
Tra tutte le obiezioni che Vito Mancuso solleva contro la dogmatica cattolica, quella che riscuote maggior successo nel dibattito pubblico tocca il nucleo emotivo e morale della fede: la teologia della redenzione sulla croce. Egli punta il dito contro una teoria «sadica e giuridica» della salvezza, condensata in una formula provocatoria: «Un Dio che ha bisogno del sangue del figlio sulla croce per perdonare… non è precisamente un Dio di misericordia».
La dottrina tradizionale della redenzione dipenderebbe da una concezione tribale, mitica e violenta del divino. L’idea di un’espiazione vicaria – un Padre celeste irato che esige la tortura e l’uccisione dell’unico Giusto per placare la propria sete di giustizia punitiva – sarebbe incompatibile con il volto del Padre misericordioso annunciato da Gesù.
Questa critica, sebbene suggestiva ed emotivamente trascinante per il lettore moderno, commette un errore metodologico imperdonabile: essa non demolisce affatto il dogma cristiano, – come pretenderebbe – ma si limita ad attaccare una sua grottesca caricatura storica.
La grande cristologia cattolica contemporanea – guidata da figure del calibro di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), Hans Kessler e Gerald O’ Collins, Giovanni Moioli, Marcello Bordoni, Giovanni Mazzillo e Maurizio Gronchi, solo per fare alcuni nomi di una lunghissima lista – respinge esattamente la stessa rappresentazione distorta, offrendo una comprensione della Croce infinitamente più profonda, non violenta e intimamente trinitaria.
Il capovolgimento del sacrificio: la rivoluzione del Kapporet
Per smantellare l’accusa di un «Dio violento» che esige il sangue, bisogna anzitutto comprendere il radicale capovolgimento che il Nuovo Testamento opera sul concetto antico di «sacrificio». Nelle religioni pagane, il sacrificio era un gesto ascendente, un tentativo dell’uomo di ingraziarsi o placare una divinità capricciosa e minacciosa offrendole qualcosa di prezioso (un animale, o persino un essere umano), distruggendolo per trasferirlo nella sfera sacra.
La Rivelazione biblica scardina alle radici questo schema. Già l’Antico Testamento, a partire dal divieto assoluto del sacrificio umano nella vicenda di Abramo e Isacco, chiarisce che il vero soggetto dell’espiazione non è l’uomo che offre, ma Dio che perdona gratuitamente. È però san Paolo a operare la svolta cristologica decisiva. Nella Lettera ai Romani (3,25), egli definisce Gesù come lo «strumento di espiazione» (hilastérion in greco, kapporet in ebraico).
Che cos’era la kapporet? Era il coperchio d’oro dell’arca dell’alleanza nel tempio di Gerusalemme, il luogo invisibile della misteriosa presenza di Dio. Nel giorno dell’espiazione (Yom Kippur), il sommo sacerdote aspergeva quel coperchio con il sangue degli animali sacrificati. L’idea non era quella di placare un’ira divina, ma che il sangue (simbolo della vita fragile dell’uomo) toccando l’infinitamente Santo venisse purificato, riconciliando l’umanità con il suo Creatore.
Applicando questo termine a Gesù – scrive Joseph Ratzinger in Gesù di Nazaret – la teologia del tempio viene radicalmente «abolita» e, insieme, elevata a un’altezza inaudita. Gesù non è un oggetto offerto a un Dio distante. Egli è la kapporet in persona, il luogo vivente dell’alleanza. Sulla croce non avviene un baratto giuridico di sangue. Al contrario, «nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso». Il male del mondo viene realmente a contatto con l’immensamente Puro e, invece di inquinare Dio, viene assorbito e annullato dal dolore dell’amore infinito. Non è un Dio crudele a esigere il sangue: è Dio stesso che si pone come luogo di riconciliazione e, nel suo Figlio, prende la sofferenza del mondo su di sé.
L’ultima cena: la trasformazione della violenza in Amore
Ora la domanda decisiva: come ha potuto una morte violenta e ingiusta – l’assassinio politico di un profeta scomodo da parte delle autorità romane e giudaiche – diventare l’evento della salvezza? La risposta risiede nella straordinaria autocoscienza di Gesù, espressa in modo definitivo durante l’ultima cena.
