
Nell’ambito dei “Convegni internazionali di spiritualità ortodossa” organizzati dal Monastero di Bose, l’edizione 2026, sarà dedicata a san Pacomio.
Se sant’Antonio il Grande (detto anche «Abate») è considerato dalla tradizione il padre del monachesimo, in particolare nella sua forma anacoretica, il nome di san Pacomio (ca. 292–346/7), ricordato dalla tradizione come il «padre della Koinonia» – ovvero la «Comunione» –, è strettamente associato alla nascita del monachesimo cenobitico. Ma chi era san Pacomio?
Pacomio era un pagano che conobbe il cristianesimo mentre prestava servizio militare, coscritto a forza nell’esercito imperiale, probabilmente nel 312.
La sua Vita narra che, mentre è rinchiuso con i suoi compagni in una prigione di Tebe, nell’Alto Egitto, alcuni cristiani della città portano da mangiare, da bere e altri aiuti ai soldati feriti e imprigionati. Il giovane chiede chi siano e il motivo di questo amore gratuito: «Perché queste persone ci trattano con una così grande umanità, per quanto non ci conoscano neanche?» (Vita bohairica 7).[1]
Gli viene spiegato che quelle persone sono dei cristiani, degli «uomini che portano il nome di Cristo, l’unigenito figlio di Dio, e fanno del bene a tutti, poiché sperano in Colui che ha fatto il cielo, la terra e noi uomini’ (Prima vita greca 4).[2]
Profondamente colpito da questo gesto di carità disinteressata, Pacomio promette che, se sarà liberato, diventerà anche lui cristiano e servirà gli uomini suoi fratelli.
Occorre notare che, a occuparsi dei giovani soldati, non è un singolo, ma un gruppo di persone, una comunità di cristiani, di fratelli nella fede.
È interessante leggere in parallelo la vocazione di Antonio e quella di Pacomio. Mentre Antonio riconosce la chiamata di Dio all’interno di un edificio di culto, una chiesa fatta di pietre, durante una celebrazione liturgica in cui viene proclamato un brano della Scrittura che lo colpisce personalmente, Pacomio invece conosce la chiesa di Cristo attraverso il contatto concreto con i membri della comunità cristiana, una chiesa costituita da «pietre vive».
Nel suo caso la conoscenza di Cristo e la conversione non avvengono tramite una catechesi o l’ascolto della parola della Scrittura proclamata, ma grazie all’esercizio pratico della carità da parte di cristiani che si curvano su uomini feriti e bisognosi.
Congedato dall’esercito, Pacomio riceve poi l’istruzione catechetica e viene battezzato la notte di Pasqua del 313. Dopo qualche anno, chiede a un anziano, un padre del deserto – abba Palamone – di accoglierlo come discepolo. L’anziano monaco lo accoglie con queste parole: «Sarò pronto nei limiti della mia debolezza a soffrire con te, finché tu non conosca te stesso» (Vita bohairica 10).
Questo “abba” è dunque un monaco già esperto nella vita spirituale che sta accanto al discepolo e soffre insieme a lui nel cammino della conoscenza di sé, nella ricerca dell’immagine di Dio nel proprio profondo, nell’accettazione dei propri limiti e dei propri doni.
Dopo alcuni anni di vita solitaria, al termine di un periodo di smarrimento e di crisi, in cui Pacomio è alla ricerca della volontà di Dio sulla sua vita, una voce dal cielo lo raggiunge e gli dice: «La volontà di Dio consiste nel servire gli uomini per riconciliarli con Lui!» (Prima vita greca 23). Egli, allora, ricorda quello che era accaduto quand’era in prigione a Tebe, capisce che Dio lo chiama a vivere la vita monastica in una forma comunitaria, nel servizio fraterno, e così ritrova la pace.
Attraverso un cammino non sempre facile viene fondata una comunità a Tabennesi, e poi via via, le altre comunità. Pacomio scrive “regole” che traducono nella concretezza della vita i principi evangelici.[3] Nasce così la Koinonia, la vita monastica nella sua forma comunitaria; e, al momento della sua morte, Pacomio si troverà alla testa di una confederazione di nove monasteri maschili e due femminili, in cui abitavano centinaia, forse migliaia di monaci.
L’opera realizzata da Pacomio gli procurò una fama internazionale, e le regole da lui composte furono un modello per i legislatori monastici successivi, in particolare Basilio di Cesarea nell’oriente greco e Benedetto da Norcia nell’occidente latino.
La luce del Vangelo che guida la comunità
Ma, per comprendere il vero cuore e la novità dell’esperienza monastica pacomiana, al di là delle dimensioni assunte dalla Koinonia, dal successo e dai risultati materiali ottenuti, è utile far riferimento a un altro episodio della vita di Pacomio, riportato dalle antiche biografie, che si colloca verso la fine della sua esistenza, attorno all’anno 346.
In un clima ecclesiale segnato dalla crisi ariana e in una situazione comunitaria altrettanto critica, in cui all’interno della Koinonia si profilano divisioni e controversie determinate da desiderio di potere e avidità di possesso, Pacomio, poco prima di morire, ha una visione.
