
Il fascicolo 2025/1 di Divus Thomas raccoglie contributi eterogenei per metodo e oggetto – storia della mistica, teologia spirituale, filosofia del linguaggio, cibernetica, henologia, simbologia, diritto, letteratura – che potrebbero suggerire l’immagine di una miscellanea.
Una lettura attenta smentisce questa impressione. Sotto la varietà tematica opera, infatti, un’unica domanda, affrontata da ciascun autore da una prospettiva propria: come il finito possa rendere manifesto l’Infinito senza dissolversi in esso e come l’Infinito possa farsi presente nel finito senza cessare di trascenderlo, restando fedeli al principio metafisico dell’assoluta semplicità di Dio. È tale questione metafisica a dare al volume la sua unità reale, non tematica ma speculativa.
L’articolo di Giuseppe Barzaghi, posto in apertura del fascicolo, ne costituisce anche, a lettura ultimata, il punto di convergenza teoretica. Vi si trova attraversata, in tutta la sua densità, la vexata quaestio del rapporto tra finito e infinito, tra uno e molteplice, che Dario Rinaldi riconosce, nel suo saggio, come il minimo di problematicità formale di ogni sistematicità metafisica in quanto tale.
L’articolo non introduce, dunque, un tema nuovo rispetto a quanto percorso nel volume, ma ne esplicita la grammatica comune, elaborandola attraverso l’immagine del punto e della circonferenza – la creatura sta al Creatore come la circonferenza sta al centro – e attraverso l’idea di un atto creatore radicalmente libero, non necessitato da alcun fine estrinseco a Dio.
Parlando di convergenza, non si intende ridurre i contributi a prolegomeni di una tesi enunciata altrove, ma coordinarli caleidoscopicamente: ciascuno conserva la propria prospettiva, e ciò che li accomuna non è la subordinazione a una tesi, ma l’appartenenza a un unico sguardo contemplativo, filo rosso dell’intero volume, che raggiunge la propria massima densità formale nel teorema barzaghiano dell’Exemplar, struttura concettuale che permette l’intelligibilità delle altre voci, non sintesi che le sostituisce.
Tradotta in termini scolastici, la questione è quella della distinzione fra causa efficiente e causa esemplare: mentre la prima produce l’effetto come termine distinto dalla causa, la seconda gli comunica una somiglianza con ciò che nella causa preesiste come idea, sicché l’atto creativo non può essere pensato come un mutamento che accada a Dio, il quale non subisce un passaggio dalla potenza all’atto, ma pone nell’ordine della mondanità ciò che eternamente pensa di sé.
L’Exemplar, in questa formulazione, significa Dio che «pensando sé stesso come creatore, pensa tutte le possibili realizzazioni similitudinarie della propria essenza»: una formula che, per la sua stessa struttura, esclude fin dal principio ogni scivolamento identitario fra causa e causato. La densità concettuale dell’Exemplar si radica nella dottrina tomista della causa esemplare – Deus est prima causa exemplaris omnium rerum, Dio è la prima causa esemplare di tutte le cose (S. Th. I, q. 44, a. 3) – e nell’identificazione delle idee divine con l’essenza stessa di Dio: Deus secundum essentiam suam est similitudo omnium rerum. Unde idea in Deo nihil est aliud quam Dei essentia (S. Th. I, q. 15, a. 1, ad 3).
Il teorema dell’Exemplar si fonda in questa dottrina e, insieme, la eccede, portandola al proprio vertice speculativo ed espositivo: nella prospettiva anagogica che l’Exemplar dischiude, il mondo non è pensabile come astratto da Dio, ma va colto come il mondo in Dio; gli enti concreti, cioè, sono le stesse idee sussistenti nella mente divina, secondo ciò che la tradizione mistica nomina, classicamente, via eminentiae. In questa prospettiva, il teorema dell’Exemplar trova la propria formulazione più compiuta nella relazione tra Originario, Originante e Originato.
La contemplazione del mistero dell’intimo rapporto tra l’anima umana e la vitalità divina nascosta trova un termine comune nell’incomunicabilità. Tale mistero, per l’aspetto della sua intelligibilità razionale, si è sempre dato all’uomo nei termini della relazione di creazione, condensata esplicitamente nel teorema dell’Exemplar. L’Originario (che è la Deità in sé stessa) è l’unità nella quale l’Originante (l’aspetto di intelligibilità della Persona divina come creante) e l’Originato (il creato come tale, o anche, nella sua specificità e peculiare dignità, l’uomo) sono «inconfondibilmente uniti».
L’Exemplar esprime questa relazione originaria conservandone il mistero e dispiegando, al tempo stesso, il superamento delle derive più comuni nella determinazione della relazione originaria tra uno e molti: il monismo, che dissolve i molti nell’uno, e l’immanentismo, che nega ipso facto ogni realtà trascendente e ogni possibilità di unità. Inconfondibilmente uniti significa, in un sol colpo, la potenza speculativa della determinazione relazionale che opera metafisicamente nell’attingimento reale della verità dell’Exemplar.
