
Il libro di Fabrizio Mastrofini affronta una delle questioni più sensibili e insieme più rivelatrici dell’ecclesiologia contemporanea: il diaconato, la sua storia, la sua trasformazione nei secoli, la sua riscoperta nel Novecento e, soprattutto, il nodo del diaconato femminile. Non si tratta di un semplice contributo specialistico per addetti ai lavori. L’autore costruisce un percorso che tiene insieme divulgazione, ricostruzione storica, analisi teologica e intervento culturale. Il risultato è un testo chiaramente orientato da una tesi, ma non per questo privo di interesse per chi voglia capire da dove nasca davvero il dibattito attuale nella Chiesa cattolica.
Il pregio maggiore del libro consiste nel fatto che il diaconato non viene trattato come una questione isolata. Mastrofini mostra con efficacia che, se si segue fino in fondo il filo del termine diaconia, si entra nel cuore della storia della Chiesa: il rapporto tra carisma e istituzione, tra servizio e potere, tra ministero e sacramento, tra tradizione e mutamento storico, tra Vangelo e costruzioni culturali. In questo senso, il diaconato diventa una sorta di cartina di tornasole per verificare quanto la configurazione ministeriale della Chiesa sia frutto di sviluppo storico e quanto, invece, venga spesso presentata come se fosse direttamente consegnata in modo immutabile dalle origini apostoliche.
La struttura del volume è ordinata e leggibile. Dopo l’introduzione, il primo capitolo ricostruisce le origini del diaconato, la sua evoluzione e la progressiva istituzionalizzazione. Il secondo si concentra sulle donne nella Chiesa antica. Il terzo mette a confronto Oriente e Occidente. Il quarto prende in esame la riscoperta del diaconato nel Vaticano II. Il quinto analizza le commissioni vaticane e il carattere ancora aperto della questione. Il sesto amplia lo sguardo al cristianesimo non cattolico e al ruolo delle donne nei ministeri ordinati. La conclusione esplicita l’orizzonte interpretativo dell’intero lavoro. Il problema non è solo se sia possibile ripristinare il diaconato femminile, ma se la Chiesa sia disposta a riconoscere che molte delle esclusioni imposte alle donne derivano più da pregiudizi storici e culturali che da un vincolo evangelico insuperabile.
Un libro storico-teologico con una tesi precisa
Fin dalle prime pagine Mastrofini dichiara che il tema è controverso e che i documenti ufficiali hanno fornito esiti contrastanti. Ma la sua impostazione non è neutrale nel senso debole del termine. L’autore non nasconde affatto la convinzione che il rifiuto dell’accesso delle donne al diaconato sia stato e sia ancora largamente determinato da una precomprensione culturale maschile, più che da dati testuali univoci. Questo rende il libro più vivo, ma pone anche il lettore davanti a una scelta interpretativa netta.
Da un lato, questa chiarezza è un merito. Il testo non finge una falsa imparzialità. Dall’altro lato, il lettore più esigente potrebbe osservare che la discussione delle posizioni contrarie è talvolta organizzata in modo da evidenziarne soprattutto le contraddizioni, mentre le ragioni sistematiche del no vengono presentate più come effetto di una cultura difensiva che come espressione di una teologia interna coerente. Mastrofini comprende bene le posizioni restrittive, ma tende a leggerle principalmente come il prodotto di una tradizione irrigidita. È un’opzione interpretativa legittima, ma è bene notarla per cogliere la postura del libro.
Il testo è dunque argomentativo, non soltanto descrittivo. Non siamo davanti a un manuale asettico, ma a un saggio che usa la storia per riaprire una possibilità ecclesiale.
Il contributo storico: il diaconato come sviluppo, non come blocco immobile
La parte storica è una delle più convincenti. L’autore insiste su un dato fondamentale: le istituzioni ecclesiastiche, nella forma in cui oggi le conosciamo, non risalgono semplicemente tali e quali agli apostoli. Questo vale anche per il diaconato. Il riferimento ai testi neotestamentari, agli Atti degli Apostoli, alle lettere paoline, alla Didachè, a Ignazio di Antiochia, alla Tradizione Apostolica, alla Didascalia e alle Costituzioni Apostoliche serve proprio a mostrare che, nei primi secoli, i ministeri erano più fluidi, meno rigidamente definiti e fortemente intrecciati con le esigenze concrete delle comunità.
