Ateologia?
Antonio Staglianò, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, ha dedicato diversi articoli al mio libro Gesù e Cristo (Garzanti, 2025) e io lo ringrazio dell’attenzione, perché credo che i problemi sollevati meritino una discussione approfondita. Purtroppo però l’estensione quantitativa non corrisponde alla profondità qualitativa, perché nell’argomentare regna l’approssimazione e in alcuni punti, come mostrerò, anche qualcosa di peggio. A cominciare dal titolo generale degli interventi: «L’ateologia di Mancuso». Cosa significa, precisamente, «ateologia»?
Staglianò non chiarisce se con tale termine intende a-teologia (assenza di teologia) o ateo-logia (un discorso che nega Dio) ma lascia sussistere ad arte l’ambiguità. In entrambi i casi, però, si sbaglia: nel primo caso, perché si dà teologia anche in ambito non cristiano (il termine, coniato da Platone, fu assunto dal cristianesimo solo nel III sec.), nel secondo caso, perché io non sono ateo ma ritengo l’esperienza spirituale lo scopo supremo dell’esistenza.
Togliere al mio pensiero la qualifica di teologia perché non è conforme alla teologia cristiana rivela una concezione assai ristretta della ricerca e una palese intolleranza intellettuale. Definirei l’operazione regime di polizia semantica: prima si decreta che solo il pensiero conforme alla dottrina merita il nome di teologia, poi si conclude che chi contesta la dottrina non è un teologo ma un ateologo.
L’approssimazione prosegue nelle numerose imputazioni rivolte a raffica contro di me: razionalismo, positivismo, docetismo, gnosticismo, pelagianesimo, relativismo. Tale grandinata di etichette serve solo a evitare la rigorosa fatica della critica onesta, quella che procede esponendo correttamente la tesi dell’avversario per poi confutarla nel merito. Il che purtroppo Staglianò non fa, perché deforma pressoché sistematicamente il mio pensiero, giungendo persino, come mostrerò, ad attribuirmi parole non mie, mentre non dedica una sola riga alla tesi decisiva del libro.
Tale tesi consiste nell’affermare che, dopo averli distinti come impone la serietà scientifica, «occorre tenere insieme Gesù e Cristo, la Storia e l’Idea» (Gesù e Cristo, p. 65) e che tale unione va prefigurata come «armonia a prevalenza Cristo» (p. 62). Presto chiarirò che cosa intendo. Procederò quindi in quest’ordine: dapprima la tesi storiografica che distingue Gesù e Cristo, poi la tesi teologica che li unisce, infine, i commenti alle critiche ricevute.
Tesi storiografica: Gesù diverso da Cristo
Staglianò mi attribuisce la tesi secondo cui il Cristo della fede sarebbe «un abito teologico cucito secoli dopo, per nascondere il fallimento politico del maestro».
Questa tesi nel mio libro non c’è, perché io non sostengo affatto che la fede in Cristo sia nata, secoli dopo, da una sostanziale frode. Sostengo piuttosto che, subito dopo la morte di Gesù, i discepoli avvertirono la necessità di comprendere il perché di quella fine, convinti com’erano, in seguito alle apparizioni pasquali a cui essi credevano, che la vita del loro maestro non fosse stata annientata; sostengo inoltre che, meditando con attenzione le Scritture ebraiche, essi giunsero alla convinzione che quella morte era stata «secondo le Scritture», che cioè Gesù aveva dovuto morire, e che anzi era nato proprio per quella specifica «ora».
Ben lungi dal ritenerlo un imbroglio, ritengo questo processo una costruzione teologica operata dalla prima comunità con a capo Pietro, poi consegnata a Paolo, il quale, su questa prima pietra, edificò la complessiva architettura cristiana. L’idea della necessità della morte prestabilita da Dio divenne l’idea-guida degli evangelisti nella stesura delle loro opere, portando la croce a essere assunta quale centro e simbolo universale del cristianesimo (e infatti ancora oggi ogni celebrazione cristiana inizia con il segno della croce).
In questo modo il cristianesimo nascente non ebbe più al centro l’oggetto della predicazione di Gesù, che era la venuta imminente del regno di Dio, bensì il cosiddetto kerygma della sua morte espiatrice («morì per i nostri peccati secondo le Scritture») e della sua risurrezione. Tale interpretazione della morte in croce come compimento del piano prestabilito da Dio per cancellare i peccati è al centro di tutto il NT (a eccezione di Giacomo, 2Pietro, Giuda da cui è assente) e descrive Cristo come «strumento di espiazione» (Rm 3,25), «vittima di espiazione» (1Gv 2,2) e molte altre espressioni similari (nel mio libro ho elencato 33 passi al riguardo). Essendo questo l’atto fondativo del cristianesimo, esso non risale a Gesù ma presenta la triplice processualità Gesù + Pietro + Paolo.
Gesù però (dico il Gesù storico) non doveva e non voleva morire. Non doveva, perché per lui Dio non aveva certo bisogno del suo sangue per perdonare e salvare gli uomini, come egli insegnava con le sue parabole; non voleva, perché amava la vita e concepiva la sua missione come annuncio del regno e non come morte sacrificale. Se non fosse stato così, non sarebbe morto con le laceranti parole di abbandono e il tragico, ultimo, «forte grido» attribuitigli dalle più antiche narrazioni evangeliche; né si spiegherebbero l’angoscia del Getsemani, la reazione violenta di un discepolo, la fuga di tutti gli altri (a segnalare che non vi era stato nessun precedente annuncio della passione): tutti elementi che mostrano in modo netto che Gesù non voleva morire, né che aveva predetto alcunché a questo riguardo.
Staglianò però, ben lungi dal presentare e dal discutere questa tesi, equipara ciò che io definisco costruzione teologica a un’invenzione fraudolenta e così finisce per confutare una caricatura fabbricata da lui stesso.
Tesi teologica: unione di Gesù e Cristo (con armonia a prevalenza Cristo)
Alla tesi storiografica segue, nel mio libro, la tesi teologica, totalmente ignorata da Staglianò, che qui presento sinteticamente riportando un passo di p. 47: «Il compito di questo libro è ristabilire il vero volto del Gesù terreno riscattandolo dalla strumentalizzazione subìta, e, al contempo, non rinunciare a oltrepassare la storia andando con la mente e con il cuore “al di là dello spazio e del tempo”».
L’espressione virgolettata proviene dal Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (n. 6.4312) e segnala in modo molto efficace qual è il vero compito della ricerca spirituale: oltrepassare la storia e attingere l’eternità. Tale oltrepassamento, però, va compiuto in fedeltà alla storia con la più totale rettitudine, altrimenti non si attinge l’eternità ma la menzogna. E la fedeltà alla storia impone la presentazione dell’autentico Gesù storico, un fedele ebreo, nonché profeta escatologico-apocalittico convinto della venuta imminente del regno di Dio; d’altro canto, la fedeltà alla ricerca spirituale impone invece la tensione verso la salvezza intesa come «vita eterna», nella convinzione che essa non può derivare dalla storia ma solo dal suo superamento.
Io sono convinto con Wittgenstein che «la risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è al di là dello spazio e del tempo», e che quindi occorre incontrare una logica diversa da quella storica per essere condotti al di là dello spazio e del tempo: il titolo «Cristo» venne coniato esattamente per descrivere e trasmettere questa logica diversa. La storia non salva, perché è proprio dalla storia che ci si deve salvare, ed è quindi solo il Cristo, in quanto mediatore dell’eterno, che può salvare. Ora io chiedo: cosa ha a che fare questa mia teoria con Reimarus e con il razionalismo e il positivismo e l’ateologia di cui Staglianò mi accusa?
Io penso che la rivelazione della logica salvifica denominata Cristo sia avvenuta effettivamente in Gesù; però, aggiungo, non solo in lui. Oltre a Gesù ritengo, infatti, che vi siano altre figure «cristiche». Le altre religioni chiamano diversamente lo splendore del divino incontrato nei loro fondatori, non Cristo, ma Buddha, Profeta, Mahatma e altre denominazioni; questa differenza però, pur avendo importanza perché conferisce un’identità che va mantenuta, non è decisiva, perché occorre superare le etichette e cogliere il contenuto in sé e per sé. E questo contenuto è la stupefacente realtà di alcuni esseri umani che da avidi raccoglitori-cacciatori diventano puro amore per il bene e la giustizia, e per l’idea sussistente di tale bene-giustizia che, in Occidente, è tradizionalmente detta Dio. Quando un essere umano accoglie questa logica diversa e vive per essa, entra nell’eternità di Dio ed è salvo. La salvezza del genere umano non ha atteso centinaia di migliaia di anni per manifestarsi solo duemila anni fa; no, è stata presente da sempre, fin dalla fondazione del mondo.
Questa visione mi accomuna ad alcuni altri teologi tra cui Teilhard de Chardin, Hick, Knitter, Molari, Haight, Küng, Gounelle, Keenan, Panikkar. Quest’ultimo ha dichiarato: «Non confondiamo il Cristo con Gesù […]. Il Cristo supera infinitamente la figura di Gesù» (Tra Dio e il cosmo, Laterza 2006, p. 23). È questo che intendo con armonia a prevalenza Cristo.
Tutto questo nel mio libro è espresso più volte, ma Staglianò nella sua prolissa disamina l’ignora totalmente. Come mai?
Analisi delle critiche di Staglianò
a) Il mio congedo dal cattolicesimo
All’inizio della sua analisi Staglianò afferma che il mio pensiero rappresenta «un radicale e definitivo congedo dalla teologia cattolica». È vero, si tratta di un congedo, ma è avvenuto ormai molti anni fa. Già nel 2008 il cardinal Ruini dichiarò che il mio libro sull’anima era «un caso di rottura della forma cattolica» (Il Foglio, 17 luglio 2008), laddove tale «forma cattolica» era l’autorità dottrinale della Chiesa.
È, infatti, tale autorità dottrinale che io non accetto, in linea con quanto scriveva Simone Weil: «Non riconosco alla Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell’intelligenza o le illuminazioni dell’amore nell’ambito del pensiero» (Confessione di Fede, in Lettera a un religioso, Adelphi 1996, p. 91).
La mia teologia rifugge da ogni «dogmatica ecclesiale», per fare invece sua la laicità dell’esperienza vitale. Staglianò, quindi, vede bene nel dichiarare il mio congedo dalla teologia cattolica e in genere dal cristianesimo, ma arriva abbastanza in ritardo.
b) Metodologia teologica
Il cardine della requisitoria sulla metodologia teologica è il cosiddetto «sguardo della fede», presentato come organo conoscitivo capace di scorgere nella storia ciò che la ragione da sé non può vedere. La formula è suggestiva, ma sul piano critico è barcollante: quale fede deve funzionare da organo? La fede di Marco secondo cui Gesù rifiutò persino di essere chiamato «buono», o quella di Giovanni secondo cui Gesù dichiarò come Dio «Io sono»? La fede salvifica di Paolo, o quella che senza le opere non vale nulla di Giacomo fratello di Gesù?