Vede la Gheenna, una caverna oscura e tenebrosa, piena di gente che cerca un raggio di luce che indichi una via d’uscita. In mezzo a quella grande confusione si sente una voce gridare: «Ecco qui la luce, dalla nostra parte!». Subito la gente si mette a correre in direzione di quella voce ma, non appena ode dietro di sé un’altra voce: «Ecco la luce, è qui», subito torna indietro seguendo l’ultima voce udita.
Nella visione, Pacomio vede alcuni che, nell’oscurità, girano intorno a una colonna, credendo di andare avanti e di avvicinarsi alla luce, ma non si accorgono di girare a vuoto. Poi guarda ancora e vede nella Gheenna la sua comunità, la Koinonia, formata da un gruppo compatto di fratelli che avanzano in colonna, tenendosi stretti l’uno all’altro per paura di perdersi a causa della profonda oscurità. Quelli che stanno davanti, per rischiararsi, hanno la piccola luce di una lampada.
Pacomio osserva il loro modo di procedere: chi smette di stare attaccato a colui che lo precede, si perde nell’oscurità, insieme con quelli che lo seguono. Allora Pacomio, nella sua visione, li chiama ciascuno per nome, prima che lascino la presa, gridando: «Tenetevi ben stretti, per non perdere voi stessi e altri insieme a voi!» (Prima vita greca 102).
Il giorno successivo Pacomio raduna i fratelli, racconta loro il sogno che ha fatto e lo commenta.
L’immagine della Gehenna rinvia al mondo governato da poteri iniqui che impongono le proprie ideologie, alla Chiesa del IV secolo, compromessa con il potere e lacerata in tante fazioni, ciascuna delle quali crede di conoscere – essa sola – la via della salvezza.
Le colonne sono i capi delle diverse eresie, che non fanno altro che girare in tondo su sé stessi, mentre i fratelli che indicano la via e procedono lentamente nel buio tenendosi gli uni attaccati agli altri sono coloro che amano il Signore e camminano nella retta fede.
Che fare quando l’orizzonte è confuso, quando tante voci si levano pretendendo di possedere la verità? Pacomio spiega che «la piccola luce che guida i fratelli è l’evangelo… la luce è piccola, perché nel santo vangelo, a proposito del regno dei cieli, sta scritto: È simile a un granello di senape, che è piccolo (Mt 13,31-32)» (Vita boairica 103).
In un tempo di confusione nel mondo e nella Chiesa, occorre guardare alla piccola luce del vangelo. È piccola, non rischiara tutto, non dà la spiegazione di tutto, ma illumina uno stretto cammino, la via stretta che conduce alla luce del Regno. E, dietro a questa luce, bisogna restare attaccati gli uni agli altri. Pacomio non ha fatto altro che indicare ai fratelli quella piccola luce che ha cambiato la sua vita e ha guidato il suo cammino.
Una «vita apostolica»
All’interno della comunità pacomiana l’obbedienza, la custodia amorosa delle parole del vangelo, la vigilanza, l’osservanza delle regole comunitarie, richieste ai singoli membri, implicano una responsabilità nei confronti degli altri fratelli: ciascuno è responsabile dei suoi fratelli, non lo sono soltanto i superiori, la responsabilità è condivisa, anche se ai superiori è stata affidata una responsabilità maggiore («ci è stato affidato un deposito: la vita dei fratelli», dice Orsiesi, uno dei successori di Pacomio, nel suo Testamento).[4]
Nella Koinonia ciascun fratello con il suo comportamento è responsabile del buon esempio (come anche dello scandalo) che dà agli altri, perché la vita materiale e spirituale del singolo fratello è integralmente legata a quella di tutti gli altri come le membra di un corpo; e «chi veglia sull’anima di un altro è custode della propria anima».[5]
La novità di Pacomio come fondatore della Koinonia, quindi, non risiede tanto nel semplice fatto di aver riunito dei monaci in una vita comune – comunità di monaci sono attestate già prima di lui, anche in Egitto –, quanto piuttosto nell’aver dato vita a una complessa struttura che comprendeva più monasteri sottomessi a un’unica regola comune, e soprattutto nell’aver elaborato una disciplina spirituale fondata sull’obbedienza alle Scritture, che sottolineava fortemente il valore della carità, della corresponsabilità, della vigilanza, del perdono reciproco e del servizio fraterno. Leggiamo in una catechesi attribuita a Pacomio:
«Non essere in lite con nessuno, perché chi è in lite con il suo fratello è nemico di Dio e chi è in pace con il suo fratello è in pace con Dio. Non hai imparato ora che niente è più grande della pace che porta ad amarsi a vicenda? Anche se sei santo da ogni peccato, se sei nemico del tuo fratello, ti rendi estraneo a Dio; sta scritto infatti: Cercate la pace e la purezza (Eb 12,14), perché sono unite fra loro. … Il Signore poi ci ha comandato di amare i nostri nemici, di benedire quelli che ci maledicono e di fare del bene a quelli che ci perseguitano (cf. Mt 5,44). In quale pericolo ci troviamo allora, se ci odiamo a vicenda, se odiamo le nostre stesse membra, una sola cosa con noi, figli di Dio, tralci della vite, pecore del gregge spirituale radunate dal vero pastore? … Amiamo gli uomini e saremo amici di Gesù amico degli uomini».[6]
In questo senso, la vita comune non è un semplice ausilio, accessorio, della vita ascetica e spirituale dei singoli monaci – che pure è presupposta –, ma è concepita come un fine in sé stessa e, in questo senso, il ruolo storico di Pacomio in quanto «padre della Koinonia» è stato quello di far sì che una grande moltitudine di persone diventasse «un solo spirito e un solo corpo» (Vita bohairica 194), sul modello della comunità apostolica, in cui, secondo il racconto degli Atti, i credenti «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42) e «aveva un cuore solo e un’anima» (At 4,32).
