Il diaconato, un ruolo per le donne

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Il libro di Fabrizio Mastrofini affronta una delle questioni più sensibili e insieme più rivelatrici dell’ecclesiologia contemporanea: il diaconato, la sua storia, la sua trasformazione nei secoli, la sua riscoperta nel Novecento e, soprattutto, il nodo del diaconato femminile. Non si tratta di un semplice contributo specialistico per addetti ai lavori. L’autore costruisce un percorso che tiene insieme divulgazione, ricostruzione storica, analisi teologica e intervento culturale. Il risultato è un testo chiaramente orientato da una tesi, ma non per questo privo di interesse per chi voglia capire da dove nasca davvero il dibattito attuale nella Chiesa cattolica.

Il pregio maggiore del libro consiste nel fatto che il diaconato non viene trattato come una questione isolata. Mastrofini mostra con efficacia che, se si segue fino in fondo il filo del termine diaconia, si entra nel cuore della storia della Chiesa: il rapporto tra carisma e istituzione, tra servizio e potere, tra ministero e sacramento, tra tradizione e mutamento storico, tra Vangelo e costruzioni culturali. In questo senso, il diaconato diventa una sorta di cartina di tornasole per verificare quanto la configurazione ministeriale della Chiesa sia frutto di sviluppo storico e quanto, invece, venga spesso presentata come se fosse direttamente consegnata in modo immutabile dalle origini apostoliche.

La struttura del volume è ordinata e leggibile. Dopo l’introduzione, il primo capitolo ricostruisce le origini del diaconato, la sua evoluzione e la progressiva istituzionalizzazione. Il secondo si concentra sulle donne nella Chiesa antica. Il terzo mette a confronto Oriente e Occidente. Il quarto prende in esame la riscoperta del diaconato nel Vaticano II. Il quinto analizza le commissioni vaticane e il carattere ancora aperto della questione. Il sesto amplia lo sguardo al cristianesimo non cattolico e al ruolo delle donne nei ministeri ordinati. La conclusione esplicita l’orizzonte interpretativo dell’intero lavoro. Il problema non è solo se sia possibile ripristinare il diaconato femminile, ma se la Chiesa sia disposta a riconoscere che molte delle esclusioni imposte alle donne derivano più da pregiudizi storici e culturali che da un vincolo evangelico insuperabile.

Un libro storico-teologico con una tesi precisa

Fin dalle prime pagine Mastrofini dichiara che il tema è controverso e che i documenti ufficiali hanno fornito esiti contrastanti. Ma la sua impostazione non è neutrale nel senso debole del termine. L’autore non nasconde affatto la convinzione che il rifiuto dell’accesso delle donne al diaconato sia stato e sia ancora largamente determinato da una precomprensione culturale maschile, più che da dati testuali univoci. Questo rende il libro più vivo, ma pone anche il lettore davanti a una scelta interpretativa netta.

Da un lato, questa chiarezza è un merito. Il testo non finge una falsa imparzialità. Dall’altro lato, il lettore più esigente potrebbe osservare che la discussione delle posizioni contrarie è talvolta organizzata in modo da evidenziarne soprattutto le contraddizioni, mentre le ragioni sistematiche del no vengono presentate più come effetto di una cultura difensiva che come espressione di una teologia interna coerente. Mastrofini comprende bene le posizioni restrittive, ma tende a leggerle principalmente come il prodotto di una tradizione irrigidita. È un’opzione interpretativa legittima, ma è bene notarla per cogliere la postura del libro.

Il testo è dunque argomentativo, non soltanto descrittivo. Non siamo davanti a un manuale asettico, ma a un saggio che usa la storia per riaprire una possibilità ecclesiale.

Il contributo storico: il diaconato come sviluppo, non come blocco immobile

La parte storica è una delle più convincenti. L’autore insiste su un dato fondamentale: le istituzioni ecclesiastiche, nella forma in cui oggi le conosciamo, non risalgono semplicemente tali e quali agli apostoli. Questo vale anche per il diaconato. Il riferimento ai testi neotestamentari, agli Atti degli Apostoli, alle lettere paoline, alla Didachè, a Ignazio di Antiochia, alla Tradizione Apostolica, alla Didascalia e alle Costituzioni Apostoliche serve proprio a mostrare che, nei primi secoli, i ministeri erano più fluidi, meno rigidamente definiti e fortemente intrecciati con le esigenze concrete delle comunità.

