
Se il titolo del commento che Enzo Bianchi ha dedicato allo scisma lefebvriano sembra promettente, suona infatti Dopo lo scisma. “Bisogna andare avanti”, alla lettura questa frase, di papa Leone, viene gradualmente svuotata di senso.
Non è difficile accorgersi, leggendo il testo, che la parola di papa Leone risulta capovolta: non si tratta di “andare avanti”, ma di “tornare indietro”. Presento alcuni elementi del testo di Bianchi che mi fanno pensare in questo modo.
Scismatici lefebvriani senza colpe
La prima cosa che mi ha colpito, leggendo il testo di Bianchi, è la ripresa, tale e quale, di un approccio sbagliato allo scisma, che si era manifestato subito dopo il primo strappo lefebvriano di 40 anni fa. Come accadde nel 1988, anche nel 2026 Bianchi dice: “dobbiamo farci l’esame di coscienza di fronte ai comportamenti che vengono contestati dai lefebvriani”.
Di fronte allo scisma, dunque, la domanda non si deve sollevare sulla posizione distorta dei lefebvriani, ma sulle loro ragioni nel contestare la pratica comune della liturgia. Questa lettura, inevitabilmente, coglie l’occasione dello scisma per mettere in discussione la riforma liturgica.
Così avvenne dopo il 1988 e così vorrebbe che fosse anche questa volta. Allora si iniziò a lanciare il “carisma del Vetus Ordo” e questa volta lo si vuole confermare e porre addirittura come “obiettivo di comunione”. Bianchi non pone affatto la questione della legittimità del Vetus Ordo. La assume come “dimostrata” dallo scisma.
Questo è, teologicamente, un buco nero da cui difficilmente si riesce a uscire. Se si dimentica che la domanda stessa di continuare a celebrare con il rito tridentino è la quintessenza della posizione lefebvriana, si perde di vista la questione di fondo: ossia il legame stretto tra VO e rifiuto radicale del Concilio Vaticano II.
Bianchi e gli abusi liturgici
Il secondo aspetto che Bianchi tralascia del tutto è la correttezza di un confronto tra il “novus ordo” e il “vetus ordo” sul piano del loro “uso”. È troppo comodo citare, del NO, soltanto gli abusi e rendere invece ammirevole il VO dimenticandone la storia.
Nel fare paragoni, che Bianchi propone in modo solo soggettivo ed emotivo, non si può “censurare le messe per i giovani”, che il NO rende possibili, mettendole in rapporto con un VO che non le consente affatto. Onestà vorrebbe che si ricordasse che il NO rende possibili un grande numero di celebrazioni differenziate, che invece sono impossibili nel VO.
D’altra parte il buon uso del NO è sempre edificante per la Chiesa, mentre il buon uso del VO la porta sempre fuori strada. Non una parola dice Bianchi della natura clericale del VO, sulla sua vocazione nativa a “spaccare il due in corpo di Cristo”, sulla mancanza di partecipazione attiva, sulla povertà biblica, sulla separaziona drastica tra consacrazione e comunione.
Di tutto questo Bianchi si dimentica nel momento in cui sembra dover tessere le lodi del rito precedente. D’altra parte questo viene confermato dalla disinvoltura con cui egli ricorda, di papa Francesco, due cose che non possono in nessun modo essere messe sullo stesso piano: un Motu Proprio come Traditionis Custodes, che supera la teoria della doppia forma del rito romano, e una battuta (solo riferita) a un abate benedettino, circa l’uso del VO, non possono essere due atti magisteriali in concorrenza, come invece li propone Bianchi, con una semplificazione davvero imbarazzante della prospettiva.
Il mondo tutto maligno e non redento
Ma è il terzo aspetto la cosa più grave che si legge nel testo di Bianchi. Quando parla infatti di coloro che sono “osservanti della liturgia del VO” usa queste parole:
Per ora sono realtà in comunione con Roma ma questa comunione è fragile e su di essa occorre vegliare perché è facile scivolare da queste realtà alle posizioni dei lefebvriani e di fatto vivono la condizione scismatica anche se non dichiarata e visibile. A questi occorre chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI, il riconoscimento delle tre costituzioni dogmatiche del Vaticano II, e del ministero di Pietro esercitato nella sinodalità. Non si deve chiedere di accogliere altro del Concilio Vaticano II, perché di questo Concilio non va fatto un idolo. Noi non accogliamo e non osserviamo le ingiunzioni dei concili lateranensi e quindi questo limite può essere riconosciuto anche al Vaticano II.
La costituzione Gaudium et spes soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo. Già fin da quando fu emanato ricevette le critiche di Giuseppe Dossetti, Giuseppe Alberigo, Divo Barsotti e le mie, memori delle parole di Giovanni tralasciate nella costituzione: “Questo mondo è tutto sotto il maligno” (1Gv 5,19).
Di fronte a questo testo ho pensato che mai avrei creduto fosse possibile leggerlo dalla mano di Bianchi, se non fosse divenuto, davanti ai miei occhi, una cosa reale e innegabile. Qui io penso che le tre richieste rivolte a questi cattolici del VO non solo sono del tutto insufficienti, ma manifestano una comprensione distorta del Concilio Vaticano II e della riforma della Chiesa che da esso ha preso inizio.