Uno dei meriti del libro è la capacita di evidenziare quanto la parola diakonia significhi anzitutto servizio, e come questo servizio assuma forme diverse: liturgiche, caritative, amministrative, catechetiche, comunitarie. L’autore ricorda che il diaconato antico non era una semplice anticamera del presbiterato, ma una funzione spesso stabile e rilevante nella vita della Chiesa. Il diacono appare come collaboratore del vescovo, amministratore di beni, ministro della carità, figura di mediazione tra comunità e governo ecclesiale.
Questa ricostruzione è persuasiva perché evita due semplificazioni opposte. Da una parte, non riduce il diaconato a una funzione assistenziale secondaria, dall’altra, non proietta nel I secolo la teologia sacramentale pienamente sviluppata dei secoli successivi. Proprio qui emerge una qualità importante dell’autore, la volontà di sottrarre il dibattito a immagini retrospettive troppo facili.
Molto efficace e anche la descrizione del declino del diaconato. Mastrofini mostra come, con il consolidarsi di una visione del ministero centrata sulla celebrazione eucaristica e quindi sul presbiterato, il diaconato perda gradualmente autonomia fino a trasformarsi in grado transitorio.
Le donne nella Chiesa antica: il punto più delicato e decisivo
Il centro più discusso del volume è il capitolo sulle diaconesse. Qui l’autore compie un’operazione precisa, raccoglie le testimonianze che attestano l’esistenza di donne con ruoli ecclesiali riconosciuti e stabili, sottolineando che la loro presenza non può essere liquidata come marginale o puramente nominale. La figura di Febe in Romani 16, l’uso del termine ministrae nella testimonianza di Plinio il Giovane, i riferimenti della Didascalia Apostolorum, delle Costituzioni Apostoliche, del Concilio di Calcedonia e di diverse fonti patristiche e canoniche servono a costruire una tesi forte: un ministero femminile reale è storicamente attestato.
Qui l’autore è particolarmente abile nel valorizzare un elemento che ritiene decisivo. Persino documenti prudenti o restrittivi, come quello della Commissione Teologica Internazionale del 2002-2003, arrivano ad ammettere che un ministero di diaconesse è realmente esistito, anche se non semplicemente assimilabile a quello dei diaconi uomini. Mastrofini insiste molto su questa formulazione, perché la considera una breccia significativa nella narrativa ecclesiale.
La sua lettura è chiara. Se le fonti attestano l’esistenza delle diaconesse, e se la loro scomparsa dipende, almeno in parte, da mutamenti storici, disciplinari e culturali, allora il ricorso alla tradizione non può essere usato in modo sbrigativo per negare in blocco ogni ipotesi di ripresa. È un ragionamento forte, e nel libro viene condotto con notevole continuità.
Tuttavia qui si colloca anche uno dei punti critici della trattazione. Le fonti mostrate dall’autore attestano certamente forme di ministerialità femminile, ma il passaggio dalla constatazione storica alla conclusione normativa contemporanea non è automatico. Lo stesso materiale documentario – come il libro riconosce – è diseguale, geograficamente differenziato e interpretativamente controverso. Mastrofini lo sa, ma tende a insistere soprattutto su ciò che apre, più che su ciò che limita. Questo non invalida la sua argomentazione, ma la rende chiaramente orientata.
Oriente e Occidente: una differenza decisiva
Molto interessante è il capitolo dedicato alla divergenza tra Oriente e Occidente. Qui il libro acquista spessore comparativo. In Oriente, soprattutto nell’area bizantina, le testimonianze sulle diaconesse risultano più consistenti e meglio documentate. In Occidente, invece, la memoria del diaconato femminile tende a dissolversi o a essere assorbita in altre figure, come vedove consacrate, badesse o ruoli onorifici.
Mastrofini utilizza questa differenza per un argomento importante, infatti non esiste una sola linea storica uniforme. La Chiesa antica ha conosciuto pluralità di modelli, è proprio questa pluralità che impedisce di trasformare una prassi tardiva o regionale in norma universale di principio.
L’autore insiste anche sul fatto che la marginalizzazione occidentale delle donne nei ministeri non può essere separata da una più ampia storia dell’antifemminismo teologico, che attraversa secoli di elaborazione dottrinale.
La lettura delle fonti orientali, e in particolare il richiamo agli studi di Cipriano Vagaggini, serve all’autore per sostenere che, almeno in alcuni contesti, il diaconato femminile aveva un profilo sacramentale reale. Questo è forse il punto più audace del volume. Il libro non si limita a dire «c’erano donne con funzioni ecclesiali», ma arriva a suggerire che il modo stesso di leggere la sacramentalità storica del diaconato debba essere ripensato.
