
Era appena avviata ma già si annunciava come un “fatto di Vangelo”: la riconciliazione fra la comunità di Bose con il suo fondatore, Enzo Bianchi (3 marzo 1943-1 settembre 2026).
Il giorno della morte sul sito del monastero è stato pubblicato il breve carteggio fra Bianchi e l’attuale priore, fr. Sabino Chialà. Enzo scrive qualche giorno prima di morire: «Vorrei proprio che in questi ultimi giorni si ritrovassero cammini di riconciliazione con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci… Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi ».
Immediata la risposta di fr. Sabino: «Sono contento di sentirti, soprattutto in questo giorno in cui facciamo memoria della nostra alleanza con il Signore e tra di noi […]. Il tuo desiderio di incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiaci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta. Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo… per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare e fratelli e le sorelle… Fammi sapere quando ti è possibile».
È facile immaginare che ci sia stato un tentativo di vista in ospedale non andato a buon fine per il rapido aggravamento. È indicativo che nella stessa comunicazione i monaci di Bose ricordino «anche i fratelli e le sorelle che gli sono stati vicini negli ultimi anni alla Madia (la sede della nuova fraternità voluta da Bianchi − ndr) e i fratelli di Cellole (la presenza monastica affidata ad alcuni fratelli vicini al fondatore)».
Veniamoci incontro
Alcuni monaci di Bose sono andati alla preghiera per i defunti alla casa della Madia e una quindicina hanno presenziato, senza prendere parola, al funerale a Castel Boglione il 3 settembre.
Il cronista del Fatto quotidiano, Alex Corlazzoli, si sorprende perché Bianchi «per anni ha detto che non avrebbe gradito la loro presenza al suo funerale». Se è successo significa che il curatore testamentario e la comunità della casa della Madia hanno ritenuto che il desiderio di avvicinamento andasse onorato. Lo conferma un passaggio del congedo pronunciato da Goffredo Boselli alla fine del funerale.
Senza rinunciare a toni non privi di asprezza e denuncia, ricorda lo scritto al priore di Bose per chiedere riconciliazione e incontro. «Ma la morte non lo ha permesso nei tempi e nei modi che tu avresti desiderato. Sta ora a noi, tuoi figli e figlie spirituali − e lo dico ai monaci e alle monache di Bose qui presenti −, portare a termine questo tuo desiderio. È l’Evangelo che ce lo chiede e nient’altro che l’Evangelo».
A ulteriore conferma la nota di Bose del 4 settembre: «Come fratelli e sorelle di Bose continuiamo a rendere grazie al Signore per quello che Enzo è stato per ciascuno di noi, per la comunità, per la Chiesa e per gli uomini e le donne del nostro tempo; è per noi benedizione poter fare memoria di quanto la sua duplice passione – il Vangelo e l’umanità – abbia segnato le nostre vite, sia quelle personali che quella del corpo comunitario. Sono queste le tracce spirituali di cui continuiamo a fare tesoro nel nostro cammino monastico e cristiano che si intreccia con i vostri (degli amici ndr), un cammino che proprio da Enzo abbiamo imparato a non incentrare su una persona, ma a orientare ogni giorno di nuovo alla sequela del Signore Gesù».
All’apertura del convegno su Pacomio, padre del monachesimo anacoretico, che si terrà a Bose (8-11 settembre; cf. qui su SettimanaNews) si farà memoria di Bianchi che dei convegni ecumenici di spiritualità ortodossa celebrati in questi trent’anni è stato il promotore.
Il rinnovato cammino di Bose
Dopo la bufera interna, ecclesiale e mediatica che ha travolto la comunità fra il 2019 e il 2021, le cui tossine agiscono ancora in diversi protagonisti e commentatori, la comunità monastica (per l’informazione rimando al nostro sito alle voci Bose o Bianchi) ha ripreso il cammino eleggendo il nuovo priore, Sabino Chialà, il 30 gennaio 2022, accogliendo la visita dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, il 1 maggio 2022, portando a termine la funzione e il compito del delegato pontificio, p. Amedeo Cencini, il 27 gennaio 2023 e valorizzando l’accompagnamento spirituale di un monaco amico come Michel Van Parys, accogliendo due nuovi fratelli il 5-6 agosto 2023.
Qualche giorno prima, il 29 luglio 2023, il vescovo di Biella, Roberto Farinella, d’intesa col il Dicastero della vita consacrata, ha riconosciuto Bose come monastero sui iuris di diritto diocesano. La qualifica è ad experimentum per cinque anni, lasciando alle spalle l’ormai inadeguata associazione privata di fedeli. La comunità ne ha dato notizia con molta discrezione, ma il passaggio è rilevante.
Come monastero sui iuris a Bose è riconosciuto ciò che costituisce la sua identità, frutto di una storia di oltre cinquant’anni: l’appartenenza monastica, il carattere ecumenico, il doppio monastero (maschi e femmine), la liturgia propria, oltre alle numerose attività (editoriale, ospitalità, cultura, produzione artistica e agricola ecc.).
