
Emanuele Severino è stato, per la cultura italiana del Novecento, una voce profetica e scomoda. La sua critica radicale all’Occidente – malato di una “follia” originaria, quella di credere che l’essere possa venire dal nulla e al nulla ritornare – ha scosso le coscienze di filosofi e teologi, di credenti e non credenti.
Severino ha avuto il merito di smascherare il nichilismo che pervaderebbe l’intera tradizione occidentale, dalla metafisica greca al cristianesimo, dalla scienza moderna alla tecnica contemporanea.
Per Severino, il cristianesimo sarebbe la forma più compiuta di questa follia. La sua dottrina della creazione ex nihilo – secondo cui Dio avrebbe tratto il mondo dal nulla – e la sua concezione dell’uomo come “polvere” destinata a ritornare nella polvere, è per lui l’espressione più radicale di quella persuasione alienante che riduce l’essere a caducità, la vita a morte, il senso ad assenza di senso.
L’Occidente è davvero malato di nichilismo? È vero, la convinzione che la vita sia un lampo destinato a spegnersi, che il senso sia una proiezione illusoria, che la morte sia l’unica verità – questa convinzione è diffusa e produce violenza, indifferenza, disperazione. Tuttavia credo anche che Severino abbia sbagliato bersaglio. Il cristianesimo autentico non è il problema, ma la soluzione. E la teologia più avvertita, come quella di Pierangelo Sequeri, lo dimostra in modo esemplare, offrendoci gli strumenti per una decostruzione radicale della critica severiniana.
Il “nulla” di Severino e il “nulla” del cristianesimo
Il punto cruciale del fraintendimento di Severino è la sua comprensione del termine “nulla”. Per Severino, il nulla è semplicemente il non-essere: l’assenza, il vuoto, il deserto, la negazione radicale di ogni realtà.
Quando la teologia cristiana parla di creazione ex nihilo, egli intende che Dio ha prodotto le cose a partire da questo nulla, da questo non-essere, e che le creature, partecipando del nulla da cui provengono, sono destinate a ritornare in esso. La morte diventa così il trionfo del nulla sull’essere, la definitiva sconfitta della vita. L’uomo è, in ultima analisi, niente.
Ora, Sequeri insegna che questa interpretazione del nulla è radicalmente estranea al cristianesimo autentico. Il nulla della creazione non è il non-essere, ma lo iato, il varco, la discontinuità che rende possibile la relazione tra causa ed effetto, tra il Padre e la creatura, tra il prima e il dopo. È lo spazio della libertà, il margine in cui l’Altro può emergere come altro, senza essere una semplice emanazione o una replica del creatore.
Quando la teologia cristiana parla di creazione ex nihilo, non intende affatto che Dio ha fabbricato le cose a partire dal nulla, come se il nulla fosse una materia prima o, anche, un serbatoio di possibilità. Intende dire che la creazione non è una emanazione necessaria dall’essere divino, né una produzione causale secondo un rapporto di causa-effetto proporzionato, ma un dono gratuito, un evento di relazione.
Il nulla, in questo senso, non è il contrario dell’essere, ma il suo spazio di generazione. È ciò che permette alla creatura di essere altra da Dio, di non essere un pezzo di Dio, di essere una singolarità irriducibile.
Sequeri lo formula con un’immagine che mi sembra folgorante: la creazione non è un fare, ma un generare. E generare significa far essere un altro senza che l’altro sia una parte di sé. Questo “senza che” è il nulla. È il varco che impedisce alla creatura di essere una replica del creatore. È il mistero della singolarità, che non viene da niente e che, per questo, è irriducibile a qualsiasi causa. La singolarità è eterna. Nascere è per sempre. La vita eterna non è contemplazione statica, ma vita piena, movimento, incontro, scoperta. Questa volta però, senza i pericoli, senza le lacrime, senza la minaccia di perdere tutto.
Allora, la critica di Severino si rivela fondata su una premessa errata. Egli ha denunciato la follia di credere che l’essere sia caduco, che le cose vengano dal nulla e vadano nel nulla. Vale per tutti, ma non per il cristianesimo: l’essere è generato nell’amore. E l’amore non è niente. L’amore è la realtà più piena che esista.
Il dogma di Nicea: una rivoluzione ancora inascoltata
I Padri conciliari affermarono che il Figlio è gennēthenta ou poiēthenta: “generato, non creato”. Nella lingua greca dell’epoca, gennân e poieîn erano sinonimi: entrambi indicavano il venire al mondo delle creature. I Padri, contro ogni evidenza linguistica, decisero di separarli: il Figlio è generato (come le creature), ma non è creato (come le creature). È generato dall’eternità, non nel tempo. È generato, ma non prodotto.
Con il termine generato, i Padri hanno introdotto una parola affettiva nell’intimità di Dio. Generare non è produrre. Produrre è un atto di potenza, di volontà, di dominio. Generare è un atto di amore, di voler bene, di dono. Chi genera non fa semplicemente esistere qualcosa; fa esistere qualcuno, e lo fa per amore. Il cristianesimo pertanto non ha affatto introdotto il nulla nell’essere. Ha introdotto la generazione, che è il movimento stesso dell’amore. L’amore non distrugge l’essere; lo porta a compimento, lo genera nella sua singolarità eterna.