Uno dei meriti del libro è la capacita di evidenziare quanto la parola diakonia significhi anzitutto servizio, e come questo servizio assuma forme diverse: liturgiche, caritative, amministrative, catechetiche, comunitarie. L’autore ricorda che il diaconato antico non era una semplice anticamera del presbiterato, ma una funzione spesso stabile e rilevante nella vita della Chiesa. Il diacono appare come collaboratore del vescovo, amministratore di beni, ministro della carità, figura di mediazione tra comunità e governo ecclesiale.

Questa ricostruzione è persuasiva perché evita due semplificazioni opposte. Da una parte, non riduce il diaconato a una funzione assistenziale secondaria, dall’altra, non proietta nel I secolo la teologia sacramentale pienamente sviluppata dei secoli successivi. Proprio qui emerge una qualità importante dell’autore, la volontà di sottrarre il dibattito a immagini retrospettive troppo facili.

Molto efficace e anche la descrizione del declino del diaconato. Mastrofini mostra come, con il consolidarsi di una visione del ministero centrata sulla celebrazione eucaristica e quindi sul presbiterato, il diaconato perda gradualmente autonomia fino a trasformarsi in grado transitorio.

Le donne nella Chiesa antica: il punto più delicato e decisivo

Il centro più discusso del volume è il capitolo sulle diaconesse. Qui l’autore compie un’operazione precisa, raccoglie le testimonianze che attestano l’esistenza di donne con ruoli ecclesiali riconosciuti e stabili, sottolineando che la loro presenza non può essere liquidata come marginale o puramente nominale. La figura di Febe in Romani 16, l’uso del termine ministrae nella testimonianza di Plinio il Giovane, i riferimenti della Didascalia Apostolorum, delle Costituzioni Apostoliche, del Concilio di Calcedonia e di diverse fonti patristiche e canoniche servono a costruire una tesi forte: un ministero femminile reale è storicamente attestato.

Qui l’autore è particolarmente abile nel valorizzare un elemento che ritiene decisivo. Persino documenti prudenti o restrittivi, come quello della Commissione Teologica Internazionale del 2002-2003, arrivano ad ammettere che un ministero di diaconesse è realmente esistito, anche se non semplicemente assimilabile a quello dei diaconi uomini. Mastrofini insiste molto su questa formulazione, perché la considera una breccia significativa nella narrativa ecclesiale.

La sua lettura è chiara. Se le fonti attestano l’esistenza delle diaconesse, e se la loro scomparsa dipende, almeno in parte, da mutamenti storici, disciplinari e culturali, allora il ricorso alla tradizione non può essere usato in modo sbrigativo per negare in blocco ogni ipotesi di ripresa. È un ragionamento forte, e nel libro viene condotto con notevole continuità.

Tuttavia qui si colloca anche uno dei punti critici della trattazione. Le fonti mostrate dall’autore attestano certamente forme di ministerialità femminile, ma il passaggio dalla constatazione storica alla conclusione normativa contemporanea non è automatico. Lo stesso materiale documentario – come il libro riconosce – è diseguale, geograficamente differenziato e interpretativamente controverso. Mastrofini lo sa, ma tende a insistere soprattutto su ciò che apre, più che su ciò che limita. Questo non invalida la sua argomentazione, ma la rende chiaramente orientata.

Oriente e Occidente: una differenza decisiva

Molto interessante è il capitolo dedicato alla divergenza tra Oriente e Occidente. Qui il libro acquista spessore comparativo. In Oriente, soprattutto nell’area bizantina, le testimonianze sulle diaconesse risultano più consistenti e meglio documentate. In Occidente, invece, la memoria del diaconato femminile tende a dissolversi o a essere assorbita in altre figure, come vedove consacrate, badesse o ruoli onorifici.

Mastrofini utilizza questa differenza per un argomento importante, infatti non esiste una sola linea storica uniforme. La Chiesa antica ha conosciuto pluralità di modelli, è proprio questa pluralità che impedisce di trasformare una prassi tardiva o regionale in norma universale di principio.

