
Il volume “Psicoanalisi vs Religione” di V.L. Castellazzi è un atto di memoria storica, necessario per coloro che sono attraversati dal desiderio di chiarire la relazione tra la psicoanalisi e la religione.
Oggetto della psicoanalisi della religione non è la dimostrazione dell’esistenza o meno di un’entità che, comunemente, viene denominata Dio. Essa non indaga sul soprannaturale (pp. 3-4). Freud (1927, ed. it. p. 461), al riguardo, scrive che non è possibile esprimere alcun giudizio sul valore delle dottrine religiose: «Come sono indimostrabili, sono anche inconfutabili».
Il campo di indagine della psicoanalisi della religione è la genesi psicosociale dell’idea di Dio, sono le dinamiche psichiche e le motivazioni profonde sottese, sia a livello individuale che collettivo relativamente alla rappresentazione di Dio. Vergote (1966, ed. it. pp. 20-21) afferma che la psicoanalisi è neutrale: «Per usare un’espressione paradossale, è a-tea».
Il senso profondo del saggio risiede in quel “versus” che l’Autore sceglie per segnare la tensione dialettica tra due mondi contigui, ma radicalmente diversi. Uno spazio “terzo” indispensabile alle due antropologie per dialogare senza che l’una debba sottomettere o assimilare l’altra.
“Psicoanalisi vs Religione” è soprattutto un atto di giustizia: non solo ad una disciplina, la psicoanalisi, che è stata a lungo condannata dal Magistero della Chiesa per aver osato mostrare quanto di indicibile abita nell’umano, ma anche a quella parte esigua della Chiesa che ha avuto il coraggio di non chiudere gli occhi dinanzi alle pieghe più oscure della natura umana, aprendo spazi di pensabilità che soli possono permettere di coesistere in un vicendevole rispetto.
La scelta metodologica di lasciar parlare i documenti fortemente critici della Chiesa nei confronti della psicoanalisi consente di ridurre il rischio di mistificazioni e manipolazioni che aboliscono la possibilità di fare i conti con la realtà, tanto scomoda quanto spietatamente autentica.
La presentazione documentata e rigorosa degli avvenimenti storici, unitamente alla scelta di riportare i riduzionismi dogmatici della stessa psicoanalisi nei confronti della Chiesa, rende il volume profondamente “religioso” nel senso etimologico della parola, capace di mantenere il legame originario di appartenenza senza esserne schiavi.
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“Psicoanalisi vs Religione” è anche un inno alla vita, capace di invitare a salvaguardare il valore dell’avere cura, dell’ascolto dell’alterità che, in qualche modo, in qualche misura ci appartiene sempre.
L’origine dell’esperienza religiosa e della rappresentazione di Dio, ricorda l’Autore, ha le sue radici nella fiducia di base che si struttura nella primissima infanzia per merito della relazione amorevole e gratificante della madre con il suo bambino, senza tuttavia sottovalutare l’importanza della figura paterna e, più in generale, dell’intero ambiente familiare. È in tal modo che si acquista la capacità di amare che per Freud (1915b, ed. it. pp. 174-175) si concretizza nell’investimento libidico prima su sé stesso e che poi «si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti». La presenza o l’assenza di una fiducia di base influisce sul tipo di rapporto di fiducia e sfiducia con l’altro, con gli altri, non escluso Dio (pp.55-56). Il tema della fiducia è centrale anche all’interno di una psicoterapia psicoanalitica. A tale riguardo, Castellazzi scrive che affinché la psicoterapia psicoanalitica sia efficace e liberante occorre che si svolga entro il contesto di fiducia, sia dell’analista nelle potenziali risorse del paziente e sia del paziente nella competenza dell’analista a cui si affida.