Anche in questo caso, il pregio del libro è il coraggio della tesi; il limite possibile è che l’autore sembra talvolta sottovalutare quanto delicata sia la trasposizione di categorie sacramentali moderne a fonti che operavano con lessici e distinzioni non ancora pienamente stabilizzati.
Il Vaticano II e la riscoperta del diaconato
Il quarto capitolo, dedicato al Vaticano II, è particolarmente utile per comprendere il presente. Mastrofini mostra come il Concilio abbia rappresentato una svolta decisiva restaurando il diaconato permanente nella Chiesa latina. Questa ripresa, tuttavia, non chiude la questione, al contrario, la riapre.
Se il diaconato torna a essere grado proprio e permanente dell’Ordine, non più soltanto fase preparatoria al presbiterato, allora diventa inevitabile interrogarsi sulla sua identità teologica e sul suo rapporto con il tema dell’accesso delle donne.
L’autore sottolinea con intelligenza una tensione ancora irrisolta; da una parte, il diaconato è presentato come ministero di servizio, non ad sacerdotium sed ad ministerium; dall’altra, continua a restare all’interno del sacramento dell’Ordine. Da qui derivano le incertezze che hanno accompagnato le discussioni degli ultimi decenni.
Il libro sa mostrare bene che il problema del diaconato femminile non dipende solo da una questione di parità, ma da una insufficiente chiarificazione teologica del diaconato stesso.
Questa parte del volume è forse una delle più equilibrate, perché fa capire che la questione femminile non si risolve con un semplice gesto amministrativo. Se la Chiesa volesse davvero affrontarla, dovrebbe contemporaneamente ripensare il significato del diaconato, il rapporto tra carità, liturgia e annuncio e, più in generale, la forma della ministerialità ecclesiale.
Le commissioni vaticane: un dossier ancora aperto
Il capitolo sulle Commissioni Vaticane è prezioso perché sottrae il dibattito alle semplificazioni giornalistiche. Mastrofini ricostruisce le diverse fasi di studio, dai lavori degli anni Settanta fino alla Commissione Petrocchi. La sua tesi è che il percorso storico delle commissioni non autorizza una chiusura sbrigativa, ma rivela anzi l’esistenza di posizioni plurali, talvolta anche molto aperte, ai livelli più alti della riflessione teologica cattolica.
Il libro insiste molto sul fatto che la Commissione Teologica Internazionale e alcuni dei teologi coinvolti avessero avanzato posizioni assai più favorevoli o almeno più disponibili a considerare il diaconato femminile. Questa ricostruzione è uno dei contributi più interessanti del volume, perché restituisce la memoria di un dibattito spesso rimosso.
Nei confronti della Commissione Petrocchi, l’autore è piuttosto critico. Ne registra l’esito negativo e ne sottolinea il carattere non definitivo, ma soprattutto mette in evidenza la persistenza della frattura tra dati storici e conclusioni prudenziali. Per Mastrofini, la Commissione non dimostra l’impossibilita del diaconato femminile; mostra piuttosto la difficolta della Chiesa a sciogliere nodi teologici e culturali sedimentati.
Il libro ha il merito di documentare l’apertura incompiuta del dossier, ma talvolta sembra leggere ogni esitazione come effetto di paura culturale o di conservazione del potere. In alcuni passaggi questa interpretazione appare plausibile; in altri rischia di comprimere la complessità teologica delle obiezioni.
Il confronto ecumenico e il problema dei diversi esiti cristiani
Il capitolo finale, dedicato alle Chiese cristiane e al ruolo delle donne, amplia il quadro in modo opportuno. Mastrofini mostra che altre confessioni cristiane, soprattutto anglicane, luterane, metodiste e riformate, hanno percorso strade diverse, arrivando in molti casi all’ordinazione femminile e persino all’episcopato femminile. Il punto non è dire semplicemente che “altrove si fa”, ma mostrare che, dagli stessi testi biblici, possono derivare esiti ecclesiali differenti.
Questa sezione è utile perché spezza l’idea che la posizione cattolica sia l’unica storicamente pensabile. Al tempo stesso, l’autore non nasconde che tali aperture hanno prodotto tensioni, conflitti interni e fratture. E quindi una comparazione non ingenua. Resta, però, evidente che, per lui, il dato centrale è un altro, il fatto che il cristianesimo possa vivere sviluppi ministeriali differenti dimostra che la forma storica dei ministeri non coincide immediatamente con il nucleo intangibile del Vangelo.