Di solito si risponde: la fede della Chiesa. Ma quale Chiesa? Quella dei primi discepoli che veniva perseguitata, o quella imperiale dei primi concili ecumenici che perseguitava? Quella medievale e controriformistica della Santa Inquisizione con i roghi di libri e di persone, o quella attuale del dialogo e della sacralità della vita? La Chiesa cattolica, quella ortodossa, o una delle Chiese protestanti? Insomma, la fede di chi? E poi, chi stabilisce quando la fede con il suo sguardo illumina e quando invece oscura?
A Staglianò basta assumere come criterio la fede dogmatica cattolica, ma a questo punto quello che egli chiama «sguardo della fede» vede esattamente ciò che il dogma ha prima ordinato di vedere. E così la fede si trasforma: da apertura al mistero diviene dispositivo di autoconferma e di controllo.
Applicato a Gesù, il ragionamento mostra la sua circolarità viziosa: per leggere le fonti si assume l’identità divina di Gesù (proclamata dogmaticamente tre secoli dopo di lui) e poi si invocano le fonti, già lette attraverso quell’assunzione, come prova dell’identità divina. E chi segnala il circolo viene accusato di «positivismo».
Io però non sono positivista, perché non sostengo che esistono fatti accertabili oggettivamente né che la ragione sia neutrale; sostengo piuttosto esattamente il contrario, cioè che ogni fonte è già un’interpretazione e che proprio per questo occorre distinguere tra Gesù e le interpretazioni su di lui, a partire dalle interpretazioni evangeliche che, in più punti, sono così diverse tra loro (il Gesù di Marco e il Gesù di Giovanni sono due personaggi completamente diversi!). Distinguere non è «vivisezionare», come ripete un po’ ansiosamente Staglianò; è pensare. E la distinzione è la madre del pensiero.
c) La cosiddetta singolarità di Cristo
Spesso Staglianò esibisce uno strano modo di ragionare: prende le mie tesi e me le rivolge contro indicandole come pericolose conseguenze del mio argomentare. È come se a Copernico quando sosteneva l’eliocentrismo qualcuno avesse obiettato: «Ma guarda che così la Terra non è più al centro!».
Ecco alcune affermazioni rivolte da Staglianò contro di me come pericolose conseguenze del mio pensiero, mentre si tratta esattamente delle mie tesi:
«… allora Gesù non porta alcuna reale novità nel mondo»;
«… allora la pretesa cristiana di verità universale crolla»;
«E però in questo modo la carne del Nazareno perde la sua unicità salvifica»;
«La conseguenza è radicale: la coscienza individuale sostituisce l’autorità ecclesiale»;
«Non c’è più un magistero che insegna, ma una coscienza che decide»;
«Non c’è più una tradizione da custodire, ma una ricerca personale da condurre»;
A tutte queste affermazioni, che per Staglianò sono pericolose conseguenze, io rispondo: esatto, è proprio così!
Mi soffermo sulla singolarità di Cristo. Per Staglianò se l’etica di Gesù coincidesse con quella del Libro dei morti egizio, o di Platone o di altre tradizioni (come io sostengo), Gesù sarebbe «strutturalmente interscambiabile» con altri maestri e verrebbe a cadere la sua «novità assoluta». Il punto è che io sostengo proprio l’inesistenza di una novità assoluta di Gesù, per il semplice motivo che non esiste nessuna novità assoluta nella storia del mondo, essendo l’interdipendenza di tutte le cose la legge strutturale dell’essere.
La comparsa di un evento in un punto preciso del tempo e dello spazio comporta necessariamente la dipendenza dalle innumerevoli condizioni spazio-temporali che l’hanno reso possibile. Quindi non c’è nessuna «singolarità»; o, se si preferisce, ve ne sono tante quante le singole individualità.
La grandezza di Gesù non dipende dalla primazia e dal monopolio delle idee, perché in ambito etico-spirituale non esiste un ufficio-brevetti. La sua grandezza non ha bisogno della novità temporale che la certifichi, ma piuttosto dell’universalità. E in questa prospettiva riconoscere che la stessa luce ha illuminato anche altre figure spirituali non diminuisce Gesù, semmai il contrario. Ciò che viene diminuita è invece la pretesa ecclesiastica di amministrare in esclusiva la sua luce.
La necessità di Staglianò di ribattezzare come cristiano tutto ciò che di vero è apparso prima del cristianesimo o fuori di esso ricorrendo alla dottrina del cosiddetto «cristocentrismo obiettivo» è, a mio parere, ben poco obiettiva: è una palese volontà soggettiva di affermare il proprio primato, secondo una manifesta “umana troppo umana” volontà di potenza. Egli riconosce il valore delle altre tradizioni spirituali a condizione di dichiarare che, senza saperlo, ciò che esse hanno di meglio appartiene già al cristianesimo: io trovo questo approccio decisamente coloniale e preferisco un ben più ampio e universale pluralismo teologico.
d) Il mio presunto relativismo
In uno dei suoi interventi Staglianò trasforma la sovranità della coscienza da me sostenuta in «terapia del relativismo». È una palese falsificazione concettuale.
La coscienza di cui io parlo non è il capriccio dell’ego che contrassegna il relativismo: è il severo discernimento mediante cui la persona responsabile, esposta al chiaroscuro del reale, cerca la verità e la giustizia senza pretendere di possederle a priori, sapendo inoltre di poter sbagliare e di dover rispondere delle conseguenze ma non per questo esimendosi dalla ricerca.
L’esercizio della coscienza che io sostengo non intende creare la verità o addirittura dichiararla inesistente, come fa il relativismo, ma riconoscerla e servirla; lo fa però nella convinzione che nessuna autorità può compiere questo atto di discernimento critico al posto della persona. È peraltro quanto insegna la più autentica teologia morale, tra cui Tommaso d’Aquino e il Vaticano II.
Chiamare relativista la mia posizione significa usare la parola relativismo come un manganello retorico contro chi non riconosce al Magistero ecclesiastico l’ultima parola. È quello che fa Staglianò, ma dimentica un dettaglio: anche l’obbedienza alla Chiesa è un atto della coscienza. Eliminare la coscienza per salvare la verità significa eliminare l’unico luogo umano in cui la verità può essere autenticamente riconosciuta. Ciò che però resta, a questo punto, non è la verità, ma la disciplina autoritaria.
e) Soteriologia: la mia idea di una salvezza senza redenzione
Scrive Staglianò: «L’ateologia di Vito Mancuso, riducendo la Croce a un assurdo macello voluto da un Dio sadico, dimostra di essere rimasta prigioniera di uno schema giuridico medievale estrinseco che la teologia cattolica contemporanea ha felicemente superato da decenni».
Il mio recensore calca i toni, ma io nel mio libro non ho mai usato il sostantivo macello, né l’aggettivo sadico, né altri termini similari. Ma ora chiedo: ammesso il superamento da parte della teologia contemporanea di ciò che egli definisce «schema giuridico medievale», la dottrina cattolica ha operato tale superamento? E la liturgia? A me pare di no.
Recita il canone I della Messa cattolica, risalente al IV-V secolo, quindi ben prima del medioevo: «Offriamo alla tua maestà divina, la vittima pura, santa e immacolata». Recita il canone III: «Ti offriamo o Padre la vittima immolata per la nostra redenzione». E, sempre a proposito di eucaristia, è significativo che il termine per indicare quanto consente al fedele di entrare in comunione con Cristo si chiami ostia, dal latino hostia, «vittima»: la comunione con Cristo si raggiunge relazionandosi a lui in quanto vittima. L’attuale Catechismo, riprendendo un’espressione dei primi secoli cristiani, parla di Cristo come «vittima santa e tremenda» (art. 1371).
E sarei io a ridurre la croce a un macello e a vedervi un Dio sadico?
Capisco che alcuni teologi contemporanei manifestino il loro imbarazzo per tale soteriologia tradizionale e cerchino altre vie, ma le loro riflessioni, per essere prese sul serio, dovrebbero essere più incisive giungendo a criticare apertamente i testi del NT, della liturgia e della dottrina consolidata, da cui tale soteriologia dipende.
Non si tratta infatti di una «grottesca caricatura storica», come Staglianò qualifica la mia analisi. Io cito alla lettera testi di Agostino, Anselmo, Tommaso d’Aquino, arrivando fino a von Balthasar che, nella Teodrammatica, scrive di «un rovesciarsi dell’ira di Dio sull’Agonizzante nell’Orto», ed egli parla di «grottesca caricatura storica»?
Scrive il Catechismo attualmente in vigore: «La giustificazione ci è stata meritata dalla passione di Cristo, che si è offerto sulla croce come ostia vivente, santa e gradita a Dio, e il cui sangue è diventato strumento di propiziazione per i peccati di tutti gli uomini» (art. 1992). Il testo cita a supporto Rm 3,25, dove Paolo afferma che Cristo venne stabilito da Dio come «strumento di espiazione nel suo sangue». Dunque, anche il Catechismo e san Paolo presentano una «grottesca caricatura storica»? Che ne pensa il Presidente della Pontificia Accademia? E cosa pensa dell’affermazione neotestamentaria secondo cui «senza spargimento di sangue non esiste perdono» (Eb 9,22)?
In uno dei suoi articoli contro il mio libro egli stesso riafferma il «valore redentore del sangue di Cristo»: ma allora in che senso io avrei presentato una «grottesca caricatura storica»?
Vorrei anche sottolineare di non essere certo il solo a nutrire qualche perplessità verso la soteriologia tradizionale, visto quanto dichiarò a suo tempo il cardinal Martini: «Le mie difficoltà non hanno riguardato la sfera del quotidiano, quanto piuttosto un grande interrogativo: non riuscivo a capire perché Dio lascia soffrire suo figlio sulla croce. Perfino da vescovo, a volte, non riuscivo ad alzare lo sguardo verso il crocifisso perché questa domanda mi tormentava. Me la prendevo con Dio» (Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori 2008, p. 10).
Io sostengo una soteriologia secondo cui la salvezza è «senza redenzione», in quanto essa per me non dipende da un fatto storico ma dall’ingresso del soggetto nella logica eterna del bene e della giustizia, che è la logica di Dio. Quindi sì: per me la croce perde il suo valore salvifico, e lo perde perché ciò che salva non è il sangue ma sono il bene e l’amore. E, come mostro nel mio libro, questa era esattamente la convinzione del Gesù storico: per rendersene conto basta leggere il Discorso della montagna, in particolare il Padre nostro.
f) Risurrezione (ovvero come attribuirmi una tesi che non sostengo)
Trattando della risurrezione, Staglianò trasforma la sua interpretazione, già di per sé tendenziosa, in un vero e proprio falso attribuendomi parole non mie. Lo fa riportando tra virgolette parole dello studioso tedesco Gerd Lüdemann senza nominare l’autore, così che, chiunque legge, conclude che sono tratte dal mio libro, visto che in un testo che pretende dignità scientifica le virgolette hanno il significato di certificare le parole dell’autore citato. Perché Staglianò presenta parole altrui mettendole sul mio conto? Semplice distrazione?
Il punto è che lo fa anche altre volte. In un passo scrive del mio tentativo di edificare un «cristianesimo della ragione», mettendo tra virgolette un’espressione che io non ho mai usato né mai userei. Altrove costruisce un’intera frase del tutto inesistente nel mio libro riportandola tra virgolette e facendomi parlare in prima persona, così che chi legge la percepisce logicamente come mia: «Non c’è nessuna istanza superiore alla coscienza, alla mia coscienza, alla coscienza umana. Io penso che obbedendo alla coscienza si obbedisca allo Spirito Santo». Io però non penso affatto che obbedendo alla coscienza in quanto tale si obbedisca allo Spirito Santo, ma che lo si faccia solo se si obbedisce alla retta coscienza, a quella che vuole il bene e la giustizia anche al di sopra del proprio interesse (e della propria dottrina e della propria appartenenza ecclesiastica).
Questo modo di procedere segnala qualcosa di grave che definirei tramite questa alternativa poco rassicurante: o un’insufficiente capacità di analisi delle fonti, o una consapevole alterazione della mia posizione al fine di presentarmi come un pericolo relativista.
Staglianò mi attribuisce anche le parole di Lüdemann sulla risurrezione secondo cui essa sarebbe un «processo psicoterapeutico di elaborazione del lutto», mentre io non affermo nulla del genere in quanto sulla risurrezione assumo lo stesso atteggiamento delle donne nel finale autentico del Vangelo di Marco: «Non dissero niente a nessuno perché erano impaurite». Neppure io dico nulla sulla risurrezione, ma sospendo il giudizio senza affermarla e senza negarla. Staglianò è libero di ritenere insufficiente questa mia posizione, non però di trasformarla nell’affermazione di una proiezione psicologica attribuendomi falsamente parole non mie.
Di una cosa, comunque, sono convinto: che la risurrezione, ben lungi dall’essere un fatto storico come scrive Staglianò, non è un fatto storico, bensì un evento escatologico. Essa non rappresenta la rianimazione del cadavere di Gesù che rientra nello spazio e nel tempo della storia, ma piuttosto l’uscita definitiva dallo spazio e dal tempo in quell’aldilà salvifico che coincide con l’eterno, e quindi come tale essa non potrà mai essere denominata «fatto storico». Se lo fosse, non sarebbe ciò che pretende di essere.
Conclusione
Gli interventi di Staglianò mostrano quanto un certo paradigma ecclesiastico fatichi a concepire una fedeltà a Gesù che non coincida con l’obbedienza alla dogmatica. Per difendersi, quel paradigma deve trasformare la distinzione in separazione, la costruzione teologica in frode, la coscienza in capriccio, l’etica in pelagianesimo, la sospensione del giudizio in una psicoterapia del lutto.
Ma una vittoria ottenuta contro tesi che l’avversario non sostiene, persino mediante parole di altri attribuitigli tra virgolette, che tipo di operazione è? Qualcosa di molto singolare: l’avversario risulta sconfitto, ma non è mai stato fatto scendere in campo. Se Staglianò ritiene che queste questioni meritino davvero di essere discusse come si deve, la Pontificia Accademia di Teologia da lui presieduta potrebbe essere il luogo appropriato per un pubblico confronto?
Concludo osservando che egli rivolge spesso contro di me espressioni di questo tipo: «concezione ottocentesca della storiografia», «vecchia teologia liberale tedesca», «riduzionismo illuminista» e similari. È curioso che questo disprezzo del passato provenga da un uomo che affida la sua vita a parole e idee di duemila e tremila anni fa. Non gli sorge mai il sospetto che applicare tale disprezzo a pensieri di duecento e trecento anni fa potrebbe portare a considerazioni alquanto pericolose per i pensieri di duemila e tremila anni fa?
Fortunatamente, però, le idee non hanno una data di scadenza e chiedono di essere giudicate come vere o false per la forza delle argomentazioni, non per il carico degli anni. Il resto appartiene più al linguaggio della pubblicità che a quello del pensiero.






Comunque un Mancuso c’è molta propaganda. Anche Recalcati negli ultimi anni si è occupato molto della Bibbia e del Vangelo dandone una lettura lacaniana molto originale . Solo non si presenta a tutti costi come libero pensatore contro i bigotti o nei-cristiano. Prende i testi li legge e li reinterpreta, chi impedisce di farlo? Anzi magari ce ne fossero di più… Se sei veramente originale non hai bisogno di invocare novità…
Il neo cristianesimo proposto da Mancuso, costringe il cristianesimo, come oggi è pensato e vissuto, a porsi finalmente alcune domande dalla cui risposta dipende in larga misura la possibilità stessa del credere: il popolo di Dio avverte il bisogno di salvezza? E soprattutto di quale salvezza? Attende ancora vigilante la seconda venuta di Gesù? Oppure, con Teilhard de Chardin, dovrebbe riconoscere che in realtà non si aspetta più nulla? Domande che si collocano certamente in una dimensione escatologica, ma le cui risposte non possono non avere conseguenze sul piano della possibilità stessa di dire la fede con una grammatica intellegibile al popolo, non solo agli addetti ai lavori, e specialmente alle nuove generazioni.
Il libro di Mancuso sfida i credenti a pensare una fede adulta, non superstiziosa, non infantile, capace di farsi domande, nella consapevolezza che – come sottolineava il teologo Carlo Molari – “l’insufficienza della dottrina tradizionale consiste nell’immaginare un inizio già perfetto e compiuto che sarebbe stato perduto, mentre era un traguardo da raggiungere. Tutto nella storia è in evoluzione. E anche il pensiero della Chiesa è così. Nella Chiesa ancora oggi c’è chi pensa che l’ortodossia vada salvaguardata e che ogni sua evoluzione sia male. Ma il male è proprio avere questa visione delle cose”.
Ignazio di Antiochia inizi secondo secolo:
Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che
realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. 2. Egli realmente risuscitò dai
morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.
Dalla discussione pare chd si concluda chd Mancosu d’ il migliore dei teologi NON CATTOLICI. Buon pro gli faccia e gli auguri dk vendere i suoi libri. Ma la verità e’ una, ed e’ stat rivelata da Cristo.
Il resto e’ fuffa
il problema di una troppo rigida ricerca storica è quello di appiattire il messaggio Cristiano che è un messaggio di Fede
la visione iper-storica porta a dire ad esempio che Gesù si inquadrava tra i diversi aspiranti messia dell’epoca e giungere a un volto di uomo ‘ordinario’ (è vero che Gesù è vero uomo e vero Dio: ma bisogna poi salire a Dio per comprendere il messaggio cristiano)
così il volto di Gesù rischia di diventare simile a quello elaborato dalla Bbc:
https://www.chiesadicristoinpisa.it/laspetto-fisico-di-gesu/
mentre per un fedele, che contempla in lui il volto di Dio è ad esempio simile a questo:
https://www.tiktok.com/@mercydivinemusic/video/7362283025586998570
il risultato di questa contrapposizione di visione è sintetizzato nel volto sindonico:
https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Shroud_of_Turin?uselang=it#/media/File:Juan_Luis_Cousiño,_Suaire_figuratif.jpg
(Luca 9,22 «Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».)
per poi essere predicato in tutto il mondo come risorto:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tetramorfo#/media/File:Burgos_-_Catedral_008_-_Puerta_del_Sarmental.jpg
e questa è la nostra fede…
Nella “preghiera per un amico” pubblicata da Settimananews in occasione della morte di Guccini, il card. Zuppi scrive: “…Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione.”
La realtà di oggi ha un bisogno immenso di una Chiesa che testimoni questo, che parli questo linguaggio; il sindaco di New-York che è attento agli ultimi e alle difficoltà delle persone ha giurato sul Corano, Trump invece che è guidato soltanto dalla sete di potere e dal desiderio di prevalere sugli agli ad ogni costo ha giurato sulla Bibbia.
Al caos in cui viviamo serve una Chiesa che dialoghi, che si confronti, aperta e attenta all’azione dello Spirito che opera in tutti e soffia dove vuole.
Forse se Staglianò avesse preso il telefono e avesse chiamato Mancuso il confronto sarebbe stato più sereno e avrebbe potuto dar vita ad un dibattito pubblico utile a tutti.
Zuppi è un regolarissimo presidente della Cei, rappresenta cioè la posizione ufficiale della Chiesa cattolica italiana, in piena sintonia con il magistero sociale del Papa attuale. Mancuso tra l’altro ha pure accusato Leone di essere un pacifinto, mentre Zuppi è appena andato sia in Russia che Ucraina per portare avanti la propria missione diplomatica e pastorale. Se dobbiamo contrapporre “dogma” a libero pensiero, almeno presentiamo bene le posizioni ufficiali…
Dove e quando Mancuso ha definito Papa Leone XIV un “Pacifinto” Ha solo affermato che “una pace disarmata e disarmante” è troppo idealistica sul piano politico, ma senza usare il termine “pacifinto”.
Nel suo commento contrappone Trump a Zuppi come se Zuppi fosse fuori dal coro. Zuppi è il Presidente della Cei Trump un episcopaliano. Mancuso è liberale quindi molto sensibile alle libertà etiche individuali meno a quelle sociali.
Sono pienamente d’accordo con te Paolo, Dio non può essere un tappabuchi, sta di fatto che la chiesa e con essa i credenti continuamente rivolgono preghiere incessanti perché il Dio di Gesù Cristo intervenga nelle problematiche di questo mondo. Ma se Dio sembra non rispondere, l’uomo ha due strade: Escluderlo, o RIPENSARLO, La mia piccola riflessione non vuole eludere il tema del Dottor Mancuso e del vescovo Stagliano’, anche perché non ne ho le competenze,
Credo però che di fronte ad una realtà così grande qual’e il Dio di Gesù Cristo e alle tante risposte inattese mi sembra doveroso interrogarsi.
Grazie
Dio non può intervenire nelle dispute degli uomini, nè può essere un giudice, imputato o un testimone nei processi umani…. mai sentito parlare del “libero arbitrio” ? Come pregare ce lo ha insegnato Lui stesso !!! inutile pregarlo di vincere al totocalcio.
Scusami, ma è estremamente banale tirare in ballo il totocalcio.
Non ho particolari competenze teologiche. Leggo, però, con interesse libri di teologia. E lo faccio non per soddisfare esigenze di carattere meramente culturale e, men che meno, per verificare se il relativo contenuto sia o meno conforme all’ortodossia cristiano-cattolica, ma per cercare di alimentare e rimotivare la mia vita di fede, speranza e carità. Per questa ragione, dopo l’attenta e meditata lettura della corposa opera di Vito Mancuso “Gesù e Cristo”, avverto che essa, lungi dall’aver indebolito la mia fede, l’ha di fatto provocata, l’ha costretta a pensarsi e l’ha nutrita. E’ il motivo per cui sono grato all’autore.
D’altra parte, quello di Mancuso è un libro che si rivolge espressamente non a “cristiani solidamente installati nella loro fede” che, leggendolo, non avrebbero nulla da imparare, ma a cristiani “incerti” (p. 11), inquieti, dubbiosi e spiritualmente in cammino che, dentro e fuori della chiesa, continuano a porsi domande con la speranza di trovare risposte credibili ed accoglibili in quanto umanamente attraenti, salvifiche e liberatorie.
Un libro impegnativo da leggere senza precomprensioni, scritto da un teologo non dogmatico, da un pensatore libero da vincoli dottrinali e aperto al dialogo con altre spiritualità del nostro mondo globalizzato, da uno studioso appassionato della figura e del messaggio di Gesù (p. 743), che da una vita intera pensa e ripensa Gesù e Cristo “con amore, ma al contempo con la necessaria distanza senza la quale non nasce il pensiero critico e sistematico” (p. 33).