Severino, in fondo, ha combattuto contro un’immagine di Dio che è la negazione dell’amore: il Dio-sostanza, il Dio che riposa su sé stesso, il Dio che non ha bisogno di nulla e che, proprio per questo, è radicalmente incapace di generare.
Questo Dio non è il Dio di Gesù Cristo. È l’idolo del teismo convenzionale; è anche il Dio che i cristiani hanno spesso pregato ma che il Vangelo smentisce. Il Dio di Gesù è il Padre che genera il Figlio nell’amore, che dona lo Spirito perché questo amore si diffonda, che si commuove per la felicità delle sue creature. Questo Dio non ha paura del nulla; lo abita, lo attraversa, lo rende fecondo. Il nulla, per Lui, non è la minaccia, ma il grembo della generazione.
La violenza della fede? Una questione mal posta
Severino sostiene poi che la fede, per sua natura, è violenza. Affermare che il mondo ha questo senso e non un altro – dice – è prevaricazione. È imporre agli altri la propria verità, senza lasciare spazio alla ragione, al dubbio, alla ricerca. E questa violenza sarebbe intrinseca al cristianesimo, che ha sempre cercato il potere politico per imporre le sue verità.
La fede cristiana, nella sua autenticità, però non è violenza. È testimonianza. È l’umiltà di chi ha ricevuto un dono e lo condivide, senza imporlo, senza costringere, senza violentare. La fede cristiana non dice: “Io so, tu non sai, e quindi ti impongo la mia verità”. Dice: “Io sono stato amato, e quindi amo. Io sono stato perdonato, e quindi perdono. Io sono stato generato, e quindi genero”.
La violenza, semmai, è l’idolo: il Dio che tiene i conti, che punisce, che è complice delle ingiustizie. La violenza è il teismo convenzionale che ha ridotto Dio a un padrone, il nulla a un deserto, la creazione a un prodotto, la morte a una punizione.
Questo idolo è proprio ciò che il Vangelo smaschera. Gesù, sulla croce, perdona i suoi uccisori e mostra un Dio che non usa violenza, ma si dona. Gesù, nel discorso della montagna, insegna ad amare i nemici e mostra un Dio che non esige vendetta, ma offre misericordia.
Allora, la violenza che Severino denuncia è reale, ma non è la violenza del cristianesimo. È la violenza dell’idolo, del Dio che i cristiani hanno spesso costruito a loro immagine e somiglianza. È la violenza di un cristianesimo deviato, che ha dimenticato il Vangelo e ha inseguito il potere. Ed è proprio contro questo idolo la nostra Teologia in ginocchio, si batte.
Severino, un alleato per la teologia?
In conclusione, credo che Severino sia un alleato, non un nemico, per la teologia cristiana. Il suo grido contro la follia occidentale è un grido che la teologia deve ascoltare, perché denuncia il nichilismo che minaccia anche la Chiesa.
La risposta non è, però, il rifiuto del cristianesimo, ma la sua purificazione. È il ritorno al Vangelo, alla predicazione di Gesù, alla testimonianza dello Spirito. È il coraggio di pregare il vero Dio, che è solo e sempre amore, e che ha fatto del nulla il grembo della sua generazione. Se il nulla non è l’assenza, ma lo spazio di generazione, allora la morte non è la fine. È il passaggio.
Se la creazione non è un prodotto, ma è un dono, allora – oltre ogni teismo e anche oltre ogni post-teismo – possiamo continuare a pregare il Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, e che ha fatto della generazione la sua identità più profonda. Dio è Spirito, il respiro che attraversa il nulla; il Soffio che trasforma la polvere in vita.
È l’Amore che genera la singolarità eterna. Questo significa, infine, superare la follia del nichilismo e abitare la sapienza della creazione: un mondo che non è caduco, ma eterno; non è polvere, ma vita; non è niente, ma amore.
Città del Vaticano, 17 agosto 2026
Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto, è Presidente della Pontificia Accademia di Teologia






Bellissime parole, bellissimi ragionamenti, bellissime argomentazioni … … Ma non bastano, non sono sufficienti. L’ altro giorno mio figlio, che ha 8 anni, mi ha chiesto: papà cos’è il vuoto? E prima di Dio cosa c’era?
Beh, a queste domande le … … bellissime di cui sopra, checché se ne dica, non forniscono risposta. Che piaccia o meno, ma al momento l’ uomo si trova in questa condizione di “conoscenza”.
X padre e figlio…
1) ci sono ? Inutili
Ad es. Quelle cui si sa impossibile rispondere, magari x che’ mal poste ..
Come; prima di Dio?
Se Dio è fuori dal tempo non ha senso quel prima..
Oppure come:
Cosa c’era prima di 10 alla – 36s dopo il B.B?
Aggiungi che se l:Universo è avviato verso una fine BIG FREEZE i.e. ha una Storia cioè è fuori dalla trascendenza.
Il vuoto è diverso dal nulla,:
Ci sono “cose=particelle che tra loro si annullano, ma sono nello ( s,t)..
