare, oltre a sacerdoti e professori, dei divulgatori sullo stile di Galimberti, ma che sappiano abitare il linguaggio di oggi offrendo il nostro punto di vista senza subire la supplenza dei vari Galimberti, Mancuso, Augias, Odifreddi, etc che proprio non resistono a frequentare il campo della Chiesa solo per calpestarlo. In questa epoca che ha perso la stima in qualsiasi ideologia storica, noi possiamo procedere con i fatti e con la riflessione che li accompagna. Lieto di essere letto, le auguro un proficuo lavoro, sapiente e attuale.