Il fruttuoso lavoro interno
Sono anni di intensa, dolorosa e coerente ricerca su molti aspetti della vita comune. C’è stato un processo di integrazione del passato con le sue ferite grazie all’aiuto di diversi psicologi e soprattutto l’impegno a rivedere e ridisegnare la vita liturgica e la revisione dello statuto.
Presumibilmente sofferto e insistito è stato il lavoro sul tema dell’obbedienza, delle strutture interne di governo e delle Consuetudini fissate dopo il capitolo del 2004. Vi era da chiarire il rapporto fra priore, il vice, la responsabile delle sorelle, i formatori e gli organi collegiali (consiglio, capitolo, discretorio, commissione economica) in conformità alla Regola e da innestare tutto questo nel diritto canonico che disciplina la vita monastica.
Vi sono alcuni guadagni non rinunciabili nella vicenda di Bose – a ciò hanno partecipato tutti, dal fondatore all’ultimo arrivato – che si possono sintetizzare con: Vangelo, monachesimo, liturgia, ecumenismo, rapporto con il mondo. L’attenzione alla Scrittura e la pratica delle lectio trovano nuova centralità. Il monachesimo di Bose fa forza non tanto sui voti (che vengono tuttavia praticati), quanto sul binomio «vita comune – celibato per il Regno di Dio». Il rimando più insistito non è solo alla tradizione occidentale benedettina, ma anche alle radici orientali, in particolare Basilio e Pacomio. Nella vita comunitaria un ruolo particolare lo ha il lavoro, che può essere sia materiale (orto, agricoltura, materiali) sia intellettuale (edizioni, conferenze, insegnamento).
La revisione in atto sulla liturgia comunitaria parte da una lunga pratica fissata nella Preghiera dei giorni che prevede tre momenti comuni essenziali (mattino, mezzogiorno e sera) con la lettura quasi completa dell’Antico e del Nuovo Testamento e un ampio uso dei testi dei Padri della Chiesa.
Un sistema liturgico che vive nella tradizione occidentale, ma con una sensibilità per i padri orientali come per scritti anche più recenti (non tutti cristiani) particolarmente ispiranti. Decisivo nell’identità di Bose è l’ecumenismo. «La comunità non è confessionale, ma è fatta di membri che appartengono alle diverse confessioni cristiane. Ogni membro deve trovare nella comunità lo spazio per la sua confessione di fede e l’accettazione della sua spiritualità» (Regola del 1970 n. 44).
Chialà in una intervista su La Lettura del Corriere della sera (26 giugno 2022) così si esprime: «La nostra comunità rimane formata da cristiani di diverse Chiese. È una scelta irrinunciabile. Non una scelta strategica, ma un’esigenza di vita. Il mio ecumenismo comincia la mattina quando mi alzo e davanti a me c’è la cella di un pastore protestante. È la prima persona che vedo la mattina».
L’onore dovuto
Difficile dare nota delle moltissime voci che hanno espresso gratitudine, vicinanza e ammirazione per quanto ricevuto da Bianchi. Per quanto riguarda la Chiesa italiana, la più interessata, cito solo il saluto del card. Matteo Zuppi: «Enzo ha segnato una pagina importante del cattolicesimo italiano contemporaneo: la sua predicazione e i suoi numerosi scritti hanno aiutato molti a riscoprire il primato della parola di Dio, il valore del silenzio, della preghiera, della vita fraterna e dell’ospitalità», senza ignorare il suo impulso all’ecumenismo, la sua funzione educativa per intere generazioni giovanili e l’annuncio credibile per gli incerti e i lontani.
Unanime e ammirato il saluto da parte della intelligenza laica: da Ferruccio de Bortoli a Massimo Cacciari, da Silvia Ronchey a Ettore Boffano ecc. Ricordo un passaggio di Massimo Recalcati che colloca il cristianesimo di Bianchi sulla scia di quello di Bonhoeffer: «Gesù non è venuto a chiederci di aderire a una nuova religione, ma di aderire alla vita. Il cristianesimo di Enzo Bianchi è stato un cristianesimo immanentista che però non escludeva affatto la dimensione insondabile del mistero. Ma questo mistero coinvolgeva ai suoi occhi più la figura di Gesù che quella di Dio […] Se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo. È questo il punto nel quale la teologia di Bianchi trapassa in una antropologia radicale».
La parentesi drammatica
Del suo allontanamento da Bose e del giudizio severo dell’autorità ecclesiale nelle molte memorie apparse in questi giorni si dà nota. Sul versante ecclesiale in termini molto delicati e sfumati (a parte alcune eccezioni), mentre su quello laico si denuncia la sostanziale cecità dell’intervento della Santa Sede e l’ambivalenza di papa Francesco che ha condiviso tutte le conclusioni e i documenti di censura, scrivendo personalmente a Enzo di accettare la croce che questo significava, ma contestualmente lo riceveva (16 dicembre 2023) e firmava la presentazione del suo volume Fraternità, edito da Einaudi nel 2024.
Un giudizio pesante si allunga sulla Segreteria di Stato, sui visitatori sia nel 2014 sia nel 2019 e sul delegato pontificio. Sulla dolorosa vicenda ho scritto molte volte su questo sito. Mi limito a due citazioni: un passaggio del decreto singolare pontificio del 13 maggio 2020 firmato dal card. Pietro Parolin e una riflessione complessiva del monaco e teologo p. Ghislain Lafont (marzo 2022). Nel decreto si dice: «Fr. Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, dopo le dimissioni spontanee dalla carica di priore ha mostrato di non aver rinunciato effettivamente al governo, interferendo in diversi modi, continuamente e gravemente sulla conduzione della medesima comunità e determinando una grave divisione nella vita fraterna. Si è posto al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da esse richieste, esercitando la propria autorità morale in modo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità provocando lo scandalo […]. La situazione che si è creata, oltre ad aver causato sofferenze in molti membri della comunità, rischia di destrutturare profondamente e seriamente la medesima comunità che è significativa per tante persone nella Chiesa cattolica anche a livello ecumenico e nella società civile».
I moti interiori
L’8 marzo 2021 Lafont ci scriveva: «Posso dire due cose. La prima è questa. Se un superiore dà le dimissioni dopo aver occupato a lungo quel posto è assolutamente necessario che abbandoni la comunità per un tempo relativamente lungo per lasciare campo libero al suo successore. Se resta sul posto, il successore non sarà libero nei suoi movimenti e potrebbero nascere conflitti (ho conosciuto un caso dello stesso genere).
Alla fine del secolo scorso abbiamo avuto un abate di tutto rilievo, che Enzo conosce bene, dom Denis Huerre, che ha gestito la comunità nel passaggio delicato del Concilio e dell’immediato post-concilio. Subito dopo la sua dimissione, senza attendere l’elezione del successore, è partito per un altro monastero. Due anni dopo è stato eletto presidente della Congregazione (benedettina) di Subiaco. È rimasto otto anni a Roma, senza mai tornare qui, mantenendo, a distanza, contatti col successore che talora incontrava, per esempio in occasione delle riunioni dei superiori. Alcuni fratelli andavano a visitarlo a Roma per mantenere un contatto fraterno. Alla fine del suo mandato, è ritornato qui in comunità, riprendendo il suo posto da semplice monaco. È morto circondato dalla venerazione di tutti.
Penso che Enzo avrebbe dovuto fare una cosa simile, per esempio, avviare una fondazione in America Latina! La seconda cosa è che tutti noi conosciamo dei moti interiori che non vengono dallo Spirito. Essi sono trattenuti dai normali strumenti della vita monastica. Ma possono venire “liberati” se non si fa attenzione. Sono stato spesso a Bose e ho fatto corsi ai giovani negli anni Ottanta e Novanta. Non c’è dubbio che fr. Bianchi abbia un “ego” estremamente forte, ma sufficientemente controllato per conservare l’unità della comunità. Ho l’impressione che, non essendo più contenuto dalla funzione (di superiore), Enzo abbia lasciato debordare il suo “ego” arrivando a frustrazioni che ora constatiamo. E quando il male si è avviato come arrestarlo?
Bisognava agire prima, ma non lo si sapeva… Penso che una nuova comunità è veramente fondata dalla seconda generazione, dopo la scomparsa o il ritiro del fondatore. Si riconosce allora meglio il destino legato al progetto di Dio, rispetto a quanto appariva nel periodo di fondazione».
Si parte con la seconda generazione
Il mancato intervento dell’autorità ecclesiale avrebbe permesso l’ampliarsi di una forza distruttiva e destrutturante che aveva intaccato il corpo comunitario. Come testimonia la convergenza delle deposizioni che i visitatori della visita del 2019-20 hanno raccolto da tutti/e i singoli fratelli/sorelle in un colloquio personale e firmato − e come emerge dalle conclusioni della prima visita “ispettiva” del 2014, a cui fecero seguito le dimissioni del priore nel 2017.
In ogni caso, nessun giudizio può distruggere il bene che singoli e la comunità hanno coltivato in questi decenni. Nessuna sbavatura e fragilità può diventare una sentenza definitiva sui singoli a partire da aspetti parziali e temporalmente limitati. Tanto meno nei confronti di Enzo Bianchi.
Oggi la comunità monastica di Bose mostra di continuare la sua testimonianza e il suo cammino cristiano. La continuità dell’esperienza monastica e l’avvio di una riconciliazione con le comunità di Cellole e di Madia che il tempo, la generosità e lo Spirito renderanno possibile è ciò che ci è richiesto di apprezzare e sostenere.






Vicenda molto travagliata, il vangelo di domenica entra come una spada a doppio taglio nell’animo di ciascuno: forse, o senza forse, è la pagina di vangelo decisiva a sanare il cuore di ciascuno dalla latende e recidiva subumanità che l’attanaglia: le ultime parole di Enzo e la pronta risposta di Sabino sono il sigillo gioioso e glorioso dell’opera dello Spirito…questo e solo questo è l’eredità lasciata. Nuovo punto di partenza, presente che naufraga nell’Eterno, riscatta ogni vicenda passata, per cui il nostro cuore è chiamato a valorizzare questa eredità, mantenere solo il bene, buttare alle ortiche tutto il resto e non permettere che la verità fuori da questa scia diventi menzogna…
Grazie davvero per l’articolo, molto ragionato e attento alla complessità della vicenda, molto rispettoso sia della straordinaria storia umana e di fede di Enzo Bianchi sia della Fraternità – delle sorelle e fratelli che la compongono con le attese, le speranze, le scelte e i carismi comuni e di ciascuno – da lui fondata e accompagnata per tanto tempo. Vorrei riprendere tuttavia alcuni passaggi importanti del ricordo di Recalcati: “Il cristianesimo di Enzo Bianchi è stato un cristianesimo immanentista che però non escludeva affatto la dimensione insondabile del mistero. Ma questo mistero coinvolgeva ai suoi occhi più la figura di Gesù che quella di Dio […] Se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo”.
Mi domando se il tentativo di tenere insieme il cristianesimo incarnato – che si fa carico dell’umana e concreta dimensione della solitudine dal mondo e della povertà come scelta di vita, della fatica del lavoro, del servizio nell’accoglienza, dell’obbedienza alla volontà Signore nella comunione non sempre facile e mai banale con i fratelli, della condivisione del piacere dell’amicizia e della mensa, del celibato come libertà dagli impegni verso il coniuge e i figli, persino dell’impegno civile in una società divisa e frammentata che reclama testimonianza coerente – con la dimensione del Mistero che rimanda al silenzio e alla solitudine nella contemplazione, alla preghiera, alla masticazione delle Scritture, all’ospitalità di chiunque, colto informato sensibile credente o anche no ignorante, squinternato, depresso, spaesato, bussi alla porta, nell’appartenenza alla Chiesa del Popolo di Dio in cammino dentro la storia e con il mondo senza essere del mondo… mi domando come mai questo tentativo non abbia affrontato seriamente il tema del Potere.
Perché si può essere personalmente poveri e distaccati da cariche e averi, cercare per decenni un percorso di autonomia dal Vescovo e dalla Congregazione, si può, come è successo, anticipare come Fraternità e mettere in pratica quanto Paolo VI ha invocato al Regina Coeli nel 1970, quella Civiltà dell’Amore che papa Leone richiama ora con forza e determinazione nel capitolo quinto della sua enciclica.
Ma poi la questione resta lì: chi orienta, chi sceglie, chi alla fine decide? Chi vede più lontano, chi interpreta la volontà più profonda di una comunità, chi ascolta la voce dello Spirito e indica la via? Quale è la “cultura” del potere nella chiesa, non solo a Bose ma anche a Bose?
Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Enzo e la fraternità sin dalle origini: ho il dubbio che la sua enorme personalità e il suo carisma non abbiano aiutato a fare in anticipo scelte necessarie da tempo e che dopo lo strappo così penoso per Enzo e per tutta la comunità sono state fatte. Quelle scelte di Trasparenza in ogni decisione, Rendicontazione di quanto si è fatto o non fatto per la comunità, per gli ospiti più o meno importanti, per la società, Valutazione rigorosa di meriti e demeriti di ciascuno, dal primo all’ultimo.
Papa Leone lo chiede perentoriamente per la Chiesa, al punto 86 della Magnifica Humanitas: se posso, chiedo di rifletterci. A me sarebbe molto utile e per questo ringrazio di cuore per il lavoro che fate.
Innanzitutto ho un grande senso di gratitudine verso l esperienza di Bose che è stata per me per il mio cammino di fese determinate circa 20 anni fa. L esperienza di Bose, dei monaci, delle settimane bibliche… Certo Enzo ne è stato il fondatore, senza la sua intuizione non ci sarebbe Bose, ma è stato “l’esperienza della comunità della loro fraternità che ha rappresentato una testimonianza e un aiuto personale per molti ” Alla fine diciamolo, chi incontrava Enzo Bianchi in questi ultimi 20 anni? I Big, i professori, gli illustri ospiti , ma le persone normali, i gruppi scout mica mangiavano nella cella riservata del priore? Se non ci fosse stata la “comunità” non avrebbero incontrato una esperienza una storia significativa . Per questo tutta la vicenda è stata triste e lacerante perché dentro un personalismi egoico e una divisione a difesa del “capo” si è sacrificato il messaggio la testimonianza che quello stesso capo(bianchi) aveva costituito.
La comunità andava preservata e di questo ringrazio Luciano Manicardi e poi Sabino Chiala che insieme ai fratelli e sorelle di Bose non hanno mai, MAI, Usato toni , parole, comunicati… hanno SOFFERTO IN SILENZIO mentre i maestri di pensiero laici e cattolici a più mani e con più voci hanno preso parte ad una disputa pubblica lacerante e di contro-testimonianza.
Da ultimo il drammatico e rancoroso atteggiamento messo in atto nei giorni delle esequie.
Ma.davvero si pensa di fare un servizio alla memoria di Enzo consegnado i suoi ultimi giorni, i giorni che lui stesso ha auspicato della riconciliazione, al rancore alla.rivalsa?
Non resta che sperare e pregare perché in questa domenica in cui il vangelo ci ricorda il metodo della “correzione fraterna” rispuntino persone sagge capace di intraprendere percorsi di riconciliazione di cui abbiamo tanto bisogno!!!
Riconoscenza e perdono questo sarebbe il modo per Onorare L opera di Enzo Bianchi .. e.lasciamo perdere la “presunta santa parresia” se serve solo a rivangare vicende di cui oggettivamente è meglio non sapere anziché rivendicare trasparenza … Gli interessati sanno tutti bene le.motivazioni delle scelte della santa sede che dal motu proprio di Francesco ( anche a seguito della “incontro con Bianchi) non ha MAI RITIRATO QUELLE DECISIONI.
STENDINO UN PIETOSO VELO e si riprenda la faticosa ma unica via quella della COMUNIONE.
Visto da fuori in ogni caso è un po’ difficile dare ragione all’uno o all’altro dei contendenti, tenuto conto che i comunicati ufficiali parlavano di “gestione del potere” in modo abbastanza generico.
Forse poteva essere più corretto aspettare qualche giorno, per rispetto, prima di riaprire vecchie polemiche, ma è successo anche con Ruini, un giorno per il mondo mediatico dura un anno..
L’impressione dall’esterno è stata quella di sentire da parte del compianto fratel Enzo parole di “lesta maestà” nella misura in cui gli veniva chiesto un semplice allontanamento per evitare tensioni tra la vecchia governance e nuova governance che generava equivoci, fraintendimenti nella comunità. Ora Bose è senza il suo fondatore, sta a lei interpretare al meglio il cammino da compiere nella speranza di una sana e piena riconciliazione tra le diverse parti. Che il Signore li assista e che questo esperimento ecumenico possa durare ancora molto a lungo!
Quindi ancora nessuno dice di preciso cosa sia successo a Bose … Unico elemento: un ego strabordante.
Mha!
Simpatico mi sembra il fatto che quest’articolo sia uscito con la data della domenica in cui la liturgia della parola della messa romana è dedicata alla correzione fraterna e al valore dell’essere uniti nel nome di Gesù. Il dare importanza alla sacra scrittura prevede il prendere sul serio i contenuti del Vangelo del giorno? Si può ancora immaginare che un cristiano provi a convertire il proprio comportamento prendendo a spunto la liturgia della parola della messa domenicale?
L’articolo di Prezzi rende conto opportunamente della complessità di una vicenda durata anni. La misericordia è doverosa e nell’articolo non manca. Significativo che coloro che per lo più difendono a spada tratta Bianchi siano laici cattolici e non. E’ vero che avrebbe potuto esserci più trasparenza ma non vengono messe su visite apostoliche a caso. Soltanto chi vive dentro una comunità religiosa o ne ha fatto l’esperienza riesce a comprendere quanto un malo esercizio dell’autorità sia distruttivo per i confratelli in simili ambienti chiusi. Lodevole l’intento finale di pacificarsi. Meglio tardi che mai, si sarebbero però potute seguire docilmente le indicazioni per risolvere la crisi molto prima, alle prime visite canoniche, e non scatenare tutto quello che è stato scatenato, anche pubblicamente, con lettere, controlettere, bizze ecc…
Sul fatto che carismaticamente lui abbia fondato Bose, vorrei invece porre l’attenzione al fatto che BOSE non sarebbe stata e non sarebbe quello che è senza l’apporto imprenscindibile dei singoli monaci che vi hanno vissuto e la compongono. La fortuna di Bose non è stata dovuta al carisma di Enzo bianchi per il 50% e per il 50% ai monaci che la componevano, ma forse, se si può azzardare al 5% di Enzo Bianchi ed il resto per le monache e le monache che la componevano. Perchè quando andavi a Bose a restarti nel cuore ed a invitarti a tornare non era certo la parola di Bianchi, o almeno non unicamente, ma soprattutto la testimonianza di ogni monaco e monaca, le pubblicazioni più belle che hanno reso famosa Quiqajon non le ha scritte Bianchi, ma sono quelle sul monachesimo antico….scritte da suoi monaci e monache, gli occhi che brillavano della presenza divina non erano quelli di Bianchi, ma quelli della monaca alla portineria, e potrei continuare (Bianchi ha scritto cose belle, anche se non mi entusiasmava l’approccio molto intellettuale, tra l’altro ricordo anche una sua conferenza molto discutibile in cui affermava che a Gesù non sarebbero potuti bastare 3 anni per svolgere il suo ministero, quindi metteva in dubbio la storicità di questo dato evagelico in modo piuttosto infondato, visto che oltretutto Gesù faceva miracoli). Bose è stata costruita da ogni monaco, monaca e anche ospite che l’ha vissuta. Chi l’ha oggettivamente costruita, i muri intendo, chi ha fatto l’orto?? Chi ha preparato il pranzo? Quale manovalanza ha organizzato i convegni ecumenici? Ad avere idee evangeliche e fare il bel discorso davanti a tutti siamo buoni tutti eh?? MA poi chi fa il lavoro sporco? Perciò il merito di una fondazione va suddiviso equamente. C’è un problema di eccessiva considerazione dei fondatori e questo vale anche per gli ordini religiosi di lungo corso. C’è anche un problema di non riconoscere quanto l’abuso di potere sia una cosa grave. Sarebbe triste accusare senza motivo, ma se Prezzi si sbilancia un pò a fare citazioni del visitatore è perchè evidentemente ha gli elementi per farlo ed è altrettanto triste insabbiare condotte che hanno fatto soffrire molti.
Perchè è più facile dire che chi ha il potere è innocente, perchè il monaco o la monaca non conta nulla, proprio come la ragazza che viene violentata o chiunque subisce una ingiustizia e non vengono creduti. Per chi ha il potere ed è appoggiato da persone potenti è sempre più facile rigirare la frittata, dire che non ha fatto nulla di male e atteggiarsi da vittima. L’articolo di Prezzi non è affatto una accusa sconsiderata mancante di misericordia, è anzi un pezzo misurato e consono. Piuttosto ridicolo stigmatizzare che Bianchi non può più rispondere, questo è un pezzo di giornalismo, come ne vengono fatti per ogni personalità che ci lascia, cercando di trarne un bilancio. Pensate davvero che dopo tutto il caos che è successo si possa ricordare una simile figura con un “fervorino”? Con l’augurio che il nostro Enzo, al quale va la mia stima e affetto per il molto bene che certamente ha fatto, abbia ora le idee più chiare su cosa significhi amare come Gesù ci ha insegnato, secondo l’Evangelo, come amava ripetere, come sarà per ciascuno di noi, perchè tutti pecchiamo e quando finlmente incontreremo il Signore vedremo le cose chiaramente.
Grazie perché finalmente si può leggere un articolo serio, documentato, non di parte, non polemico. Qui finalmente vengono messi i puntini sulle i… e così si capisce bene quante mezze verità e interpretazioni falsificanti ci sono nel discorso di Boselli ai funerali (una caduta di stile, che ha reso quei funerali una mondana celebrazione di un personaggio, non un commiato cristiano). Ma alla fine le tante vane parole dette e scritte (su commissione di una sola parte) svaniranno col tempo, e la verità resta.
Ma la Chiesa ufficiale, il Segretario di Stato Parolin e poi il papa Francesco, non hanno nessuna responsabilita’ in tutta questa vicenda? Eppure sono loro che hanno firmato i decreti contro Enzo Bianchi! Per la solita ipocrisia cattolica sì evita di criticare chi ha avuto o ha il potere?
L’articolo di Lorenzo Prezzi non convince fino in fondo. Ripropone l’andazzo della sua posizione quando a suo tempo commentava la dammatica sissione che ha colpito la Comunità di Bose e i turbamenti che hanno colto di sorpresa gli amici della Cominità e tutte quelle generazioni (almeno due!) di uomini e donne (credenti e non credenti) che negli anni sono transitati di là, beneficiando del “forte calore spirituale” che da quella esperienza ecclesiale fluiva.
Si tronava a casa con una una fede cristiana più autentuca e con un rinnovato amore verso il mondo e per gli uomini che lo abitano. C’è bisogno di più verità e parresia, uscendo da una visione dualistica e scorreta che ancora una volta calca la mano la mano sull’ego ipertrofico di fr.Enzo Bianchi. C’è bisogno di riconciliazione … e fr.Enzo ancora prima di scrivere il messaggio a Sabino Chialà lo aveva annunciato più volte alla Madia. Il dolore causato a tanti … a troppi ha bisogno di un approccio meno riduzionista e più misericordioso, che esca sì questa volta da quelli approcci clericlali sottaciuti, ma presenti anche in questa dolorosa vicenda ecclesliale.
Certamente un uomo che ha lasciato traccia.
Solo una piccola curiosità mi stuzzica.
Con il riconoscimento di monastero sui iuris Bose viene assoggettato al diritto canonico.
Essendo un’entità ecumenica potrebbe darsi che un tribunale ecclesiastico si trovi a giudicare un non cattolico.
I canonisti cosa pensano a questo proposito?
Non ho trovato nulla di pubblicato su questo tema.
Breve annotazione di una persona ordinaria e comune. Amo ogni pietra, ogni mattone, ogni albero di Bose, anche se dal 2020 non l’ho più frequentata per motivi familiari e anche per una forma di pudore e custodia dopo le divisioni.
Spero e credo che Bose, Cellole e Madia possano ancora donare profumi di Evangelo, ognuna a suo modo, a chi vorrà attraversare i loro cortili, i loro orti, a chi vorrà incontrare i loro volti.
Ma detto questo, c’è un’impressione personale spontanea e non ragionata che mi vibra nel cuore:
“Ci sono persone che, anche con il loro ego, inventano strade, disegnano paesaggi, fanno vivere i luoghi…
ci sono persone, abili commentatori, teologi raffinati, vescovi o religiosi di levatura,
che conoscono solo le pratiche catastali”
Ho letto questo articolo con profondo disagio. Non perché ritenga che la morte debba cancellare la storia, le ferite o le responsabilità di ciascuno. La verità non ha bisogno di omissioni. Ma proprio per questo avrebbe bisogno anche di misura, completezza e rispetto.
Mi colpisce che, a pochi giorni dalla morte di Enzo Bianchi, si sia sentita la necessità di riproporre giudizi tanto pesanti sulla sua persona: il suo «ego estremamente forte», il suo presunto «debordare», fino al riferimento a una «forza distruttiva e destrutturante». Sono parole che vanno ben oltre la ricostruzione dei fatti e finiscono per assumere il carattere di un giudizio sulla persona. E oggi quella persona non può più rispondere.
Colpisce ancora di più perché lo stesso articolo riconosce che «nessuna sbavatura e fragilità può diventare una sentenza definitiva sui singoli» e aggiunge: «Tanto meno nei confronti di Enzo Bianchi». È difficile non avvertire una contraddizione tra questa affermazione e le pagine che la precedono.
Non chiedo che venga cancellata la dolorosa vicenda di Bose. Chiedo però che non venga raccontata come se tutte le zone d’ombra fossero ormai illuminate e come se una sola interpretazione potesse essere considerata definitiva. Citare decreti, testimonianze raccolte durante una visita o giudizi espressi da terzi non equivale ancora a possedere tutta la verità di una storia umana e comunitaria tanto complessa.
E soprattutto c’è un fatto che questo stesso articolo racconta e che, per me, avrebbe meritato di stare al centro: negli ultimi giorni della sua vita Enzo ha chiesto di incontrare i fratelli e le sorelle di Bose. Ha chiesto una via per poter «morire in pace e riconciliazione» con loro.
Non sappiamo quali parole si sarebbero detti. La morte ha impedito quell’incontro. Proprio per questo penso che dovremmo avere pudore davanti a quella soglia.
Forse il modo migliore per onorare oggi quel desiderio incompiuto non è stabilire ancora una volta chi abbia vinto e chi abbia perduto nella vicenda di Bose, né riproporre diagnosi sul carattere di Enzo Bianchi. È lasciare che il bene fatto, gli errori, le ferite provocate e quelle subite siano consegnati alla verità intera, che nessuno di noi possiede da solo.
Enzo ha chiesto riconciliazione prima di morire. Credo che quella richiesta meriti qualcosa di più della riproposizione delle accuse del passato. Meriti silenzio, rispetto e, per chi crede, quella misericordia senza la quale perfino la verità rischia di trasformarsi in una pietra.
lo dica a Boselli… anche se ovviamente anche se glielo dice e’ perfettamente inutile. Lo dica a chi ha scritto articoli su repubblica e il fatto quotidiano … Non mipare che nella comunità di Bose si siano fatti comunicati che possona essre considerati equivalenti e questo gia’ dovrebbe fare capire a chi vuole capire
Tutti gli articoli di Settimananews su Bianchi non hanno mai invitato al dialogo ed alla riconciliazione, pregando in tal senso lo Spirito Santo. Enzo Bianchi e’ stato spesso colpito da vari articoli con cattiveria e gratuite insinuazioni. Di fronte alla morte di un profeta del post-Concilio, che ha sempre cercato la riconciliazione, sarebbe sincero riconoscerlo. Roberto Savino
Chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato… Funziona così? Se prendiamo atto molto positivamente della volontà di riconciliazione (parentesi: richiesta dalla “vittima”), dobbiamo ricordare che trasparenza su quel caso non ce n’è stata. Nei “toni aspri” di fratel Boselli al funerale c’era anche il fatto che Bianchi non ha conosciuto le colpe di cui era accusato e che papa Francesco gli chiese perdono perché gli avevano fatto “una carognata” (sic).
Ascoltando bene i passaggi sull’allontanamento da Bose di Goffredo Boselli si nota che sono pesantissimi, di una durezza estrema. La riconciliazione la vedo ancora MOLTO lontana. Forse, fra qualche tempo, non potrebbe essere opportuno dire qualcosa di più sulle denunce fatte nel decreto pontificio così almeno da uscire da questa situazione oggettivamente molto brutta e per nulla edificante per tantissimi fedeli e per la Chiesa italiana?
