
Nel settembre 2026 il National Centre for Pastoral Research della Conferenza episcopale australiana ha pubblicato Absent from the Table, un’indagine sui cattolici che non partecipano regolarmente alla messa domenicale[1]. La ricerca, firmata da Trudy Dantis, Stephen Reid e Leith Dudfield, nasce da una preoccupazione emersa durante il Concilio plenario australiano e il percorso sinodale e riprende uno studio del 2007 dedicato a chi aveva smesso di frequentare. Si basa su un questionario online compilato da 1.973 cattolici e su 67 interviste in profondità. Il campione è autoselezionato e gli autori avvertono che i risultati non valgono per tutti i cattolici australiani. La fotografia che ne esce è comunque nitida e riguarda anche noi.
Tre intervistati su quattro vanno a messa meno di una volta alla settimana: il 19% una volta al mese, il 36% occasionalmente, il 19% mai. Eppure, circa due terzi dichiarano che la fede è per loro molto importante, oltre tre quarti affermano di credere in Gesù Figlio di Dio, il 64% prega regolarmente e il 69% considera l’essere cattolico una parte essenziale della propria identità. La fede, in larga parte, resta. Si è interrotto il suo passaggio dalla mensa eucaristica.
Le ragioni dell’assenza
Il rapporto distingue sei ragioni che dipendono dai fedeli e otto che dipendono dalla Chiesa, ragioni che spesso si intrecciano. Tra le prime figurano la messa che non è più una priorità, le crisi di fede, le difficoltà familiari, la malattia, l’età e la distanza. Tra le seconde troviamo liturgie percepite come noiose o deprimenti, musica povera, difficoltà con il parroco e con il clero, comprese quelle con i sacerdoti venuti da altri paesi, il clericalismo e l’abuso di potere, l’ipocrisia, la perdita di fiducia nell’istituzione, la sensazione di essere esclusi dalle regole della Chiesa e la sua irrilevanza per la vita di oggi. Gli abusi sessuali del clero pesano in modo particolare su chi li ha subiti e sulle loro famiglie.
La pandemia ha fatto da acceleratore. Ha indebolito il senso dell’obbligo e ha trasformato la messa in uno dei tanti modi di restare in contatto con Dio; molti hanno seguito le celebrazioni online e poi non sono più tornati.
Tra i temi che lo studio registra, uno compariva, benché ai margini, già nel 2007 e oggi si presenta come autonomo: la convinzione che partecipare ogni settimana non sia necessario per mantenere la fede.
Due metà della stessa frattura
Letti insieme, i dati mostrano due movimenti che vanno in direzioni opposte e nascono dalla stessa frattura. Il primo porta verso una comunità senza Cristo. Gli intervistati cercano appartenenza e la trovano altrove: la comunità scolastica cattolica è apprezzata dal 74% di loro, la parrocchia dal 51%, e il 62% mantiene legami con la Chiesa attraverso scuole, ospedali, servizi di assistenza, gruppi di preghiera e di impegno sociale. È un’appartenenza reale, spesso generosa, che però si regge sull’opera comune più che sulla mensa comune.
Il secondo movimento porta verso un Cristo senza comunità: la preghiera personale, la natura, la messa in streaming, il servizio vissuto come forma di spiritualità. Molti, riferisce il rapporto, trovano queste forme più significative della liturgia domenicale. Anche qui c’è qualcosa di autentico e insieme al rischio di una fede su misura, che sceglie i luoghi, i tempi e le persone con cui credere.
Il dato sull’Eucaristia conferma la frattura. Il 55% degli intervistati afferma la presenza reale di Cristo, il 24% vede nel pane e nel vino dei simboli, il 21% non sa. Per molti, scrivono gli autori, l’Eucaristia conserva un significato legato alla tradizione e alla comunità più che alla dottrina. Se la mensa vale per chi vi si siede attorno, quando la compagnia delude non resta un motivo per tornare.
Il luogo in cui l’altro non si sceglie
Nella frattura si riconosce una logica che non riguarda soltanto la Chiesa.
Si va a messa se la gente è accogliente e il prete è bravo; altrimenti si cerca altrove o non si cerca più. È la stessa logica che governa gran parte della vita sociale contemporanea e, in modo specifico, quella digitale: si frequenta ciò che somiglia, si abbandona ciò che non gratifica e si scorre oltre. Applicata alla comunità cristiana, questa logica trasforma l’assemblea in un servizio da valutare.
