Saffo: la sapienza di partire da sé

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Partire da sé è un gesto sapiente e impegnativo, un viaggio che sa qualcosa del punto di partenza, ma non ha certezze sul punto di arrivo. Chi sono? Cosa penso? Cosa sento? Cosa desidero? Cosa sogno? Domande eversive delineano le inquiete traiettorie della quête e la gettano sempre più avanti, oltre, più in là.

Cerco. Non mi contento del ruolo che gli altri – la società, la famiglia, le attese collettive e culturali – mi buttano addosso. Non indosso supinamente le maschere. La mia ricerca parte da me, dal mettermi in ascolto di me, nel profondo di me, fino al pozzo più fondo, alla notte più buia.

Ascoltare il proprio corpo e lasciarlo parlare. La pelle parla, e la sua è la voce dell’anima. Non si tratta più di conformarsi, di incasellare l’esistenza dentro una cornice che altri hanno disegnato. Si tratta di ex-primere, di far uscire dalle proprie profondità, ciò che sempre anela a fiorire.

Epica omerica e lirica arcaica

Partire da sé implica un posizionamento, l’affermazione di un punto di vista prospettico, l’emergere di una soggettualità. Molto prima che Ecateo di Mileto (550–476 a.C.) inaugurasse in Grecia la nuova stagione dell’indagine storiografica, che marcò il passaggio fondamentale dal mito alla razionalità critica basata sull’osservazione diretta, la poesia lirica iniziò a percorrere vie del tutto diverse rispetto a quelle dell’epos.

Mentre l’epica omerica, impersonale e sostanziata di mito, teneva celato il proprio autore, o i propri autori o forse la propria autrice – come proponeva con la sua tesi rivoluzionaria Samuel Butler nel saggio L’autrice dell’Odissea (1897) –, la fioritura della lirica nella Grecia arcaica segnò l’affermarsi in poesia della dimensione soggettiva e individuale.

La poesia lirica si chiama così perché nasce da un indissolubile legame con la musica, eseguita sulla lira: le liriche dei poeti greci arcaici non sono poesie da lèggere, ma canzoni da ascoltare. Il poeta lirico dava forma non solo al testo, ma anche alla musica dei suoi componimenti, come un moderno cantautore, e il suo canto era richiesto per accompagnare i momenti più significativi della vita sociale: riti di passaggio, fidanzamenti, matrimoni, riunioni simposiali, rituali religiosi.

Di tutta l’imponente produzione lirica di età arcaica è rimasto ben poco: per tradizione diretta ci sono giunti solo alcuni componimenti di Pindaro e Teognide; il resto ci è giunto in frammenti, nella forma di brevi citazioni indirette o frustoli più o meno estesi e lacunosi di papiro.

Le poesie di Saffo e la tradizione del testo

Anche per Saffo, come per tutti gli altri poeti di età arcaica, è necessario fare i conti con la condizione disperata in cui ci sono arrivati i suoi testi.

Nonostante numerose siano le testimonianze che parlano del valore letterario e dell’importanza esemplare della straordinaria esperienza poetica della musa di Lesbo, dei nove libri editati dagli alessandrini per raccogliere la sua produzione poetica, ci è giunta per intero un’unica ode, quell’Inno ad Afrodite che apriva il primo libro delle edizioni alessandrine e che Dionigi di Alicarnasso (60 a.C. – 7 a.C. ca.) ci ha riportato integralmente come esempio di composizione perfetta nella sua eleganza.

Sempre grazie ad un altro scrittore, l’anonimo autore del trattato Sul sublime (I sec. d.C.), possiamo leggere quasi integralmente un componimento di cui conserviamo anche la traduzione in latino del poeta Catullo. Citazioni antiche, spesso della misura di un solo verso o di un distico, ci conservano un centinaio di brevi frammenti, mentre l’importante lavoro svolto dalla scienza papirologica a partire dal Novecento ci ha restituito materiale significativo per continuare ancora oggi ad approfondire la conoscenza della sua voce.

L’isola di Lesbo

Possiamo datare la nascita di Saffo alla seconda metà del VII secolo a.C., probabilmente intorno al 640 a.C. Ereso è il suo luogo di nascita, Mitilene lo sfondo principale della sua biografia. Entrambe località importanti dell’isola di Lesbo, Ereso e Mitilene ci rimandano ad una dimensione culturale raffinata e dinamica, che beneficiava della vicinanza di Lesbo alle coste anatoliche della Troade e ai frequenti contatti di natura commerciale, finanziaria e politica con il mondo mediorientale, soprattutto con il ricco regno di Lidia.