Attraverso una struttura di analogia di proporzionalità è possibile reintegrare i diversi saggi del fascicolo (qui, per ragioni di spazio, ci limiteremo a compiere una sola tappa dell’esercizio speculativo; spetta al lettore proseguirlo, percorrendo il vertiginoso itinerario metafisico dischiuso dal volume), ciascuno articolando da una prospettiva propria il medesimo rapporto fra Originario, Originante e Originato.
Il contributo di Laurence Wuidar conduce questo percorso interrogando il rapporto fra tempo e origine attraverso il confronto fra Meister Eckhart e Luis Cernuda. L’autrice riprende esplicitamente la questione dell’Aquinate sulle idee (Somma Teologica I, q. 15, a. 1-3), punto di partenza sia della propria riflessione che riferimento imprescindibile per intendere esattamente il teorema dell’Exemplar.
Una nota metodologica è fondamentale: il frequente uso di termini cronologici denotanti un «prima» non va inteso in senso temporale, quasi che vi fosse un prima della creazione; la tesi che ne emerge non è infatti di ordine cronologico, ma ontologico. L’identità del soggetto non si radica nel divenire, ma in un’origine che precede la memoria stessa e che, perciò, non può essere collocata all’interno della successione temporale.
Wuidar parla di un luogo «originario» in cui nulla si perde perché nulla vi accade secondo il regime della successione: una differenza, questa, fra l’essere che diviene e l’essere che fonda il divenire senza esservi soggetto. È a questo stesso riferimento eckhartiano che si lega la duplicità terminologica da segnalare: i termini «luogo originario» o gli aggettivi «non nato» e «immutabile» sono talora riferibili all’Originante (allorché si fa riferimento alla dimensione inferiore e razionalmente intelligibile), talora all’Originario come tale (allorché, apofaticamente, si evoca la Deità in sé stessa) — dialettica cui si riconducono anche altre terminologie affini.
Analoghe risonanze del medesimo schema attraversano, sullo sfondo, gli altri contributi del fascicolo: dall’esperienza vissuta della conformità trinitaria in Hadewijch di Anversa (Francesca Barresi) alla nascita eterna del Verbo nel fondo dell’anima (Seelengrund) eckhartiano (René Wetzel), dal simbolismo floreale come trasparenza del sensibile (Alessandro Vetuli) al confronto fra finalismo tomista e cibernetica (Andrea Ricci Maccarini), fino alle letture anagogiche del mito di Atteone (Giuseppe Balducci) e del rapporto fra diritto, teologia e letteratura in Boccaccio (Massimiliano Traversino Di Cristo).
Il saggio di Dario Rinaldi, di carattere filosofico-metafisico piuttosto che contemplativo-mistico, si concentra nell’evidenziare il minimo formale che attraversa i sistemi metafisici nella determinazione del rapporto fra l’Uno e i molti, provando a tradurlo anche in veste semantico-formale. Letto in convergenza con questo impianto, il teorema dell’Exemplar, rispetto a tale minimo formale, non è un’ulteriore variazione, ma la determinazione che gli conferisce contenuto: propone una densità che eccede le altre forme di rapporto fra uno e molteplice, risultando, proprio per questo, epistemicamente più forte in quanto contenutisticamente più densa.
L’Exemplar è lo stesso sguardo anagogico che illumina la verità originaria dei contributi qui esaminati: ogni cosa è Dio in Dio (quidquid est in Deo, Deus est) e ne restituisce la piena intelligibilità nella dialettica Originante-Originato come sopra esposto. La proposizione va letta con esattezza, perché il rischio di un fraintendimento panteistico è tanto reale quanto ingiustificato.
Non si afferma che le creature siano Dio nella loro consistenza propria (esito panteistico), né che la molteplicità del mondo si dissolva nell’identità del Principio (esito monistico). Si afferma, piuttosto, che ogni creatura, in quanto effetto della causalità esemplare, è contenuta nella propria causa secondo un modo più perfetto di quello con cui sussiste in sé stessa.
È il principio, di ascendenza dionisiana e poi tomista, secondo cui il causato preesiste nella causa in maniera eminente: la creatura è, in Dio, più pienamente sé stessa che nella propria autonomia astratta, non perché perda la propria identità, ma perché essa è manifestamente la convergenza concreta di ogni altra creatura: omnia in omnibus et quodlibet in quolibet.
Dire che ogni cosa è Dio in Dio non nega la distinzione fra Creatore e creatura, ma la fonda in una relazione di dipendenza totale, nella quale il finito riceve, senza mai esaurirla, la ricchezza del Principio che lo pone.
Il volume realizza così un’operazione propriamente anagogica: mostra come il pensiero rigoroso, quando sia condotto fino alle proprie implicazioni ultime, possa diventare esso stesso un cammino verso l’Uno, nel quale ogni cosa, per partecipazione, è più pienamente sé stessa. Ogni cosa non è, ultimamente, una rappresentazione o una copia della similitudine in Dio (quasi che qualche cosa possa realmente sussistere extra Deum): ogni cosa è la similitudine in Dio.
Il merito principale del fascicolo consiste nell’aver restituito all’esemplarismo tomista un valore non meramente storiografico, ma sistematico e operativo, lasciando emergere la propria unità dalla convergenza argomentativa dei singoli contributi, piuttosto che dichiararla esplicitamente.