È una prospettiva stimolante, anche se può lasciare perplesso chi ritenga che la comparazione ecumenica non basti a decidere una questione interna alla sacramentalità cattolica. In ogni caso, il capitolo ha il merito di collocare il dibattito dentro il cristianesimo globale e non solo entro i confini del diritto canonico romano.
Valutazione critica complessiva
Nel complesso, il libro di Mastrofini è importante, provocatorio e utile. Importante, perché rimette in circolo dati storici e snodi teologici che spesso nel dibattito ecclesiale vengono banalizzati.
Provocatorio, perché obbliga a chiedersi quanto delle attuali esclusioni femminili dipenda davvero dal Vangelo e quanto da sedimentazioni culturali.
Utile, perché offre una mappa ampia del problema, dalle origini cristiane fino ai più recenti organismi di studio.
Il suo punto forte è la capacita di mostrare che il diaconato non è una questione secondaria, ma un crocevia dove si incontrano storia della Chiesa, teologia del ministero, ermeneutica della tradizione, questione femminile e riforma ecclesiale.
Il suo punto debole – se si vuole individuarne uno – sta in una certa tendenza a orientare la documentazione verso una conclusione già sostanzialmente desiderata, cioè la necessità di superare la riserva maschile nei ministeri. Non è una manipolazione, ma una chiara postura argomentativa.
Per questo il libro va letto non come l’ultima parola sulla questione, ma come un contributo serio e appassionato che costringe la discussione a salire di livello. Chi parte da posizioni tradizionali troverà motivi di confronto impegnativi. Chi è favorevole a una maggiore apertura vi troverà un repertorio consistente di argomenti storici e teologici. Chi cerca una ricostruzione neutra in senso stretto forse dovrà integrare questa lettura con altri studi. Ma nessuno, dopo averlo letto, potrà più sostenere con leggerezza che la questione del diaconato femminile sia semplice, marginale o già definitivamente chiusa.
Conclusione
Il merito più grande del volume è forse questo, mostrare che il problema del diaconato femminile non è una moda recente né una concessione allo spirito del tempo, ma una questione interna alla storia lunga della Chiesa.
Mastrofini invita a distinguere con maggiore rigore tra ciò che appartiene al nucleo evangelico e ciò che invece è il prodotto di assetti storici, culturali e istituzionali. La sua risposta è chiara: la riserva maschile nei ministeri, o almeno nel diaconato, non appare sostenuta in modo incontrovertibile dalle fonti originarie, mentre appare fortemente condizionata dalla mentalità dei secoli.
Si può concordare o meno con questa conclusione. Ma il libro riesce in un obiettivo essenziale: costringere il lettore a prendere sul serio la storia, e a riconoscere che la tradizione cristiana non è un blocco immobile, bensì un processo complesso, conflittuale, stratificato. In questo senso, Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive è un testo che merita attenzione non solo per il tema che tratta, ma per la domanda di fondo che pone alla Chiesa: come discernere ciò che va custodito da ciò che va convertito.
- FABRIZIO MASTROFINI, Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive. Un ruolo per le donne, Città Nuova, Roma 2026, pp. 152, € 17,90, EAN: 9788831166065.






Commento aggiornato al libro di Fabrizio Mastrofini sul Diaconato
Il libro di Mastrofini si presenta sia come testo descrittivo che come testo argomentativo. Infatti esso è, soprattutto, una rielaborazione di quanto afferma la Commissione Teologica Internazionale [2002] nel suo Documento “Il diaconato: evoluzione e prospettive”. Al primo impatto, a dire il vero, il ricorso dell’Autore all’autorevole Documento della Commissione dà l’impressione che esso sia stato da lui usato come “scudo protettivo” per avvalorare la sua tesi di un’apertura al diaconato femminile, sulla scia dei Commentari esegetici e della CTI [2002] che ne ha seguito gli indirizzi. Infatti il testo appare privo di una personale analisi storico-critica dell’Autore e tratta il Documento stesso come se fosse una dichiarazione magisteriale e non come “una ricerca scientifica storico-teologica” (che è quanto dichiara la stessa Commissione).