Come osserva lo storico John Meier, ripreso e valorizzato da Ratzinger, Gesù era pienamente consapevole dell’approssimarsi della sua fine violenta. Egli si trovava di fronte a un bivio: subire passivamente l’ingiustizia, lasciando che l’odio e il male dei suoi carnefici avessero l’ultima parola, oppure dare un senso salvifico a quel fallimento.
Durante l’ultimo pasto con i suoi amici, Gesù compie un atto di assoluta sovranità teologica: anticipa la sua morte spezzando il pane e distribuendo il calice di vino. Con i gesti e le parole dell’istituzione («Questo è il mio corpo, dato per voi; questo è il mio sangue, versato per molti»), Gesù compie ciò che aveva annunciato nel discorso del Buon Pastore: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso».
È la nascita della pro-esistenza cristologica: un esistere interamente orientato non a sé stessi, ma agli altri. Gesù trasforma l’ingiusto omicidio che sta per subire in un libero atto di auto-donazione d’amore (Hingabe). La croce cessa di essere un mero patibolo romano e diventa il trono da cui regna il Redentore, perché la violenza subita viene trasformata dal di dentro in perdono e riconciliazione. Come scrive magnificamente Hans Kessler, «nessuno è redento per il fatto stesso di essere torturato a morte». Ciò che salva non sono le torture o il dolore fisico in sé, ma l’infinito, libero e obbediente amore con cui Cristo si consegna per la salvezza dell’umanità.
La logike latreia: il vero culto della Parola incarnata
Questo superamento del culto antico approda a quella che san Paolo, in Romani 12,1, definisce la logiké latreia: il «culto secondo la ragione» o «culto modellato sulla Parola».
La teologia cattolica contemporanea mostra come la critica dei profeti contro l’inutilità dei sacrifici animali trovi nella Croce il suo perfetto adempimento. Dio non ha bisogno del sangue di tori e di capri, che non possono purificare la coscienza dell’uomo. Il vero culto consiste nell’obbedienza filiale dell’uomo che diventa, con tutta la propria esistenza, risposta d’amore a Dio.
Tuttavia, questo culto non può rimanere un’astrazione filosofica, un puro “cristianesimo del pensiero” che elimina la realtà della carne e del sacramento. Il salmista scriveva: «Un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Il Logos eterno di Dio si fa carne e, assumendo un corpo umano, rende possibile un’obbedienza perfetta che va al di là di ogni sforzo morale dell’uomo.
Sulla croce, l’obbedienza “corporea” del Figlio abbraccia l’intera umanità e distrugge la nostra disobbedienza storica attraverso la forza del suo amore. Noi non veniamo salvati perché compiamo una “prestazione di obbedienza” solitaria (pelagianesimo), ma perché veniamo attirati e inseriti nell’adorazione perfetta del Figlio attraverso la vita sacramentale della Chiesa, specialmente nell’Eucaristia, dove l’obbedienza di Cristo sulla croce ci purifica e ci trasforma.
Concludendo per il momento, possiamo così sintetizzare: l’ateologia di Vito Mancuso, riducendo la Croce a un assurdo macello voluto da un Dio sadico, dimostra di essere rimasta prigioniera di uno schema giuridico medievale estrinseco che la teologia cattolica contemporanea ha felicemente superato da decenni. La Croce di Cristo non è l’espressione della violenza di Dio, ma il suo esatto contrario: è la massima rivelazione della sua impotenza d’amore, che non risponde all’odio dei carnefici con la forza distruttrice della punizione, accogliendo, invece, il male del mondo e rigenerandolo nella gratuità del perdono.
Smontare la caricatura di Mancuso significa restituire alla Croce la sua scandalosa e immensa bellezza: la certezza che, di fronte all’abisso del male umano, Dio non si ritrae, ma si fa compagno di sofferenza per spalancare a ogni vittima la porta della Risurrezione.






Se Gesù e il Padre sono una cosa sola, non dovrebbe esserci scollamento di volontà tra quella di Dio e quella del Figlio.
Il sacrificio è stato voluto da Dio così come dal Figlio, che volontariamente ha accettato di prendere la “Sua croce”..
(Interessante, tra l’altro il primo commento di Maurizio Di Benedetto sui Maestri realizzati orientali, che volontariamente si donano per il bene di chi è più indietro..)
Non è il sangue, non è la morte violenta in croce in sé a redimere l’umanità, ma è il concetto del dono di sé, corpo e anima, fino in fondo, senza tirarsi indietro..
Certo, il richiamo al Kapporet, come simbolo di purificazione, ha un che di misterico, quasi di esoterico, direi.
