
Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, milioni di donne e ragazze afghane continuano a essere escluse dalla scuola, dal lavoro e dalla vita pubblica. Diritti che per molte di noi sono normali, per loro sono diventati qualcosa per cui lottare ogni giorno. E nonostante tutto, non hanno smesso di farlo.
Ogni mattina ci svegliamo, scegliamo cosa indossare, usciamo di casa. Andiamo al lavoro, all’università, incontriamo gli amici, facciamo una passeggiata. Sono gesti semplici, così abituali che spesso non ci fermiamo nemmeno a pensarci. Eppure, dall’altra parte del mondo, ci sono milioni di donne che non possono fare liberamente nessuna di queste cose.
In Afghanistan, essere donna oggi significa vivere in un Paese in cui studiare, lavorare, uscire da sole e persino parlare in pubblico può diventare un problema. Non per una scelta personale, ma per le regole imposte dai talebani, tornati al potere nell’agosto del 2021. Da allora, la vita delle donne afghane è cambiata profondamente. E per capire quanto, bisogna ricordare che non è sempre stato così.
L’Afghanistan ha attraversato decenni di guerre e instabilità, ma le donne non sono sempre state escluse dalla società. Nel corso del Novecento, soprattutto nelle città, molte studiavano, lavoravano e partecipavano alla vita pubblica. Con il primo governo talebano, tra il 1996 e il 2001, gran parte di queste libertà venne cancellata. Le scuole femminili furono chiuse e alle donne vennero imposte restrizioni durissime.
Dopo il 2001, però, qualcosa aveva ricominciato a cambiare. Le ragazze erano tornate nelle scuole e nelle università, le donne avevano ripreso a lavorare e a costruire il proprio futuro. Non era una situazione perfetta. Le disuguaglianze erano ancora profonde e la violenza continuava a essere una realtà per molte. Ma dei progressi c’erano stati.
Secondo l’UNESCO, le studentesse universitarie erano passate da circa 5.000 nel 2001 a oltre 100.000 nel 2021[1]. Dietro questi numeri c’erano ragazze che sognavano di diventare medici, insegnanti, giornaliste, avvocate. Ragazze che potevano almeno provare a scegliere che cosa fare della propria vita. Poi, il 15 agosto 2021, i talebani sono tornati a Kabul. E molte di quelle possibilità sono scomparse.
Uno dei primi diritti a essere colpiti è stato quello all’istruzione. Dal settembre 2021, alle ragazze afghane è vietato frequentare la scuola oltre la sesta classe. Nel dicembre 2022, il divieto è stato esteso anche alle università. Secondo l’UNICEF, ad agosto 2026 erano oltre 2,6 milioni le ragazze private dell’istruzione secondaria nei cinque anni precedenti[2].
Proviamo a immaginare che cosa significhi.
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Avere dodici anni, essere curiosa, avere dei sogni e sapere che non potrai continuare a studiare. Vedere magari tuo fratello andare a scuola mentre tu devi restare a casa, non perché non sei abbastanza brava, ma semplicemente perché sei una ragazza. E il problema non finisce tra i banchi. Senza istruzione diventa più difficile trovare un lavoro, essere economicamente indipendenti e costruirsi una vita diversa da quella che altri hanno scelto per te.
L’UNICEF avverte anche che l’esclusione scolastica aumenta il rischio di matrimoni precoci, lavoro minorile e violenza. Negare la scuola a una bambina non significa soltanto impedirle di imparare, significa limitarne il futuro prima ancora che abbia avuto la possibilità di immaginarlo.
Le restrizioni, però, non si fermano all’istruzione. Negli ultimi anni alle donne è stato vietato l’accesso a molti luoghi pubblici, tra cui parchi e palestre. Sono stati chiusi i saloni di bellezza e sono state imposte forti limitazioni agli spostamenti senza un mahram, cioè un accompagnatore maschile appartenente alla famiglia.
Nell’agosto 2024 è arrivata anche una legge che ha reso ancora più rigide le regole sull’abbigliamento e sul comportamento femminile in pubblico. Le donne devono rispettare precise disposizioni sulla copertura del corpo e del volto. Sono state introdotte anche restrizioni sull’uso della voce fuori dall’ambito privato, compresi il canto e la lettura ad alta voce in determinate circostanze.
È difficile immaginare che persino il modo in cui una donna si veste, cammina o parla possa essere controllato dalle autorità. Eppure, per milioni di afghane, è questa la quotidianità.
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Anche lavorare è diventato sempre più difficile. Molte donne sono state escluse dagli impieghi pubblici e da numerose professioni. Alcune continuano a lavorare, soprattutto nella sanità, nell’istruzione primaria o in piccole attività private, ma le opportunità sono molto limitate. Secondo i dati riportati da UN Women, nel 2024 soltanto il 24% delle donne partecipava alla forza lavoro, contro quasi il 90% degli uomini[3].
Questo significa meno indipendenza economica, meno possibilità di scegliere e una maggiore dipendenza dalle figure maschili della famiglia. Ma significa anche un Paese che rinuncia alle competenze e al contributo di una parte enorme della sua popolazione.
Ci sono poi conseguenze ancora più gravi, che riguardano direttamente la salute e la sicurezza delle donne. Nel dicembre 2024, i talebani hanno impedito alle donne di frequentare anche gli istituti di formazione sanitaria, compresi quelli per infermiere e ostetriche. È una decisione particolarmente preoccupante perché in Afghanistan molte pazienti incontrano già difficoltà a ricevere assistenza da medici uomini. Impedire la formazione di nuove professioniste rischia quindi di rendere ancora più difficile l’accesso alle cure.
