
«Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo». La Fata a Pinocchio, in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cap. XVII,
Pinocchio entrò nella mia vita alle scuole elementari. Allora mi divertivano soprattutto le sue disavventure e quel naso che tradiva ogni bugia; non potevo sapere che il burattino mi avrebbe accompagnato tanto a lungo.
Nel luglio 1981, cent’anni dopo l’apparizione della prima puntata della storia, visitai Pescia e il Parco di Pinocchio. Scrissi anche il mio primo articolo su di lui. Tornarvi oggi, nel bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, non è per me soltanto un esercizio letterario. Significa riprendere una domanda incontrata da bambino e mai del tutto congedata.
Da piccoli ridiamo del naso. Con gli anni ci accorgiamo degli alibi. Pinocchio continua a riguardarci perché non è un monello osservato dall’esterno: porta in scena l’instabilità dei nostri desideri, il bene riconosciuto e subito dimenticato, le promesse sincere che non resistono alla prima fatica. Collodi ha scritto una storia capace di divertire i bambini senza risparmiare gli adulti.
Due secoli dopo la nascita dell’autore, la domanda della fiaba è persino più scomoda. Che cosa accade quando la menzogna non lascia più alcun segno visibile? E che cosa resta della fiducia comune, se ci abituiamo a considerare ogni parola come una possibile manipolazione?
Un pezzo di legno nell’Italia nuova
Il 7 luglio 1881, la storia di un burattino cominciò a uscire sul Giornale per i bambini. L’Italia unita aveva appena vent’anni e sentiva il bisogno di educare i suoi nuovi cittadini. Collodi, però, non preparò un ragazzo esemplare da offrire all’ammirazione degli scolari. Fece parlare un pezzo di legno.
L’incipit avverte subito il lettore: «C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno».[1] Non un principe, dunque, e neppure un fanciullo già formato, ma una materia povera, ribelle alla mano dell’artigiano e tuttavia già attraversata da una voce.
Pinocchio ha fame, ama Geppetto e lo fa soffrire, comprende una buona ragione e un momento dopo insegue chi gli promette una strada più facile. Collodi non lo protegge dalle conseguenze: gli bruciano i piedi, viene derubato, finisce appeso a una quercia, diventa ciuco, scompare nel ventre del Pesce-cane. Eppure nessuna caduta basta a esaurire ciò che egli può ancora diventare.
È forse questa la prima sapienza educativa del libro. Le azioni hanno conseguenze reali; nello stesso tempo, la persona non si identifica per sempre con il suo atto peggiore. Se manca il primo elemento, l’educazione diventa indulgenza. Se manca il secondo, si trasforma in condanna.
La bugia davanti a chi sa
Pinocchio non mente per raffinatezza. Cerca di sottrarsi alla conseguenza immediata di ciò che ha fatto. Vorrebbe conservare l’immagine dell’innocente senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Per riuscirci, deve falsificare non soltanto il racconto destinato alla Fata, ma quello che ripete a sé stesso.
La menzogna più pericolosa, infatti, non riguarda sempre un particolare. A volte, costruisce un intero personaggio: un io senza debiti, sempre vittima delle circostanze, al quale non si può chiedere di cambiare. Pinocchio mente alla Fata, che conosce già i fatti. In quella scena si comprende che la bugia serve anzitutto a rinviare il momento nel quale chi mente dovrà guardarsi con verità.
Ed ecco il naso. Si allunga fino a impedire al burattino di muoversi nella stanza. È una punizione, certamente, ma possiede anche un carattere misericordioso: porta all’esterno ciò che Pinocchio tentava di nascondere e rende impossibile stabilirsi comodamente nel falso. La Fata ride, lo lascia piangere quanto basta, poi chiama i picchi. Non gli dice che nulla è accaduto; gli rende nuovamente possibile il cammino.
La correzione autentica compie proprio questo lavoro. Non umilia la persona davanti al suo errore e non chiama bene ciò che è male. Le restituisce un volto dal quale ricominciare. Viene alla mente il Servo del Signore che «non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42,3).
La vergogna e il futuro
La vergogna può prendere due direzioni. Può rinchiuderci nell’immagine peggiore di noi stessi: non diciamo più «ho mentito», ma «sono soltanto la mia menzogna». Oppure può aprire la strada al riconoscimento: vedo ciò che ho compiuto, non cerco attenuanti, ma scopro di non essere condannato a ripeterlo.
Pinocchio viene rimproverato molte volte, talvolta duramente. Non viene però privato del futuro. Qui passa la differenza tra condanna e conversione. La prima inchioda l’uomo al passato; la seconda lo obbliga a riconoscerlo e, proprio così, gli permette di non restarne prigioniero.
Anche il perdono viene spesso frainteso. Perdonare non significa attenuare la gravità del male o risparmiare a chi lo ha compiuto la responsabilità della riparazione. Significa che il male non riceverà il potere di definire interamente una persona. Geppetto, la Fata e il Grillo parlante continuano, in modi diversi, a rivolgersi a qualcuno che può ancora rispondere.