Un libro che analizza il rapporto che intercorre tra il Gesù della ricerca storico-critica (ebreo marginale della prima metà del I secolo) e il Cristo dell’interpretazione teologica cristiana (logos da sempre). Due “personaggi” distinti, che rimandano a due religioni altrettanto distinte e diverse, ma tra loro compatibili (p. 22) ed armoniosamente integrabili (p.23): il gesuanesimo prefigurato da Gesù di Nazaret e il cristianesimo fondato da Pietro e da Paolo (p.15) e implementato dai concili dei primi secoli.
Un libro scritto “nella speranza che esso possa contribuire a quella che Teilhard de Chardin chiamava religione a misura della nuova terra di cui il nostro tempo ha urgente bisogno, anche se non lo sa”: religione rinvenibile in nuce in un “cristianesimo pensato e ripensato” (p. 21), separando in modo non definitivo il Gesù storico dal Cristo mesta-storico per riunificarli in una sintesi accettabile per la coscienza contemporanea (p. 22), fermo restando che all’autore “non interessa solo il Gesù storico, ma anche, anzi di più, il Cristo metastorico” (p. 706).
Un libro (di oltre 700 pagine) indubbiamente impegnativo, ma di una chiarezza esemplare. Scritto da un autore che cerca di tenere sempre presenti quanto affermato da “tre grandi indagatori della natura e dell’interiorità umana” (p. 33): Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi (Galileo Galilei); Essere precisi e chiari nei propri pensieri è il pegno della libertà spirituale e della gioia del pensiero (Pavel Aleksandrovič Florenskij); Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente” (Ludwig Wittgenstein).
In quest’opera Mancuso non si limita ad indagare la dimensione del Gesù della storia e la dimensione del Cristo della fede, ma cerca di riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni integrabili. Se infatti alcuni aspetti della dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce paiono insostenibili, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che mai: proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste – mi pare – il duplice scopo, storico e teologico, del libro.
Tutto bello, tutto molto profondo, ma io di una fede così non so proprio cosa farmene. Meglio un ateismo sincero e umanista.
Un ateismo tragico alla Cacciari, almeno si occupa del dramma del male..
Tutte queste affermazioni, che per Staglianò sono pericolose conseguenze, io rispondo: esatto, è proprio così! Bon! Non abbiamo più nulla da dirci. La smetta però, Mancuso di scegliere così volentieri amboni e chiese cattoliche per dire il contrario di ciò che Semper, et ubique et ab amnibus creditum est: Ma onesto non è neppure nei suoi studi. Da sempre!
Carissimi tutti,
non sono un esperto di teologia, pongo solo una piccola riflessione.
Gesù ha pronunciato tante parole, che il credente è tenuto a credere.
ci sono però alcune parole che sono difficili da poter credere o sperimentare,
Pe es.
“Qualunque Cosa chiederete al Padre mio nel mio nome io la farò”
e simili. Ha detto qualunque cosa.
Ora, noi sappiamo che il Dio di Gesù è un Padre amorevole, che conosce i capelli del nostro capo,
che aspetta il figliol prodigo, ecc.
Credere, vuol dire anche poter sperimentare quello che il Maestro dice,
Ma a volte questo non avviene.
Chi non ha mai sperimentato l’assenza di una risposta da Dio Padre alle continue preghiere fatte con fede (dico con fede) di fronte a drammi personali, di amici o dell’umanità?
La Chiesa in genere ha una serie di risposte che non sto qui ad elencare,
Difficilmente risponde “non lo so” Credo Papa Francesco l’abbia fatto.
Mi chiedo: Non è che Gesù nel dire alcune parole si è SBAGLIATO? “Qualsiasi cosa” a meno che gli evangelisti abbiano frainteso o riportato male.
Ma se è figlio di Dio, poteva sbagliarsi?
Non solo, se Dio dovesse intervenire alle continue richieste dell’uomo cambierebbe il corso della storia.
Penso che La Chiesa con la sua Teologia dovrebbe interrogarsi con le mancate risposte del Dio di Gesù Cristo alle sue incessanti preghiere.
Scusate, sono solo miei interrogativi.
sono interrogativi profondissimi e basilari i suoi sig. Francesco e proprio le riflessioni di Mancuso in questo caso hanno aiutato anche me a mettere chiarezza nella mia fede, a non perderla ed a farla crescere e maturare. Non possiamo pensare che la preghiera possa avere un effetto di “costringere” Dio ad intervenire ed a modificare la realtà e le leggi fisiche dell’universo. Se non mettiamo un argine a questo concetto apriremmo veramente un gioco al massacro, dove si farebbe a gara a pregare di più e Dio diventerebbe una lotteria che esaudisce premi qua e là. E diventerebbe agghiacciante un gioco così perchè avremmo un Dio che gioca con il nostro destino, magari premiando un miracolato a Lourdes e lasciando morire un bambino affetto da una malattia genetica oppure un innocente sotto le bombe. Inaccettabile un pensiero così. La preghiera ha effetto su chi prega, lo fa riflettere, può renderlo migliore, può liberarlo dal male ed aiutarlo a trovare la via del bene, ma di certo non muta le leggi della fisica e il divenire dell’universo. E’ uno dei tanti concetti teologici che sarebbe ora e tempo di rivedere,
Molte persone hanno un indebolimento della Fede per la mancata risposta di Dio alla loro preghiera.. fino a restare arrabbiati con Dio.. o addirittura smettono di credere.
Ho fatto anch’io un’esperienza del genere.. ma ho cercato.. ricercato.. meditato sugli eventi.. senza stancarmi.. a volte aspetto.. chiedo.. non mi accontento..
Quando fai così l’Invisibile si fa trovare nelle cose visibili.. Lo vedi..
È un processo lungo.. di giorni.. mesi.. anni.. perché lo Spirito non ha tempo..
Ecco.. i tempi di Dio non sono i nostri.. le Sue vie non sono le nostre.. il Suo sguardo su di noi non è il nostro verso il Cielo..
Ho imparato una cosa Francesco.. nessuna preghiera.. nessuna.. è lasciata cadere.. e dimenticata.. viene esaudita.. sempre..
Buongiorno Giuseppina, io non ho un indebolimento della fede, la mia ragione mi interpella senza chi io possa fare niente per azzittirla. Dire che le nostre preghiere vengono esaudite sempre, vuol dire chiudere gli occhi di fronte alle tantissime persone che hanno pregato, che hanno chiesto, con fede ma non sono state ascoltate.
Ma la questioni che mi pongo è un po più complessa: Alcune parole dette da Gesù mi sembrano non sperimentabili.
Una cosa è proporre le beatitudini, dove chi li ascolta può farle proprie e viverle, altro è promettere “qualsiasi cosa” e poi non mantenere la promessa.
Un Dio non può permetterselo, ne va della sua credibilità.
A meno che non dobbiamo chiudere gli occhi e vedere dappertutto il dito di Dio.
Gesù pare abbia detto di chiedere e cercare perché ci sarà dato..ma “cosa”, e da “chi” , ci sarà dato?
Se aspettiamo che Dio si muova al nostro posto, forse abbiamo sbagliato bersaglio..
Forse la preghiera che ci spetta è quella di chi chiede e cerca di agire con la consapevolezza di non essere solo, di poter scorgere anche nella prova quella Forza superiore che ci permette di non affondare quando tutto sembra perduto..
Il miracolo è riuscire ad accettare la propria incarnazione , la propria croce, non passivamente, ma facendola propria, da qualunque parte ci porti..
Per questo, trovo che la domanda non sia tanto se Gesù volesse o meno morire, ma come mai non si sia tirato indietro..Mancuso dice di voler rifondare il Cristianesimo. Ma secondo me, nessuna rifondazione potrà esserci fintantoché ragioneremo in termini duali: la soluzione non è abolire la preghiera, ma cambiare prospettiva e aspettativa, forse..siamo cresciuti con la convinzione che Dio compie o non compie il miracolo, perché “vuole” o “non vuole”, oppure, ancora peggio, per premiarci o castigarci…Ma secondo me, dobbiamo fare un passo in più… “Và, la ‘tua’ Fede, ti ha salvato”, e non Il Cristo Salvatore, che da fuori, senza il mio coinvolgimento, compie il miracolo con un tocco di bacchetta magica..
La Redenzione è la capacità di vedere oltre noi stessi, è Salvezza nel senso pieno del termine, che coincide anche con la pienezza, con l’interezza di veduta.
Non ci sarà vero rinnovamento del Cristianesimo, se non riusciremo ad uscire dal concetto teista che divide la creatura dal creatore.
Mancuso dice che dobbiamo salvarci dalla storia, forse intendendo che dobbiamo andare oltre il contingente , allargando lo sguardo, però è in quella storia e carne umana che si è incarnato il Cristo. Il miracolo è riuscire a vederLo anche laddove sembra meno presente..
“Qualsiasi cosa” va inteso a mio parere non in senso fisico e reale ma piuttosto in senso metafisico e spirituale. Non possiamo infatti aspettare dalla nostra preghiera la guarigione di una malattia, il riavvicinamento di un rapporto, un posto di lavoro, la pace e la fine delle guerre …. piuttosto quello che dobbiamo chiedere alla preghiera è la luce di dare un senso a queste cose, a saperle vivere, a non chiedere per noi stessi ma essere capaci di essere per gli altri, di accettare le situazioni e essere in grado sempre di essere luce per gli altri. Qualsiasi cosa è la sapienza e la saggezza di affrontare la vita sempre con fiducia … chi perde la fede perché Dio non ha ascoltato aveva purtroppo una non-fede, una creduloneria che fa sperare che possiamo tirare Dio dalla nostra parte per togliere le nostre sofferenze e realizzare i nostri desideri. Mi sembra che il “calice amaro” non sua stato tolto neppure a Gesù. Quindi una preghiera che non mira a cambiare le regole fisiche della vita e della natura, oppure il corso degli eventi, ma piuttosto una preghiera che cambia noi stessi e ci fa trovare la via del bene in ogni situazione anche se drammatica. La provvidenza manzoniana, in un certo senso, che non si nutriva di miracoli e prodigi ma piuttosto nell’intuizione di seguire la via del bene. Concludo sostenendo che anche la regola ecclesiale di beatificare o canonizzare a seconda di miracoli più o meno presunti o certificati magari da commissioni mediche sa tanto di magia e di soprannaturale e non ce n’è alcun bisogno. Mi scuso se con questa discussione andiamo un po’ fuori tema … ma anche queste riflessioni nascono da letture di testi di Mancuso che mi hanno portato a maturare il mio essere cristiano.
Dal presente dibattito sono affranto per la pesante impronta personalistica che non aggiunge nulla, se non lungaggine pedante, alla contestazione della controparte nel merito.
Il professor Mancuso, coerente con la sua linea di pensiero, prende definitivamente congedo, con questa sua summa, dalla teologia cattolica, non tanto nella «forma cattolica» custodita dall’autorità dottrinale della Chiesa, ma nella «sostanza cattolica», incarnata nel Popolo di Dio “infallibilis in credendo” ed espressa nel “sensus fidei fidelium”.