I legami con il Vicino Oriente lasciarono tracce evidenti anche dal punto di vista religioso. Sull’isola di Lesbo, nel santuario di Messon, era venerata la triade divina Zeus–Era Eolia–Dioniso Kemelios (epiteto ad oggi non ancora ben decifrato), riflesso sincretistico di una struttura teologica trinitaria frequente nelle religioni mediorientali, in cui una divinità maschile (il Padre/Cielo) si associa ad una divinità femminile (la Madre/Terra) e ad una divinità giovanile della vegetazione, simbolo del perenne rinascere primaverile della vita e della natura.

L’epiteto Eolia, attribuito alla figura della Madre, identificata con la dea Era, sposa di Zeus, rimanda a Cibele, la Magna Mater anatolica, la divinità più importante del Vicino Oriente; allo stesso modo, nei tiasi presenti sull’isola, istituzioni di carattere pedagogico e religioso riservate alle giovani di famiglia aristocratica legate fra loro in vicendevoli rapporti omoerotici, veniva venerata Afrodite, divinità che, per il tramite della fenicia Astarte, aveva assorbito i tratti di Ishtar/Inanna, dea cosmica mesopotamica dell’amore e della fertilità.

Lesbo non era, dunque, un mondo chiuso, provinciale, ripiegato su sé stesso, ma una realtà porosa, aperta agli scambi, uno degli ambienti più progrediti dell’Ellade nella stagione del pieno arcaismo. Già all’inizio del VII secolo sull’isola aveva cominciato a svilupparsi una vivace produzione poetica che, con Saffo e Alceo, trovò una cifra identificativa peculiare nell’uso del dialetto eolico. Quando, per un caso fortunoso, verranno ritrovati i versi di Giulia Balbilla incisi sulla pietra del colosso di Memnone, proprio l’uso del dialetto eolico permetterà di riconoscere, in questa poetessa di età adrianea, separata da Saffo da una distanza cronologica di settecento anni, una sua epigona.

La biografia di Saffo

Dalla Suda, una sorta di enciclopedia di età bizantina, ricaviamo diverse notizie sulla vita di Saffo: risultano incertezze riguardo all’identità del padre, di cui vengono presentati addirittura otto nomi differenti; la madre era Cleide; ebbe tre fratelli, uno dei quali, Carasso, si trasferì a Naucrati in Egitto per esercitare il commercio; si sposò con Cercila di Andro ed ebbe una figlia, Cleide, che portava lo stesso nome della nonna.

Fonti antiche parlano di un esilio di Saffo in Sicilia attorno al 600 a.C, a seguito di turbolenze politiche che ne coinvolsero la famiglia, molto probabilmente di ceto aristocratico. In uno degli ultimi frammenti papiracei riportati alla luce in tempi recenti, Saffo parla di sé in età avanzata, permettendoci di datare la sua morte intorno al 570 a.C.

Mentre il contemporaneo Alceo alza un elogio alla bellezza di Saffo dolce sorriso, chioma di viola, un ramo della tradizione antica, misogina e impietosa con le donne, soprattutto se e quando danno prova di autonomia intellettuale, descrive una Saffo che, piccola, brutta e scura di pelle, innamoratasi del prestante pescatore Faone senza esserne corrisposta, si suicida per la disperazione, gettandosi dalla rupe di Leucade.

Il giovane Leopardi, nell’Ultimo canto di Saffo, canzone filosofica del 1822, riprese questa leggenda per svolgere una riflessione sulla condizione umana e sul male di vivere, facendo del suicidio di Saffo l’emblema del gesto titanico che, nel darsi la morte, dà forma ad un atto estremo di libertà.

La poesia di Saffo: alcuni testi

La dimensione personale del canto, l’apertura alla soggettività, il dire “io”, è parte integrante della novità rappresentata dalla poesia lirica rispetto alla poesia epica. Ma, rispetto agli altri poeti lirici arcaici, la voce di Saffo supera il banale autobiografismo e si distingue per l’assoluta sincerità con cui sa rileggere il proprio più intimo sentire, mettendo a nudo senza infingimenti le emozioni e i sentimenti, i fremiti della pelle così come quelli dell’anima – il tutto innestato su una straordinaria perizia tecnica e un armonioso equilibrio compositivo.

La duttilità della strofa saffica, elegante forma strofica creata dal genio della poetessa di Lesbo, attraverserà i secoli ritrovando nuova vita nella raccolta Myricae di Giovanni Pascoli, che della ripresa anche stilistica della poesia greca arcaica farà una sua peculiare cifra poetica.

Ode ad Afrodite (fr. 1)

L’ambito del tìaso qualifica in modo imprescindibile l’esperienza poetica di Saffo, guida e maestra delle giovani che, all’interno del tìaso, ricevevano un’educazione raffinata che le preparava alla vita adulta e al matrimonio.

Nel tìaso era presente un temenos, un recinto sacro al cui centro era collocata una statua della dea Afrodite. Tra alberi di mele e roseti sacri alla dea, nel temenos si celebravano riti e feste religiose. L’ode ad Afrodite, composta da Saffo probabilmente per un’occasione religiosa comunitaria che vedeva le ragazze del tìaso intonare la preghiera davanti alla statua della divinità, si presenta nella forma dell’inno, cioè di una preghiera liturgica modulata su stilemi convenzionali.

Ma Saffo, sacerdote della dea dell’amore, conferisce alla preghiera una piegatura del tutto originale: la sua esperienza personale diventa paradigmatica di un percorso affettivo nel quale lo squilibrio generatosi dal non essersi assoggettate alle leggi dell’amore viene ricomposto da Afrodite, garante dell’equilibrio e della giustizia nel rapporto amoroso. Ed è già l’«Amor ch’ a nullo amato amar perdona» di Dante.

Afrodite immortale, dal trono variegato,
figlia di Zeus, tessitrice di inganni, ti supplico,
non domarmi con affanni e tormenti
il cuore, Signora,
ma vieni qui, se mai un’altra volta
udendo di lontano la mia voce
mi ascoltasti e, lasciata la casa del padre,
giungesti,
aggiogato il carro dorato: bei passeri
veloci ti conducevano sulla terra nera
agitando fitte le ali, giù dal cielo
attraverso l’etere;
giunsero subito; tu, o beata,
sorridendo nel tuo volto immortale,
mi chiedesti perché ancora soffrivo
e perché ancora chiamavo
e cosa più di tutto volevo m’accadesse
nel mio animo folle: «Chi ancora persuado
a venire al tuo amore? Chi, o Saffo,
ti reca ingiustizia?
Ché se fugge, presto ti inseguirà,
se non porta doni, certo ne porterà,
se non t’ama, presto ti amerà,
pur non volendo».
Vieni anche ora, scioglimi dalle tristi
angosce, quanto il mio cuore desidera
si compia, compilo e siimi,
tu, alleata.

La cosa più bella (fr. 16)

Partire da sé è un gesto rivoluzionario che può perfino arrivare a smontare dall’interno i valori tradizionali dell’etica maschile fondata sulla muscolarità della guerra. Se la cosa più bella non sono eserciti in armi o flotte imponenti, ma ciò che si ama, Elena, stigmatizzata da tutta una tradizione come causa rovinosa della guerra di Troia, può farsi modello mitico di valori positivi che trovano nell’amore il loro perno e la loro giustificazione.

Omnia vincit amorL’amore vince tutto, canterà Virgilio. È una nuova visione del mondo, che antepone agli ideali bellici dell’epos la supremazia dell’amore. Chiaro l’intento didattico presente nel frammento 16: Elena che, volontariamente, assoggettandosi ad Afrodite, sceglie di abbandonare il valoroso marito, pur di seguire a Troia l’uomo di cui si è innamorata, diventa per le ragazze del tiaso esempio pregnante di autodeterminazione e coraggiosa indipendenza spirituale.

Alcuni un esercito di cavalieri, altri di fanti,
altri ancora di navi dicono sia sulla nera terra
la cosa più bella, io invece
ciò che ciascuno ama.
Molto facile farlo capire
ad ognuno, se colei che superava
in bellezza chiunque, Elena, lasciando
il marito illustre
andò a Troia per mare
e più non si ricordò della figlia
e degli amati genitori, ma lei Cipride
trascinò via, innamorata.

Ode alla gelosia (fr. 31)

Il frammento 31 ci è stato conservato dall’anonimo autore del trattato Sul Sublime, che propone questo componimento come esempio perfettamente riuscito di “sublime” poetico.

Poiché la grandezza, “il sublime”, in poesia si ottiene scegliendo gli elementi più significativi e collegandoli fra loro in un insieme organico e compatto, Saffo viene elogiata perché in questa poesia non si limita a dare voce ad un’unica emozione, ma descrive ad uno ad uno i sintomi fisici e psicologici provocati dalla gelosia e dall’amore.

Si tratta di una vera e propria fenomenologia del sentimento amoroso che, a partire dalla traduzione di Catullo passando per gli Stilnovisti e Petrarca e poi per tutta la stagione romantica, modellizzerà l’immaginario poetico occidentale del “mal d’amore” su una precisa sintomatologia fisica – battito accelerato, perdita della parola, sudore freddo, pallore, brividi, sensazione di morte imminente.

Sembra a me pari agli dèi
quell’uomo che davanti a te
siede e vicino ti ascolta,
mentre con dolcezza
parli e ridi amabilmente, e questo davvero
mi fa scoppiare il cuore nel petto:
non appena ti guardo, anche solo per poco,
non mi resta più voce,
mi si spezza la lingua, sottile
mi scorre un fuoco sotto la pelle,
nulla più vedo con gli occhi,
un rombo sento alle orecchie,
freddo un sudore mi prende
tutta ed un tremito, più verde dell’erba
mi faccio e dall’essere morta
poco sento che manca.

Ma Saffo non è solo un modello letterario. La sua concezione dell’eros come potenza travolgente e divina che sconvolge l’animo come vento che giù dal monte s’abbatte sulle querce (fr. 47) e come indomabile belva dolceamara che scioglie le membra (fr. 130), agì come modello filosofico in Platone (428–348 a.C. ca.).

La “divina pazzia” dell’amore, descritta nel Fedro platonico riprendendo la fenomenologia d’amore descritta da Saffo, rielabora il linguaggio della lirica erotica in chiave filosofica.

L’eros non è una colpa, non è una malattia, ma un’espressione del divino: la bellezza terrena si fa tramite verso la Bellezza Assoluta e l’anima, elevatasi alla dimensione trascendente delle Idee, può giungere ad una nuova nascita spirituale.

Definendo la poetessa di Lesbo “decima musa”, Platone non volle semplicemente celebrarne la grandezza poetica ma, ponendola sullo stesso piano delle divinità ispiratrici delle arti, ne consacrò tutta l’autorità spirituale ed estetica.

Il carme della vecchiaia

La lettura dei poeti della Grecia arcaica ha beneficiato, a partire dal Novecento, del ritrovamento e dello studio di nuovi reperti papiracei. La pubblicazione, nel 2004, del Papiro di Colonia ci ha permesso di leggere quasi integralmente il cosiddetto Carme della vecchiaia, in cui Saffo, riflettendo sull’inesorabilità del tempo che passa lasciando i suoi segni sulla pelle e nel corpo, rivolge alle ragazze del tìaso l’invito a godere della felicità presente e della giovinezza.

L’exemplum mitico di Titono, un bellissimo giovane di cui si era innamorata la dea Aurora, suggella il componimento: volendo vivere il proprio amore per l’eternità, Aurora chiese per l’amato l’immortalità, ma dimenticò di chiedere la giovinezza eterna. Titono continuò così ad invecchiare, diventando sempre più piccolo e decrepito, al punto che di lui non rimase che un filo di voce.

Trasformato in cicala, corpo minuscolo che vibra di un canto continuo, Titono si fa simbolo della voce che permane oltre l’impermanenza. Attraverso il suo mito, Saffo afferma che non la morte, ma una vecchiaia perenne è il destino peggiore per gli uomini, e che solo coltivare i doni delle Muse, la poesia e il canto, può permetterci di sopravvivere oltre la vecchiaia e oltre la stessa morte. È questo il suo testamento spirituale e, certamente, un monito di straordinaria modernità.

Voi, fanciulle, abbiate a cuore
i bei doni delle Muse grembo di viola
e la lira armoniosa amica del canto.
Sulla mia pelle, delicata un tempo,
la vecchiaia ormai sopraggiunge:
da neri si sono fatti bianchi i capelli,
pesante è il cuore, non mi reggono più le ginocchia,
agili un tempo alla danza come cerbiatti.
Di questo io spesso sospiro, ma che potrei fare?
Non è dato agli esseri umani
esseri immuni dalla vecchiaia.
Si diceva che un tempo Aurora braccia di rosa
per amore rapì Titono e lo portò ai confini del mondo,
lui che era giovane e bello;
ma pure anche lui, col passare del tempo,
l’afferrò la grigia vecchiaia,
benché avesse una sposa immortale…

Partire da sé per incontrare il mondo

Ci manca, di Saffo, la possibilità di attingere a piene mani a tutto il suo repertorio. Cos’altro avrà scritto e cantato, che noi non possiamo più sentir risuonare?

Eppure, già nella manciata di frammenti che, come per miracolo, ci sono arrivati, sentiamo vibrare l’intensità del suo insegnamento, che non mira ad una passiva ricettività, ma punta alla formazione di una vera e profonda consapevolezza di sé; già in questi pochi frammenti intravediamo il delinearsi della strada che, passando dalla capacità introspettiva di Catullo e dallo scavo interiore di Agostino, porterà alla autoanalisi petrarchesca e alla nascita della psicoanalisi nel Novecento.

Non verità dogmatiche calate dall’alto, ma l’ascolto di sé nel profondo di sé: è questo l’insegnamento di Saffo, la sapienza che fa del partire da sé il fondamento e lo stimolo per incontrare il mondo e l’altro da sé.

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