Un’educazione incapace di correzione lascia soli. Un’educazione che conosce soltanto la colpa rende disperati. Collodi, senza costruire un trattato, mantiene aperto lo spazio stretto nel quale la responsabilità e la speranza possono restare insieme.
Quando il falso non ha più naso
Il nostro tempo possiede strumenti che Pinocchio non avrebbe potuto immaginare. Si possono produrre immagini di fatti mai accaduti, imitare la voce di una persona, attribuirle parole che non ha pronunciato. La menzogna digitale diventa più efficace non soltanto perché appare credibile, ma perché raggiunge moltitudini in pochi istanti, mentre la verifica arriva tardi e interessa meno.
Il danno più grave non è la singola falsità creduta per alcune ore. È la lenta corrosione della fiducia. Se ogni fotografia può essere costruita e ogni registrazione manipolata, siamo tentati di concludere che niente sia più verificabile. A quel punto, il falso ha ottenuto un risultato ancora maggiore: non ci ha imposto una versione, ci ha tolto la fiducia nella possibilità di conoscere i fatti.
Pinocchio, almeno, mente goffamente. Arrossisce, si contraddice e viene tradito dal legno. Noi adulti sappiamo nascondere meglio il disagio. Conosciamo le mezze verità, le formule impersonali, le omissioni che permettono di non pronunciare una frase falsa lasciando tuttavia che l’altro comprenda ciò che ci conviene. La tecnologia moltiplica queste possibilità, ma non le ha inventate.
Prima delle piattaforme viene la coscienza. Nessun sistema di verifica potrà sostituire la decisione personale di non diffondere ciò che non conosciamo, di rettificare quando abbiamo sbagliato, di non usare una notizia soltanto perché danneggia qualcuno che non amiamo. La verità pubblica conserva una radice privata.
Il “Paese dei balocchi” non è gratuito
Benedetto Croce vide nel burattino molto più di un personaggio infantile: «Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità».[2] Pinocchio non nasce bambino; deve diventarlo. Il racconto segue il passaggio da una libertà agitata dai desideri a una libertà capace di assumere un compito.
Il “Paese dei balocchi” è la tappa decisiva. Non vi sono scuola, libri, orari o fatica. Ogni limite è abolito e la festa promette di non finire. Eppure, proprio quel luogo trasforma i ragazzi in ciuchi, animali da lavoro e da commercio. Chi rifiuta ogni disciplina non rimane padrone di sé: diventa più facilmente utilizzabile da altri.
Anche il “Campo dei miracoli” offre un guadagno senza lavoro. Il Gatto e la Volpe non costringono Pinocchio con la forza; gli raccontano ciò che egli desidera ascoltare. La frode ha bisogno dell’avidità della vittima, così come il “Paese dei balocchi” ha bisogno dell’insofferenza dei ragazzi verso ogni limite.
La modernità di Collodi sta anche qui. Esiste un potere che comanda vietando, ma ne esiste un altro che governa promettendo soddisfazione. Il mercato dell’attenzione studia i nostri desideri, li stimola e poi offre prodotti capaci di trattenerci. Non serve spezzare i fili del burattino, se qualcun altro ha già imparato a muoverli servendosi dei suoi capricci.
Correggibile: perciò vivo
La prima conclusione della storia, pubblicata nel 1881, lasciava Pinocchio appeso alla Quercia grande. Il giornale annunciò in seguito ai lettori che il burattino non era morto e che le sue avventure sarebbero continuate.[3] Il racconto riprese fino alla trasformazione finale.
Non sappiamo quanto abbiano pesato le proteste dei bambini, le scelte editoriali e la disponibilità di Collodi a continuare. Rimane, però, un fatto letterario eloquente: una storia avviata verso la morte fu riaperta. Il burattino risultò ancora correggibile e, proprio per questo, ancora vivo.
Nel ventre del Pesce-cane Pinocchio ritrova Geppetto. Il luogo dell’inghiottimento diventa quello dell’incontro. Viene spontaneo ricordare Giona, ma qui il movimento è anche filiale: il figlio, dopo essere stato cercato tante volte, comincia finalmente a prendersi cura del padre.
Giacomo Biffi dedicò a Pinocchio un vero commento teologico, Contro Maestro Ciliegia.[4] Vide nel racconto l’avventura di una creatura chiamata «figlio» prima di saper vivere da figlio. La parola di Geppetto anticipa ciò che Pinocchio dovrà diventare. Non è il premio riservato a chi si è già dimostrato degno; è una chiamata che, attraversando errori e fughe, cerca la propria risposta.
La metamorfosi conclusiva non arriva quando Pinocchio sa ripetere tutte le regole. Arriva dopo che ha lavorato, ha assistito Geppetto e ha assunto come proprio il bisogno di un altro. Il legno diventa carne quando la libertà smette di vivere soltanto per sé.