D’altronde, le religioni, tutte, traducono l’invisibile e l’indicibile in concetti concreti e comprensibili alla mente umana limitata.
Mancuso ha le sue ragioni, ma tratta l’argomento da una visione razionale, prendendo alla “lettera” ciò che forse usa un linguaggio simbolico che certo può e deve cambiare, ma che non per questo non contiene il vero..
Ha ragione nel criticare la visione sacrificale, però non la supera guardando oltre, la distrugge e basta, per questo trovo il suo, un pensiero che non scende davvero in profondità, pur riconoscendo che affronta temi che interpellano molte coscienze e che la Chiesa dovrebbe affrontare con più chiarezza.
La cosa che più mi sembra non condivisibile nell ‘analisi del Vescovo Stagliano’ è il titolo che ha dato al suo lavoro di critica del libro di Mancuso: “”L’ateologia di Mancuso””. Ora, a mio avviso, di Mancuso si può dire peste e corna ma non che sia ateo; anzi, a suo modo, si sforza di far sussistere l’idea della divinità in questo mondo impazzito che o non crede o crede a dei pagani. È vero che non è in linea con la teologia ufficiale ma è anche vero che questa , a volte,risente ancora di costruzioni teoriche a sua volta non in linea con l’essenzialita’ del Vangelo
Invece secondo me ha ragione il Vescovo. Dove vuole andare a parare Mancuso con le sue intellettuali elucubrazioni? Certo non a convincere alla fede in Cristo i semplici e i non intellettuali .Prendete un bambino :cosa capirebbe? esattamente a non credere in Cristo come lo. Insegna la Chiesa. Questo e’ il risultato conscio o inconscio. Distruggere non costruire. Per questo e’a-teologia e non teologia.
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Al “pimpante” prete mancusiano, post-:teista , post- “pretista” e neo-deista, suggerirei di cogliere il senso dei singoli interventi/ commenti , prima di sparare anatemi/ mancusiate, risalenti ad alcuni secoli fa , peraltro già sufficientemente metabolizzati dalla riflessione teologica più matura, ignorata , sapendo di ignorarla dal suo profeta “azzeccaluoghicomuni”. L’ ultimo concilio ripone opportunamente al centro della riflessione teologica la teologia biblica ; inoltre, autori come Bultmann, talvolta emendati , hanno contribuito/favorito ,con la loro ricerca demitizzante ,chi lo desidera a credere/comprende il resto, Tra l’ altro non occorre un genio per inventare ermeneutiche personali marcatamente soggettive , spesso “interessate” a un racconto aperto come quello biblico.A questi innovatori dell’ ultima ora ,sedicenti progressisti , sarebbe consigliabile, prima di “piazzare/incrementarevl” a buon mercato un già deprecabile inflazionismo dogmatico, di non saltare tutta quella letteratura “intermedia”- non ineffabilmente apostata -che non ha niente da invidiare a fondatori e divulgatori ,di nuove religioni ,intelligenti e originali come Reimarus e il suo profeta Lessing!
Ricordo al vescovo Stagliano’ che ancora oggi nelle celebrazioni eucaristiche il pane-corpo di Gesu’ viene chiamato ostia,termine derivante dal latino “hostia”. Questa parola designava la vittima che nel sacrificio veniva immolata per placare l’ira degli dei.L’etimo e’ lo stesso di”hostis”,il nemico. La stessa parola messa rimanda al”ite missa est”(andate e’ inviata) ,chiaro riferimento alla vittima sacrificata,che concludeva la celebrazione eucaristica fino a poco tempo fa’. Mancuso ha le sue buone ragioni per prendere le distanze da tutta questa ossessione sacrificale presente nella teologia cristiana e travasata nella liturgia. Questa ossessione sacrificale e’ poi particolarmente presente nei vescovi italiani che hanno pensato bene di aggiungere”in sacrificio”alla frase con cui il presbitero offre il pane nella istituzione eucaristica e che non’e’ presente nei vangeli. Consiglierei una approfondita lettura di Rene’ Girardi e del filosofo Roberto Mancini.
La vera teologia non si basa sulle elucubrazioni mentali di questo o di quello, ma sulla Verità rivelata.
Cfr almeno Fil. 2,5-11; Gv 1,1ss e tutti i passi relativi all’ultima cena e all ‘istituzione dell’Eucaristia.