Ciò che conta non è di affidarsi a un analista che pratichi il proprio stesso credo, ma ad un analista professionalmente competente che, come tale, non deve essere né ateo, né cattolico o di qualche altra religione. Per cui non deve analizzare i fenomeni psichici del paziente entro una visione ontologica e tantomeno secondo i principi di una determinata valutazione religiosa. Il suo compito è aiutare l’individuo a sviluppare un Io solido e stabile, pronto a relazionarsi con gli altri in un contesto dinamicamente vitale (pp. 59-61). Non è quindi messo in discussione il bisogno di credere che Kristeva (2006, ed. it. p.5) afferma essere «un atteggiamento di fondo della persona». Come osserva Castellazzi, sebbene l’avanzare di una nuova visione socioculturale abbia emarginato le religioni storiche, la ricerca religiosa non è venuta meno (p. 64).
Chiarito che il credere è un bisogno indiscutibile dell’umano e che ha le sue radici nelle esperienze affettive primarie, ciò che assume rilevanza per la psicoanalisi è la maturità o immaturità del sentimento religioso. Per verificare se si ha a che fare con una religiosità adulta ci si deve chiedere se la religione professata favorisce lo sviluppo del credente o lo mortifica. Se, psicologicamente, è funzionale al benessere o alla sua patologia (p. 71). È da segnalare qui anche il capitolo critico “Freud e la morale”.
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È un libro, a mio avviso, profondamente attuale, perché se è pur vero che la psicoanalisi, rispetto al passato, è più presente nelle istituzioni cattoliche e sociali, essa non è ancora pienamente integrata. Può esserci, ma a patto che se ne stia in un cantuccio delle istituzioni che ne tollerano la presenza; ed essere tollerati non è un’esperienza umana piacevole né un autentico tributo ad una disciplina.
È attuale anche perché oggi il bando agito nei confronti della psicoanalisi è in seno alla comunità scientifica psicologica stessa, che ammicca alle richieste di una società che idolatra il “Dio” della semplificazione, della produttività, della velocità, del profitto, dell’immagine. L’avversione odierna verso la psicoanalisi è solo la punta dell’iceberg di un malessere sociale più ampio. Bollas (2018, ed. it. p.17) scrive: «il rifiuto dell’insight e l’avversione nei confronti delle terapie della parola esprimono la paura di avere una mente e, con essa una coscienza. Ma la soluzione inconscia di consegnarci a forze non “umane” (di mercato, tecnologiche, elettorali) è profondamente autodistruttiva».
È un libro, dunque, per non dimenticare, per continuare a vedere, per smuovere le coscienze di tutti, nessuno escluso, anche delle istituzioni psicoanalitiche stesse che non possono certo trovare una soluzione né nelle battaglie di cortile né trincerandosi nelle loro torri d’avorio.
La parte finale del volume, in cui l’Autore riporta l’elenco delle diverse tipologie religiose, coglie con rigore clinico le caricature di quel teatrino umano di cui tutti rischiamo di far parte quando ci perdiamo nell’appartenenza di quella o quell’altra parrocchia, sia essa la fede cattolica o la psicoanalisi. L’invito dell’Autore a correre il rischio di superare ciascuno il proprio steccato è carico di speranza, ma non certo di illusione: la tendenza ad ostracizzare la diversità dell’altro, del resto, è una pulsione dell’umano, oggi ancora più insidiosa di allora, come mostrano molte forme mute del malessere odierno. Penso si possa concordare nel considerarla una declinazione della pulsione di morte che mira a distruggere il simile in nome dell’uguale.
La speranza espressa nella parte conclusiva del libro va dunque colta come l’ultima scena di un film dal finale aperto: a ciascuno la responsabilità etica di scriverne il seguito.
Da sottolineare il vasto apparato bibliografico.
- L’autrice è psicoterapeuta psicoanalitica.
Bibliografia
Bollas Ch. (2018), L’età dello smarrimento. Senso e malinconia, tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2018.
Freud S. (1927), L’avvenire di un’illusione, in «Opere», vol. 10, tr. it. Boringhieri, Torino, 1978, pp. 435-485.
Kristeva J, (2006), Il bisogno di credere. Un punto di vista laico, tr. it. Donzelli, Roma, 2006.
Vergote A. (1966), Psicologia religiosa, tr. it. Borla, Torino, 1967.