Ho letto con attenzione l’articolo di Lorenzo Prezzi su Enzo Bianchi e, proprio perché conosco la delicatezza della vicenda di Bose, sento il bisogno di esprimere una perplessità.
Non mi convince una ricostruzione nella quale, ancora una volta, il peso delle responsabilità sembra ricadere prevalentemente — se non quasi esclusivamente — su Enzo Bianchi.
Non nego le sue fragilità. Non nego che il rapporto con una creatura da lui fondata e con una comunità cresciuta attorno alla sua figura potesse essere diventato complesso. Non nego neppure che un fondatore debba, prima o poi, accettare la spogliazione del proprio ruolo e lasciare realmente spazio a chi viene dopo.
Ma una cosa è riconoscere tutto questo; altra cosa è costruire una memoria nella quale il fondatore appare soprattutto come colui che ha «interferito», che ha avuto un «ego estremamente forte», che si è posto «al di sopra della regola», mentre le dinamiche e le responsabilità dell’altra parte vengono lasciate molto più sullo sfondo.
La storia, soprattutto quando è ancora così vicina, dovrebbe essere raccontata con maggiore pudore e con maggiore equilibrio.
Mi colpisce, inoltre, una contraddizione.
L’articolo insiste giustamente sul fatto che oggi si apre una possibilità di riconciliazione. Ma una vera riconciliazione non può nascere da una memoria costruita prevalentemente secondo lo schema: Enzo ha sbagliato, la comunità ha dovuto difendersi, l’autorità ecclesiale è intervenuta e ora finalmente Bose può riprendere il suo cammino.
La realtà umana è quasi sempre più complessa.
E forse anche la vicenda di Bose lo è.
Enzo Bianchi non è stato soltanto il fondatore che non seppe ritirarsi. È stato anche l’uomo che ha generato un’esperienza monastica originale, ha restituito centralità alla Parola di Dio, ha aperto le porte dell’ecumenismo, ha formato generazioni di credenti, ha dialogato con la cultura contemporanea e ha fatto della ricerca di Dio una questione profondamente umana.
Tutto questo non può essere messo tra parentesi quando si raccontano le sue fragilità.
Ma c’è un altro elemento che considero ancora più importante.
Nel testo pronunciato da Boselli al funerale, la vicenda degli ultimi anni viene raccontata con parole durissime: si parla di «tradimento», «infedeltà», «opportunismo», «aguzzino» e perfino di una Chiesa capace di diventare «matrigna».
Non entro nel merito della fondatezza storica di queste affermazioni. Non ne ho gli elementi e, soprattutto, non credo che sia questo il momento per emettere sentenze.
Sono parole che certamente esprimono una ferita profonda. Ma non credo che debbano diventare l’ultima parola.
E qui, paradossalmente, trovo più evangelico il desiderio espresso da Enzo poco prima di morire:
«Vorrei proprio che in questi ultimi giorni si ritrovassero cammini di riconciliazione con voi».
Ecco la parola che dovrebbe guidare oggi la memoria di Bose: riconciliazione.
Non assoluzione di qualcuno.
Non condanna di qualcun altro.
Non rimozione delle responsabilità.
Ma una memoria finalmente capace di tenere insieme il bene e il male, la grandezza e le fragilità, la gratitudine e il dolore.
Perché Enzo Bianchi non ha bisogno di essere trasformato in un santo per essere riconosciuto come una figura decisiva del cristianesimo contemporaneo.
E Bose non ha bisogno di essere difesa demonizzando il suo fondatore per poter continuare il proprio cammino.
Forse è proprio questo il passaggio che ancora manca: uscire dalla logica delle colpe contrapposte e accettare che una storia vera possa contenere contemporaneamente il dono e la ferita.
La morte di Enzo potrebbe finalmente essere l’occasione per farlo.
Altrimenti rischiamo una cosa paradossale: che anche dopo la morte continuiamo a parlare di riconciliazione mentre continuiamo, ciascuno dal proprio lato, a costruire la memoria della propria ragione.
E allora la domanda diventa inevitabile:
abbiamo davvero voglia di riconciliarci, oppure vogliamo soltanto avere l’ultima parola sulla storia?
Enzo non ha bisogno di essere assolto da noi. Ma nemmeno ha bisogno di essere nuovamente condannato dopo la morte.
ma non mi pare che c è ciascuno dal proprio lato che costruisce la memoria della propria ragione. Lei se la prende con l articolo che pecca di non essere equilibrato, mentre quasi difende le parole di Boselli pienamente offensive e inappropriate (pero’ mi sembra che per lei sono giustificate anzi dimostrazione delle ferite) magari se non le avesse pronunciate non ci sarebbe un po riaccesa la discussione giornalistica. Non mi pare sostenibile che dall’ altra parte ci sia qualcosa di equivalente. E Boselli da uomo religioso dopo le offese e le accuse… ce lo chiede l Evangelo solo l Evangelo.