Soprattutto sembra paradossale che di tutto il Concilio si chieda il rispetto soltanto di tre testi (tre Costituzioni) lasciando cadere una Costituzione (GS) insieme a ben 12 testi (le Dichiarazioni e Decreti) nella indifferenza. Questo mi pare il punto più problematico e davvero incredibile.
A coloro che celebrano col VO non si dovrebbe chiedere nulla né sul piano ecumenico, né sul piano del dialogo interreligioso, né sul piano della libertà di coscienza… insomma sarebbero cattolici in piena comunione con il papa e con i fratelli senza accettare il Concilio Vaticano II, se non con saldi estivi e con uno sconto che lascia senza parole.
Eppure non è stata proprio la figura di Enzo Bianchi a lavorare con tanto impegno proprio sul piano ecumenico? Che cosa ha reso possibile che, ad un tratto, tutto questo diventasse una “idolatria del Concilio”? È davvero Enzo Bianchi ad aver scritto questo testo? Non è forse Guido Pozzo, o Roberto de Matteis o il vescovo Cordileone?
Tutta la impostazione della reazione allo scisma, così come impostata da Bianchi, appare del tutto priva di spessore teologico e di considerazione ecclesiale: vi si esprime un desiderio di comunione, certamente sincero, ma che non sa riflettere sulla liturgia e sulla teologia fino in fondo, e così diventa una forma di auspicio che trasforma colui che certamente è stato un profeta della Chiesa italiana in un sostenitore dei profeti di sventura.
Mi chiedo in che senso tutto questo possa andare d’accordo con “Occorre andare avanti”, espresso da papa Leone.
Giovani bisognosi del VO
Infine aggiungo solo una postilla: da ciò che Enzo aveva scritto a maggio, e che avevo discusso, avevo compreso una disposizione diversa, meno polarizzata.
Dopo lo scisma è come se la sua intuizione sulla “riconciliazione liturgica” fosse diventata una posizione da affermare “a ogni costo”, anche al costo di sacrificare il Concilio Vaticano II. Per quanto capisco, credo che lo scisma dovrebbe orientare non in una direzione diversa, ma nella direzione opposta!
Con il rinnovarsi dello scisma, dopo 40 anni, Roma dovrà capire che il VO è finito nel 1970 e che solo tentativi maldestri di “tenerlo in vita”, con “accanimento terapeutico”, hanno cercato espedienti con indulti o con motu proprii finiti male.
L’unica mediazione di riconciliazione possibile è assumere, tutti, il medesimo Ordo, ossia il NO approvato da Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Dopo il 1 luglio 2026 dovrebbe essere chiaro che chi cerca il VO, contesta la Chiesa scaturita dal Concilio Vaticano II. Questa ipotesi è costitutivamente scismatica e perciò deve essere esclusa. Questa è la posizione di Paolo VI e di Francesco, se la vogliamo riconoscere onestamente. Per questo non abbiamo altra possibilità per uscire dall’imbarazzo.
A un giovane, che volesse aderire alla Chiesa cattolica solo celebrando il VO, si dovrebbe rispondere come fece quel canonico padovano, che esclamò: “se davvero ardi dal desiderio di celebrare con un rito che non è più vigente, prima di abbracciare questa possibilità, fai il camionista per 10 anni e poi ne riparliamo”.
Tutte le sofisticazioni mentali e spirituali che giustificano il VO nel 2026 meriterebbero subito questa risposta onesta, per evitare di coltivare spiritualità reazionarie e di indurre patologie ecclesiali o fissazioni personali.
- Pubblicato sul blog dell’autore (qui).






Ma pechè “buttarla” in teologia o ecclesiologia. Gesù parlava, mi sembra, in aramaico. I Vangeli, mi sembra, sono stati scritti in greco. La Chiesa antica (magari con la complicità di Costantino) introdusse i riti in latini. Ovvero LA LINGUA
VEICOLARE del tempo (e della potenza politica e culturale indiscussa, Roma). Oggi, chi capisce il latino ??? Chi usa il latino ???? In un futuro, più o meno prossimo, dopo l’odieno uso delle lingue nazionali, parleremo o useremo le lingue veicolari (inglese o cinese). Mantenere i riti in latino mi sa tanto di folkrore !!!! Aggiungo un pensiero più profondo (e opinabile): sotto sotto non c’è una questione di potere ????? e riconoscimento del ruolo ??? Ovvero, io sono sacerdote, mediatore fra il popolo e Dio; io sacerdote, sono “altro” mentre voi, semplici fedeli, siete “nulla” !!! Questo pensiero, si che è stato messo in discussione dal Concilio vaticano II (e dai percorsi sinodali).