Ma anche le stringhe, cioè cosa forma i quark? Impossibile rispondere!
Ciao al figlio che fa ?
Nel leggere gli interventi del vescovo A. Staglianò su Umberto Galimberti ed ora su Emanuele Severino, non avendo l’intenzione di discutere il contenuto degli scritti, mi sono confortato nel leggere alcune sagge raccomandazioni dettata da papa Francesco, che sotto trascrivo, e che il vescovo Stagliano, dal 2022 Presidente della Pontificia Accademia di Teologia presidente, certamente conosce:
1. Per promuovere la teologia in avvenire non ci si può limitare a riproporre astrattamente formule e schemi del passato. Chiamata a interpretare profeticamente il presente e a scorgere nuovi itinerari per il futuro, alla luce della Rivelazione, la teologia dovrà confrontarsi con le profonde trasformazioni culturali, consapevole che: «Quello che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca» (Discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2019).
2.Una teologia dell’accoglienza che, come metodo interpretativo della realtà, adotta il discernimento e il dialogo sincero necessita di teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, superando l’individualismo nel lavoro intellettuale. Abbiamo bisogno di teologi – uomini e donne, presbiteri laici e religiosi – che, in un radicamento storico ed ecclesiale, al tempo stesso, aperti alle inesauribili novità dello Spirito, sappiano sfuggire alle logiche autoreferenziali, competitive e, di fatto, accecanti che spesso esistono anche nelle nostre istituzioni accademiche e nascoste, tante volte, tra le scuole teologiche…Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante: si può fare teologia soltanto “in ginocchio” –, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà…La teologia di laboratorio, la teologia pura e “distillata”, distillata come l’acqua, l’acqua distillata, che non sa di niente.(Discorso alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale del 21-6-2019).
Non per difendere Staglianò ma questo articolo secondo me è più originale di quello che sembra. Se non altro perchè la statura di Severino (rispetto a quella di Barbero e Galimberti) lo permette.
….”la teologia che (non) serve” , perché vola con una sola ala , e così la mente umana, in cerca di un dio morente, fallisce alla prova del Dio vivente di Gesù!
x Paola:
“Se ritorno alla Sorgente di tutte le cose, è perché a quella Sorgente appartengo, da sempre, non a “condizione di”, non da un momento in poi..”
Ma Severino non dice che ci sono Sorgenti (anche sorgenti senza maiuscola) dice solo che le cose sono e basta. Poichè le cose sono (e non possono non essere perchè il non essere non può esistere) sono eternamente. E’ una gabbia concettuale molto rigida, ma almeno ha la coerenza di non ingentilirla.
Ok, ma parlando di Resurrezione, che è un ri-sorgere, ho fatto l’esempio della Sorgente..che metto in maiuscolo perché è oltre a tutte le cose, che sicuramente come dice Severino “sono”, ma lo sono perché sono nell’Essere (di tutte le cose..) , e non sono altro da Esso..
Però se torniamo al seme, il seme matura ma poi muore. Anzi come disse qualcuno: “Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto.” Che volendo è già una forma di “resurrezione”. Se la congeli non c’è un seme che matura, ma un seme che rimane seme in eterno..
Poi per carità, io non ho mai compreso il senso del monismo spinoziano.
C’è sempre il grande tema della scelta libera che ha l’essere umano.
Un fiore non sceglie di sbocciare, segue la propria natura e le dà compimento. E si affida, anche in caso di eventi avversi.
L’uomo può scegliere se sbocciare o meno.
Può rinnegare la propria natura. Ma la domanda è: quale è la nostra natura?
Perché secondo me, questo è il nodo cruciale.
Pensarsi “altro” da Dio, allontana da noi stessi, prima che da Dio, come nostro creatore.
Ciò che mi ha spinto a commentare, è il concetto espresso di questo Dio che, senza necessità, bastante a se stesso, crea per dono gratuito.
Io penso invece che non possa esserci umano senza divino e viceversa (e la nostra religione lo mostra benissimo, con la figura di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio).
Non si decide di respirare, come di pensare, lo si fa e basta. E se non lo si fa, si annaspa o ci si annulla in un vuoto interiore che davvero ferma e fa morire.
Non c’è Dio di qua, e il mondo di là, c’è la Vita che tutto riguarda e che chiede di essere vissuta e basta, secondo me.
Se non capiamo Chi siamo, resteremo sempre come quel seme che non riesce a dare frutto, congelato nella memoria di se stesso.
Mi rendo conto che sono solo parole, concetti, e poi alla fine tutto va solo vissuto.
I nostri vecchi avevano quella fede che sa di affidamento, che come quel fiore non si fa tante domande, e dà compimento alla propria natura.
Però i tempi sono cambiati, e noi non siamo un fiore, ma esseri umani che devono rispondere Sì volontariamente .
Il Dio nell’alto dei cieli che pregavano e temevano i nostri nonni, non basta più, perché la nostra coscienza è cambiata.
Allora siamo qui a parlare del Dio misericordioso, che ci aspetta e ama sempre ecc. Tutto vero e bellissimo ma manca il dato fondamentale.