L’Autore fonda le sue argomentazioni su uno status quaestionis sul Diaconato che la Commissione Teologica aveva lasciato aperto e che, secondo lui, potrebbe chiudersi dando per certe tutte le congetture della CTI, riassunte in Lacoste [Dizionario critico di teologia, 2005, p. 412]: «I Sette di At 6,1-6 non sono i primi diaconi, ANCHE SE LA TRADIZIONE LO AFFERMA spesse volte. Essi non ricevono questo titolo mentre è dato alla cristiana Febe».
Questa affermazione sembra suonare come un drastico “colpo di scopa” post-conciliare che spazza via tutte le precedenti risoluzioni magisteriali al riguardo (vedi Concilio di Trento). In effetti, il passo paolino (Rm 16, 1-2 [unica fonte in cui si parla di Febe]), richiamato da Mastrofini, certifica storicamente e definisce sicuramente il ruolo (chàrisma) di Febe nella chiesa di Cencre ma, di certo, non il titolo, che non è certificato da prove storiche inoppugnabili (come l’imposizione delle mani, che, invece, c’è per i «Sette» di At 6). Tale concetto, infatti, è confermato definitivamente dalla solenne Dichiarazione del Concilio di Nicea I del 20 maggio 325, che così recita al Canone XIX: «Quanto alle diaconesse in particolare, ricordiamo che esse, non avendo ricevuto alcuna imposizione delle mani, devono essere computate senz’altro fra le persone laiche».
Tale dichiarazione è la prova evidente che la Chiesa, sin dalle sue origini, ha vissuto queste stesse problematiche e che la risoluzione di Nicea vi ha posto fine SENZA MEZZI TERMNI. Ulteriore prova, questa, che mai gli Apostoli né i loro successori hanno riconosciuto un diaconato femminile. Infatti, né fonti storiche documentate né riscontri teologici basati sulle SS. Scritture hanno finora negato la Dichiarazione Conciliare del 325 né, tanto meno, è stato confermato o convalidato quanto afferma il Dizionario di teologia citato.
Sembra quasi che si voglia portare la questione del Diaconato femminile sul piano dello scontro tra maschilismo e femminismo, ossia su un piano meramente storico-antropologico (tipicamente e solamente umano), etichettando come maschilisti tutti coloro che non lo riconoscono apertamente. Chi sarebbero costoro? I Padri Conciliari? I Dottori della Chiesa? I Padri della Chiesa? Gli Evangelisti? Gli Apostoli? O lo stesso Gesù, che è il fondamento sul quale hanno edificato la Chiesa e sul quale si sono basati sia gli Apostoli che gli Evangelisti, i Padri e i Dottori?
Non pare che si voglia indirettamente rimproverare Gesù per avere fondato una Chiesa non in sintonia né programmata con i “tempi che cambiano”? Non pare, altresì, che gli stessi Apostoli, nonostante l’evento del giorno di Pentecoste, siano accusati di essere rimasti tali e quali a prima? Non pare, infine, che gli Evangelisti, i Padri e i Dottori della Chiesa siano quasi spinti a riconoscere il loro grande peccato di omissione e a dire (se potessero): «Scusate! Abbiamo scherzato, travisando la Parola di Dio e lasciandovi in eredità una Chiesa dormiente. È arrivato adesso il tempo che la Chiesa si svegli o venga qualcuno a svegliarla!»?
Che dire, infine, sul ruolo delle donne che i Vangeli ci mostrano? Sorvolando su Maria, Madre di Gesù, e sull’infinita mole della letteratura che la riguarda, basta considerare la Samaritana al pozzo (Gv 4, 5-42), che è, dopo Maria, la prima figura evangelica che riconosce Gesù come Messia e Salvatore e corre subito in città ad annunciarlo, o le donne venute dalla Galilea al seguito di Gesù (Lc 23, 55-56) e quelle al sepolcro, le prime figure a dare l’annuncio della sua Resurrezione.
Tutto il resto appare solo un voler caparbiamente rivangare congetture e supposizioni non dimostrate né dimostrabili, che per duemila anni hanno avvelenato la vita della Chiesa.
Il testo, pertanto, si colloca in posizioni nettamente neo-moderniste proprio perchè vuole riconoscere presunte stratificazioni antropologiche succedutesi nel corso dei secoli quale presunta causa della presunta scomparsa di un presunto diaconato femminile nella Storia della Chiesa.
Dalla fine del Vaticano II sono passati sessant’anni. Da sessant’anni la Chiesa si interroga esplicitamente sul diaconato femminile, senza venirne a capo.
Non è che lo spirito domandi alla Chiesa di prendersi qualche responsabilità?
