Preti senza ministero

prete

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale

Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa

Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente. La domanda non dovrebbe essere: «Dove possiamo collocarlo?» Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero

Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità

Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio

Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale

E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

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