Chi sono io per quel Dio? E chi è Dio per me?Sono la Sua creatura? O sono una Sua parte, soggettiva, e devo solo lasciarmi invadere da quel Respiro in cui, e per cui, già vivo?
Ripeto, mia nonna avrebbe detto: se credi in Dio, ti affidi e non fai tante storie..
Però lo vediamo bene come la teologia stia cercando altre strade per pensare Dio, e se lo fa è perché l’esigenza è reale.
In ogni relazione, bisogna chiarire i termini di questa..
Se il nostro Dio è Relazione, non possiamo tirarci indietro per paura di dar forma a qualcosa di sbagliato.
In ogni caso bisogna osare.
Già Ratzinger, se non sbaglio, diceva che per parlare di Dio nei nostri tempi, sarebbe stato necessario partire da cosa è il fenomeno umano.
Ecco, la domanda è tutta lì.
Chi siamo? Da dove arriviamo? E quale è il nostro destino? Qual è la nostra natura?
Se si parla di respiro, seme o demiurgo si finisce in un contesto medioplatonico, al massimo un po’ gnostico o orientale. Insomma sono tradizioni un po’ mescolate insieme secondo me. Il cristianesimo è abbastanza poroso con varie tradizioni però di suo è anche particolare, esiste il libero arbitrio (che non è del tutto compatibile con il monismo) esiste l’incarnazione (che presuppone una trascendenza divina) ecc.
Ratzinger in uno degli ultimi libri intervista disse che andava sicuramente ripensata (o meglio non ripensata tradotta meglio nel linguaggio odierno) l’idea di Dio. Dire che Dio è non significa immaginarlo in qualche luogo. Ad esempio, non è dentro fuori, sopra o sotto l’universo. E’ in quanto relazione. Dovrei cercare le parole esatte, ma le espresse anche Vattimo in una intervista molto tarda:
“Facendosi uomo nella figura di Cristo, Dio ha abbandonato la sua trascendenza: questo falsifica la mitologia, ma al contempo la autorizza. Il dono della carità è, secondo me, il principale centro di aggregazione: Gesù stesso dice che quando due o più sono riuniti nel suo nome, lui è in mezzo a loro. Dio non è in cielo, dove ci sono i satelliti e le stelle, e nemmeno sottoterra, io credo che stia tra la gente che si ama.”
https://www.doppiozero.com/vattimo-intervista-su-religione-e-filosofia
L’omelia natalizia di Leone ad esempio va nella stessa direzione: Parmenide poteva ben vedere negli astri un elemento di fissità assoluta, un essere non soggetto al divenire, era così che appariva al suo tempo. Ma da Galileo in poi sappiamo che il mondo delle stesse fisse non è più uguale, quindi non so, secondo me in molto post-teismo c’è un ritorno un po’ animista, una diviizzazzione della natura:
“Cari fratelli e sorelle,
per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).
Ecco l’astro che sorprende il mondo, una scintilla appena accesa e divampante di vita: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). ”
Lo dico da persona a cui la fisica piace molto, è una tentazione pensare di vedere qualche cosa di “sostanziale” nel mondo fisico, però c’è amore nelle stelle?
Mi dispiace contraddire, ma una persona che si definisce cristiana e/o credente e/o cattolica non può asserire che esista il libero arbitrio. Trattasi di una contraddizione insanabile.
Imo Deus sive natura inteso come:
Stai cercando Dio???
Prova a guardare la natura!!
Che io ricollego a:
Solo l’Uomo è capace di cogliere nella Realtà il significato, cioè di collegarla a Dio.
Io non ho ancora trovato chi onestamente può definirmi Dio. Quindi ogni essere umano che prova a farlo poi si trova in un mere di parole che non portano a nulla di definitivo.
Egregio Stagliano’
la retorica non serve mai la Verità, è il silenzio che la aiuta.
Lei giunge infine ad invocare una purificazione della Cristianità e allora, su quella strada, le suggerisco di cercare, nei Vangeli, il Gesù “diverso” che alcuni Veri Apostoli insegnavano e che Paolo ha combattuto.
Mi risulta che per Severino non si possa predicare l’essere di Dio e l’essere dell’uomo come due modi distinti di essere;per Dio in sé e per l’ uomo per partecipazione .Entrambi sono enti e in quanto tali sono eterni poiche’non vengono dal nulla e non vanno nel nulla. L’essere che viene predicato per Dio da Tommaso d’Acquino e’ per Severino lo stesso che per ogni ente. Premesso cio’ e’ esiziale precisare che nella scrittura Dio non crea dal nulla ma per distinzione , attraverso la parola.Dal caos alla distinzione. Severino non si e’ rapportato al Dio biblico ma al Dio della scolastica aristotelica. Occorre riflettere sull inculturazione del messaggio evangelico non assolutizzando la tradizione occidentale che ne e’ stata storicamente la traduttrice piu’ pervasiva.
A me Severino ricorda un po’ gli aristotelici radicali del ‘200, Dio come motore immobile ed eternità del mondo. Alla fine le opzioni in campo sono sempre le stesse, o il mondo ha avuto un inizio (e inevitabilmente avrà una fine) oppure no, è sempre esistito e sempre esisterà.