Quanto all’ermeneutica della Pasqua, mi pare che Gesù sia caduto vittima dell’uomo, non certo del volere di Dio. L’uomo irretito dal male, dalla cattiveria, dalla sete di potere e dalla paura di perderlo, nonché per la connivenza dei miserabili e degli ignoranti, non poteva e non voleva che ucciderlo, e nel modo più infamante è successo. Già l’incarnazione stessa è di per sé salvifica, in quanto assume su di sé la natura umana. Il messaggio di Gesù, quello così apprezzato dal nostro autore (non solo da lui), ha attivato nell’uomo quella dinamica perversa di cui è stato capace. Ed è tuttora capace verso chi si mostra sulle orme di Lui. Non può stupire che l’evento della sua morte, consumata in somma crudeltà ed accettata in somma obbedienza alla volontà del Padre, da cui si era incarnato, e soprattutto l’evento consensuale di essere da Lui risuscitato, abbia riempito la vicenda storica di Gesù, rivelandone il Cristo.
Un pensiero a margine : Mancuso vende bene , forse alle persone interessano più le menti aperte che non la teologia tradizionale.
Se è per quello probabilmente ha venduto più Magnifica Humanitas di Leone, in tutto il mondo tra l’altro.
Gesù non voleva morire…. Violato l’inviolabie e svelato l’inaccessibile, l’intimo non solo di Gesù, ma di ogni umano. Solo Dio…. “interior intimo meo”
Carissimi tutti,
davvero interessante che quest’articolo abbia fatto scaturite quasi 50 commenti fin’ora. Personalmente, Gesù di Nazareth è il petto su cui vorrei poggiare il capo per sentire il battito slabrato di un cuore spesosi senza risparmio per un’umanità inamabile…inamabile per le scelte ricorrenti di subumanità inconsapevole, per lo più, palese e maligna a tratti. Mi consola molto leggere Matteo 11:25. Oggi è la sua festa.
Grazie davvero
Leggendo quest’articolo e i relativi commenti, ho immaginato di farlo con gli occhi di Gesù. La prima cosa che mi è venuta dal cuore, è stato il risveglio della figlia di Giairo.. ..”Non è morta, ma dorme..”. Si racconta che Gesù entri in casa nel frastuono dei lamenti e dei suonatori di flauto.. alle Sue parole smettono di suonare e di lamentarsi, e cominciano a ridere e a deriderLo… conosciamo il seguito. Ecco, immaginiamo che Gesù si comporti allo stesso modo, zittendoci per il clamore dei ragionamenti e paroloni.. dicendo poi a ciascuno di noi una sola e brevissima frase.. ama e abbi fede facendo affiorare dal cuore le parole dell’Amato “vide e credette”.
Di Mancuso si può pensare tutto il bene e tutto il male possibile; su due cose, però, penso si potrebbe cercare di trovare un accordo: 1) è una “mente” notevole in grado di lasciare un segno nella teologia/filosofia contemporanea ; 2) sicuramente non è ateo, anzi si sforza di dare cittadinanza all’idea divina in un mondo che o crede agli dei pagani oppure è dimentico della trascendenza
Il dibattito in corso su queste pagine a seguito della presa di posizione di Staglianò su Vito Mancuso, ritengo sia un chiaro e necessartio invito rivolto alla Pontificia Accademia di Teologia ad aprire un confronto pubblico su questi temi senza più reticenze e paure. Il Pontifcia Accadademia di Teologia in un autentico clima sinodale dovrebbe divenire un luogo aperto e leale sulle problematiche che agitano la teologia e la spingono ad uscire da posizioni apologetiche e autoreferenziali. Apriamo le finestre per far entrare aria nuova! Le questioni poste da Mancuso, ma anche dalla maggioranza delle teoologhe italiane, mertiano uno spazio vero dove di essere affronante.
Nel Triumvirato di Gesù è in 3 parole: 1° Conoscenza senza obbedienza cieca. 2° Religione senza fede, 3° Teologia senza fede. Poi di quale Gesù parliamo ? quello descritto dalla grezza mente umana , Gesù chiamato ye-sh-ua = è l’ insieme di 3 verbi: liberare, salvare, soccorrere. Non è nome di persona. In Aramaico non esistono le vocali. Forse il nome Yeshua è stato traslitterato in Yeshua esso è un derivato. Chi conosce il mio nome Accorda la coscienza alla sua vibrazione Originaria. Il mio Nome chiave Sacra capace di risvegliare nell’ uomo una facoltà dimenticata. Il nome Gesù attraversato da secoli modellato dalle lingue degli uomini e dalle forme della religione. Il mio. nome è la manifestazione della presenza cosmica entrata nel tempo. Il Nome è il Ponte, la fiamma, la Porta vivente attraverso cui il. sacro ricorda sé stesso nell’ uomo. Il mio Nome è il principio del risveglio. Grazie,per questo mio pensiero.
La montagna /dibattito -come prevedibile- ha ripartorito il topolino/ siparietto , “confronto” sul niente-nelle asettiche stanze della burocrazia gerarchica-, e alla tarallucci e vino , tra la filastrocca “dottrinale”- dell’ addetto stampa/guardiano della ,per usare un eufemismo, polverosa , imparruccata e conciliofobica dogmatica ecclesiale-, Stagliano’ e quella più orecchiabile e commerciale dell’acristologo New Age Mancuso.Il tutto all’ “ombra” di una emergenza umanitaria e deriva etica globale ,che richiederebbe ben altro , che uno scambio privato di sterili convenevoli ,ospitato su questa piattaforma , magari , chissà .propedeutico a un prossimo lancio editoriale dei protagonisti. Ma se ,proprio ,si tratta di narcisismo ossessivo ,pro domo sua ,inviterei i recitanti a organizzare questo “epocale” scambio di ipocrisie , sotto qualche tenda, a Gaza, per provare a sperimentare l’ intelligenza di ‘fare” la fede! Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur
Mancuso parla senza dimostrare mai nulla delle sue tesi. E’ fissato unicamente su una sua idea che cerca di “provare” a dopo con sue interpretazioni dei testi evangelici che propone. Ma poi non spiega perché in un caso il testo sarebbe postumo e alterato ed in un altro invece é l’originale. Come fa a dirlo? Su che base filologica si basa? Perché Paolo e Pietro avrebbero costruito il cristianesimo? In base a quale dimostrazioni lo dice? Nessuna.
Mancuso non cita mai 1Cor 15, 3-11: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture,4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture,5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto. (1Corinzi (CEI) 15)”
Dimostri che quello sopra é un testo inventato, modificato, alterato se riesce.
Speriamo davvero che tutto questo smuova le acque e dia il via ad un serio dibattito. La questione teologica non è secondaria, perché dalla visione di Dio nasce la visione del mondo, il rapporto con la natura e il creato tutto, nonché la cosa più importante: la riflessione su noi stessi, chi siamo, dove andiamo, perché viviamo e perché moriamo..
Non ho amato molto il titolo del libro di Mancuso: quella “e” sembra congiungere due alterità, ma la vera novità del Cristianesimo, secondo me, è proprio l’unione di umano e divino, il divino che entra nella carne: solo di Gesù, o dell’umano in generale?
Dal mio punto di vista, questo è piuttosto dirimente, ma è solo la mia opinione.
Sono comunque convinta che laddove c’è rispetto e umiltà, e mi pare che qui sia così, un punto di incontro che superi le opposizioni, sia sempre possibile. Gli opposti nascono proprio per questo: per essere superati, per continuare a camminare, a dare vita, e mai fermarsi..
Ma quale dibattito? La questione è gia stata risolta nei concili di Nicea, Costantinopoli e altri. 1700 anni fa.
L’esposizione di Vito Mancuso è stata chiara, limpida e non offensiva! Ha smontato punto per punto ciò che Staglianò insinua. Questo è un dato di fatto!
Talune risposte “cattoliche” saccenti e arroganti fanno ben capire l’assetto referenziale e “superiore” in cui si credono i “cattolici” citando i vari dogmi e comportandosi ben lontanamente da come si comportava la persona che difendono, ovvero Gesù! Questo è un altro dato di fatto.
Concordo pienamente, con un distinguo.
Fiorenzo, non tutti i “cattolici” sono quell’unico fascio che tu descrivi!
Guardi, quello che ha detto Sua Eccellenza Staglianò e dottrina cattolica in purezza. Non è saccenza è difesa della verità. Forse non tutti sanno che lo scopo primario della Chuesa cattolica è la salvezza delle anime, per cui se qualcuno dice o pubblica qualcosa che possa confondere i credenti va segnalato e confutato. È una cosa talmente ovvia che non mi capacito di come non si possa comprendere. Staglianò non insinua nulla è mancuso stesso che orgogliosamente (sic) rifiuta i dogmi cattolici e si mette fuori dalla chiesa. Inoltre i dogmi non sono invenzioni della chiesa, sono verità che da sempre da tutti e in ogni luogo sono state credute, il dogma formalizza questa credenza quando un’eresia vuole negarla.
Si deve anche ricordare che Gesù Cristo ha dato il potere delle chiavi a Pietro (Mt 16,19, Gv 21 15,19) non a Mancuso. Se Mancuso fosse un buon Cattolico si sottometterebbe alla Dottrina della Chiesa e metterebbe il suo lavoro a servizio della migliore comprensione delle verità rivelate. Preghiamo perché si ravveda
“ha smontato”, “insinua”. Già dal lessico si capisce che lei non è un lettore imparziale.
Farei una distinzione comunque tra il dott. Mancuso, che ha argomentato tranquillamente la sua distanza dall’ attuale dogmatica cattolica e che opera un rigoroso lavoro sulle fonti, si condivida o meno (io non lo condivido in toto, ma lo rispetto e ammiro) e il post teismo che riprende dai più disparati ambiti dottrine vecchie di secoli e li amalgama con una patina cristianeggiante.