Il recente libro di Vito Mancuso a me sembra un ottimo manuale per accostarsi in modo moderno alla figura di Gesù, anche da parte di persone, specie di ambito cristiano, acculturate pur senza specifiche conoscenze storico-teologiche. Non è necessario concordare su tutto per apprezzare tale contributo.
Non empatizzo con la definizione di “neo-cristianesimo” scelta da Mancuso, anzi, l’avrei evitata del tutto, posso però accettarla come tentativo di designare il cristianesimo del nuovo paradigma culturale-religioso, precisamente quello in cui siamo entrati ma di cui il vescovo Staglianò e molti degli intervenuti a sostegno – salvo un’eccezione – pare non si siano nemmeno accorti.
Più che di nuovo cristianesimo, si tratta del cristianesimo in quanto tale, che si confronta con il progresso culturale degli ultimi secoli, con la disponibilità ad abbandonare le acquisizioni dovute alla mentalità di epoche passate divenute ormai inservibili e pure dannose.
In particolare, bisognerà rimuovere ciò che fa capo alla mitologia, di cui il cristianesimo sovrabbonda, ma anche metafore, simboli, espressioni e formulazioni dottrinali ormai obsolete e controproducenti.
Nessun stupore se al momento di lasciare le antiche sicurezze (che non sono sinonimo di verità), si avverta un senso di destabilizzazione e quasi di angoscia. Una operazione di tale portata è sempre e per tutti dolorosa o almeno fastidiosa, ma è inerente al genere di cambiamento in atto. Dopo circa settemila anni, anche il paradigma religioso premoderno (o comunque lo si voglia chiamare) è giunto ad esaurimento e dev’essere radicalmente aggiustato o perfino rimpiazzato. Duemila anni, per una religione, costituiscono una durata ragguardevole, quasi un’età massima prima del declino, comunque tale da esigere riforme nel paradigma o sotto-paradigma che le è proprio.
Non serve illudersi, siamo già nel post-teismo: da questi passaggi epocali, di solito, non si torna indietro. Inoltre, quando una teoria, un’idea, e ancor più un pregiudizio, vengono messi seriamente in discussione, hanno i giorni contati, sebbene possa trascorrere parecchio tempo prima della loro defunzione. Questo vale anche per le “teorie” che chiamiamo religioni, sebbene nessuna grande religione sembri morire mai del tutto, anche dopo che ne è stato dichiarato lo stato comatoso, a motivo della lentezza di tale processo, ma si tratta di vita, o sopravvivenza, in forma residuale.
Qualcosa di simile sta avvenendo per il cristianesimo. Un solo punto per illustrare la situazione: “Cristo è colui che salva morendo sulla croce”, proclama il cristianesimo del vecchio paradigma. Tale dichiarazione è avvertita oggi come irrealistica e priva di senso, perché sottintende – a parte il fatto che di reali “salvezze” non se ne vedano, essendo tutte proiettate nell’incontrollabile aldilà -, che la minaccia incombente sull’umanità sia precisamente Dio, il Dio di cui si parla e nei termini in cui se ne parla, cui si addice l’attributo di sadico, dal momento che esige sacrifici umani: quello nobile di Gesù e, possibilmente, quello modesto, ma non meno doloroso, dei martiri. Se poi aggiungiamo che questo Dio ci avrebbe caricati dell’infezione del “peccato originale”, una colpa mitologica che viene addebitata a ogni essere umano per semplice discendenza e che, sotto sotto, è proprio essa la prima causa della “redenzione” o “salvezza” operata dalla croce di Gesù Cristo… allora non si fa fatica a capire perché aumenti il numero dei cristiani, cattolici e protestanti, nei Paesi di antica evangelizzazione, che prendono la via dell’ateismo e dello “sbattezzo”.
E dopo tanto sbandierare “salvezza”, un cristiano deve perfino aspettarsi o, quantomeno, temere di finire fra i tormenti eterni, al momento di varcare la soglia della morte. Non per chissà quali enormi peccati, basta poco, infatti, sulla base della corrente dottrina magisteriale e catechistica, per essere spediti all’inferno. A un Dio onnipotente e pieno di misericordia, non gli riesce di recuperare un povero essere umano pur avendo a disposizione tutta l’eternità per farlo. Però, sì, gli riesce di torturarlo per sempre, senza alcuna speranza di remissione, a opera di satanassi infernali!