Riconosco che il tema è veramente difficile, specie quando si usano fantasie ad hoc anche nominali. Ma quando il serpente si mangia la coda…
“problema, a mio avviso, è il Dio creatore, che come un artefice progetta la Sua creazione. Si dice senza averne necessità, intendendo con questo, di farlo come dono gratuito..e siccome il Dio interventista spesso ha deluso, si dice che in nome della Libertà della creatura, un simile Dio, non si occupi del mondo, ma lo lasci libero di determinarsi. .
Questo, secondo me, è l’artefice, il demiurgo che crea per Suo atto volontario e che rivendica un mondo fatto a Sua somiglianza, pena la morte di ciò che a Lui non è conforme.
Questo è, in fondo, un Dio violento.E forse da questa immagine, deriva quella violenza della fede che denuncia Severino, laddove chi non si adegua, è nell’errore, e non si salva. Questo non è il Padre di Gesù..” ecc ecc
Rev.mo mons. prof. Staglianò, ho avuto modo di leggere non solo questo intervento ma anche altri sul tema dei rapporti tra il filosofo E. Severino e la fede cristiano-cattolica. Lei, come molti altri – tra cui spiccano G. Barzaghi, Piero Coda, L. Messinese (spero mi scuseranno se non cito i loro ridondanti titoli religiosi e accademici) – ha il merito enorme di prendere sul serio Severino, e, credo, di considerarlo, anche in campo teologico, un “punto di non ritorno” (P. Coda), con il quale bisogna confrontarsi. Oggi sarebbe scellerato chi non lo facesse. Eppure, ancora una volta, mi pare che la sua interpretazione del pensiero di Severino sia ancora troppo “spiccia”. Il senso mdel “nulla” come “nihil absolutum”, mi sembra ancora una volta entificata: rilevante è l’osservazione su generato/creato ecc. del lettore Marco (20/8). Non si può pensare un nulla entificato in un extramondano trascendente (Dio) senza tradire Severino. Eppure anch’io, da credente, penso che sia necessario ripensare la fede cristiana, intanto accettandola come “fede” e non come verità incontrovertibile (v. Essenza del Nichilismo, “Risposta alla Chiesa”); e poi cercando di “rimanere” nel “Castello di Severino” (L. Messinese) per tutto il tempo necessario a cercare, nei suoi meandri, le luci che possono farci ripensare termini come: “creazione (“ceatione ex nihilo sui et subiecti”????) – e questo lei prova a farlo qui sopra, ahimè fallendo, temo – , “amore”, “persona umana”, “risurrezione”, termini tutti che provengono dal linguaggio del nichilismo, ma che potrebbero – forse – essere ripensati in termini di destino. A far luce su ciò siggerisco idee quali: “contraddizione C” e “Apparire infinito” (cfr. G. Barzaghi). Anche l’dea di “Risurrezione” e di “corpo” andrebbero ripensate. Concludo sottolineando quello che Severino ha sempre rivendicato, cioè il rigore del fondamento del suo estesissimo pensiero: da quello non ci si può sottrarre, pena il crollo di tutto il pensare del filosofo bresciano. Ma… poniamoci una domanda: non è che, nella nostra tradizione nichilistica, abbiamo pensato Dio “a nostra immagine e somiglianza”, se è vero – ed è vero – che Egli è l’incomprensibile, l’Indicibile e l’Orizzonte Inabbracciabile dell’esistenza umana”, che si dà a noi per autocomunicazione (Cfr. K. Rahaner: “Corso fondamentale sulla fede)?
Secondo me c’è un ulteriore passaggio da compiere: Dio che non ha necessità della creatura, è il Dio che sta per sè. Ma non si può fare a meno di respirare, come di pensare. Se il creato è il Pensiero di Dio, ne è assolutamente una Sua parte, ma non come proprietà oggettiva, ma soggettiva.
Un pensiero, una volta emesso o generato, è libero di creare mondi differenti, di pensarsi “altro”, e tutto ciò venendo in relazione ad altri pensieri, ad altri modi di essere ecc.
Il problema, a mio avviso, è il Dio creatore, che come un artefice progetta la Sua creazione. Si dice senza averne necessità, intendendo con questo, di farlo come dono gratuito..e siccome il Dio interventista spesso ha deluso, si dice che in nome della Libertà della creatura, un simile Dio, non si occupi del mondo, ma lo lasci libero di determinarsi. .
Questo, secondo me, è l’artefice, il demiurgo che crea per Suo atto volontario e che rivendica un mondo fatto a Sua somiglianza, pena la morte di ciò che a Lui non è conforme.
Questo è, in fondo, un Dio violento.
E forse da questa immagine, deriva quella violenza della fede che denuncia Severino, laddove chi non si adegua, è nell’errore, e non si salva ..
Questo non è il Padre di Gesù, inteso come il Seme divino in ogni creatura, che certo deve maturare, che deve dare frutto…
Questo Seme è il dato costitutivo e ontologico dell’umanità, che è divina nella Sua Essenza più profonda.
Il Regno di Dio non è l’avvento del dominio di Dio che rivendica la proprietà sulla terra. È quel Regno profondo che deve emergere da noi stessi. È il cielo che si riconosce nella terra senza più opporsi ad essa, è lo Spirito che si riconosce nella Materia e viceversa.