Grazie Vito per la tua vibrante “apologia”. Ti chiedo scusa se alcune espressioni “frizzanti” hanno urtato la tua sensibilità e accetto -davvero umilmente- il fatto di avermi ricambiato a tono. Rimediterò nei dettagli la tua risposta e sicuramente accolgo la tua proposta di un dibattito pubblico presso la Pontificia Accademia di Teologia. Nel frattempo ci tengo a dirti subito che l’espressione A-teologia non era affatto mantenuta nell’ambiguità, ma piuttosto chiara: intendeva affermare che la tua “presunta teologia” non è più “teologica”… secondo la definizione di Teologia che abbiamo maturato nella coscienza cristiana in Occidente per lo meno da quando Tommaso la costituì “come scienza sunalternata” e fino a quando Kant la destituì dal suo trono di regina. Per cui dovremmo ammettere che non esiste “la tua teologia”, caso mai la “tua teosofia”. A-teologia dunque non ha nulla a che fare con la tua (sperabilmente cristiana) fede. Non sta a me giudicare la tua cosciena cristiana. Del resto faccio fatica a pensare a una teologia che non sia “dogmatica” mentre non capisco proprio come la Dogmatica impedisca il ragionare autentico o il riflettere crito in tutta libertà, come tu invece “credi”. Cosi facendo assumi una posizione epistemologica (separante e non distinguente tra fede e ragione, tra credere e pensare) tipica del vecchio illuminismo e divulgata nel novecento da Heidegger in Introduzione alla metafisica (ricordi il ferro di legno che sarebbe la filosofia cristiana)
Questa posizione epistemologica ti porta non a distinguere ma a separare Gesù da Cristo e perciò ti inabilità -perdendo la “cristicità” di Gesù (storico)- a elaborare la “gesuanità” di Cristo (l’idea a cui punti per universalizzare Gesù). Per me è stato un piacere potermi confrontare con il tuo pensiero che ho ricavato non solo dai tuoi testi ma anche dalle presentazioni che ho ascoltato in dibattiti pubblici. Perciò perdonami se scrivendo non mi sono mosso come lo studente che fa una tesi di dottorato. D’altronde è da tempo che volevo cimentarmi con te (qualcosa abbiamo fatto sotto la “tenda di Ulisse” a Catania) da quando hai scritto L’anima e il suo destino… dove ho notato -per la mia puntigliosa attenzione alle fonti- che metti in bocca a Von Balthasar l’apocastasi di Origene e presenti del Rosmini una concezione dell’anima totalente fuori dalla sue mente. Allora forse questo modo di fare non è un difetto solo mio nei tuoi confronti. Mentre scusa la franchezza-a proposito di ambiguità- non ti pare che la Lettera di Martini collocata a Prefazione del tuo libro sia davvero ambigua? Ciò detto spero di avere la possibilità si Settimana di chiarire meglio il mio pensiero “dogmatico cattolico” la cui libertà di indagine e onestà intellettuale dipende assolutamente dalla fede cattolica (rivelazione cristiana custodita dal Magistero della Chiesa che ha un carisma certo di Verità) perché “ubi fides ibi libertas”…
Una cosa sola Antonio. La lettera di Martini collocata come prefazione a “L’anima e il suo destino”,
e datata Gerusalemme 5 nov 2006, Martini la scrisse proprio per essere tale, una prefazione. Raffaello Cortina mi chiese di proporre a Martini una prefazione, il cardinale dapprima rifiutò per i troppi impegni, poi mi scrisse egli stesso dicendomi di mandargli le bozze perché aveva riflettuto e giunto alla conclusione di scrivermi una lettera che poi avrei potuto usare come prefazione. Del resto basta leggerla per capire che si rivolge a me ben sapendo che altri avrebbero letto. Quindi nessuna ambiguità.
Sul resto, quando vuoi facciamo un pubblico confronto tra le rispettive tesi. Forse diamo una mano alla teologia
Ok carissimo… nel frattempo predispongo una mia Lettera aperta alla tua bella replica che spero Settimananews pubblichi… spero che nel mio procedere tu non colga nessua “arroganza” (come qualche lettore annota)… l’unico fastidio che osservo è che in chi ci legge lo schemino mentale -chi parte dal dogma non è un pensatore libero, anzi non è un pensatore coscienzioso- funziona.. perché di fatto tutti (chi parla e chi ascolta) abitiamo il Metaverso illuminista che ha separato fede e ragione attribuendo il sapere alla ragione (tanto più e solo se separat cfr la deriva scientista) e :la volontà (arbitraria) di credere alla fede… che alla fine fine “crede a favole”… ciao
Vorrei presentare alcune considerazioni a tutti e, specialmente, all’attenzione del professor Staglianò. Premetto che ringrazio entrambi i Professori per questo dibattito pubblico, che permette anche a chi si collega da casa di partecipare a discussioni così rivelanti per studiosi, fedeli o semplicemente interessati.
1) La comunicazione sussiste solo se si condivide un codice: allo stesso modo, un dialogo può essere efficace solo se si parla della stessa cosa. Entrambi i Professori si occupano di teologia, ma siamo sicuri che sia proprio la stessa materia? Staglianò ha parlato, in riferimento a Mancuso, di ateologia, ma piuttosto si dovrebbe dire che i loro ambiti di ricerca sono affini, non certo identici. Come si può leggere nel Dizionario di filosofia della Treccani online, il termine teologia conosce due significati: uno più largo e uno più stretto. Il primo fa riferimento alla teologia intesa come branca della filosofia, mentre il secondo fa riferimento alla teologia cristiana, una branca della conoscenza con un suo metodo di indagine (tutte le scienze si basano su un insieme di dati fondamentali, che, nel caso della teologia, sono assunti per fede). Alla luce di questo piccolo chiarimento semantico, emerge che Mancuso si occuperebbe della teologia intesa in senso lato (come Platone, Aristotele e molti altri filosofi), mentre Staglianò, nei suoi articoli, si concentrerebbe esclusivamente sulla teologia intesa come scienza, che parte da dati certi (per fede).
2) Quello più rilevante è, secondo me, il problema del metodo, che affligge parte della storiografia del cristianesimo delle origini, soprattutto per quanto riguarda il “Gesù storico”. Se si considerano i vangeli come le fonti principali per conoscere la storia di Gesù, tralasciando per semplicità le altre fonti documentarie e gli apocrifi, si può certamente affermare che non ci si trova di fronte a testi riconducibili al genere storiografico né biografico, ma che lo scopo principale è eminentemente teologico. Questo non significa che i vangeli non contengano informazioni storicamente fondate o che la storia di Gesù non sia vera (in tutto o in parte), ma che ogni testo ha uno scopo e che, nel caso dei vangeli, questo risiede nella volontà, da parte degli autori, di divulgare la novità cristiana. Dunque, l’unico modo per interpretare il contenuto del testo evangelico è guardare attraverso la lente del contesto storico-culturale-religioso in cui sono stati scritti. Ogni interpretazione mediata dalle scienze umane non può che essere interessante ma fallimentare da un punto di vista strettamente storico. Non è questo il metodo che utilizzerebbe uno storico nel suo lavoro (si legga il I libro delle Storie di Tucidide). Per fare un esempio abbastanza calzante, gli studiosi di storia greca sono interessati al mondo di cui parlano i poemi omerici, ma non li considerano certamente opere storiografiche in senso stretto. Continuando quest’analogia, le repliche di Staglianò sono come quelle di un ipotetico sacerdote ateniese che discute con un filosofo sulla dea Atena: per il sacerdote, Atena è una divinità, di cui parlano i poemi omerici (reputati, quindi, attendibili e degni di fede), e a lei bisogna riservare un certo culto; il filosofo, invece, sostiene che Atena non sarebbe una divinità, ma semplicemente una donna mortale che, per così dire, incarna l’idea di razionalità, dunque, un esempio per tutti i Greci. Ecco, il loro dialogo non potrà che essere aporetico, in quanto frutto di interpretazioni diverse del testo (il sacerdote ha fede e costruisce i suoi ragionamenti circa i poemi omerici su questa base, mentre il filosofo costruisce la sua speculazione astraendo completamente dal contesto di elaborazione dei poemi omerici e dall’intento dell’autore). Nonostante Mancuso sostenga di operare proprio come il bravo storico, afferma, tuttavia, che “essendo questo l’atto fondativo del cristianesimo, esso non risale a Gesù ma presenta la triplice processualità Gesù + Pietro + Paolo”. Questo è un chiaro esempio di interpretazione del testo evangelico, poiché si parla di “atto fondativo”. Laddove i vangeli non parlano in questi termini, chi lo sosterrebbe? Di certo non era la visione degli autori del Nuovo Testamento, se si parla della morte e della resurrezione per la salvezza dell’uomo già in Mc 10, 45, in cui viene utilizzato il termine λύτρον, che propriamente è il prezzo del riscatto (senza considerare, ovviamente, Mt 26, 28). Certo, si potrebbe obiettare che queste parole non sono di Gesù, ma aggiunte posteriormente, alla luce delle elaborazioni teologiche. Si ricadrebbe, però, nel problema di metodo di cui ho già parlato al punto precedente.
3) Per quanto riguarda la soteriologia, sono d’accordo con Mancuso sul fatto che, per la teologia cattolica, almeno quella tradizionale, Gesù si è sacrificato soffrendo per la salvezza dell’uomo, come d’altronde ci dice anche Anselmo d’Aosta. Il male e la sofferenza sono misteriosamente parte di questo mondo e non mi sembra che le tesi di Mancuso rispondano a questo grande interrogativo filosofico. L’affermazione secondo la quale Gesù “concepiva la sua missione come annuncio del regno e non come morte sacrificale” trova facile confutazione nei vangeli stessi (per esempio, in Mc 8, 31 o Gv 10, 11 e, soprattutto, in Gv 10, 17-18 e Lc 22, 20) e maschera una certa lettura psicologica, tra l’altro fortemente opinabile (anche in riferimento alla preghiera nell’orto degli ulivi, al discepolo che estrae la spada, Mc 14, 47 e paralleli, e al forte grido in Mc 15, 37), che, di nuovo, mal si addice a studi rigorosamente storici. Inoltre, per quanto riguarda il grado di comprensione della missione di Gesù da parte dei discepoli basta leggere Mc 9, 32, mentre sulle “laceranti parole di abbandono” invito alla lettura integrale e alla comprensione del salmo 22 (numerazione ebraica). La risurrezione, poi, non è un “fatto storico”, cioè non è argomento di studio della storia, come già detto, ma è la parte centrale della buona notizia, la testimonianza (mediata dagli evangelisti) di chi era lì, alla quale si può decidere di prestare fede oppure no (1Cor 15, 14).
In verità avevo preparato altri due pezzi … uno riguardante proprio i dogmi cristologici … e poi una conclusione … non se se vale la pena allora scrivere subito la Lettera aperta oppure aspettare di pubblicare gli altri due pezzi … tu che ne dici?
Dopo aver pubblicato gli altri due pezzi … perchè non apre un dibattito pubblico all’interno della Chiesa che veda coinvolti altri studiosi (filosofi, scienziati, teologi, sociologhi..).
“…tutti elementi che mostrano in modo netto che Gesù non voleva morire, né che aveva predetto alcunché a questo riguardo”. Questo lo ha scritto Lei! E Mc 8,31 e tutti i passi collegati di Mt 16,21 e Lc 9,22?
E Mt 17,22-23 e i passi collegati di Mc 9,31 e Lc 9,44?
E Lc 18, 31-33 e i passi collegati di Mt 20,17-19 e Mc 10,32-34?
E Gv 10, 17-18?
E Gv 2, 18-22?
Cordialmente
il problema è la fede
e l’intolleranza, forse c’è, ma anche nei confronti dei fedeli:
Giovanni 14
15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. (…) 21 Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22 Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Grazie mons. Stagliano per il suo coraggio, la sua forza e anche la sua gioia nell’annunciare, oggi, che Gesù è il Figlio di Dio.
Grazie Vito! Come sempre meraviglioso e coraggioso.
Lo sforzo di essere coerenti con la propria coscienza, spesso ci espone a critiche non sempre oneste.
Ben venga un pubblico confronto!
Sono contento di questo dibattito tra Vito Mancuso e Antonio Staglianò perché segnala che la cosiddetta “Modernità” genera di continuo la necessità di nuove risposte alle nuove domande che pone.
Quando poi la “Modernità” interagisce con la “Rivelazione” la questione diventa di una straordinaria importanza.
