
È risaputo che il tema delle pari opportunità per uomini e donne nella Chiesa è particolarmente avvertito non solo nell’Occidente o nell’Europa occidentale. Dalla documentazione relativa al processo sinodale in atto nella Chiesa emerge che esso è ovunque all’ordine del giorno.
Nel mondo, le donne chiedono una partecipazione piena e paritaria alla vita della Chiesa.[1] Davvero «le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere».[2]
Il Documento finale (DF) della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, approvato il 26 ottobre 2024 – che, è bene ricordarlo, partecipa del Magistero ordinario del successore di Pietro e come tale va accolto[3] – dedica alla presenza e al ruolo delle donne nella Chiesa passaggi piuttosto significativi.
Vale la pena, pertanto, richiamare quanto afferma al riguardo questo importante documento che costituisce un atto autorevole di recezione dell’insegnamento del concilio Vaticano II in tema di Chiesa come Mistero e Popolo di Dio, prolungandone l’ispirazione e rilanciandone per il mondo di oggi la forza profetica.[4]
Papa Francesco, nella Nota di accompagnamento del 25 novembre 2024, scriveva che esso «contiene indicazioni che, alla luce dei suoi orientamenti di fondo, già ora possono essere recepite nelle Chiese locali e nei raggruppamenti di Chiese, tenendo conto dei diversi contesti, di quello che già si è fatto e di quello che resta da fare per apprendere e sviluppare sempre meglio lo stile proprio della Chiesa sinodale missionaria». Il DF apre, infatti, alcuni spazi di sperimentazione di cui le singole Chiese locali sono invitate ad avvalersi, ad esempio in materia di ministeri (nn. 66, 76 e 78), processi decisionali (n.94), rendiconto e valutazione (n. 101), organismi di partecipazione (n. 104).
Qui di seguito i contenuti del DF riferiti alla presenza delle donne in una Chiesa sempre più sinodale e missionaria.
Linguaggio rispettoso dell’identità di genere
Intanto, ad una prima lettura, si rimane positivamente colpiti da un dato di fatto.
Quando il documento deve definire l’identità di chi, in virtù del battesimo, si mette alla sequela del Signore Gesù, o di chi s’impegna nella missione evangelizzatrice della Chiesa e nella vita pastorale della propria comunità, o ancora di chi avverte la responsabilità di contribuire ad affermare uno stile di Chiesa sempre più sinodale e missionaria, fa frequente uso non solo del lemma «donne», ma anche delle locuzioni «uomini e donne», «donne e uomini», «ogni uomo e ogni donna», «fratelli e sorelle», «figli e figlie di Dio», «consacrati e consacrate», «laici e laiche», «teologi e teologhe».
Questo linguaggio rispettoso dell’identità di genere solo apparentemente risulta essere di scarsa rilevanza. In realtà, esso può essere letto come «il segnale evidente di un riconoscimento della soggettualità di genere e dell’apporto specifico degli uni e delle altre, che esprime la consapevolezza ormai matura che il linguaggio a cui ricorriamo, le parole che utilizziamo per dirci, plasmano la nostra identità e le nostre relazioni.
Il documento ci attesta così il voluto superamento della tentazione del neutro nel pensare gli esseri umani, i credenti in Cristo, gli appartenenti al corpo ecclesiale, e il riconoscimento di un canone costitutivo, quello della pluralità differenziata, senza il quale non si può dare sinodalità.
Con il ripetersi di queste locuzioni, si crea per le donne e per gli uomini uno spazio di verità antropologica e di libera corresponsabilità ecclesiale, generativo di nuove possibili composizioni: per le une, uno spazio per uscire dalla condizione di partner ecclesiale invisibile; per gli altri, una via e una inedita prospettiva per potersi finalmente dire nella propria specifica parzialità, trovando parole per comprendere la maschilità».[5]
Il paragrafo n. 60
Il paragrafo n. 60 del DF è interamente dedicato al tema della presenza delle donne nella Chiesa. È il paragrafo che ha ottenuto il maggior numero di voti contrari (97 su 355 votanti), ma è stato comunque approvato. Ecco, integralmente riportati, i suoi 14 enunciati.
«In forza del battesimo, uomini e donne godono di pari dignità nel Popolo di Dio». Davanti a Dio la differenza sessuale non crea alcuna differenza. In quanto battezzate e portatrici di carismi, le donne partecipano alla missione della Chiesa a pieno titolo.
«Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa, a scapito del servizio alla comune missione». Il DF riconosce realisticamente l’esistenza di un problema concreto. Non dice semplicemente che le donne sono poco presenti. Dice che talvolta non c’è pieno riconoscimento dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nella vita ecclesiale. E aggiunge una motivazione importante: quando questi doni non vengono riconosciuti, a rimetterci non è soltanto la donna, ma la missione stessa della Chiesa.
«Le Scritture attestano il ruolo di primo piano di molte donne nella storia della salvezza». L’esigenza di riconoscere senza preclusioni carismi, vocazione e posto delle donne nella Chiesa non è un’invenzione moderna. È la stessa sacra Scrittura a mostrare donne che hanno avuto ruoli decisivi nella storia della salvezza.
«A una donna, Maria di Magdala, è stato affidato il primo annuncio della Risurrezione; nel giorno di Pentecoste, nel Cenacolo era presente Maria, la Madre di Dio, insieme a molte altre donne che avevano seguito il Signore». Qui il Sinodo sceglie due episodi particolarmente significativi. Maria Maddalena riceve da Cristo il compito di annunciare la Risurrezione ai discepoli, e per questo la Chiesa la riconosce come «Apostola degli Apostoli».[6] Poi viene ricordata Maria, la Madre di Dio, insieme alle altre donne presenti a Pentecoste nel Cenacolo. Il che sta a significare che la presenza attiva delle donne appartiene già alla struttura della testimonianza cristiana delle origini.
«È importante che i relativi passi della Scrittura trovino adeguato spazio all’interno dei lezionari liturgici». Questa è una proposta molto concreta: nella liturgia dovrebbero essere adeguatamente valorizzati i testi biblici che mostrano il ruolo delle donne nella storia della salvezza.
«Alcuni snodi cruciali della storia della Chiesa confermano l’apporto essenziale di donne mosse dallo Spirito». Il discorso si sposta dalla Bibbia alla storia della Chiesa. Il Sinodo afferma che le donne non sono state semplicemente «collaboratrici» degli uomini. Nella storia antica e recente della Chiesa possiamo incontrare donne che, sotto l’azione dello Spirito Santo, hanno esercitato ruoli di guida e di autorità di grande fecondità per la vitalità delle comunità cristiane.
«Le donne costituiscono la maggioranza di coloro che frequentano le chiese e sono spesso le prime testimoni della fede nelle famiglie». Qui viene riconosciuto un dato pastorale: nella vita ordinaria della Chiesa le donne hanno già una presenza enorme. Il Sinodo sottolinea soprattutto il ruolo della trasmissione della fede nella famiglia.
«Sono attive nella vita delle piccole comunità cristiane e nelle parrocchie; gestiscono scuole, ospedali e centri di accoglienza; sono a capo di iniziative di riconciliazione e di promozione della dignità umana e della giustizia sociale». Qui il Documento amplia enormemente il quadro. Non parla soltanto di attività “interne” ai contesti ecclesiali. Riconosce alle donne una presenza pastorale, educativa, sanitaria, sociale, caritativa, politica e civile, nel senso dell’impegno per la giustizia sociale e la promozione della dignità umana.
«Le donne contribuiscono alla ricerca teologica e sono presenti in posizioni di responsabilità nelle istituzioni legate alla Chiesa, nelle Curie diocesane e nella Curia Romana». Questo passaggio è particolarmente significativo. Il Documento riconosce che le donne possono contribuire non soltanto alla pastorale, ma anche alla teologia e al governo amministrativo ed ecclesiale. E cita esplicitamente anche la Curia Romana. Quindi la prospettiva non è quella di un aiuto offerto dalle donne alla Chiesa, ma quella della presenza di donne anche là dove la Chiesa organizza e svolge la propria missione.
«Ci sono donne che svolgono ruoli di autorità o sono a capo di comunità». Questa frase è ancora più importante. Il Sinodo riconosce esplicitamente che una donna anche oggi può esercitare ruoli di autorità e di guida nelle comunità sprovviste della presenza stabile di presbiteri.
«Questa Assemblea invita a dare piena attuazione a tutte le opportunità già previste dal diritto vigente relativamente al ruolo delle donne, in particolare nei luoghi dove esse restano inattuate». Qui c’è una richiesta molto precisa: in attesa di introdurre nuove norme, vanno pienamente applicate quelle che già esistono. In altre parole, esistono possibilità di partecipazione femminile che in alcuni luoghi non vengono ancora utilizzate pienamente.
«Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo». Questa è probabilmente la frase più significativa dell’intero numero. Il Sinodo afferma esplicitamente che non esiste un principio generale per cui una donna non possa assumere un ruolo di guida nella Chiesa. La frase va letta nel contesto: parla di ruoli di guida, responsabilità e governo ecclesiale. La seconda parte – «non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo» – attribuisce alla questione una valenza teologica: se lo Spirito suscita carismi e vocazioni nelle donne, la Chiesa deve riconoscerli e non ostacolarli.
«Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta. Occorre proseguire il discernimento a riguardo». Il Sinodo non dice che le donne in futuro saranno ordinate diacone. Ma non dice neppure che la questione del diaconato femminile sia da considerarsi definitivamente chiusa. Nella consapevolezza che, a un gran numero di teologi e teologhe, l’ordinazione di donne diacono appare possibile sulla base della teologia del ministero del concilio Vaticano II, il DF afferma che la questione del diaconato femminile «resta aperta» e «occorre proseguire il discernimento».
«L’Assemblea invita, inoltre, a prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle immagini utilizzate nella predicazione, nell’insegnamento, nella catechesi e nella redazione dei documenti ufficiali della Chiesa, dando maggiore spazio all’apporto di donne sante, teologhe e mistiche». Infine, il Sinodo propone una trasformazione anche del linguaggio ecclesiale. Chiede che nella predicazione, nella catechesi, nell’insegnamento e nei documenti della Chiesa venga dato maggiore spazio alle esperienze e al pensiero di donne sante, teologhe e mistiche. Non si tratta quindi soltanto di avere più donne negli incarichi: il Sinodo chiede che la voce e l’esperienza delle donne entrino maggiormente nella cultura, nella teologia e nel linguaggio della Chiesa. «Prestare maggiore attenzione al linguaggio» significa anche utilizzare un linguaggio che nomini esplicitamente il femminile. È il minimo che si possa fare per rispettare e valorizzare la dignità della donna. Per escludere una persona, per emarginarla o per annullarne ai suoi stessi occhi l’esistenza, è sufficiente non nominarla. Ciò che non si nomina, infatti, non esiste, non viene pensato e, di conseguenza, non viene preso in considerazione.
Altri paragrafi importanti
Il n. 60 tuttavia va letto non isolatamente, ma raccordandolo ad altri importanti paragrafi.
Il n. 6, ad esempio, afferma che ci sono peccati contro le donne che la Chiesa ha commesso. Essi sono stati chiamati per nome ed esigono, da parte della Chiesa, «pentimento e conversione». Il passo fa riferimento alla veglia penitenziale del 1° ottobre 2024, a conclusione del ritiro in preparazione alla seconda sessione del Sinodo sulla sinodalità 2021–2024.
Nell’occasione, papa Francesco fece leggere ad alcuni cardinali una serie di richieste di perdono scritte personalmente da lui. Il card. Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, chiese perdono «a nome di tutti nella Chiesa, provando vergogna per tutte le volte che soprattutto noi uomini non abbiamo riconosciuto e difeso la dignità delle donne, per quando le abbiamo rese mute e succubi, e non poche volte sfruttate, specie nella condizione della vita consacrata».
Il 30 novembre 2023, in un discorso “a braccio” rivolto ai membri della Commissione Teologica Internazionale, papa Francesco disse che uno dei grandi peccati commessi è aver maschilizzato la Chiesa.
Il n. 36, da un lato, evidenzia che dal processo sinodale «è emersa l’aspirazione ad ampliare le possibilità di partecipazione e di esercizio della corresponsabilità differenziata di tutti i battezzati, uomini e donne», dall’altro, non nasconde «la tristezza provocata dalla mancata partecipazione di tanti membri del Popolo di Dio a questo cammino di rinnovamento ecclesiale e da una fatica diffusa nel vivere pienamente una sana relazionalità tra uomini e donne», giungendo ad affermare che, «per essere una Chiesa sinodale, è dunque necessaria una vera conversione relazionale» tra donne e uomini.
Il n. 50 afferma che il cammino sinodale ha fatto emergere, tra l’altro, «la richiesta di una Chiesa più capace di nutrire le relazioni» tra uomini e donne. «Per essere una Chiesa sinodale, è, dunque, necessaria una vera conversione relazionale. Dobbiamo di nuovo imparare dal Vangelo che la cura delle relazioni non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma è il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito».
Il n. 52 ribadisce esplicitamente la necessità di una conversione nelle relazioni tra uomini e donne e afferma che la differenza sessuale «non comporta disuguaglianza tra uomo e donna». «Nella nuova creazione, essa viene riletta alla luce della dignità del battesimo: Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,27-28). Come cristiani siamo chiamati ad accogliere e a rispettare, nei diversi modi e nei diversi contesti in cui si esprime, questa differenza che è dono di Dio e fonte di vita. Diamo testimonianza al Vangelo, quando cerchiamo di vivere relazioni che rispettano l’uguale dignità e la reciprocità tra uomini e donne.