Quanto ho appena scritto, secondo i parametri del vescovo Staglianò, è da rubricare come “caricatura”. Non è sicuramente più caricatura di quanto si sentiva predicare dai pulpiti parrocchiali e vescovili o nelle meditazioni degli Esercizi spirituali sino a non molti anni fa, e da qualche parte è ancora così. Se è caricatura, la mia, lo è solo in minima percentuale e marginalmente. Semmai – e questo dovrebbe molto preoccupare -, è la nostra dottrina ufficiale che è diventata o sta diventando caricatura a quote sempre più ampie, e non sarà il ricorso a massicce dosi di teologia fantasiosa a riscattarla. La teologia fantasiosa suona bene all’orecchio, titilla il sentimento, ma con essa, oggi, si peggiorano soltanto le cose, sebbene – e malauguratamente – in casa cattolica avremmo raggiunto “la perfezione del genere”, come annotava Jorge Luis Borges (1899-1986). Ma non c’è limite al perfezionamento.
Nella Chiesa cattolica dovrebbe essere proibito parlare di salvezza per i prossimi cento anni, in segno di lutto e pentimento per averne sproloquiato.
Per quanto concerne “L’ateologia di Mancuso” e relativi commenti, converrà, perlomeno, ammettere che facendo uso di due paradigmi culturali diversi, non c’è modo d’intendersi. Ognuno, allora, può restare con la propria visione, ma ponderando anche quella nuova che si sta aprendo strada, dando tempo al tempo, astenendosi da giudizi inappellabili e scomuniche. Inviterei, infine, i lettori che hanno qualche minuto che cresce a dare (o ridare) un’occhiata ai contributi sul post-teismo pubblicati su SettimanaNews negli ultimi mesi.
Ma, l’rgomentare del vescovo Stagliano’, alla fine non è convincente per vari motivi, Mancuso sì o no:
1. già la comunità primitiva ha dovuto rendere ragione del ‘fallimento’ storico di Gesù di Nazareth ucciso dai Romani sulla croce ed ha individuato nell’idea ebraica della espiazione vicaria la via d’uscita, però comprensibile solo all’interno dell’orizzonte ebraico
2. non è un caso che la successiva teologia abbia sviluppato questa stessa idea, come è avvenuto con Anselmo d’Aosta, pur grande, ma non per questa teoria della ‘soddisfazione’
3.questa ‘teologia’, da cui sono nate teologie (e congregazioni) centrate sulla ‘passione’ e sul ‘sangue’, si è capito alla fine che non poteva reggere ad una riflessione più attenta e approfondita
4. non a caso, soprattutto dopo il Vaticano II, questa tradizione teologica ha dovuto necessariamente essere ripensata, perché del tutto inaccettabile per una coscienza umana minimamente avvertita
5. Mancuso avrà preso a bersaglio una teologia errata, ma era quella della tradizione: ora, poiché i dogmi sono immutabili, era sbagliata quella tradizionale, mentre solo quella attuale sarebbe più accettabile? O l’una o l’altra
6. L’argomentazione del vescovo Stagliano’ presenta reinterpretazioni della tradizione, ebraica e non, discutibili, perché alla fine, con un po’ di contorsioni logiche, si rifà ad una visione ‘mistica’ e puramente ‘fideistica’ dell’evento storico della crocifissione
7. Prima delle sovrapposizioni teologiche, il predetto evento dovrebbe essere letto nella sua fattualità storica: la tragica fine di un profeta innovatore e innocente da parte della combutta del potere religioso e politico
8. Poiché Dio, si dice, è ‘misericordia’ per definizione, non ha bisogno di nessun sacrificio, ripensato e rimodernato che sia: Dio è perdono e può manifestare la sua misericordia senza nessun sacrificio (umano-divino). Ciò che richiede è la ‘conversione’ del peccatore, non l’espiazione vicario del suo Figlio
9. È chiaro che una simile rilettura ha riverberi anche sul modo di intendere il senso dell’ ‘ultima cena’, predicata come, nientemeno, che il rinnovo del sacrificio della croce: sacrificio o ‘memoria’ della vita di un grande profeta morto per la sua dedizione alla causa dell’uomo, e di Dio?