L’autore insiste anche sul fatto che la marginalizzazione occidentale delle donne nei ministeri non può essere separata da una più ampia storia dell’antifemminismo teologico, che attraversa secoli di elaborazione dottrinale.

La lettura delle fonti orientali, e in particolare il richiamo agli studi di Cipriano Vagaggini, serve all’autore per sostenere che, almeno in alcuni contesti, il diaconato femminile aveva un profilo sacramentale reale. Questo è forse il punto più audace del volume. Il libro non si limita a dire «c’erano donne con funzioni ecclesiali», ma arriva a suggerire che il modo stesso di leggere la sacramentalità storica del diaconato debba essere ripensato.

Anche in questo caso, il pregio del libro è il coraggio della tesi; il limite possibile è che l’autore sembra talvolta sottovalutare quanto delicata sia la trasposizione di categorie sacramentali moderne a fonti che operavano con lessici e distinzioni non ancora pienamente stabilizzati.

Il Vaticano II e la riscoperta del diaconato

Il quarto capitolo, dedicato al Vaticano II, è particolarmente utile per comprendere il presente. Mastrofini mostra come il Concilio abbia rappresentato una svolta decisiva restaurando il diaconato permanente nella Chiesa latina. Questa ripresa, tuttavia, non chiude la questione, al contrario, la riapre.

Se il diaconato torna a essere grado proprio e permanente dell’Ordine, non più soltanto fase preparatoria al presbiterato, allora diventa inevitabile interrogarsi sulla sua identità teologica e sul suo rapporto con il tema dell’accesso delle donne.

L’autore sottolinea con intelligenza una tensione ancora irrisolta; da una parte, il diaconato è presentato come ministero di servizio, non ad sacerdotium sed ad ministerium; dall’altra, continua a restare all’interno del sacramento dell’Ordine. Da qui derivano le incertezze che hanno accompagnato le discussioni degli ultimi decenni.

Il libro sa mostrare bene che il problema del diaconato femminile non dipende solo da una questione di parità, ma da una insufficiente chiarificazione teologica del diaconato stesso.

Questa parte del volume è forse una delle più equilibrate, perché fa capire che la questione femminile non si risolve con un semplice gesto amministrativo. Se la Chiesa volesse davvero affrontarla, dovrebbe contemporaneamente ripensare il significato del diaconato, il rapporto tra carità, liturgia e annuncio e, più in generale, la forma della ministerialità ecclesiale.

Le commissioni vaticane: un dossier ancora aperto

Il capitolo sulle Commissioni Vaticane è prezioso perché sottrae il dibattito alle semplificazioni giornalistiche. Mastrofini ricostruisce le diverse fasi di studio, dai lavori degli anni Settanta fino alla Commissione Petrocchi. La sua tesi è che il percorso storico delle commissioni non autorizza una chiusura sbrigativa, ma rivela anzi l’esistenza di posizioni plurali, talvolta anche molto aperte, ai livelli più alti della riflessione teologica cattolica.

Il libro insiste molto sul fatto che la Commissione Teologica Internazionale e alcuni dei teologi coinvolti avessero avanzato posizioni assai più favorevoli o almeno più disponibili a considerare il diaconato femminile. Questa ricostruzione è uno dei contributi più interessanti del volume, perché restituisce la memoria di un dibattito spesso rimosso.

Nei confronti della Commissione Petrocchi, l’autore è piuttosto critico. Ne registra l’esito negativo e ne sottolinea il carattere non definitivo, ma soprattutto mette in evidenza la persistenza della frattura tra dati storici e conclusioni prudenziali. Per Mastrofini, la Commissione non dimostra l’impossibilita del diaconato femminile; mostra piuttosto la difficolta della Chiesa a sciogliere nodi teologici e culturali sedimentati.

Il libro ha il merito di documentare l’apertura incompiuta del dossier, ma talvolta sembra leggere ogni esitazione come effetto di paura culturale o di conservazione del potere. In alcuni passaggi questa interpretazione appare plausibile; in altri rischia di comprimere la complessità teologica delle obiezioni.