“Questo Seme è il dato costitutivo e ontologico dell’umanità, che è divina nella Sua Essenza più profonda.” Mi pare una affermazione puramente tautologica sinceramente, su cosa basterebbe l’idea che l’umanità sia divina? Tanto più che Severino se non altro ha la coerenza di non fare rientrare il divino dalla finestra dopo averlo gettato dalla porta. Il. Mondo è è basta, senza bisogno di divino.
Io credo che non si possa risorgere se non ci siano i presupposti ontologici, a meno di non credere ad un Dio che compie magie. Ad esempio.
Dire che il mondo è e basta, per me, che non ho certo la Verità infusa, è un concetto troppo materialista, che porta proprio ad una mancanza di senso, in senso nichilista.
E mi fa lo stesso effetto il pensiero di un Dio creatore, ma altro dal mondo, fuori di esso. Libertà o non libertà, mi sembrano solo scuse per tenere l’umanità in basso: una umanità rassegnata alla sua limitatezza. Una creazione che può solo sperare nella Salvezza divina, con il comportamento morale, ma a questo punto utilitaristico, che non porterà mai ad una sua vera responsabilizzazione, oppure rassegnata nella sua limitatezza, che non potrà mai elevarsi, perché la realtà è questa e tanti saluti.
Mi ricorda un po’ il discorso di Mancuso sulla guerra, inevitabile, secondo lui.
Il nichilismo, come il materialismo, assume varie forme, evidentemente , anche inaspettate, forse.
“Io credo che non si possa risorgere se non ci siano i presupposti ontologici” Fatico a capire dove sarebbero i presupposti per considerare divina l’umanita. Dal punto di vista puramente razionale tanto è impossibile risorgere quanto essere divini.
La Resurrezione, vista come un qualcosa di soprannaturale, effettivamente non ha nulla di razionale.
Ma come ho già detto, non credo che la nostra religione descriva un Dio che compie magie.
Se qualcosa succede, è perché ci sono i presupposti perché possa succedere.
Se ritorno alla Sorgente di tutte le cose, è perché a quella Sorgente appartengo, da sempre, non a “condizione di”, non da un momento in poi..
Non per un comportamento morale, ma per un dato ontologico, universale.
Il Seme è da sempre frutto, pur non essendo ancora visibile..non so se riesco a spiegarmi, ma non importa, non devo convincere nessuno, un saluto.
Sequeri, che apprezzo:
“la creazione non è un fare, ma un generare. E generare significa far essere un altro senza che l’altro sia una parte di sé. Questo “senza che” è il nulla. ”
Ma generare, vedo che va in voga, come agentivo o altro alla Kaufmann tutti cercano di fare rientrare Dio nei loro schemi monistici pur di non togliergli la bacchetta della Creazione.
Ma che bello invece che si sia limitato ad un FIAT iniziale dando piena autonomia all’evoluzione, uomo compreso? Unico animale dotato di libero arbitrio quindi fuori dal meccanismo causa->effetto in cui tutto muore ( come dice Severino) ma si trasforma quindi non torna al NULLA.
Ma non basta credere in Dio PURO SPIRITO ( come disse lui..) , credere he esiste una dimensione dell’ESSERE SPIRITUALE nella quale l’Uomo può fare parte SE VUOLE, se la VIVE, se. lui entra davvero in Dio.
PS in sintesi: passare dai verbi fare/generare/ecc. a entrare in RELAZIONE CON..
( cfr i verbi accompagnare.. della CEI: è la stessa cosa!)
CRISTIANESIMO O EMANUELE SEVERINO ‘FRAINTESO’?
Alcuni rilievi per un approccio corretto nei confronti di un grande pensatore dei nostri tempi.
Sul piano metodologico, si nota un particolare di non poco conto. Purtroppo, l’assenza di qualsiasi riferimento o citazione testuale dalle opere di Severino rende difficile per il lettore valutare criticamente le riflessioni proposte.
Sul piano dei contenuti, qualche elemento critico in più. Nei testi di Severino, in particolare nella sua opera fondamentale ‘La struttura dell’essere’, la critica alla teologia cristiana si concentra sull’interpretazione della ‘creatio ex nihilo’ intesa come passaggio o divenire degli enti dal nulla alla sfera dell’essere. In questa prospettiva, il ‘nulla’ non coincide con l’assoluta negazione — come invece sembra emergere dall’articolo —, bensì con quell’ambito in cui le cose cessano di essere empiricamente esperibili, pur rimanendo eternamente radicate e custodite nell’essere, senza necessità di alcuna causa o divinità creatrice. Va riconosciuto al bresciano il rigore e la coerenza del ragionamento logico-formale.
In merito alla categoria di ‘violenza’ attribuita da Severino alla fede, il riferimento non investe certamente la dimensione etica o evangelica dell’amore. La violenza di cui parla Severino è di natura teoretica e culturale: è la disposizione dogmatica con cui la fede pretende di imporre la propria visione come radice e verità assoluta delle cose, subordinando ad essa ogni altra prospettiva del pensiero.