Come si vede, la questione è complessa e voler imporre, in modo gerarchico o no, una certa interpretazione, è segno di scarsa fiducia nella razionalità umana, di nuovo umiliata e negletta
Purtroppo, come già per un mio intervento precedente, non mi è stato possibile correggere, forse per mia incompetenza informatica, alcuni refusi di questo secondo intervento, prima dell’invio. Di ciò chiedo di nuovo scusa
L’ articolista ritorna opportunamente sui suoi passi teologici anzi cristologici , ridimensionando, forse inconsapevolmente, ma opportunamente la dottrina ellenico -sostanzialista della verità cristiana che si “fa” più che si possiede.Valorizzando così concetti autenticamente cristologici come “pro/esistenza” – termine, notoriamente approfondito da D.Bonhoeffer, e praticato nella sequela di un’esistenza teologica pro/vissuta e confermata nel martirio per la fede-, nella obbedienza incondizionata al Padre, incarnata nel perdono/redentivo , offerto alla libera opzione /decisione della creatura umana ,nella rinnovata offerta della nuova alleanza Dio / uomo -storicizzata/inverata nella croce/ risurrezione del Figlio-, per la sua salvezza. Pertanto l’evento unico, singolare e fondatore Gesù Cristo , come l’ uomo per gli altri , anima e corpo e “senso” della ragionevole e credibile verità cristiana, liquidato, superficialmente, nel precedente intervento ,dal “parossismo” neosostanzialista dell’ articolista, come deriva etico – orizzontale del kerigma, emerge come approdo “agapico”, non erotico/possessivo -pur se in senso spirituale – perciò come servizio disinteressato ,nella carità e dedizione incondizionate all’ Altro negli altri/prossimo.Rivisitando e rivedendo, su questo punto , la riflessione teologica, che, anche grazie alla metodologia teologia dell’ articolista, continua o sfornare ciclicamente i mancusiani di turno, possiamo riassumere questo passaggio/rilettura : dalla teologia aristotelico/ tomistica di J. Ratzingernm a quella biblico- “alter”/nativa di A. Rizzi; in “pratica” :dalla ellenizzazione alla de-ellenizzazione di Gesù Cristo!
La salvezza operata sulla croce non è solo un “discorrere” su Cristo, come ben espresso sopra, ma è una esperienza vissuta sul piano personale in grado di effettuare un cambio radicale della coscienza individuale. Sembra che manchi questo a Mancuso.
Quando andavo al catechismo, tanti decenni fa, alla domanda: “”perché Dio ha permesso che Suo Figlio venisse ucciso?”, la risposta del buon parroco era, parola più parola meno, questa: essendo Dio il Santo per eccellenza, l’Onnipotente, l’Onnisciente il Giusto, etc.etc., l’offesa che Gli era stata arrecata poteva essere riparata solo con il sacrificio di Chi era come lui””. Il sacrificio di un semplice uomo non sarebbe servito a cancellare l offesa. Mancuso riprende, più o meno, questa tesi, tesi che, fino agli anni ’60, era considerata ortodossa.
è la vecchia Penal Substitutionary Atonement (Espiazione Penale Sostitutiva), teoria che in varie forme per molte epoche è stata quella maggioritaria in gran parte dell’Occidente Cristiano e diffusa anche in Oriente.
Essa è sicuramente molto antica, per esempio la si ritrova anche in ‘A Diogneto’, dove è sicuramente più equilibrata di certe deformazioni successive e mostra il Padre in una maniera più evangelica, quasi come pedagogo.
Alla fine è una teoria ed ha il suo ruolo, l’importante è non vederla in modo assoluto ma assieme ad altri modi di interpretare la Croce
Apprezzo molto Vito Mancuso per la sua Ricerca spirituale di ampio respiro che spazia in tutte le Tradizioni religiose e scuole filosofiche.
Questo metodo di Ricerca è anche il mio personale e mi ha portato ad una forma di Sincretismo vicino a quello di Raimon Panikkar, Henry Le Saux, Bede Griffiths di fatto condannato come Eresia dalle gerarchie ecclesiastiche.
Per quanto riguarda il Sacrificio di Gesù sulla Croce non condivido la posizione di Mancuso, ma penso che Gesù era consapevole di una Legge Spirituale conosciuta in Oriente e dai Maestri indiani.
Secondo questa Legge un Sat Guru (Maestro Realizzato) può prendere su di sé con relativa sofferenza il Karma negativo (peccati) dei suoi discepoli esentandoli dalle conseguenze negative dei loro errori.
Gesù, consapevole di questa opportunità, per il Suo sconfinato Amore verso tutti ha fatto la stessa cosa per una gran parte della umanità e questa Sua Missione salvifica continua nel tempo per mezzo
del Sacrificio Eucaristico.