“Amoris laetitia”: agire umano, norma morale e bene

cuoreDal 7 al 14 ottobre 2026 ci sarà a Roma l’incontro di Leone XIV con i capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, intitolato “Annunciare il Vangelo con le famiglie oggi”, in occasione dei dieci anni dall’Esortazione apostolica Amoris laetitia (AL). Per comprendere i motivi e le prospettive per una fruttuosa celebrazione di questo anniversario appare necessario sostare un momento per rendere comprensibile la lettera e lo spirito dell’Esortazione di papa Francesco. È possibile disegnare il quadro di fondo per comprendere l’ermeneutica del documento e la sua storia degli effetti lungo quattro direttrici.

Un cambiamento di stile e linguaggio

L’Esortazione AL è stata, a giudizio di molti, un testo innovatore perché cambia lo stile e il linguaggio sul tema del matrimonio e della famiglia. Il linguaggio nuovo ci impegna ad un mutamento di sguardo (come dice AL 296), reso più limpido dal collirio della misericordia. Misericordia non significa però passar sopra le situazioni gravi dal punto di vista morale e spirituale, ma domanda di accompagnarle sulla via di riconciliazione. Ciò chiede anche di accettare che non tutte le discussioni dottrinali, morali e pastorali possano o debbano essere risolte subito con interventi del Magistero (AL 3).

Più in radice tutto questo invoca un linguaggio e una prassi che si alimenta al sapere pratico, cioè a quel sapere che stabilisce una forte circolarità tra dottrina e prassi. La lingua di AL (in particolare il cap. IV) è un mirabile esempio di questo sforzo. L’istanza più profonda che emerge da AL è quella di favorire una pratica e un linguaggio che siano capaci di prossimità e di parola (pensiamo all’accompagnamento della pastorale familiare) e che non presentino solo una dottrina da mettere in pratica o semplicemente da adattare alla pratica (metodo deduttivo o applicativo), ma sappiano dire il Vangelo nel cuore dell’agire umano, nell’esperienza dell’amore e nella costruzione di un cammino di vita, mediante un linguaggio sapiente e sapido.

Pertanto, il sapere pratico, e il linguaggio che gli corrisponde, devono cimentarsi almeno su tre direttrici, che disegnano anche le linee ermeneutiche attuali per comprendere AL.

Il discernimento e l’esercizio della prudenza (il momento conoscitivo)

La prima direttrice chiama in causa il discernimento: esso si attua con l’esercizio della virtù di prudenza. Il discernimento non va collocato solamente nella dialettica tra coscienza e legge, tra momento soggettivo e momento oggettivo del giudizio morale. Questo schema duale è troppo angusto e corre il duplice rischio di ricadere o in una visione oggettivistica del bene o in una concezione passiva della coscienza. Quando il rapporto tra agire e norma è pensato così, la coscienza implicata nell’agire non può che adeguarsi alla norma, a monte del cimento pratico che accade nell’azione.

Il discernimento, invece, deve aprirsi a una dinamica triadica, che s’instaura tra agire, norma e bene: il bene si rende presente realmente nella norma o nella legge, ma non si esaurisce in essa; l’agire umano intende acconsentire al bene presente nella legge, di modo che la coscienza ne anticipi il senso, decidendosi per esso. La decisione pratica (virtù della prudenza) ha la forma di un atto pratico, che si attua prestando credito (la fede) al bene promesso e attuandolo nel suo agire buono (l’azione). Fede e morale, coscienza credente e agire etico sono così strettamente connessi. Il credito prestato al bene promesso, che la legge (la norma morale) media effettivamente, anche se non esaurisce totalmente, si realizza nell’atto pratico dell’agire umano. In tal modo l’atto della fede si affida al dono della promessa (grazia), anticipato (dalla coscienza) che riconosce l’obbligazione della Legge (comandamento).

Il comandamento, allora, è prima “grazia” che “legge” o, per meglio dire, è legge che preserva il dono della promessa e riconosce la promessa come dono. Non si può pertanto contrapporre Grazia e Legge: la promessa (il dono) è l’orizzonte che illumina e alimenta sempre la seconda (la norma); la Legge (il comandamento) custodisce il carattere di promessa del dono di Dio (la grazia). Per comprendere tale intimo legame, bisogna chiedersi: perché il comandamento difende il dono dell’alleanza, mentre la promessa ha bisogno di articolarsi nelle Dieci Parole, pur superandole radicalmente? Possiamo spiegarlo così. Da un lato, la Legge proibisce alla libertà di essere incontentabile e onnipotente, perché il Comandamento impedisce al desiderio di saturarsi nel godimento smodato. L’ultimo comandamento, che riassume tutti gli altri (non concupisces, Vulgata, Ex 20,17), non ha un oggetto preciso, o meglio intende tutti i beni dell’agire umano. Di fronte ad essi il comandamento intima: non desidererai in modo vorace e dispotico, non eserciterai la tua libertà in modo possessivo.