Una sfida per il Cristianesimo ma anche un’occasione da non mancare per ridefinire o meglio per comunicare la verità su Dio e su Gesù ad un mondo in rapida trasformazione con strumenti e criteri adeguati.
In questo senso il confronto tra Mancuso e Staglianò va colto non come una “dotta rissa” da cui aspettarsi un vincitore con in mano una inutile coppa, ma come la messa in moto di un motore lungamente fermo che ora le circostanze impongono di farlo funzionare in vista di una sintesi (non di un compromesso) che conduca più in alto lo sguardo sull’oggetto del dibattere.
Nel tempo ho concepito la Chiesa come una sorta di “codice genetico” dell’umanità capace di incorporare dati, a partire dalla Rivelazione, e di produrre criteri per la vita degli uomini, a partire dalla elaborazione del dato rivelato immesso nel dinamismo della Tradizione.
C’è quindi bisogno di una Chiesa-istituzione che nel tempo conservi il deposito della fede e costantemente lo attualizzi? Forse sì nel senso che tutte le idee, le ideologie, in questo caso la verità divina, devono fare i conti con la carnalità umana, i suoi limiti spaziali e temporali per cui a un certo momento necessitano di una formalizzazione di una sistematizzazione che conducono a una istituzionalizzazione.
D’altra parte il discorso di Mancuso vede nella interiorizzazione profonda della dimensione dell’amore e della giustizia la “vera redenzione” che può condurre all’uomo rinnovato e per questo “divinizzato
” Non un rinnovamento “ad extra”, ma uno “ad intra”.
Le due posizioni sono diverse ma non inconciliabili. La posizione tradizionale cattolica è in un certo senso più realistica perché propone uno scheletro, un’ossatura istituzionale del messaggio evangelico capace di preservarlo dalla corruzione attraverso la formulazione dei dogmi che ne colgono la dimensione evolutiva e attraverso la funzione del Magistero con funzione di guida vera e responsabile.
La posizione di Mancuso fotografa la realtà di un uomo contemporaneo in cui l’accresciuta individualità, cultura, compreso il sapere scientifico reclama una via al divino più su misura, una sorta di imbibimento del terreno dell’anima attraverso una profonda discesa dell’acqua pura della “verità”.
Saranno i mesi e gli anni a venire a dirci se questa sintesi verso un piano più alto sarà possibile o se sono due strade divergenti e incompatibili.
Io spero nella sintesi!
Leggo Mancuso da diversi anni. Lo ritengo un testimone rigoroso. Fatica per andare alle fonti. Argomenta con onestà. Non ha la verità in tasca. E’ un serio allegro.
Chiamando le cose per nome, senza tirare per la giacchetta il solito “post” ,tappabuchi teologici, di turno ,sarebbe teologicamente onesto parlare conseguenzialmente , più che di post- teismo , evitando, a mia volta, di tirare per la giacchetto il “neo” ,tappabuchi teologici ,di turno : di deismo !
Ho letto dettagliatamente le risposte di Vito Mancuso e mi sono sembrate oneste, pacate ma decise e soprattutto, avendo letto il suo bellissimo libro Gesù e Cristo che consiglio, sincere e corrispondenti al suo scritto.
Purtroppo il problema vero che fa allontanare dalla chiesa le persone, che sono sempre più attente e informate, (quelle che non di accontentano di galleggiare in superficie) è esattamente questo atteggiamento di superiorità dottrinale che si rifugia nella dogmatica e nel magistero, mortificando, spesso e volentieri, la ragione.
Penso come Lui che ciò che rende «divino» Gesù non sia infatti un diritto di nascita, ma ciò che ha saputo fare nella sua vita, nonostante i suoi limiti, la cultura dell’epoca, il razzismo con cui si misura e talvolta supera.
Che sia stato determinante in questo la sua sete di giustizia e di compassione, il suo amore per gli ultimi, i miti, gli operatori di pace, i poveri, i disgraziati e tutti coloro che per la società e la teologia del tempo erano già condannati per i loro peccati imperdonabili: i lebbrosi, le prostitute e i pubblicani.
Insomma ha saputo trasformare la sua vita, per l’imminenza del Regno di Dio in terra, e per farlo è andato persino contro la logica sacrificale e delle offerte al tempio, come espiazione dei peccati, scardinando un sistema di potere che vedeva il connubio tra i sadducei (la casta sacerdotale al potere) che aveva a cuore l’oro del tempio e Roma, che reclamava la sua parte del tesoro.
Per questo è stato amazzato, a causa dei disordini che stava creando. La gente cominciava a seguirlo a osannarlo, l’autorità di Roma non avrebbe tollerato alcun disordine nè alcun affronto diretto o indiretto alla «maestà romana».
Insomma ciò che Salva non è certamente alcun sacrificio nè tantomeno il sangue. Ma la capacità di trasformare la propria esistenza, facendo fiorire quelle che in Matteo sono identificate come le Beatitudini. Liberando il divino che già ci abita.
È questo è possibile a tutti credenti e non credenti, perché non riguarda questa o quella religione, ma l’umanità, che contiene già in potenza, il germoglio dell’eternità.
Mi limiterò a sintetizzare il “fenomeno Mancuso”, semplicemente attenendomi ad un FATTO, semplice ma definitivo, che dimostra che alla base del suo genere letterario, ovvero strategia editoriale, non c’è onestà razionale, né ricerca, tanto meno novità. Vito Mancuso utilizza a suo piacimento, attingendo ora lì ora qui, spesso modificando dati storiografici, teologici e, addirittura, archeologici, le Sacre Scritture. Non si può usare un testo per dimostrare che contenga concetti inventati e, allo stesso tempo, che contenga i propri concetti. Il suo modello è “nel testo xx è stato introdotto dai paleocristiani questo concetto, che invece secondo me è inventato, tanto è vero che nel testo xx si dice che…”. Allora, o il testo è tutto mistificato, o è tutto vero. O le contraddizioni sono apparenti o ininfluenti, oppure chi trova contraddizioni “sceglie” quale affermazione è corretta rispetto all’altra. In ogni caso, le teorie di Mancuso, sono solo rivisitazioni di un pensiero ottocentesco, morto e distrutto dalla teologia stessa, e da altre discipline razionalistiche. Nonché dalla prova dei fatti. Mancuso vende, come vende ancora chi legge i tarocchi.
Al dottor Mancuso dico solo due cose:
1) Esiste una dimensione del testo scritto che sfugge persino allo scrivente e questo è spesso colto da chi legge. Infatti la dicitura “testo ispirato” non è un titolo che si è attribuito l’autore ma chi lo ha letto e ricevuto. Mons. Staglianò coglie ciò che ha ispirato questo testo e ciò è anticattolico, fuori dalla teologia cattolica ed è ambiguo perché ha un linguaggio molto simile che sembra teologico ma invece è ateologico nel doppio senso da Mancuso individuato. Intenzioni a parte dell’autore, ciò che emerge è proprio ciò che Staglianò spiega citando altri o usando espressioni che non sono presenti nel libro ma certamente lo identificano.
2) Non esiste amore più grande che dare la vita. Gesù voleva morire e sapeva che era venuto per questo. Non c’è salvezza senza donazione di sangue perché l’uomo vecchio deve morire. Qui Mancuso nega implicitamente, anche se non lo dice, il dogma del peccato originale. Dice che ciò che salva è il bene e l’amore? Cristo parla di Fede che salva non di bene e amore. Mi sembra che qui ci sia un rimbalzo: dalla sola fidei protestante alla sola caritas anch’essa, oggi, protestante (che protesta contro la teologia cattolica).
Ciò che trasmette Mancuso, dietro una buona strutturazione e capacità di collegare le numerose conoscenze, è il rancore di un uomo che non ha accettato la sua sofferenza come salvifica. Ogni essere umano ne ha una come Cristo ha avuto la sua e il card. G. Biffi ha ben detto su questo: “difficile all’uomo non di fede scorgere un Dio Padre amorevole davanti al crocifisso; eppure lì tutta l’umanità è stata appesa e può certamente accettare o ribellarsi alla croce ma non può più scendere da essa perché è lì che il Signore dell’umanità è stato confitto e noi con lui”.
La risposta di Vito Mancuso è un esplicito invito alla Pontificia Accademia di Teologia di divenire un luogo serio e leale di confronto tra posizioni diverse su vari argomenti, piuttosto che luogo di apologetica senza il cosiddetto e tanto sovente chiamato “l’Altro”. Le questioni di Mancuso così come quelle del post-teismo meritano davvero di essere discusse come si deve, in un luogo appropriato per un pubblico confronto.
Il fatto che io sia il Presidente della PATH e abbia un ruolo istituzionale non dice nulla sul fatto che possa intervenire nel dibattito pubblico “popolare” – cioè dunque di divulgazione – … in verità gli articoli che proporrò sul tuo post-teismo corrispondono più alle tue chiacchierate sul web per il grande pubblico e non tanto ad un dibattito accademico che pur si dovrebbe fare (chiederò al Consiglio direttivo se coinvolgere la PATH in questo)… per il resto come ben sai mi muovo teologicamente in versione “pop” … e comunque l’Apologia è sacrosanta (la teologia cominciò così) e spero la distinguerai dalla “controversia”…
Come tu ben dici, alcune tue espressioni “frizzanti” hanno urtato la sensibilità di Vito Mancuso, ma anche la mia con sincerità. Antonio, cerchi e usi etichette per “definire” l’Altro! A volte non ti accorgi che perdi contatto con la cosiddetta ONTOLOGIA TRINITARIA dell’agàpe. Sia nel modo oggettivo che soggettivo. Espressione “frizzante” è anche quando definisci “chiacchierate sul web” per il grande pubblico, quanto anima e viene discusso nei social. Opponi “chiacchierate” a “dibattito accademico”. Questo è ciò che si sta sgretolando qui in Italia ma anche altrove. L’allargamento del pubblico interessato a temi teologici e spirituali, al di fuori delle AULE accademiche (che si stanno sempre più assottigliandosi di presenza). Ritengo, dunque, e parlo non solo per me ma anche a nomi di molti “laici” (se ha ancora un significato tale parola). Chiacchierata è una conversazione informale, amichevole e spensierata tra persone che parlano del più e del meno. Ora credo che parlare di Dio, teismo, fisica non sia parlare del più e del meno. Certo c’è chi scambia i social per un luogo dove si fanno battute e parole alla buona, molte volte futili o lunghe per estensione. La mia esperienza è tutt’altro e mi convinco che l’accademia non è più l’unico luogo dove si pensa. Certamente non sono solo chiacchierate quelle mie, di Vito e di molti altri che stanno “esportando” il sapere fuori dai forzieri accademici
Il vescovo Stagliano’ sostiene e difende la posizione della teologia tradizionale, che parte dai dogmi assolutizzati e da questi deduce tutta la teologia, senza mai discutere criticamente quei dogmi – d’altronde sono ‘dogmi’!
Mancuso, pur provenendo dalla tradizione cattolica, ha il coraggio di ridiscutere quest’ultima, ricercandone genesi e radici, con una s-pregiudicatezza critica tutt’altro che comune nella teologia cattolica.
Certamente, Mancuso – lui stesso lo riconosce – si allontana dalla letteralita’ della tradizione cattolica, ma qui si impone una questione cruciale: si è sicuri che varie tesi di questa teologia siano ancora comprensibili per la coscienza culturale contemporanea? Ad esempio, la tesi della ‘espiazione vicaria’ ha ancora senso nell’attuale orizzonte culturale?