Per Pacomio, nell’oggi della Chiesa, la sua Koinonia rivive e riattualizza il mistero della comunione della comunità apostolica primitiva, non certo in modo esclusivista, ma come un carisma che si riverbera potenzialmente su tutta la Chiesa, anzi su tutti gli uomini: la Koinonia pensa sempre a sé stessa in modo aperto, mai chiuso; non c’è nei pacomiani – come si è voluto erroneamente vedere – una concezione da «ecclesiola in ecclesia»; non c’è identificazione tra Koinonia e Chiesa. La vita cenobitica non esaurisce le espressioni della vita cristiana e l’ideale della santità nella Chiesa.
La dimensione della Koinonia che la comunità pacomiana sente come vocazione propria ed è cosciente di vivere appartiene dunque, in realtà, a tutta la Chiesa e potenzialmente a tutta l’umanità chiamata alla comunione in Cristo: in questo senso essa è un servizio a favore di tutti gli uomini.
Il convegno «Abba Pacomio, alle origini della vita comune»
Nell’ambito dei Convegni internazionali di spiritualità ortodossa organizzati annualmente dal Monastero di Bose in collaborazione con le Chiese ortodosse, l’edizione di quest’anno, che si terrà dal 7 all’11 settembre 2026, sarà dedicata proprio a san Pacomio e avrà per titolo: «Abba Pacomio, alle origini della vita comune».
In ideale prosecuzione dei convegni dedicati a Basilio il Grande, maestro di vita cristiana (2024) e Antonio il Grande, «Padre dei monaci» (2025), il convegno del 2026, facendo tesoro degli ampi studi degli ultimi decenni e a partire da una rilettura dei testi che compongono il Corpus Pachomianum, mira ad approfondire alcuni degli aspetti più caratteristici dell’esperienza monastica e dell’insegnamento di s. Pacomio, come anche della vita concreta della Koinonia, inquadrandoli del più ampio contesto ecclesiale e monastico egiziano.
Tra i relatori, ci saranno alcuni degli specialisti della letteratura e della spiritualità pacomiane, provenienti dal mondo accademico, come anche esponenti del mondo ecclesiale e monastico (per il programma completo qui): insieme cercheranno di far luce sul messaggio di Pacomio da prospettive diverse e complementari.
In un approccio che vuol essere sia storico sia spirituale, si cercherà di far emergere anche le sfide e le opportunità che il suo messaggio di comunione è tuttora in grado di offrire alla Chiesa e al mondo di oggi.
All’apertura del convegno si farà memoria con gratitudine di fr. Enzo Bianchi, scomparso pochi giorni fa, che è all’origine sia del Monastero di Bose che dei Convegni ecumenici di spiritualità ortodossa, che si celebrano da ormai più di una trentina d’anni.
Nell’ultima sessione del convegno, venerdì 11 settembre, oltre alla relazione conclusiva tenuta dall’arcivescovo copto +Angaelos di Londra («Sulle tracce degli apostoli: vivere la koinonia nella Chiesa e nel mondo»), è prevista la presenza straordinaria del Patriarca greco-ortodosso di Antiochia Yuhanna X, che è in visita presso il Monastero di Bose nel fine settimana, prima di proseguire per Roma, dove incontrerà papa Leone XIV in visita ufficiale.
[1] Per una traduzione della Vita di Pacomio scritta nel dialetto copto bohairico (integrata con i frammenti in sahidico) cf. Vita copta di S. Pacomio, a cura di F. Moscatelli, Praglia-Bresso di Teolo 2010 (II ed. riveduta).
[2] Per una traduzione della Prima vita greca di Pacomio cf. Pacomio, servo di Dio e degli uomini, a cura di L. d’Ayala Valva, Qiqajon, Magnano 2016, pp. 96-372.
[3] Per il testo delle “regole” attribuite a Pacomio e ai suoi successori, cf. Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Qiqajon, Magnano 1988.
[4] Cf. Libro del nostro padre Orsiesi 11, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, p. 383.
[5] Ibid. 13, p. 384.
[6] Cf. Pacomio, Catechesi a proposito di un fratello che serbava rancore, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, pp. 220-221; 227.





