
La sospensione in atto del processo di beatificazione di Josef Kentenich (1885-1968), fondatore del movimento ecclesiale di Schőnstatt, e le progressive rivelazioni circa i comportamenti abusanti di Henri Grouès noto come Abbé Pierre (1912-2007) riaprono capitolo dolorosi nella coscienza ecclesiale.
Josef Kentenich
La sua beatificazione mi sorprenderebbe molto: così si è espressa la storica Regina Heyder in una intervista a Katholisch.de (19 ottobre 2026; cf. Herder Korrespondenz n.10, 2026). La sospensione del processo diocesano è stata decisa dal vescovo di Treviri (Germania), Stephan Ackermann, nel 2022 dopo la pubblicazione di Alexandra von Teuffenbach di una documentazione di archivio su una visita canonica al fondatore del movimento di Schőnstatt fra il 1951 e il 1953.
Dalle carte emergono elementi di manipolazione, di abusi di potere e di violenze sessuali. Conclusioni criticate dallo storico Paul Oberholzer sj ma confermate da Heyder in ragione delle nuove ricerche archivistiche: «Non c’è motivo di dubitare della credibilità delle suore (accusanti). Nessuna di loro ha parlato con superficialità o senza fatica del comportamento abusivo di Kentenich».
Il caso emblematico di Georgia Wagner che nel 1948 lo accusa in una lettera alla superiora generale, conferma il racconto davanti al visitatore p. Sebastian Tomp, e pur uscendo dalla congregazione, continua con altre la sua testimonianza cristiana, è molto indicativo. Domande intrusive in una pratica chiamata “esame bambino”, in posture indebite come la prostrazione (“monte degli ulivi”) e confessioni “obbligatorie” con il fondatore costituiscono elementi di un “culto del padre” che faceva di Kentenich un oggetto di venerazione.
L’ordine vaticano di abbandonare la Germania per gli Stati Uniti dopo la visita canonica con severi limiti di azione (largamente elusi nei comportamenti concreti) viene tacitamente superato solo nel 1965 quando il fondatore torna e riprende il suo posto. Dopo la sua morte nel 1975 si avvia il processo di canonizzazione fino all’interruzione ricordata.
Gli elementi più critici sembrano essere la non piena trasparenza delle fonti archivistiche utilizzate, la non provata riabilitazione del 1965 (un paio di lettere dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede attestano la permanenza delle critiche a suo tempo formulate) e i nuovi materiali emersi grazie alle ricerche di Heyder e Teuffenbach.
«Inizialmente – annota Heyder – le accuse contro Kentenich non venivano contestualizzate, ma piuttosto minimizzate. Ora è stato adottato un approccio più cauto ed è stato annunciato un volume contenente le testimonianze delle suore coinvolte».
Sul sito del movimento è apparso l’invito a testimonianze anche critiche, in nome dell’apertura alla verità e nella convinzione che una ricerca aperta potrà chiarire l’originalità del fondatore. Non solo riguardo alla pluralità delle appartenenze (singoli, famiglie, consacrati e no), ma anche alla originalità dell’approccio pedagogico e spirituale, fondato sulla fede nella provvidenza, sull’alleanza con Dio e sulla missione oltre che sulla devozione mariana.
Il suo internamento a Dachau durante il nazismo e l’accusa di freudismo nelle relazioni educative lo testimoniano. Un momento critico e prezioso per l’Opera di Schőnstatt che coinvolge 140.000 membri in 42 paesi del mondo, soprattutto in America del Nord e del Sud e in Africa.
Abbé Pierre
Dopo tre rapporti (2024-2025) che hanno illustrato gli aspetti oscuri dei comportamenti abusanti dell’abbé Pierre, un libro di Laetitia Cherel e Marie-France Etchegoin (La Fabric d’un saint) e in attesa del rapporto di una commissione indipendente di studi (previsto per il 2027) è uscita una inchiesta storica di Axelle Brodiez-Dolino: “J’ai un trés grand secret a vous dire”. L’abbé Pierre au creux des archives, Cerf 2026.
Essa copre i decenni che dall’infanzia arrivano al 1972. Di una personalità di eccezionale impatto pubblico, tanto da essere considerata fra le più rilevanti nel paese sia sul versante civile che ecclesiale, si raccontano i lati più oscuri e censurati. Afflitto da una malattia psichica bipolare, da comportamenti compulsivi con episodi di perversione sessuale, Henri Grouès (nome civile dell’abbé Pierre) è segnato da drammi familiari (la zia condannata per l’uccisione del marito), dalle violenze sessuali subite in collegio e dalla difficile gestione della propria sessualità.
Esploso nel consenso pubblico dopo il celebre appello del 1954 per i poveri e i senza tetto della Francia già nel successivo viaggio trionfale negli Stati Uniti (1955) è seguito da malumori e denunce sottovoce di comportamenti intollerabili con le donne. Le critiche, fra cui quelle di J. Maritain, arrivano fino a Roma che guarda con sospetto la sua disinvoltura finanziaria, le accuse di filo-comunismo oltre alle annotazioni di devianze sessuali.
Nel 1957 l’abbé Pierre scompare per un ricovero in una clinica psichiatrica svizzera di cui si era perso le tracce. Per tornare subito dopo nella scena pubblica e farsi in parte toccare da un celebre scandalo nazionale a luci rosse nel 1959. Fonda il movimento Emmaus che si espande a livello mondiale raccogliendo generosità personali e finanziarie a favore dei poveri. Rimane sulla cresta dell’onda fino ai suoi ultimi anni, circondato dall’ammirazione di molti e dai silenzi dei responsabili politici ed ecclesiali che non sempre avevano il quadro completo della situazione.
Un certo controllo da parte dei vescovi si esercita con l’invito a farsi seguire dai medici, con l’indicazione per una residenza stabile, con l’invito a una sorveglianza costante. Si è anche cercato di inviarlo in missione in paesi lontani, senza risultati. «Si può dire – afferma Axelle Brodiez-Dolino in una intervista a La Croix del 17 ottobre – che l’abbé Pierre resta sotto controllo fino al 1964. Poi le maglie progressivamente si allargano: cambiano i responsabili, risulta mediaticamente meno esposto, il suo trattamento medico sembra funzionare ecc. Nel 1972 scompare dai radar della Chiesa. Quando ritorna sulla scena pubblica negli anni ‘80 la Chiesa non ha più presa su di lui. È troppo conosciuto e ormai incarna esclusivamente il movimento Emmaus».
L’esplosione dello scandalo nel 2024 e l’affollarsi delle denunce delle vittime (ormai una sessantina) spingono la fondazione e la Chiesa francese ad una azione di chiarezza e pulizia, dolorosa ma doverosa. Si mettono in opera i dispositivi per la riparazione alle vittime, già effettuati dopo il rapporto della commissione nazionale indipendente sugli abusi nella Chiesa francese (Ciase), si aprono gli archivi dando spazio a ricerche storiche e sociologiche e la fondazione cambia il nome e il logo dove scompaiono i riferimenti all’abbé Pierre, ma rimane l’impegno a servizio dei poveri e senza tetto.