Le ricorrenti espressioni di dolore e di sofferenza da parte di donne di ogni regione e continente, sia laiche sia consacrate, durante il processo sinodale, rivelano quanto spesso non riusciamo a farlo». Una Chiesa in cui tutti i membri possono sentirsi corresponsabili è anche un luogo attraente e credibile.
Il n. 53 parla di «logiche relazionali distorte e talvolta opposte a quelle del Vangelo» e di «chiusure relazionali […] solidificate in vere e proprie strutture di peccato che influenzano il modo in cui le persone pensano e agiscono».
Il n. 67 ricorda che la sinodalità impegna «teologi e teologhe […] a fare teologia in forma sinodale, promuovendo tra loro la capacità di ascoltare, dialogare, discernere e integrare la molteplicità delle istanze e dei rapporti». A questo riguardo, va richiamato l’invito che papa Francesco fece il 30 novembre 2023 ai membri della Commissione teologica internazionale di avere un numero maggiore di teologhe all’interno della Commissione stessa perché – disse – «la donna ha una capacità di riflessione teologica diversa da quella che abbiamo noi uomini».
Il n. 77 afferma che «ai fedeli laici, uomini e donne, occorre offrire maggiori opportunità di partecipazione, esplorando anche ulteriori forme di servizio e di ministero in risposta alle esigenze pastorali del nostro tempo, in uno spirito di collaborazione e corresponsabilità differenziata».
Chiede, inoltre, una maggiore partecipazione di «laici e laiche» ai processi decisionali e un loro maggiore accesso a posizioni di responsabilità nelle diocesi e nelle istituzioni ecclesiastiche, secondo le norme già esistenti, e un maggiore riconoscimento e un più deciso sostegno alla vita e ai carismi di «Consacrate e Consacrati».
Il n. 106 richiede che negli organismi di partecipazione – che vanno resi obbligatori, come richiesto in tutte le tappe del processo sinodale (DF n. 104) – sia favorito «un maggiore coinvolgimento delle donne». Piuttosto che di «organismi di partecipazione» sarebbe forse meglio parlare di «strutture di sinodalità ecclesiale»[7] di cui dovrebbero far parte persone impegnate «nella testimonianza della fede nelle ordinarie realtà della vita e nelle dinamiche sociali, con una riconosciuta disposizione apostolica e missionaria», e non solo quindi «persone impegnate nell’organizzazione della vita e dei servizi interni alla comunità».
Dal momento che il popolo di Dio, per crescere nella pratica della sinodalità, ha bisogno di un’adeguata formazione, il n. 143 stabilisce che a questa formazione (intellettuale, affettiva, relazionale e spirituale) prendano «parte insieme uomini e donne, Laici, Consacrati, Ministri ordinati e Candidati al Ministero ordinato, permettendo così di crescere nella conoscenza e stima reciproca e nella capacità di collaborare».
Il n. 148 ricorda che lungo il processo sinodale è stata ampiamente espressa la richiesta che i percorsi di discernimento e formazione dei candidati al ministero ordinato prevedano una presenza significativa di figure femminili.
Un soffitto di cristallo da rompere per rendere più visibile il volto femminile della Chiesa
Concludo questa disamina al femminile del DF con le parole di due teologi (uno laico e uno prete) e di due teologhe laiche che leggo sempre volentieri e con profitto, avendo – gli uni e le altre – il dono della chiarezza di linguaggio e della profondità di pensiero: Rafael Luciani, Dario Vitali, Serena Noceti e Simona Segoloni Ruta.
