Rupnik: il caso sospeso

rupnik-lourdes

Copertura totale dei mosaici di Rupnik a Lourdes.

Il prolungarsi del processo canonico-penale dell’ex-gesuita Marco Rupnik ha alimentato il dibattito sulle sue opere in occasione del viaggio papale in Francia e la riemersione in forma carsica dell’attenzione mediale. Annoto qualche elemento di cronaca in merito.

Durante il festival dell’informazione di inchiesta (Modena 23-27 settembre) c’è stato un incontro dedicato al caso Rupnik e agli abusi nella Chiesa [Ludovica Eugenio (Adista), Stefano Feltri, Roberto Maier (Università cattolica), Paolo Mondani (Report), Federica Tourn (Domani)]. Fra gli elementi sollevati c’è stato il riconoscimento dell’emblematicità del caso e il contrasto fra la decisione del vescovo di Lourdes, mons. Jean-Marc Micas, di oscurare le opere del mosaista e la presentazione pubblica e solenne celebrata da mons. Orlando Brandes ad Aparecida, il santuario mariano del Brasile nello stato di San Paolo.

Una contrapposizione che torna nelle diverse cronache mediali della visita papale nel santuario francese. Fra Lourdes, Fatima (altro santuario nazionale che ha nell’abside un mosaico) e Aparecida vi sono alcune differenze. Il santuario francese è stato indicato come il luogo della memoria penitenziale per le vittime, non così gli altri due. Vi sono differenti possibilità di oscuramento, più complicate a Fatima e ad Aparecida. L’autorità del vescovo del luogo può arrivare a conclusioni diverse. Così la differenza di culture e sensibilità può condizionare indirizzi contrapposti.

Rimane la responsabilità pastorale di censurare gli abusi e proteggere le vittime. Cinque vittime di Rupnik hanno valutato «fortissimo e coraggioso» il gesto del vescovo di Lourdes. In una lettera pubblica (23 settembre) al papa hanno denunciato la violenza subita e la «nuova e dolorosa violenza del silenzio e dell’abbandono del sistema giudiziario […] un processo celebrato nell’oblio non offre garanzie a nessuno, né all’imputato né alle vittime».

Dopo la decisione di papa Francesco di togliere la prescrizione (2023) e la raccolta da parte del Dicastero per la dottrina della fede dei documenti e delle informazioni, il processo si è avviato con la scelta del collegio giudicante di cinque giudici il 9 ottobre 2025. Nel frattempo don Rupnik, non più gesuita e incardinato nella diocesi slovena di Capodistria (Koper), continua la sua attività a Santa Severa (Roma) secondo le informazioni di Silere non possum e Osservazioni casuali di L. Badilla, senza presentarsi ai giudici.

Le voci si rincorrono

Il 20 luglio 2026 appare sul blog conservatore Messainlatino una comunicazione: «Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole». Immediato il clamore dei media e chiara (22 luglio) la smentita del direttore della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, che qualifica come «assolutamente infondate le notizie circa una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici che seguono il caso».

Rispondendo indirettamente anche a una lettera dell’avvocata delle vittime, Laurà Sgrò, al card. Victor Manuel Fernandez che lamentava il silenzio vaticano testimoniando lo sconforto e il dolore delle sue assistite. Messainlatino si giustifica affermando di avere avuto informazioni fondate sullo stralcio di alcune contestazioni a Rupnik e di poter contare sulla testimonianza diretta di un amico del mosaista che gli attestava il positivo sviluppo del processo a proprio carico.

Qualche giorno dopo, Federica Tourn, scrive su OSV News di 22 lettere di consacrate nella comunità Loyola slovena (poi soppressa) che denunciavano le umiliazioni e gli abusi subiti da Rupnik. Fabrizia Raguso, ex religiosa della comunità, oggi docente all’università cattolica di Braga (Portogallo), spiega che si trattava di testimonianze scritte nel 2000 su suggerimento dell’allora superiora, Ivanka Hosta, in vista di una riconciliazione con l’allora gesuita.

Il materiale, è probabilmente già in possesso dei giudici perché nove di esse hanno già testimoniato nel 2021 nell’indagine preliminare al giudizio su Rupnik, poi chiuso per prescrizione e infine riaperto dopo la decisione di papa Francesco.

Per un giornalismo libero ed etico

Rispondendo ai giornalisti nel novembre scorso a Castel Gandolfo, il papa interpellato sul caso ricorda che i procedimenti giudiziari richiedono tempo e aggiunge: «So che è molto difficile chiedere alle vittime di avere pazienza. Ma la Chiesa deve rispettare i diritti di tutte le persone. Il principio della presunzione di innocenza fino a prova contraria si applica anche nella Chiesa. E speriamo che questo processo, appena iniziato, porti chiarezza e giustizia a tutti i soggetti coinvolti».

A febbraio 2026 decide che la predicazione quaresimale non venga fatta nella cappella Redemptoris mater (mosaicata da Rupnik). L’atteggiamento del papa verso i giornalisti di inchiesta sul fronte degli abusi emerge in particolare dalla lunga lettera di apprezzamento da lui inviata in occasione della messa in scena del “progetto Ugaz” in Perù (21 giugno 2025). Paola Ugaz assieme a Pedro Salinas, Daniel Yovera e Patricia Lachira, ha scoperchiato uno degli scandali ecclesiali più inquietanti. Il Sodalicio de vida cristiana, un fondazione ecclesiale avviata negli anni ‘70 da Luis Fernando Figari, si è rivelato un amalgama di abusi (sessuali, di  potere, economici e politici) ed è stato formalmente soppresso nel gennaio 2025.

Pagando altissimi costi personali Ugaz e gli altri hanno permesso di fare chiarezza e di sollevare le vittime. «Desidero ringraziare coloro che hanno perseverato in questa causa (di denuncia), anche quando sono stati ignorati, o addirittura perseguitati giudiziariamente […] Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, ed è pertanto urgente riaffermare il nostro impegno a garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili».

Ricorda il suo incontro con i giornalisti all’inizio del suo pontificato: «È stata una riaffermazione della sacra missione di coloro che, col mestiere di giornalista, diventano ponti tra i fatti e la coscienza delle persone. Anche con grandi difficoltà […] In questo tempo di profonde tensioni istituzionali e sociali, difendere un giornalismo libero ed etico non è solo un atto di giustizia ma un dovere di tutti coloro che aspirano a una democrazia solida e partecipativa».

Piena autonomia

L’attesa della conclusione del processo, che alcuni ritengono eccessiva, è in parte legata alla forma penale e non amministrativa. La seconda sarebbe stata più rapida ma più facilmente discutibile. Il dicastero ha voluto dare prova di totale estraneità dopo essere stato coinvolto nei due precedenti processi: il primo concluso con la scomunica, rimessa dopo qualche giorno, il secondo chiuso per prescrizione o poi riaperto.

La piena autonomia del collegio giudicante è nella previa scelta dei giudici (tutti estranei a collaborazioni pregresse con dicasteri) e nella loro indipendenza di gestione. Per questo Bruni ha ricordato che eventuali nuove informazioni sono gestite autonomamente dal tribunale. Una eventuale sollecitazione suonerebbe come interferenza indebita. E a aggiunto: «Durante il processo, come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso».

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento