
Ma un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come tutti gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi… e un grande grazie. Chiara D’Urbano, psicologa e psicoterapeuta EMDR, si occupa in particolare di formazione e di accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Articolo ripreso dal sito della rivista Città Nuova, 18 agosto 2026.
Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che, fino ad un recente passato, il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e, di conseguenza, anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni.
Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere «diversi» dalla comune umanità. Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie al di fuori del «lavoro».
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Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede.
Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano.
Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente-«bolla» che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato.
Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e di uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.
Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.
Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali.
Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione.
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C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.
La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento?
La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo.
La responsabilità è dell’istituzione: quale «format» di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale «modello sacerdotale»?
Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché, alla lunga, la sola «immagine» non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo.
Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire «il prete in vacanza», o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?».
Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura.
È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo «stare a posto per sempre».
È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.
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La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente «allenati» alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità.
Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.
A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine, perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto.
Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.






Ogni esistenza umana ha un’unica vocazione: diventare essere umano in pienezza, prendendosi cura del proprio cuore e aiutando altri a farlo. Non penso di esagerare affermando che le attività svolte nella società e nelle istituzioni siano semplicemente mestieri. Noi tutti veniamo al mondo relegati in meccanismi: parliamo Italiano perché nati in Italia, nati in Lituania parlano lituano, se nati maschi e’ d’uopo gestire la propria mascolinità,se femmine la propria femminilità, dormire, mangiare, giocare,lavorare, ecc…non possiamo nascere, esistere e morire come pietre rotolanti nella stupidità del meccanismo…siamo in esistenza per diventare esseri umani in pienezza…un prete o chiunque non realizzi questa vocazione e rimanga solo nel meccanismo sigla un fallimento… Poi basta leggere la Storia: modello di umanità piena e realizzata e’ Gesù di Nazareth…fuori di Lui non c’è “pienezza”…
Non sarebbe il caso di valutare con obiettività la riforma di Martin Lutero….almeno dal punto di vista sacerdotale: un prete pastore che possa farsi famiglia;sacerdozio alle donne.
Per inquadrare correttamente la questione, visto che l’autrice è una psicologa, suggerisco la lettura del libro “Il leader narcisista” (Cortina Editore). Non ho mai incontrato un prete non narcisista (abbastanza patologico).
Parole sante, ho 57 anni, visto passare almeno 12 tra parroci e curati e la faccenda che descrivi tu, l’hanno notata tutti: un solo uomo al comando con spruzzatina di narcisismo. Perché qs tratto comune?
Penso a don Camillo, povero, solo e incompreso dai superiori ma vincolato fortemente a Cristo.
Poveri preti quelli di oggi lanciati nel mondo per fare gli assistenti sociali, i sociologia, gli psicologi e anche, ma solo un pochino, gli avvocati e i commercialisti.
Cristo dov’è?
Nell’articolo dov’è la fede?
Poveri preti, è ovvio che i seminari siano vuoti.
Anche io apprezzo l’articolo per varie ragioni. D’altra parte trovo rilevanti anche le osservazioni esposte in vari commenti precedenti: è necessario riconsiderare il ruolo dei presbiteri in chiave storica, muovendo dagli inizi. Lo status attuale dei presbiteri nella Chiesa cattolica non risale alle origini. La comprensione stessa di questo ministero ha conosciuto significativi cambiamenti nel corso dei secoli. Nella chiesa antica, per un periodo iniziale comunque non breve, sono i battezzati nel loro insieme a costituire un popolo di sacerdoti. Non c’è una divisione tra laici e clero: tutti fanno parte dello stesso laòs di credenti; e Cristo è l’unico mediatore. Presbitero non significava sacerdote; Gesù stesso, il Gesù storico ovviamente, non lo era stato. Solo progressivamente la designazione di sacerdote è stata ristretta al vescovo e per contiguità di carisma ai presbiteri. Ma questo slittamento ha avuto notevoli ripercussioni nella comprensione del ministero presbiterale, della natura della Chiesa e dell’eucaristia. Sul presbiterato nella chiesa antica, e su temi affini, hanno scritto pagine molto belle R. Penna in “Un solo corpo. Laicità e sacerdozio nel cristianesimo delle origini”, Roma 2020, e un gruppo di studiosi in D. Righi (ed.), “Vescovo, presbiterio e modelli di leadership”, Brescia 2022.
Apprezzo l’articolo e la competenza professionale dell’autrice.
Sposto il problema su un altro fronte. Quando si parla del prete e delle difficoltà annesse alla sua vita, si propongono (giustamente) diagnosi e percorsi. Il problema però è che qualsiasi analisi sul prete parte sempre da uno “status quo” che non si mette in questione.
Semplificando molto, il ragionamento che sta alla base di ogni discorso sul prete è: “dato che” il prete è celibe, “dato che” di solito non ha altre occupazioni professionali se non il ministero, “dato che” giuridicamente ha pieni poteri, “dunque” proviamo a vedere come aggiustare quanto non funziona…
Le pur importanti e doverose considerazioni sul prete diocesano partono sempre dall’assumere questa figura così come è stata cucita a partire da Trento e che di fatto resta in piedi ancora oggi: ovvero una figura essenzialmente non molto dissimile dal religioso (monaci, frati, chierici regolari) se non per alcuni aspetti esteriori e giuridici.
Credo che abbia fatto un’ analisi concreta e precisa…
Ancora oggi il seminario è considerato luogo e struttura. Dovrebbe essere un tempo e una fraternità
Colui che era semplicemente il “presbitero”, l’anziano della comunità in senso esistenziale, è stato trasformato dalla teoria del cambiamento ontologico in una sorte di mediatore tra Dio e gli uomini. La gente, la nostra povera gente, alla quale abbiamo raccontato un sacco d’invenzioni teologiche lungo i secoli, non poteva che collocarci nella categoria degli angeli. Il resto vien da sé…
Ho sempre pensato che i presbiteri, essendo esseri umani e non dei robot, hanno come tutti sentimenti, rrazioni e fragilità che possono creargli momenti di crisi, possono innamorarsi e da li cominciare a sentirsi in colpa e questo stato di smarrimento non crea niente di buono, allora io mi chiedo e vorrei chiedere agli addetti ai lavori, non sarebbe più umano lasciare liberi questi presbiteri di sposarsi se lo desiderano, creando una sana famiglia ( uomo, donna, bambini) e continuando il loro ministero sacerdotale da sposati? Darebbero così alla comunità , un esempio reale di una vera famiglia cristiana restando degli ottimi preti. Io sono molto ignorante in materia e mi scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno, ma questo è il mio pensiero e volevo condividerlo con voi.
Trovo che essere sacerdoti oggigiorno e abbastanza pesante e frustrante. Oltre ai soliti impegni , piuttosto ripetitivi, come funerali, matrimoni, messe quotidiane, deve affrontare molte situazioni di emergenza, perché molti in stato di bisogno si rivolgono a lui per aiuto. La situazione e peggiorata con gli immigrati . Il sacerdote dovrebbe avere una cerchia di persone fidate che lo aiutano nel suo compito.
Ho notato una grande differenza fra le parrocchie a Milano, dove i fedeli partecipano più attivamente alla vita delle parrocchie , e quelle del sud, dove poche persone si impegnano concretamente . Inoltre sarebbe necessaria una maggiore formazione culturale .
Si da’ per scontato, mi pare, che la storia del sacerdozio si sia formata ai primi tempi della chiesa e poi si sia fermata e consolidata acquisendo la mentalita’ del mondo [ escludendo il mondo femminile in ambito cattolico ] e poi scegliendo il celibato come modello assoluto <> agli aspiranti al sacerdozio a cominciare dall’anno mille…[ dato il potere temporale della chiesa acquisito con Costantino in maniera non chiara…] e confermato con il zconcilio di Trento in contrapposizione ai protestanti che guarda caso hanno preti sposati, pastore donne e addirittura Vescove.
L’umanita’ del prete nel 3.000 avvenente deve superare- a mio parere – questi 2 grandi e gravissimi handicap…
Anche a me sembrano due problemi e, se non necessariamente due svantaggi a livello personale, questioni che la Chiesa dovrebbe essere disposta a rivedere a livello normativo. Quella del celibato per una rivalutazione sulla base di ormai senz’ altro abbondanti dati storico -comparativi delle diverse esperienze confessionali, e di un un confronto tra queste, aggiungendo la disponibilità a trarre onestamente da tutto ciò un bilancio e delle conseguenti conclusioni di carattere pratico a salvaguardia della pacificazione personale – che si insiste a descrivere necessaria e sempre minacciata – ad Intra e ad extra.
La questione del ruolo della donna è (da sempre) di centrale, nella Chiesa non meno che nel resto dell’ universo, caratteristicamente ubiquitariamente imperniato su formae mentis maschiliste. Come tante altre ostativita’ pretestuose, trovo ingiusto che il cattolicesimo neghi a priori l’ accesso al sacerdozio ordinato alla metà femminile della sua sequela. All’ interno del Cristianesimo, i protestanti del resto da secoli nel merito hanno risolto nel senso della liberalizzazione universale, e questo dovrebbe, ecumenicamente, aggiungere per tutti materia di riflessione.
Grazie per l’articolo, davvero concreto e con varie proposte.
Entra nel problema della possibilità di trovare famiglie e persone che, con prudenza e magnanimità l, sappiano offrire amicizia e sostegno ai sacerdoti delle parrocchie.
Andando a Messa tutti i giorni, frequento, in modo più o meno regolare, varie parrocchie, vicino a casa mia, ma spesso trovo generosità ma anche una certa litigiosità nei laici che si impegnano ad aiutare.
Altre volte i sacerdoti hanno un certo timore ad accettare o a dimostrare, fosse per timore di fare preferenze.
Sarebbe auspicabile che qualche volta, da tutti e due i “versanti”, si condividesse qualche momento di convivialità con poche persone alla volta… A tavola le persone si aprono più facilmente.
Ricordo anche (nel suo articolo giustamente non si accenna) che il sacerdote e anche qualsiasi cristiano, hanno bisogno di momenti di preghiera, per sostenere la fede e le motivazioni.
Ultima cosa: sottolineo il bisogno di fraternità con altri sacerdoti e tempo di ascolto e di condivisione da parte del Vescovo o da chi per lui nell’ambito della
diocesi.
Ancora grazie del suo articolo.
Devo ammettere che questo articolo sulla personalità del sacerdote mi pare davvero onesto. Delinea una responsabilità su più livelli che trovo qui per la prima volta così chiara. A margine comunque mi pare che ci siano tre problemi congiunti: 1) l’iniziale formazione in seminario deficitaria sotto molteplici aspetti, 2) la mancanza di spazio a laici competenti che aiutino i sacerdoti nel loro ministero (effettiva corresponsabilità), 3) l’assenza di una reale formazione permanente che vada ben oltre la retorica.