La costituzione conciliare sulla liturgia elenca l’assemblea che prega e canta tra i modi della presenza di Cristo. Andare a messa per Cristo e andarci per gli altri sono quindi, a rigore, la stessa cosa. L’assemblea è anche il luogo in cui l’altro non si sceglie: il vicino di banco antipatico, il prete che annoia, il prete straniero di cui si fatica a capire l’accento.
Il rapporto cita proprio le difficoltà con i sacerdoti nati in altri Paesi tra le ragioni di disagio e il dettaglio dice molto. Anche dentro la Chiesa lo straniero è la figura su cui la scelta per affinità inciampa. In una società che si fida poco degli sconosciuti, una comunità in cui lo sconosciuto siede accanto a me per una ragione che non dipende dalla simpatia è una delle poche palestre rimaste per imparare a riconoscerlo come fratello.
La parte che riguarda la Chiesa
Il rapporto non assolve la Chiesa. Gli abusi, il clericalismo, la mancanza di trasparenza e di responsabilità compaiono tra le cause e le proposte raccolte dagli intervistati vanno in una direzione precisa: omelie e musica migliori, orari più accessibili, una partecipazione più ampia dei laici, il coinvolgimento di donne e persone sposate nei ministeri, l’accoglienza delle persone escluse dalle regole attuali, strutture più trasparenti. La richiesta di fondo è chiara: una comunità in cui si possa partecipare, oltre che assistere.
Qui la questione si sposta dalla qualità della liturgia alla forma della comunità. Una comunità in cui il riconoscimento discende dal titolo e dal grado riproduce al proprio interno le gerarchie che la società già impone e trasforma i battezzati in pubblico.
Una comunità che riconosce i carismi effettivi a partire dalla comune dignità battesimale fa dell’assemblea un corpo, in cui ciascuno ha un posto che non dipende dalla posizione sociale né dalla simpatia degli altri. La prima può migliorare le omelie e la musica senza toccare il problema; la seconda lo affronta alla radice.
Una lezione anche per noi
Il caso australiano è meno lontano di quanto sembri. In Italia la serie dell’indagine Istat «Aspetti della vita quotidiana», studiata da Luca Diotallevi, mostra che la quota di popolazione che dichiara di partecipare ogni settimana ai riti religiosi è passata da oltre un terzo nel 1993 a circa un quinto nel 2019. Si tratta di frequenze dichiarate, che tendono a sovrastimare la pratica reale, e di un declino che precede la pandemia e prosegue senza interruzioni.
Dove il rapporto australiano vede nel Covid un acceleratore, il caso italiano mostra una tendenza strutturale che l’emergenza sanitaria non ha interrotto. Le dinamiche descritte dalla ricerca australiana si riconoscono anche qui: la fuga verso gruppi scelti per affinità, la tentazione di misurare la messa sulla bravura del celebrante. Ciò che manca, o almeno non circola, è l’altra metà del lavoro australiano: una ricerca promossa dai vescovi che interroghi direttamente chi non viene più e ne prenda sul serio le ragioni, comprese quelle che chiamano in causa la Chiesa.
Davanti a questi segnali le risposte più facili sono due. La prima è rendere la messa più attraente, con celebrazioni curate, omelie brevi, buona musica. È necessaria, ma da sola rafforza la logica che si vorrebbe correggere, perché tratta la liturgia come un servizio da migliorare per un pubblico da riconquistare, l’assemblea. La seconda è rimproverare chi non viene, richiamando l’obbligo, ma ignora che molti degli assenti credono e pregano, e che le loro ragioni chiamano in causa anche chi resta.
C’è una terza strada, più faticosa: ricostruire l’assemblea come luogo in cui l’altro non si sceglie e in cui ognuno ha un ruolo. Gli intervistati australiani la indicano senza nominarla, quando chiedono di partecipare e di appartenere. È la stessa domanda che il percorso sinodale ha posto a tutta la Chiesa e la risposta passa per la valorizzazione dei carismi di tutti i battezzati più che per la qualità dello «spettacolo da rappresentare». La mensa resta apparecchiata. Il problema è che molti non riconoscono più chi vi siede accanto come parte di ciò che vi si celebra.
[1] Dantis, Reid e Dudfield (2026). La sintesi esecutiva e il rapporto completo sono disponibili sul sito del National Centre for Pastoral Research.