Il confronto ecumenico e il problema dei diversi esiti cristiani

Il capitolo finale, dedicato alle Chiese cristiane e al ruolo delle donne, amplia il quadro in modo opportuno. Mastrofini mostra che altre confessioni cristiane, soprattutto anglicane, luterane, metodiste e riformate, hanno percorso strade diverse, arrivando in molti casi all’ordinazione femminile e persino all’episcopato femminile. Il punto non è dire semplicemente che “altrove si fa”, ma mostrare che, dagli stessi testi biblici, possono derivare esiti ecclesiali differenti.

Questa sezione è utile perché spezza l’idea che la posizione cattolica sia l’unica storicamente pensabile. Al tempo stesso, l’autore non nasconde che tali aperture hanno prodotto tensioni, conflitti interni e fratture. E quindi una comparazione non ingenua. Resta, però, evidente che, per lui, il dato centrale è un altro, il fatto che il cristianesimo possa vivere sviluppi ministeriali differenti dimostra che la forma storica dei ministeri non coincide immediatamente con il nucleo intangibile del Vangelo.

È una prospettiva stimolante, anche se può lasciare perplesso chi ritenga che la comparazione ecumenica non basti a decidere una questione interna alla sacramentalità cattolica. In ogni caso, il capitolo ha il merito di collocare il dibattito dentro il cristianesimo globale e non solo entro i confini del diritto canonico romano.

Valutazione critica complessiva

Nel complesso, il libro di Mastrofini è importante, provocatorio e utile. Importante, perché rimette in circolo dati storici e snodi teologici che spesso nel dibattito ecclesiale vengono banalizzati.

Provocatorio, perché obbliga a chiedersi quanto delle attuali esclusioni femminili dipenda davvero dal Vangelo e quanto da sedimentazioni culturali.

Utile, perché offre una mappa ampia del problema, dalle origini cristiane fino ai più recenti organismi di studio.

Il suo punto forte è la capacita di mostrare che il diaconato non è una questione secondaria, ma un crocevia dove si incontrano storia della Chiesa, teologia del ministero, ermeneutica della tradizione, questione femminile e riforma ecclesiale.

Il suo punto debole – se si vuole individuarne uno – sta in una certa tendenza a orientare la documentazione verso una conclusione già sostanzialmente desiderata, cioè la necessità di superare la riserva maschile nei ministeri. Non è una manipolazione, ma una chiara postura argomentativa.

Per questo il libro va letto non come l’ultima parola sulla questione, ma come un contributo serio e appassionato che costringe la discussione a salire di livello. Chi parte da posizioni tradizionali troverà motivi di confronto impegnativi. Chi è favorevole a una maggiore apertura vi troverà un repertorio consistente di argomenti storici e teologici. Chi cerca una ricostruzione neutra in senso stretto forse dovrà integrare questa lettura con altri studi. Ma nessuno, dopo averlo letto, potrà più sostenere con leggerezza che la questione del diaconato femminile sia semplice, marginale o già definitivamente chiusa.

Conclusione

Il merito più grande del volume è forse questo, mostrare che il problema del diaconato femminile non è una moda recente né una concessione allo spirito del tempo, ma una questione interna alla storia lunga della Chiesa.

Mastrofini invita a distinguere con maggiore rigore tra ciò che appartiene al nucleo evangelico e ciò che invece è il prodotto di assetti storici, culturali e istituzionali. La sua risposta è chiara: la riserva maschile nei ministeri, o almeno nel diaconato, non appare sostenuta in modo incontrovertibile dalle fonti originarie, mentre appare fortemente condizionata dalla mentalità dei secoli.

Si può concordare o meno con questa conclusione. Ma il libro riesce in un obiettivo essenziale: costringere il lettore a prendere sul serio la storia, e a riconoscere che la tradizione cristiana non è un blocco immobile, bensì un processo complesso, conflittuale, stratificato. In questo senso, Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive è un testo che merita attenzione non solo per il tema che tratta, ma per la domanda di fondo che pone alla Chiesa: come discernere ciò che va custodito da ciò che va convertito.

  • FABRIZIO MASTROFINI, Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive. Un ruolo per le donne, Città Nuova, Roma 2026, pp. 152, € 17,90, EAN: 9788831166065.
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