Attardarsi sui precedenti non sempre aiuta. Ci sono state pure donne sacerdote cattoliche (Ludmila Javorova. Sacerdote nella chiesa del silenzio, Effatà Editrice).
Colpisce un dato sociale rilevante nel nostro paese: le giovani donne si allontanano più di altri dalla pratica religiosa pur senza rinunciare ad una personale ricerca spirituale. Forse avvertono il messaggio di diffidenza che le riguarda?
La parità deve essere riconosciuta dalla Chiesa, se si ostina a subordinare la donna figuriamoci la civiltà notoriamente maschilista , che cambiamenti vuoi che faccia.
Il ruolo del diacono è diffondere il vangelo.
L’ essere umano è anima senza differenza di sesso, razza, colore della pelle.
Questa discriminazione della Chiesa è “razzismo”.
Se diacono significa mettersi al servizio, credo che il vescovo possa individuare di volta in volta, a seconda delle necessità, quale servizio affidare a un diacono, nulla escluso. La diaconia vista come elemento fluido in una chiesa in grande trasformazione mi sembra una risposta possibile. Per la diaconia al femminile ci sarà spazio nella chiesa cattolica nella misura inversamente proporzionale alla sua cultura maschilista
in un libro di due anni fa si spiega molto bene perchè le donne possono accedere al ministero ordinato.
Il libro è edito da Queriniana : Senza impedimenti, le donne e il ministero ordinato.
I tempi sono maturi per ordinare le donne allo episcopato? Credo proprio di sì. Mantenre la riserva maschile per il ministero ordinato è una ostinazione fondata sulla visione di Siri e Ottaviani. Quel mondo è tramontato. Esiste un mondo diverso. La chiesa per essere fedele a se stessa deve applicare il numero 8 della Dei Verbum: la vera tradizione è inculturare il Vangelo nella epoca presente. Assolutamente favorevole,quindi, alle donne episcope, presbitere e diacone. ( Diaconesse è un termine molto offensivo per le donne. Infatti ricorda la proposta sonoramente respinta dalle donne di Walter Kasper).
Fa fatica il maschilismo becero a riscattarsi dalla sua subumanità…nel Vangelo le donne sono al seguito di Gesù protagoniste di primo piano: da Maria sua mamma, dalle donne al suo seguito, da Marta e Maria, dalla Maddalena alla risurrezione….ecc… Gesù le ha sempre accolte, cercate per riscattarle e valorizzarle, ha dato loro il ruolo di primo piano nella testimonianza della sua risurrezione, in un mondo dove le donne erano completamente
squalificate a sostenere ruoli di testimonianza… Gesù aspetta ancora che l’istituzione si converta a Lui definitivamente e profondamente….lo aspetta il popolo di Dio….vai dietro a me satana… Gesù va verso la croce a servire e morire…noi ancora oggi siamo bravi a metterci di traverso sulla sua strada…se così non fosse tutto il mondo sarebbe nel Regno di Dio già da tempo…quello che è successo nei primi trecento anni di cristianesimo, lievito che ha fermentato l’impero romano, ha dell’ingredibile…anche la commistione con il potere da Costantino in avanti ha dell’incredibile, ma oggi è arrivato il tempo favorevole per l’istituzione in particolare di riscatto da recrudescenze di subumanità e adesione alla pienezza di umanità di Gesù di Nazareth…
Errata Corrige: la Chiesa Ortodossa ha ordinato una donna, Angelica Moren (ho dubbi sul cognome), il 2 maggio 2024, in Africa.
In Europa invece il dibattito, che veramente talora fa pensare ad un’abile operazione di marketing (e non solo editoriale) sull’argomento non sembra trovare fine da decenni.
E giustamente, a mio parere: alle donne vengono proposti solo carismi mutilati e minorati.
Sarebbe ora di uscire dallo stallo.
La Chiesa è in un momento storico così complesso e problematico che dedicare risorse (diciamo) intellettuali a un tema così marginale appare più ideologico che altro, in un momento in cui tra l’altro neppure il diaconato maschile dopo sessant’anni non ha trovato ancora una precisa collocazione, variando anche nella solo situazione italiana da diocesi a diocesi
Nella chiesa ortodossa non mi risulta ci sia un diaconato femminile. Quindi la questione è chiusa. Gli ordini sacri sono riservati agli uomini, nella vera chiesa cattolica. Tutto il resto è noia e marketing librario….
Esiste, anche se da secoli praticamente si ordinano solo monache