Quando si affrontano questi autori emerge in modo chiaro la prospettiva in cui si muove la grande teologia del Novecento, rimanendo comunque inscritta entro l’orizzonte dell’ontoteologia: il tentativo di pensare l’Essere a partire da un Ente supremo e personale che ne sia la causa e il fondamento. È un tentativo nobile e legittimo, ma che va riconosciuto per onestà intellettuale e per riconoscere i propri presupposti metafisici di fronte alla critica radicale dell’ontologia contemporanea. Forse anche per spingere il pensiero credente su altri orizzonti.
L’uomo è creato non generato… certo… ma è “creato nel generato non creato” cioè nel generarsi eterno del Figlio dal Padre… che in quanto generazione eterna continua ancora… non ti pare? Ongoing creation… sarebbe allora che la “creazione dell’uomo” non produce un “algoritmo” ma piuttosto una “libertà”… perché la libertà dell’amore è il “campo di Higs” (scusa la metafora) del generarsi eterno del Figlio dal Padre “in cui” l’uomo è creato…
Suggestiva apertura sull’ongoing creation e sull’analogia del “Campo di Higgs”. Permangono però due nodi critici:
1. Anche definendo la creazione come un processo continuo (ongoing) e inserendola nel dinamismo trinitario del generarsi del Figlio, si continua comunque a postulare un “Principio” fondativo da cui tutto dipende. Dal punto di vista rigorosamente severiniano, questo resta un “far venire” alla luce o dipendere da un’origine (anche se intima e d’amore), laddove l’essere dell’ente andrebbe invece riconosciuto come eterno in sé, senza alcuna necessità di una causa creatrice.
2. L’uso della metafora del “Campo di Higgs” è brillante per descrivere una teologia che sostiene la realtà senza imporla dogmaticamente, ma resta appunto una metafora. La domanda filosofica di fondo rimane : l’essere dell’uomo è una vera e propria derivazione (o emanazione) da questo processo trinitario, oppure l’uomo è semplicemente un ente che è, nella sua irriducibile ed eterna singolarità?
Non è possibile fare un commento con poche parole, soprattutto in assenza del protagonista chiamato in causa da Sua Eccellenza.
Ma è fin troppo semplice rilevare senza fare filosofismi più o meno teologizzanti, che TUTTA la storia della CHIESA intesa come istituzione religiosa ed anche come STATO , non ha nulla a che fare con le fantasticherie sull’Amore divino per l’umanità creata o generata che dir si voglia.
Ad esempio la storia della Chiesa è’ sempre stata segnata da battaglie furibonde “contra/adversus haereses”, battaglie non ancora terminate come si può evincere dal Libro VI del nuovo Codice di DIRITTO CANONICO, modificato in alcune sue parti da Papa Francesco con la Costituzione Apostolica “Pascite gregem Dei ” del 2021.
Che possano esserci singoli cristiani cattolici innamorati dell’amore è’ innegabile, ma e’ altrettanto innegabile che non fanno storia. La storia della cristiana cattolicita’ non va esclusivamente intesa come storia di idee che si conciliano o che si oppongono ad altre idee Cristiano – cattoliche o addirittura atee, ma come uno spezzone, una partizione della più generale , totale storia dell’umanità cristiano -cattolica e non, eccetera, eccetera, eccetera.
Io partirei dai dati scientifici.
L’universo non esce dal nulla ma dal vuoto.
E dal Big Bang al mondo, limitato e relativo, fino al BIOS e all’Uomo
La storia si svolge in modo libero e autonomo.
Nessun ID Intelligent Design. Nessun bisogno, nessun segno di intervento divino
Oltretutto avrebbe significato mancanza di libertà, uomo burattino.
Io non lo vedo un siffatto dio,non mi interessa.
E dubito aiuti quel Dio è Amore.
Allora tutto è solo polvere positivista?
No.C’è una cosa che sfugge al nulla.
Si chiama empatia. La capacità, che solo l`Uomo ha,
Di amare il diverso senza conoscerlo, al di sopra e al di fuori della ragione,
Amarlo e partecipare della sua Umanità,debolezza, povertà & nobiltà.
Solo l’Uomo è capace di leggere senso e significato.
E di scoprire così di essere lui stesso amato da Dio.
Senza ragioni. Da spirito che aspira allo Spirito.
Dove stail NULLA??
Il nulla per Severino è la morte. Se l’uomo viene dal nulla tornerà al nulla. È un parmenideo che rifiuta il divenire.
Se non ricordo male era allievo di Bontadini da cui riprese la metafisica fino a radicalizzarla.
Forse Stagliano’ vuol dire che l’ex nihilo da cui Dio crea il mondo non è il nulla negativo, della caducità della morte. È un nulla già potenzialmente creativo, quindi sufficientemente solido per sostenere l’ente. Comunque non mi sembra ancora attuale Severino, al netto dei corsi e ricorsi..
Non so se si possa leggere così: Severino rifiuta la creazione perchè rifiuta il divenire. Se nulla è creato tutto è in un certo senso “eterno”.