Fare la verità
Il Vangelo di Giovanni adopera un’espressione singolare: «Chi fa la verità viene verso la luce» (Gv 3,21). La verità, dunque, non è soltanto conosciuta o detta; viene fatta. Pinocchio non diventa vero perché finalmente offre risposte corrette alla Fata. Diventa vero quando ciò che ha riconosciuto prende corpo nel lavoro, nella cura e nella fedeltà.
Agostino riprende l’espressione all’inizio del libro decimo delle Confessioni: vuole «fare la verità» nel proprio cuore davanti a Dio.[5] È un passaggio esigente. Prima di denunciare le falsità del mondo, ognuno deve permettere alla luce di raggiungere le proprie zone difese, le giustificazioni che non vorrebbe perdere.
Per il cristiano la verità non è una formula posta nelle nostre mani. Cristo dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Non possiamo, quindi, possedere la verità come un’arma contro gli altri. Possiamo lasciarci incontrare, giudicare e trasformare da Colui che ne porta il volto.
Nella Scrittura il legno compare in passaggi decisivi. L’arca custodisce la vita durante il diluvio; nella casa di un falegname cresce Gesù; sul legno della croce l’amore viene condotto fino al dono totale. Senza forzare Collodi in un’allegoria che non intese scrivere, il credente avverte questa risonanza. Una materia umile può essere assunta dentro una storia di salvezza.
Erri De Luca fa dire al giardiniere di Tre cavalli che la terra «si struscia attorno alle radici per espandersi in aria con il legno».[6] È un’immagine bella: il legno non rinnega la terra dalla quale proviene, ma la porta verso l’alto. Anche Pinocchio non diventa vero cancellando la propria storia. Il burattino rimarrà nella stanza, come memoria visibile del cammino compiuto.
Una Chiesa che non teme verifica
La fiaba interroga anche le istituzioni e, tra esse, la comunità cristiana. La verità non è custodita proteggendo a ogni costo un’immagine esteriore. Quando la difesa dell’istituzione prevale sulla tutela delle persone, la prudenza può diventare il nome rispettabile del silenzio.
Riconoscere una ferita non significa negare la santità della Chiesa. Significa credere che la santità ricevuta da Cristo continui a chiamarla alla conversione. Una comunità è credibile quando sa ascoltare chi è stato ferito, verificare i fatti, individuare le responsabilità e correggere le proprie condotte. Il perdono cristiano non anticipa la verità per impedirle di parlare.
Lo stesso vale per la vita civile. Abbiamo bisogno di istituzioni che rendano conto delle decisioni, di giornali che correggano con evidenza gli errori, di scuole che insegnino a verificare le fonti. Il dubbio è necessario quando impedisce la credulità; diventa sterile quando si muta nella convinzione che nessuna verità sia raggiungibile.
Ritornare a Pescia
Ripenso alla visita del luglio 1981 a Pescia e al Parco di Pinocchio. Avevo già attraversato alcune stagioni della vita, ma ero ancora lontano dagli anni nei quali si comincia a guardare il tempo più come una consegna che come un possesso. Oggi quel ricordo mi fa comprendere meglio perché il burattino non sia rimasto confinato tra le letture delle elementari.
Da bambini, ci chiedevamo se Pinocchio avrebbe detto un’altra bugia. Da adulti, sappiamo che la domanda riguarda anche le verità che abbiamo taciuto, gli errori ai quali abbiamo dato un nome più comodo, le promesse lasciate consumare senza avere il coraggio di revocarle o di rinnovarle.
Alla fine, Pinocchio osserva il burattino abbandonato sulla sedia e commenta: «Com’ero buffo, quand’ero un burattino!». Non deve distruggerlo. Quel pezzo di legno conserva le fughe, le cadute e i ritorni attraverso i quali è diventato figlio.
Collodi non ci consegna un bambino impeccabile. Ci consegna una creatura che, dopo avere molte volte sbagliato strada, può ancora tornare verso Geppetto. È questo che continua a commuoverci: la verità non si presenta come il privilegio di chi non è mai caduto, ma come la possibilità di non fare della caduta la propria dimora.
Quarantacinque anni dopo quella visita a Pescia, torno dunque a Pinocchio con gratitudine. Alle elementari ridevo del suo naso; oggi vedo soprattutto la mano che, dopo averlo corretto, non smette di indicargli la strada di casa.
[1] C. Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, pubblicato a puntate sul «Giornale per i bambini» dal 7 luglio 1881; prima edizione in volume, Felice Paggi, Firenze 1883.
[2] B. Croce, «Pinocchio», in «La Critica», 35 (1937), pp. 452-454, in particolare p. 452.
[3] «Giornale per i bambini», 16 febbraio 1882: riprendendo la pubblicazione, la redazione annunciò ai lettori che Pinocchio non era morto e che Collodi ne avrebbe continuato le avventure.
[4] G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Jaca Book, Milano 1977.
[5] Agostino, Confessioni, X, 1, 1: «Volo eam facere in corde meo coram te».
[6] E. De Luca, Tre cavalli, Feltrinelli, Milano 1999, p. 22.