«Una Chiesa sinodale – scrive Rafael Luciani – non cerca di annullare le differenze, ma di viverle in comunione esercitando un’autentica corresponsabilità battesimale. Quando la donna partecipa con voce e voto alla vita ecclesiale, cambia il modo di intendere e di esercitare l’autorità. Integrando pienamente la leadership femminile, l’istituzione non solo diventa più giusta agli occhi del mondo; diventa, fondamentalmente, più fedele alla propria missione. Una Chiesa che riconosce l’uguaglianza dei suoi figli e delle sue figlie è una Chiesa molto più credibile nell’annunciare il Vangelo. I segni dei tempi attuali ci impongono un atteggiamento evangelico capace di rompere il soffitto di cristallo»[8] che sembra purtroppo presente nella Chiesa cattolica.[9]
«Il tempo – scrive Dario Vitali – sembrerebbe propizio per una Chiesa sinodale: dopo secoli di Chiesa piramidale, dove ogni parte attiva era riservata alla gerarchia, con i fedeli in uno stato di obbedienza passiva, quali esecutori di precetti e di direttive, la sinodalità sembra finalmente imporsi come un orizzonte condiviso nella Chiesa».[10]
«La chiamata a una riforma sinodale da parte di papa Francesco – scrive Serena Noceti – ha aperto un cammino nel quale la parola di laici e laiche, che segnalano problemi, consegnano visioni ecclesiali nuove, prospettano esperienze diverse di esistenza e di fede, possono trovare spazio dove essere poste e finalmente ascoltate, in ordine a quella riforma di Chiesa di cui anche laici e laiche si sentono corresponsabili».[11]
La sinodalità – per Simona Segoloni Ruta – «richiede un ripensamento dell’esercizio del potere ecclesiale. Fino a che resteremo convinti che ciò che è necessario sapere e decidere dipende solo da chi ha responsabilità di potere o da chi è ordinato vescovo (o presbitero), non si darà nessuna sinodalità, che invece si basa sulla convinzione che solo dal convenire dei credenti si può sapere ciò che è secondo Dio e questa coscienza chiede al vescovo (al presbitero o a chi è in posizione di responsabilità), come a tutti, di mettersi in gioco con parresia e stare in ascolto di ciascuno/a e dell’intero processo di confronto. Questo cambiamento di prospettiva chiede una desacralizzazione del potere ecclesiale».[12]
[1] Dai Documenti finali della tappa continentale del processo sinodale: «C’è bisogno di creare maggiori opportunità e strutture che permettano alle donne di svolgere un ruolo più importante nella Chiesa» (Africa e Madagascar, n. 2.4); «Non ci può essere vera corresponsabilità nella Chiesa senza onorare pienamente l’intrinseca dignità delle donne» (Nord America, n. 29); «Una sfida è quella di aprire spazi e generare modalità per l’effettiva partecipazione delle donne agli organi di discernimento e decisione» (America Latina e Caraibi, n. 39); «Il ruolo della donna è considerato secondario o è semplicemente misconosciuto, in quanto è considerata assistente dell’uomo, anche nella vita consacrata» (Asia, n. 96); «Non ci sono dubbi: la partecipazione dei laici e soprattutto delle donne a tutti i livelli della Chiesa è sentita come una priorità […]. La Chiesa ha bisogno della voce e delle qualità specifiche di leadership e di costruzione della comunità delle donne» (Europa, n. 76); «Abbandonare qualsiasi forma di esclusione della donna dalla partecipazione alla vita della Chiesa» (Medio Oriente, n. 5.h); «Il tema del ruolo e della partecipazione delle donne nella Chiesa ha avuto una forte risonanza in tutta l’Oceania, anche se le esperienze delle donne variano da una regione all’altra» (Oceania, n. 99); “Abbiamo bisogno dell’apporto di entrambi gli sguardi maschili e femminili che ci permettano di vedere la realtà da una prospettiva più ampia e completa, essendo il riflesso di una Chiesa in cui possiamo vedere un nuovo modo di stare insieme” (Sinodo digitale, n. 7).
[2] Francesco, Evangelii gaudium n. 104.
[3] Francesco, Nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 25 novembre 2024.
[4] DF n. 5.
[5] Serena Noceti, Un segnale dal Sinodo: torna la locuzione «uomini e donne», in Osservatore romano del 28 settembre 2024.
[6] DF n. 13.
[7] È quanto auspica Francesco Coccopalmerio, Chiesa sinodale in cammino. Il Documento finale del Sinodo dei Vescovi 2023-2024. Una rilettura pastorale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, p. 31.
[8] Rafael Luciani, Una Chiesa a piena voce ha bisogno della leadership femminile, in Osservatore romano del 7 marzo 2026.
[9] Soffitto di cristallo è la famosa espressione coniata nel 1978 da Marilyn Loden per le donne in carriera che, raggiunti certi livelli professionali, non riescono a sfondare il soffitto di cristallo per accedere ai vertici dell’azienda.
[10] Dario Vitali, Un popolo in cammino verso Dio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo/Mi 2018, pagg. 99-100.
[11] Rafael Luciani-Serena Noceti, Sinodalmente. Forma e riforma di una Chiesa sinodale, Edizioni Nerbini, Firenze 2022, p. 273.
[12] Simona Segoloni Ruta, Fratelli tutti? Chiesa e fraternità in questione, in: Elisabeth E. Green-Selene Zorzi-Simona Segoloni Ruta, Sorelle tutte, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2021, pp. 121-122.