Il cristianesimo però a sua volta identifica il divenire (inteso come corruzione) come una realtà che rimane al di fuori di Dio, quindi cerca di preservare l’eternità del mondo allo stesso modo.
Sono d’accordo! Vanno infatti ricordati i primi studi di Severino su Parmenide
L’uomo è creato non generato… certo… ma è “creato nel generato non creato” cioè nel generarsi eterno del Figlio dal Padre… che in quanto generazione eterna continua ancora… non ti pare? Ongoing creation… sarebbe allora che la “creazione dell’uomo” non produce un “algoritmo” ma piuttosto una “libertà”… perché la libertà dell’amore è il “campo di Higs” (scusa la metafora) del generarsi eterno del Figlio dal Padre “in cui” l’uomo è creato…
Creati DAL generato non creato. In che senso in Cristo? Senza il sacramento che IN Cristo può esserci? Non è solo sulla croce che Cristo ci ha presi dentro il suo corpo, portati nel grembo e partoriti, dato la sua carne, vero pellicano, innestati come tralci nella vite, e donato la sua vita?
Sono pienamente d’accordo. Credo che abbia centrato il punto.
Il ragionamento del vescovo non fa una piega, purtroppo il Vangelo e di conseguenza il cristianesimo sono sempre stati fraintesi, per letture frettolose, ideologiche e superficiali. Non facciamoci meraviglia, ringraziamo invece chi svela il pregiudizio e rimette in carreggiata il discorso autentico.
Su due piedi mi vengono in mente Agostino e Karl Barth che fanno coincidere ciò che rimane lontano da Dio con il nulla. Per Agostino il male non esiste perché non e’ una vera realtà ontologica, non esiste, appunto, è un nulla.
Car.mo Prof., Ecc.za Rev.ma, è sempre un piacere leggerla!
Aggiungo che Severino è un pensatore che mi attrae immensamente, per quel che riesco a capirne, e che una metafisica severiniana e cristiana sarebbe veramente un dono per i credenti.
Il concetto di Dio in senso cristiano è inaccettabile per il pensiero logico di Severino.
L’estensore dell’articolo fa una semplificazione del nulla, severinianamente inteso, che è lontano da cosa realmente intenda Severino con nulla. Andrebbero assimilati meglio almeno questi saggi: Destino della necessita ed Essenza del nichilismo, dove il Maestro spiega molto bene i concetti accennati in questo articolo che trovo troppo semplificati.
Sono d’accordo.
Ma, eccellenza, se i Padri conciliari distinsero tra creare e generare, applicando questo ultimo a nostro Signore, allora vuol dire che l’uomo è creato non generato, quindi la creazione è creata e non generata. Mi pare che crolli un po’ tutta la sua rilettura della creazione ex nihilo. Riflettiamo poi sul dono e sull’amore. Se l’atto “generativo” di Dio è gratuito ed un atto d’amore, allora Dio avrebbe potuto non crearci affatto e questo non avrebbe affatto diminuito il suo amore. Quindi Dio è amore sia quando crea, sia quando non crea. Ammettere il contrario implicherebbe ammettere un mutamento di Dio nel momento in cui crea.
Esatto, Massimo! Sono davvero sconvolto e preoccupato che chi scrive con l’autorità di presidente della pontificia accademia di teologia possa incorrere in una tale disinterpretazione del credo. Purtroppo mi sembra proprio il problema contemporaneo di nostra Madre Chiesa: cercare in qualche modo di “addomesticare” l’ onnipotenza di Dio per strizzare l’occhio allo “spirito del mondo” (aiōn).
Sembra che l’altro da sé possa essere solo generato e non creato e invece proprio quella è la gratuità e la grandiosità della creazione! Pare una contraddizione enorme con la tradizione della Chiesa, che si potrebbe cercare di negare ricorrendo all’eternità di Dio Amore: in Dio non esiste un prima e dopo, se Dio crea per la generazione, sta già generando. Tuttavia Dio creando, crea anche il tempo, il divenire (primo, secondo giorno…al settimo giorno si riposò) un ordine temporale; (e qui il possibile secondo errore, il divenire come male quando è creato esso stesso; ci ha creati come esseri viventi, per la moltiplicazione e la crescita non come realtà in tutto e sempre uguali a sé stesse). Perdendo il prima e dopo, questo ordine temporale – prima creature e poi figli generati nel battesimo della croce e resurrezione – si tende a perdere proprio quello che si vorrebbe salvare, la libertà e la gratuità di Dio. Siccome Dio è Amore è costretto a generarci: dopo un articolo così il passo è breve. No, Dio avrebbe potuto lasciarci creature, addirittura salvarci lasciandoci creature. Dio ci ha amati quando eravamo peccatori, creature peccatrici. Sta qui la gratuità della pedagogia di Dio, del suo entrare nella storia, per farsi nostro compagno e salvarci.
Grazie di aver fatto notare questo ‘particolare’ enorme, questa contraddizione con ciò che la Chiesa ha sempre insegnato: che siamo creature, certo amate come figli e che diventano realmente figli nella generazione del battesimo, della croce e resurrezione di Gesù Cristo, che è anche nuova creazione.
Ottimo articolo.
L’ho compreso pure io che non sono certo un teologo.
Grazie