Va bene buttiamo a mare il rito tridentino e teniamoci il rito attuale; ma allora parliamo dei limiti della liturgia attuale! e non mi riferisco agli abusi. Se è vero, come molti difensori della liturgia di Paolo VI dicono, che la chiesa è sempre reformanda, iniziamo un movimento di rinnovamento liturgico. Io non ho mai frequentato la messa tridentina, sono nato e cresciuto con questa liturgia, e onestamente di limiti ne ha. E poi non è mica tanto inclusiva, come si dice oggi. Una volta con il rito tridentino il fedele, era più o meno libero di fare quello che voleva: seguire le parti dell’ordinario, recitare il rosario, meditare sui propri peccati, oggi la famosa actuosa participatio comporta che tutti devono fare e dire la stessa cosa, non c’è spazio per il raccoglimento, per una dimensione personale del rapporto con Dio. I momenti di silenzio, totalmente inesistenti, anche se previsti, E poi partecipazione attiva, ma insomma per favore, quanti fedeli ripetono le formule pappagalescamente, senza meditare minimamente sul loro significato, quante “prime letture” sono sostanzialmente incomprensibili, anche perché raramente nell’omelia si opera un collegamento con il vangelo. Quindi va bene, teniamoci la liturgia attuale, ma non facciamone un nuovo feticcio immutabile come il rito tridentino per i tradizionalisti.
Non è il rito a far la differenza, ma la partecipazione. E sono passati 70 anni, gli entusiasmi iniziali si sono persi, i fedeli calano. Successe anche dopo Trento. Non è che si può fare un concilio ogni 20 anni per tenere alta la dopamina..
No. Il rito fa la differenza, perché altrimenti l’uno varrebbe l’altro.
Ni, altrimenti non ci sarebbero fughe anche all’interno dello stesso rito, a seconda del parroco o di un movimento rispetto ad un altro. Purtroppo si tratta di preferenze del tutto soggettive, quel che piace ad uno non necessariamente piace ad un altro.
Poi c’è un pattern in molti articoli di Grillo che a mio avviso dice molto: essenzialmente per lui la Liturgia é una produzione di un’autoritá magisteriale e regolatrice. La base può solo accettare le disposizioni ed adeguarsi.
Di fatto é la riproposizione del piano Chiesa docente e Chiesa discente.
Ora, questa visione é quantomeno problematica dal punto di vista storico (dove spesso l’autorità é stata spesso solo sistematizzatrice di istanze e forme generate dalla base), per non parlare di quello teologico. Ancora peggio dal punto di vista pastorale: gli oppositori vengono semplicemente considerati irrazionali, gente che non vale la pena manco ascoltare.
Ma se ha criticato Ratzinger per anni e anni! Assolutizza il suo punto di vista, come tutti.
Comunque il saggio Enzo Bianchi da buon ‘operatore dell’ecumenismo’ chiede che i tradizionalisti accettino dei termini di ‘piena comunione’ con il resto della Chiesa Cattolica.
E soprattutto quando scrive che bisogna ‘chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI’ (e notate il ‘con molta forza’) si capisce che lui, avendo frequentato vari gruppi di tradizionalisti per varie iniziative, sa bene che questo é il vero nocciolo della questione: molti di loro trattano il NO come un rito da evitare, e quindi l’abbandono di questo atteggiamento é il vero passo fondamentale verso la pace nella Chiesa.
Grillo invece da accademico puro pensa di poter cambiare del tutto la realtá senza manco conoscerla
Condivido in pieno . Anche io sono rimasta sorpresa da questo scritto controverso, in cui leggo un grande dolore e una grande preoccupazione per l’ulteriore colpo al dialogo ecumenico, già tanto compromesso dalla guerra in Ucraina … Per il resto, mi sembra abbastanza normale vedere contrasti, contraddizioni e smarrimenti anche da parte di voci autorevoli. Anzi, è bene che ci siano, e che siano accolte con onestà
Se persino Enzo Bianchi si accorge che vi è un’idolatria del CVII e che alcuni suoi documenti sono figli più degli Anni ’60 che della parola di Dio… allora vi è ancora un briciolo di speranza.
L’unica mediazione di riconciliazione possibile è assumere, tutti, il medesimo Ordo, ossia il NO approvato da Paolo VI e Giovanni Paolo II.
=> ci sarebbe una bellissima pace se i miei avversari si arrendessero incondizionatamente e cedessero su tutta la linea
Onestà vorrebbe che si ricordasse che il NO rende possibili un grande numero di celebrazioni differenziate, che invece sono impossibili nel VO.
Dalla mia esperienza con il VO questa è una falsitá assurda, perché almeno nella prassi esistono tutta una serie di usi locali, di gradazioni di solennitá, di compromessi etc che differenziano le celebrazioni
Mi immagino scrivere queste cose riferendosi alle altre chiese con cui siamo in dialogo (per esempio quelle protestanti): faremmo una figura da villani…
Secondo me alla fine sono tutte discussioni inutili, per chi vuole rimanere vicino a Roma esistono già comunità tradizionali cattoliche, per gli altri si riprenderanno buoni rapporti più o meno ecumenici, peace and love e il mondo va avanti uguale.
Nel senso: sono anni e anni e anni che se ne parla, cosa si può dire oggi 15 Agosto 2026 che non sia già stato detto e ridetto? Come cantava qualcuno non è da questi particolari che si giudica un giocatore.. 😘😏
Buona festa dell’Assunta.