Ungheria-Vescovi: la Lettera e i silenzi

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Il 19 ottobre è stata pubblicata un’importante lettera pastorale dei vescovi ungheresi. Il titolo “Per un mondo più giusto e fraterno. Trent’anni dopo” riprende lo stesso di un testo pubblicato nel 1996 (cf. Regno-doc. 19,1996,608). Una sessantina di pagine, otto capitoli e 146 numeri per orientare la Chiesa nei prossimi anni, dopo il radicale cambiamento prodotto dalle ultime elezioni.

I temi affrontati (famiglia, economia, cultura, politica, giovani e rinnovamento spirituale della società) risentono delle ultime encicliche sociali di Leone XIV e di Francesco, del Compendio della dottrina sociale, del magistero locale e dei principali studi elaborati dalle istituzioni statali ungheresi.

Il documento è frutto di un lavoro corale delle commissioni episcopali. L’intento è quello di confermare l’annuncio evangelico nel contesto specifico dell’Ungheria.

30 anni. Stesso titolo

La lettera pastorale, che vuole essere incoraggiante, della situazione del paese attraversa i nuovi aspetti dei singoli problemi con un paio di novità significative (la denuncia degli abusi ecclesiastici e l’ampio sviluppo del tema ambientale) e una fragilità significativa (la mancata elaborazione dei decenni di sudditanza al progetto illiberale di Viktor Orban).

La famiglia, riconosciuta nella sua centralità, è oggi sollecitata dalle teorie di genere, dalla disattenzione all’istituzione matrimoniale, dalla scarsa fecondità, dall’aborto e dalla pervasiva diffusione di contenuti pornografici.

L’economia ha visto in questi decenni una significativa crescita sia del prodotto interno lordo sia dell’occupazione e del reddito. Ma deve fare i conti con la significativa disoccupazione, le sperequazioni territoriali, la marginalizzazione della etnia Rom, l’abbandono degli anziani e la persistente piaga della corruzione.

Il tema della cultura e dell’istruzione sviluppa un capitolo nuovo, quello del rilevante ruolo delle scuole cattoliche e private nel sistema scolastico nazionale. All’accusa ricorrente circa la disattenzione alle fasce più povere il testo ricorda lo sforzo di integrazione in atto e sottolinea le sfide di un’educazione ormai definita dal digitale e dai social. Ammettendo, inoltre, che la massiccia presenza nella scuola non ha significato un’effettiva trasmissione della fede alle nuove generazioni.

Molto efficace il capitolo dedicato alla salvaguardia del creato. Oggi non esiste territorio che non conosca gli sconvolgimenti ambientali: dall’aria all’acqua, dal territorio all’agricoltura. Il cambiamento climatico ha effetti visibili sulle famiglie, sulla sanità, sull’occupazione, sull’accesso alle risorse. È in atto un preoccupante consumo del capitale naturale. «Ogni anno perdiamo una quantità d’acqua pari a quella del lago Balaton, mentre il regime idrico dei nostri fiumi e laghi diventa sempre più sfavorevole». Per rispetto alle generazioni future e al comando del Creatore, è necessario modificare il nostro stile di vita ascoltando il grido della terra e dei poveri.

La questione giovanile è riconosciuta come uno dei “segni dei tempi” che obbliga la comunità cristiana a interrogarsi sull’assenza delle ultime generazioni al culto cristiano e a rispondere ai profondi mutamenti introdotti dai dispositivi digitali nella loro coscienza su temi decisivi come la domanda sulla verità e sulla relazione. «I giovani cercano una visione del futuro per la quale valga la pena di vivere, lottare e compiere sacrifici. La missione della Chiesa è quindi oggi, in modo particolare, di mostrare nuovamente in Cristo la bellezza, la dignità e la prospettica escatologica della vita umana».

Generoso e reticente

La situazione prospettata richiede un rinnovamento spirituale sia interno alla Chiesa sia nella società. Dentro la Chiesa si chiede ai credenti di «riscoprire la forza del rapporto personale con Dio e la gioia» del credere, assieme all’alimentazione di comunità «che abbiano la forza di sostenere e lo slancio di trasmettere il messaggio».

Nella società si auspica una rinnovata capacità di dialogo, di perdono reciproco e di misericordia.

Chiaro e coraggioso il riconoscimento di responsabilità ecclesiale sugli abusi sui minori. «Dichiariamo che ovunque, e in particolare all’interno della Chiesa, riteniamo inaccettabili tutte le forme di abuso nei confronti dei minori e di abusi sessuali commessi a loro danno. Contro di essi ci opporremo con ogni mezzo possibile. Con profondo dolore e solidarietà ci rivolgiamo a tutti coloro che, durante l’infanzia, hanno subito gravi abusi da parte di persone ecclesiastiche. Anche a loro nome chiediamo il perdono alle vittime e ai loro familiari. Chiediamo perdono anche per quei responsabili ecclesiastici che non hanno intrapreso le misure convenienti perché tali abusi non si verificassero». Una disponibilità all’autocritica che si esprime anche in altri punti della lettera.

Come davanti alla resistenza rispetto al dovere dell’annuncio («È necessario percorrere la via del pentimento, dell’esame di coscienza e del rinnovamento») o ad uno stile dimissionario rispetto alla testimonianza («È doloroso constatare che ci siamo allontanati da questo ideale. Eppure, solo per questa via è possibile ristabilire la fiducia nella Chiesa di coloro che, a causa dei nostri errori, non riescono a riconoscere la verità del Vangelo»).

La parte più fragile del testo è il silenzio rispetto alla collaborazione servile e subalterna al progetto politico illiberale di Viktor Orban. Non c’è alcun elemento di riflessione specifica in merito. Quando si auspica di non far tacere la coscienza o il superamento delle polarizzazioni, lo si fa in maniera astratta, applicabile ad ogni situazione. In alcuni passaggi sembra riemergere la retorica orbaniana come, ad esempio, circa le migrazioni o sulla sovranità nazionale.

Assente il richiamo alle autonomie dei poteri democratici, forse per non dovere ammettere un colpevole silenzio quando queste venivano azzerate.

Si dà per scontata l’appartenenza al progetto europeo senza alcun accenno alla funziona antieuropea e filo-putiniana dei decenni precedenti. Non farlo significa candidarsi a non essere credibili nella denuncia degli attuali e futuri limiti e contraddizioni di maggioranze diverse.

Riprendo il giudizio del teologo Andras Marte-Toth sul sito cattolico Szemlelek.net (20 ottobre). Il testo ha una doppia identità. Da un lato, è profetico e autocritico, condannando l’incitamento all’odio e proclamando la tutela del creato, dall’altro, è prigioniero di un orizzonte nazionale, di letture selettive sul versante economico-sociale, di scarso scavo sulle proprie responsabilità storico-civili recenti. Documentato, conciliante e cordiale: in attesa di una ricezione ecclesiale che ne superi i limiti e ne valorizzi le potenzialità.

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