Dall’altro, il primo comandamento rende possibile il desiderio buono, mettendo al centro il primato di Dio (l’unicità di Dio, Es 20,2), così che il desiderio diventi coscienza credente, libertà che si affida. Il primo comandamento custodisce la fede, l’ultimo la preserva dal sostituirla con l’idolatria dell’ego insaziabile e del desiderio onnipotente. In mezzo ci stanno i comandamenti verso Dio e verso il prossimo. Se così non fosse, la libertà non solo perderebbe il Bene promesso, ma alla fine distruggerebbe l’io stesso, che può avvitarsi nel desiderio dispotico e indebolire la forma del desiderio disponibile con cui solo può accedere al bene proprio e altrui. Ecco come va compreso il dispositivo delle Dieci Parole.

La legge della gradualità e l’agire nel tempo (il momento operativo)

La seconda direttrice richiede l’attenta considerazione della dimensione temporale dell’agire umano («la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse», Familiaris Cconsortio 34). Il tempo nell’agire etico si snoda tra la promessa e il compimento. La dimensione escatologica del cristianesimo impone di pensare alla storicità dell’agire morale, che accade sul cammino della vita attraverso graduali compimenti, in tensione tra il valore ideale e l’attuazione storica.

Il giudizio sull’azione morale, allora, dovrà passare dall’analisi di “che cosa hai fatto?” alla valutazione del “dove sei diretto?”, ricordando che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (AL 305). Ne deriva che il cimento storico è il luogo della legge della gradualità. In essa si attua quel sapere pratico, che si realizza tra il bene promesso e voluto e il bene attuato e compiuto, perché la vita è fatta di compimenti parziali, di cadute e di riprese, che tendono sempre al bene, anche se non riescono mai ad adeguarlo. In esso, infine, viene alla luce sia il tema della responsabilità e imputabilità degli atti, sia la questione dei condizionamenti e delle circostanze attenuanti.

I livelli dell’integrazione fra persona e comunità (il momento pastorale)

Infine, l’ultima direttrice riguarda i diversi livelli in gioco nel percorso di integrazione tra persona e comunità. Si tratta di un aspetto che è rimasto sullo sfondo dell’Esortazione, ma che è utile richiamare: il livello di integrazione pastorale tra aspetto ministeriale e personale del discernimento; il livello di integrazione antropologica tra interno ed esterno della persona; il livello di integrazione ecclesiale tra partecipazione alla vita della comunità e acceso ai sacramenti.

Un primo livello si riferisce all’integrazione pastorale da parte del sacerdote e degli operatori della pastorale familiare. Bisogna che si attui un vero rapporto “pastorale” che sia di sostegno alla formazione del corretto giudizio della coscienza, vale a dire né si sostituisca ad essa in modo invasivo, né l’abbandoni senza una guida rispettosa e autorevole. Occorre sottolineare che, proprio perché il discernimento avviene in foro interno, è necessario che sia condotto con un forte senso pastorale. Questo è il punto di vista sintetico, come dice AL 122: «non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”».

Un secondo livello da tener presente riguarda l’integrazione antropologica tra foro interno e foro esterno. Poiché il discernimento deve avvenire con discrezione e cura della persona in foro interno, è necessario che il percorso di integrazione tenga conto anche degli effetti e delle risonanze nello spazio esterno, perché il matrimonio e soprattutto la famiglia sono un fatto sociale e l’(eventuale) presenza dei figli della prima e seconda unione porta con sé tutta una serie di dinamiche che hanno forte rilievo nella vita quotidiana. Mentre avviene il percorso di discernimento e di integrazione della persona, è necessario che essa sia accompagnata con amore a custodire le molte relazioni a volte ferite, altre volte conflittuali, altre volte ancora gravate da pesi di natura economica ed educativa (si pensi solo al compito di visita e presa incarico dei figli).

Un terzo livello, infine, riguarda l’integrazione ecclesiale tra partecipazione alla vita comunitaria e accesso ai sacramenti. È l’aspetto più difficile, perché esige una vera conversione della vita delle comunità cristiane e un atteggiamento di delicato e graduale inserimento da parte delle persone coinvolte. Il bel numero di AL 299 ne indica lo spirito: «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane […]. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza».

Il seguito del numero accenna anche al superamento delle limitazioni ancora in vigore. È bene che il Vescovo con i Consigli presbiterale e pastorale della Diocesi dettino alcune linee comuni su tale questione, non tralasciando un’indicazione prudenziale per i sacerdoti circa l’accesso ai sacramenti, perché non ne venga una prassi disparata e divergente.

Soprattutto sui diversi livelli dell’integrazione tra persona e comunità sarà utile che l’incontro del Santo Padre con i Presidenti delle Conferenze Episcopali raccolga e si faccia eco delle difficoltà e delle positive esperienze di questo decennio, perché la recezione di AL possa attuarsi con sapienza e coraggio nel grembo della Chiesa e delle comunità cristiane.

+ Franco Giulio Brambilla,
Vescovo di Novara

Per un’analisi approfondita e una declinazione degli sviluppi dell’Esortazione apostolica di Papa Francesco si veda: F.G. Brambilla, Amoris laetitia, un amore concreto (collana Meditazioni 275), Queriniana, Brescia 2022, pp. 162.

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