Santa Sede-Russia

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Il viaggio a Mosca di mons. P.R. Gallagher, Segreteario per i rapporti con gli stati e le organizzazione internazionali,  si è concluso venerdì 28 agosto, ed è stata una missione diplomatica della Santa Sede intensa. Non solo per il livello e numero di incontri avuti a Mosca, ma soprattutto perché preceduta dalla visita dello stesso Gallagher in Ucraina nel mese di luglio.

A livello di una diplomazia che cerca di supportare la creazione di condizione per una pace negoziata tra Russia e Ucraina, quella della Santa Sede è attualmente l’unica che ha ufficialmente parlato con entrambi i contendenti. In una intervista rilasciata a Vatican News, Gallagher ha sottolineato come le scelte politiche di isolamento, che hanno caratterizzato gran parte della comunità internazionale, non rientrano nella linea diplomatica coltivata dalla Santa Sede – in questo come in altri casi.

Ma questa visita nasce anche da una constatazione pragmatica: le strategie messe in campo finora, che sono state prevalentemente di appoggio bellico all’una o all’altra nazione, non hanno funzionato: «venendo qui a Mosca e facendo quello che altri in questo momento non fanno, invitiamo a riflettere se le strategie attuate finora stiano portando dei risultati per risolvere questa tragedia» (Gallagher).

Molti commentatori, questa volta come già in precedenza, hanno sottolineato il fatto che la diplomazia vaticana non rappresenta un soggetto che verrà direttamente coinvolto nel momento in cui i due stati e la comunità internazionale si siederanno attorno al tavolo negoziale per dire la parola fine su questa guerra. Secondo queste posizioni, insomma, quella vaticana sarebbe solo una diplomazia minore, se non di facciata nel disordine mondiale in cui siamo finiti – senza avere più a disposizione soggetti sopra le parti in grado di mediare un dialogo diplomatico verso una pace che non sia la mera capitolazione di uno dei contendenti.

Inosservato, in questa linea di interpretazione, il fatto che l’attività della Santa Sede può e vuole fare e fa quello che, in questo momento, nessuno fa. E, oggi come oggi, recarsi a parlare direttamente, nel giro di un mese, sia in Ucraina sia in Russia – fungendo da parte realmente terza – rappresenta l’unica istanza diplomatica di questo genere che le nazioni e la comunità internazionale hanno a disposizione. A fronte dei commenti dimissivi dei media, anche cattolici, e del basso profilo tenuto da Gallagher nella sua intervista, questo «potere di fare» come parte effettivamente terza della Santa Sede, che non ha altro interesse se non quello di sostenere e favorire la creazione delle condizioni necessarie per il passaggio dalla guerra alla diplomazia, rappresenta un patrimonio politico condivisibile da tutti a cui non si può rinunciare troppo velocemente. Né andrebbe svalutato con poca intelligenza per la sua «debolezza» – come analisti cattolici si sono impegnati a fare in Germania e altrove.

In questo momento, una diplomazia che a livello globale viene intesa e praticata come mera estensione dell’appoggio a una parte contro l’altra, non rappresenta solo uno snaturamento delle sue prassi ma anche un grave pericolo per il già traballante assetto mondiale odierno: il modo in cui è stata chiusa diplomaticamente la I Guerra Mondiale dovrebbe essere un monito impellente per ogni nazione e per tutta la comunità internazionale – sempre più evanescente sia come soggetto che come prassi politica.

Il senso della doppia missione di Gallagher a Kiev e a Mosca appare, quindi, in tutta la sua chiarezza e urgenza: la diplomazia monolaterale, che aspira a chiudere questa guerra come una vittoria dell’uno sull’altro, è destinata a creare conseguenze che sarebbe difficili, se non impossibili, da governare nel dopo.

E qui sta l’attuale unicità della missione diplomatica della Santa Sede in questo frangente: parlare all’uno e all’altro, anche quando l’uno e l’altro hanno responsabilità più o meno decisive in merito all’attuale conflitto – riconoscendo così l’uno e l’altro come soggetti di diritto, nonostante e anche in queste responsabilità; mettere, certo, sul tavolo degli incontri le questioni che dividono, ma cercare al tempo stesso di trovare temi condivisi sui quali si può lavorare insieme (per quanto minimali questi possano sembrare), perché solo in questo modo si può costruire quella fiducia reciproca che permetterà di mettere mano insieme alle questioni più scottanti sulle quali si hanno visioni diverse; infine, non considerare la religione irrilevante sia sul piano del conflitto in atto sia su quello della sua possibile e auspicata giusta soluzione.

La diplomazia vaticana sta facendo tutto questo, perché può – e non si limita solo alle questioni di urgenza umanitaria prodotte da quella che Gallagher ha chiamato «questa tragedia».

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