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Nel maggio 2026, un nuovo decreto sulle separazioni giudiziarie ha sollevato ulteriori preoccupazioni delle Nazioni Unite, soprattutto per il rischio di favorire i matrimoni minorili e rendere più difficile alle donne uscire da relazioni abusive[4]. Quando una donna non può studiare, fatica a lavorare e non ha strumenti adeguati per proteggersi, anche allontanarsi da una situazione di violenza può diventare estremamente difficile.
E queste limitazioni non restano soltanto sulla carta. L’8 ottobre 2026, le Nazioni Unite hanno denunciato nuovi arresti e intimidazioni contro le donne afghane. Tra luglio e settembre, almeno 52 donne e una ragazza sono state arrestate o trattenute a Kabul ed Herat per presunte violazioni delle regole imposte dai talebani.
Tra i motivi contestati c’erano capelli visibili, foulard colorati, trucco o l’assenza di un accompagnatore maschile. Pensare che una donna possa essere fermata per qualcosa di così semplice come un foulard colorato fa capire quanto queste restrizioni siano entrate nella vita di tutti i giorni. Anche a livello internazionale qualcosa si sta muovendo.
Il 5 ottobre 2026, la Corte penale internazionale ha reso pubblici quattro mandati d’arresto nei confronti di alti esponenti talebani, tra cui il leader supremo Haibatullah Akhundzada, per accuse che comprendono la persecuzione di genere come crimine contro l’umanità[5]. Non si tratta ancora di condanne definitive, ma è un passo importante per cercare di attribuire delle responsabilità a chi ha contribuito a creare questa situazione..
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Eppure, c’è una cosa che non vorrei si perdesse raccontando questa storia: le donne afghane non sono soltanto vittime. Nonostante tutto, molte continuano a cercare modi per studiare, insegnare, lavorare e aiutarsi a vicenda. Alcune partecipano a iniziative educative informali, altre costruiscono reti di solidarietà o continuano a difendere i diritti delle donne anche dall’esilio.
È una forma di resistenza che forse non fa sempre notizia, ma che merita di essere raccontata. Perché quelle ragazze non hanno smesso di avere sogni, idee o ambizioni. Non hanno smesso di voler diventare dottoresse, insegnanti o semplicemente donne libere. Sono le possibilità di realizzare tutto questo a essere state tolte loro. Ed è importante ricordarlo, perché raccontare soltanto ciò che subiscono rischia di farci dimenticare chi sono.
Quando ho iniziato a leggere delle restrizioni imposte alle donne afghane, mi sono ritrovata a pensare a qualcosa a cui normalmente non faccio caso. Alla libertà di uscire quando voglio. Di scegliere come vestirmi. Di studiare, lavorare, parlare, esprimere un’opinione senza dover chiedere il permesso a qualcuno. Sono cose che fanno parte della mia quotidianità e che, proprio per questo, finisco spesso per considerare scontate. Ma non lo sono.
Ed è forse questo l’aspetto che più mi colpisce: sapere che, mentre io posso scegliere cosa fare della mia vita, milioni di ragazze crescono in un Paese dove molte di quelle stesse scelte sono state negate. La libertà non dovrebbe dipendere dal Paese in cui nasciamo, né dal fatto di essere uomini o donne. Le donne afghane continuano a cercare di far sentire la propria voce, anche quando qualcuno prova a metterle a tacere.
E credo che il minimo che possiamo fare, da una parte del mondo in cui abbiamo ancora la possibilità di parlare liberamente, sia ascoltarle e continuare a raccontare quello che sta accadendo. Perché nessuna donna dovrebbe trascorrere la propria vita a chiedere il permesso di esistere.
[1] UNESCO, “Let girls and women in Afghanistan learn!”, dati sull’accesso all’istruzione femminile nel periodo 2001-2021.
[2] UNICEF, “More than 2.6 million girls in Afghanistan have been denied a secondary education since 2021”, 14 agosto 2026.
[3] UNAMA, Report on the Implementation, Enforcement and Impact of PVPV Law in Afghanistan, 10 aprile 2025; UN Women, Afghanistan Gender Index 2024, pubblicato nel 2025. I documenti analizzano le restrizioni imposte alle donne e le disuguaglianze nell’accesso al lavoro.
[4] UNICEF, Restrictions on girls’ education and women’s employment in Afghanistan could lead to a loss of over 25,000 female teachers and health workers by 2030, 28 aprile 2026; UNAMA, Statement on Decree No. 18 “Code on Judicial Separation of Spouses”, 21 maggio 2026. I documenti esaminano le conseguenze delle restrizioni sulla salute e sulla tutela dei diritti delle donne e delle minori.
[5] UNAMA, UNAMA expresses Concern over De Facto Authority Arrests of Afghan Women and Girls, 8 ottobre 2026; Corte penale internazionale, ICC Pre-Trial Chamber II unseals four arrest warrants in Situation in Afghanistan, 5 ottobre 2026. Le comunicazioni documentano gli arresti di donne afghane e i procedimenti per persecuzione di genere.






Per fortuna che in occidente la Chiesa cattolica ha perso buona parte della capacità che un tempo aveva di condizionare i costumi, la morale e le leggi, altrimenti anche da noi la situazione per le donne non sarebbe stata tanto diversa da quella delle donne afgane.
Forse questa è una provocazione un po’ forzata, ma non è tanto distante dalla verità.