Perché le manifestazioni diventano violente?

Foto LaPresse.

Foto LaPresse.

Andrea Cozzo, già docente universitario palermitano, è autore di volumi su diversi aspetti della pratica nonviolenta, oltre che membro attivo del Movimento Nonviolento (Centro territoriale di Palermo). Risponde qui ad alcune domande di Giordano Cavallari sulle espressioni di violenza nelle manifestazioni giovanili di questi giorni.

– Caro Andrea, quali informazioni hai delle manifestazioni studentesche e giovanili in tante città italiane di questi giorni?

Ho letto che le manifestazioni contro il carovita si sono svolte in più di una decina di città e che, in alcune, ci sono stati scontri e violenze anche pesanti – di cui ho visto i filmati – con il coinvolgimento attivo anche di un certo numero di minorenni. Credo che le forme più gravi siano state a Torino, Milano e Bologna.

– Hai un’idea chiara di cosa le stia muovendo e con quali obiettivi?

“Chiara” è una parola grossa. Comunque, una qualche idea, sì, mi è venuta in mente: direi che si tratta di insoddisfazione sociale per uno stato di cose reali, espressa – quando c’è stata violenza – in modo inaccettabile, a cui si è sommato, probabilmente, il disagio generazionale di ragazzi che magari neppure sapevano per cosa si stesse manifestando, ma sfogavano così, con atti di teppismo, le loro frustrazioni e la loro rabbia.

– Sono in qualche modo inquadrabili: “destra” o “sinistra”?

Non saprei bene. Tuttavia, “a pelle” direi probabile che – nei casi di consapevolezza – possono essere giovani che si autodefiniscono di sinistra, o meglio di sinistra non istituzionale. Gli infiltrati, cui, soprattutto sui social, si è fatto riferimento, possono esserci, ma ho difficoltà a immaginare che fossero in numero consistente o tale da corrispondere a quello dei fermati o degli arrestati.

– Di fronte alle devastazioni e alle violenze – da nonviolento – qual è la tua istintiva reazione?

Sgomento e indignazione. Ovviamente le violenze non possono che essere, minimo minimo, controproducenti rispetto alla causa per cui si lotta. Ottengono di fare concentrare – in buona e/o in cattiva fede – su di esse il dibattito pubblico allontanando dal problema effettivo che le manifestazioni si prefiggevano di denunciare.

– Ci vedi un intento aggressivo – a priori – nei confronti delle forze dell’ordine?

L’intento aggressivo verso le forze dell’ordine mi pare abbastanza probabile. In una società in cui la logica “normale” è di tipo dicotomico – “noi, i manifestanti siamo i buoni, loro, il Governo e le forze dell’ordine, sono i cattivi” – è quasi un’ovvietà, che spesso vale anche a parti invertite, cioè per il Governo e/o le forze dell’ordine.

Sicché, tra i partiti, nei media o sui social, si instaura un dialogo non-dialogo del tipo, a seconda che si sia filogovernativi o antigovernativi, “condanno il Governo, MA le violenze…” oppure “condanno le violenze, MA il Governo…”.

Per quel che mi riguarda, la violenza socioeconomica del Governo e il carovita di cui esso è in massima parte responsabile – quella che Johan Galtung chiama “violenza strutturale” – così come quella agìta da manifestanti, sono da condannare entrambe, senza dare la priorità ad una e senza introdurre un “ma” per l’altra.

–Al di là delle spiegazioni sociali e politiche, ritieni che le forze dell’ordine abbiano sbagliato – e continuino a sbagliare – l’approccio con questi ragazzi?

Non so se hanno sbagliato, perché non so come si siano preparate e se fossero numericamente sufficienti in rapporto al numero dei manifestanti. Buona parte della preparazione riguarda, come in tutte le cose, ciò che sta a monte, non il momento dell’emergenza: consiste nell’accordarsi con gli organizzatori delle manifestazioni, sull’opportunità di segnalare espressamente a tutti, dal punto da cui si parte – già nella locandina con cui si indìce la protesta – le regole di partecipazione, esplicitando l’informazione – che può avere un effetto deterrente efficace – che chi metterà in atto violenze sarà isolato e denunciato anche dagli stessi manifestanti: per esempio attraverso un servizio d’ordine formato ad hoc, in comunicazione con i poliziotti, in modo che si possano distinguere manifestanti pacifici e manifestanti violenti, per non colpire indiscriminatamente la folla, che, altrimenti, può, almeno in parte, solidarizzare con i violenti. Gli studi al riguardo dicono che si deve intervenire prima che lo stato di tensione sbocchi in violenza vera e propria.

Un piano coordinato tra forze dell’ordine e organizzatori – se possibile concepito all’interno di veri e propri laboratori di formazione che, per i partecipanti, resteranno acquisizione culturale per il futuro – è fondamentale, ed è fondamentale che la comunicazione delle forze dell’ordine riesca a rendere chiaro, nei modi giusti, che non si chiedono “spiate” e “delazioni”, ma collaborazione, per far sì che la manifestazione riesca bene: pertanto, naturalmente, anche comportamenti scorretti dei poliziotti devono essere individuati, comunicati, eventualmente registrati, e comunque denunciati.

– Esistono, quindi, alternative – chiaramente non violente – effettivamente praticabili?

Vi ho fatto riferimento, necessariamente in maniera generica, nella risposta precedente. Aggiungo: sarebbe stata opportuna la rimozione di oggetti “lanciabili” su tutto il percorso – abbiamo assistito, infatti, perfino al lancio di monopattini! –, nonché una preventiva comunicazione ai negozianti e, se aperti, agli uffici.

Insomma, studi, tecniche ed esperienze al riguardo esistono: naturalmente servono consapevolezza, responsabilità e volontà perché diventino pratiche spendibili all’occasione.

Print Friendly, PDF & Email

4 Commenti

  1. Augusto Cavadi 20 ottobre 2026
  2. Mariagrazia Gazzato 20 ottobre 2026
    • Angela 20 ottobre 2026
  3. Angela 20 ottobre 2026

Lascia un commento