Se si può ammettere che Mancuso sia andato oltre la teologia cattolica tradizionale, si è sicuri che quest’ultima riesca ancora comprensibile e accettabile per l’uomo del XXI secolo? Si obietterà: ma questo è relativismo, a cui però si deve controbiettare: l’uomo vive nella ‘storia’ e non può vivere con le idee degli uomini di dieci secoli fa. Ciò che rimane stabile è l’evento cristiano originario, così come testimoniato nella Bibbia cristiana, ma che va poi necessariamente relazionato alla cultura dei tempi che via via entrano a contatto con esso. Altrimenti, o si vive fuori del proprio tempo, oppure si impone una obbedienza cieca a chi si erige ad unico interprete di una verità che però, anche per quest’ultimo, è lontana XX secoli
Caro Ambrogio con tutto il rispetto della “teologia tradizionale” che non sarebbe adeguata ai tempi moderni… ma cosa mi dici dell’estetica teologica di Balthasar o della Teologia estetica di Sequeri e di tanti altri grandi teologi che dopo il Concilio Vaticano secondo hanno decostruito la “versione neoscolastica” della teologia dogmatica… per la teologia la questione vera non è il dogma delle fede ma le mediazioni culturali e scientifiche che si utilizzano per comunicarle. Personalmente – da nano sulle spalle di giganti – sto proponendo la Pop Theology (Pop-Christology) + La Teologia in ginocchio (3 volumi pubblicati per Àncora) la Teologia Sapienziale di Ad Theologiam promovendam e infine uno sfondo anche più ampio quello dell’Illuminismo cristico. Mi pare già tanto come tentativo di comunicare la Teologia della Tradizione viva della Chiesa attingendo alle istanze dell’umano di oggi.
Prof. Mancuso, lei lamenta di essere accusato di razionalismo, positivismo, docetismo, gnosticismo, pelagianesimo, relativismo, tutte correnti filosofiche che nel tempo hanno cercato di distoglire ed allontanare gli uomini dall’annuncio cristiano autentico. Dovrebbe ringraziare il suo recensore per averle detto chiaramente che lei non è cattolico, e dovrebbero ringraziarlo anche i lettori cattolici che la credevano un teologo cattolico, e la ringrazio anch’io perché ho capito meglio il cuore dell’annuncio cristiano cattolico: Gesù è Cristo. Dio si è fatto uomo. La seconda persona della Santissima Trinità è un uomo nato da una vergine. Gesù è la Via, la Verità e la Vita. Gesù Cristo si rende presente in corpo, sangue, anima e divinità nella Santissima Eucarestia, cibo di vita vera. Grazie
Quello che non si capisce di Mancuso e’ che non ammetta , anzi rigetti come una offesa,il fatto che la sua critica ai fondamenti della fede cattolica e’ cosi’ radicale da poter portate solo a due conclusioni : o una nuova religione che non puo’ più dirsi cattolica oppure l’ ateismo. Mancuso dovrebbe onestamente ammettere di non essere (più:) cattolico e di credere in una spiritualita’ nuova e sincretista che con il Nome della Santa Trinità:non ha niente a che fare. Sarebbe un atto di onesta’ intellettuale. Infatti il mero invocare il Cristo non ha pih’ senso in chi non crede piu’ nei fondamentali della dottrina cristiana.
Ma lo ha scritto chiaramente.
Mancuso non è cattolico e lo ha detto apertamente.
Uno che dice che in ogni religione si può trovare la salvezza è che ogni fondatore di religione è, a suo modo, Cristo non può definirsi cattolico.
La cosa carina è che anche molti vescovi lo dicono ma sono meno onesti di Mancuso perché affermano di essere ancora cristiani.
Nessuno non può non dirsi Cristiano, Come disse Benedetto Croce, sebbene in Vaticano non lo facevano neanche entrare..
Va bene ma allora posso dire che a me come a tanti altri fedeli invece interessa la teologia CATTOLICA ? Gia’ la conosciamo davvero poco perchd’ dobbiamo perdere tempo a studiare altre teologie di stamo gnostico-sincretista? Per amor di novita’ ?
Per lussuria intellettuale? Famolo strano …
La teologia si mutata in 16 secoli circa in teocrazia di fatto e, come tale, ha provato a resistere alla Storia e alla caduta del papa/re per quasi un altro secolo..
Grazie a Mancuso: uno straordinario esempio di argomentazione chiara, logica, conseguente
Io credo che dire che Gesù non voleva morire, gli piaceva la vita ed aspettava un regno di Dio che si sarebbe concretizzato di li a poco significa che Gesù non era figlio di Dio , ma un semplice uomo catapultato in un progetto che non era il suo e che lo faceva diventare vittima sacrificale senza un suo consenso e praticamente fregandolo. Dopo la morte Gesù diventa un martire che però riconquistava valore con una resurrezione proposta data come vera ma su cui non si può dire l’ultima parola , affermando che non si ha la presunzione di dire ne che è vera ne che non è veramente Di cristianesimo cattolico o protestante non ci vedo proprio nulla mi pare una tesi molto vicina ad un ateismo in cui si loda un maestro e si ammette che è stato sfruttato bene per fare nascere una religione di successo.
La replica di Mancuso non fa una grinza.
Ho letto diversi suoi libri e già con l’anima e il suo destino ero giunto alla conclusione che non credevamo nello stesso Dio. O meglio: che la strada per la salvezza da lui proposta fosse buona per i buoni, per i sani; ma Gesù non era venuto per loro. È venuto per quelli come me, che fanno una cosa giusta e due sbagliate. Ma anche i sani hanno diritto alla salvezza e quindi riconosco la validità del suo pensiero, oltre che una notevole capacità espositiva delle sue tesi e il rigore “scientifico”. Mi piacerebbe però sapere da lui cosa ne pensa del pensiero di Pavel Florenskij sul dogma. So che è una delle persone che, per sua ammissione, più lo hanno influenzato. Se non ricordo male in “la colonna e il fondamento della verità” P.F. intendeva il dogma come un fondamento generativo del pensiero teologico, un’antinomia vivente, comprensibile solo all’interno della vita liturgica e sacramentale della chiesa, in chiara contrapposizione con il pensiero tipicamente occidentale. L’ho letto anni fa e quindi non metto la mano sul fuoco sulla mia interpretazione, ma mi colpì molto e perciò mi è venuto in mente leggendo il suo intervento da cui si evince, come d’altra parte e da tutti i suoi scritti, che il dogma è un impedimento al pensiero.
Chi commenta e’ costretto a “navigare” tra l’incudine di una trito e vetero dogmatismo kitsch magisteriale di Stagliano’ e la neoapologetica dei luoghi comuni: gioia, bellezza , vita eterna ,armonia in vendita nella bottega a/cristologica di Mancuso. “Costruita” per diversamente credenti radical shoc light/ chic, della domenica della (dolce) vita: quella senza storia , non storiografia , e perciò senza redenzione e senza escatologia. Quale escatologia senza storia , sofferenza e perfino sangue? Se il chicco non muore !Da siciliano , provi a esporre la sua e/”sangue” a/cristologia a don Pino Puglisi , oppure a magistrati come Livatino , che sicuramente avevano paura, amavano la vita e non volevano morire: morti ammazzati in odium fidei , sottolineo “fidei”. Falcone e Borsellino e tanti altri testimoni di giustizia antimafia , avevano perfino messo in conto la loro morte violenta, non per questo si sono sottratti al loro cammino per una giustizia di liberazione ,non solo terrena ,dal crimine /peccato di mafia .Sul legno infame gli occhi della ragione/ fede vedono senza perplessità l’innalzato, il Dio di Gesù, crocifisso e risorto , quello stesso Gesù terreno raccontato e testimoniato dalle diverse sensibilità prefigurate nell’AT e attestate nel NT .
Si parla del libro e non si parla più del Libro. Che senso ha? È un interpretazione ‘altra’ del Vangelo? Ma si è letto il vangelo? La gioia del vangelo è che Cristo è risorto: vedi anche i due di Emmaus. Allora si mette in dubbio l’originalità del vangelo? E il suo essere Parola ispirata, che alimenta la chiesa. La coscienza senza la Parola muore alla grazia. Insomma, forse sono veramente prove di ateismo.
Mi è molto piaciuto il discorso scientifico condotto in questo articolo da Vito Mancuso, sempre lucidissimo sul piano argomentativo e chiaro su quello espositivo. Non basterebbe lo spazio di un commento per entrare in dialogo, sia pur virtuale, con questo contributo. Accanto alla gioia intellettuale che esso offre, l’articolo – non intendo qui recensire il libro importante “Gesù e Cristo” (Garzanti 2025) – pone anche varie questioni su cui riflettere e con cui confrontarsi. Ne toccherò appena una. Vito Mancuso scrive che Gesù “non doveva e non voleva morire. Non doveva, perché per lui Dio non aveva certo bisogno del suo sangue per perdonare e salvare gli uomini, come egli insegnava con le sue parabole; non voleva, perché amava la vita e concepiva la sua missione come annuncio del regno e non come morte sacrificale”. Questo punto è a mio avviso di importanza cruciale. Andrebbe ripetuto ciclicamente, fatto conoscere e spiegato bene a tutti e per varie ragioni. 1. Gesù concepisce la sua esistenza come vita donata agli altri. 2. L’idea di un sacrificio cruento da offrire in risarcimento a Dio per l’ingratitudine degli uomini gli è estranea ed è in contrasto con la predicazione del Regno e dell’evangelo. 3. L’interpretazione sacrificale della morte del Nazareno – interpretazione affermatasi e consolidatasi per vari motivi, non ultimo in conseguenza dello shock delle discepole e dei discepoli per l’esperienza terribile della crocifissione del loro maestro – si è fatta strada nel tempo e ha avuto conseguenze profonde e durature praticamente fino a oggi: pensiamo a questo riguardo alla celebrazione eucaristica a lungo intesa come “atto di culto” e “sacrificio”. Ma Gesù, un “rabbi che amava i banchetti” (felicissima espressione di Enzo Bianchi), intendeva ben altro nel cenare con tutti, specialmente con gli emarginati. La ricerca degli ultimi decenni, come sappiamo, lo ha rilevato più volte e converrà continuare a farlo. Già per questo motivo l’articolo di V. Mancuso è di rilievo.
Il punto cruciale toccato da Mancuso contribuisce peraltro a mettere al centro della discussione un’altra importante questione: la natura storica del magistero, ovvero delle dottrine formulate dalle Chiese: dottrine segnate dal divenire. Le dottrine elaborate in seno alle Chiese nel corso dei secoli non costituiscono un corpus necessariamente monolitico, ma sono segnate da continuità, evoluzioni, sedimentazioni, tensioni e persino contraddizioni. Oggi si assiste a un ridimensionamento dell’idea che concepisce la celebrazione eucaristica come “sacrificio”. Col progresso degli studi e l’aumento della consapevolezza, risulta sempre più chiara la difficoltà, per non dire impossibilità, di conciliare l’interpretazione sacrificale del banchetto eucaristico col nucleo del messaggio evangelico, col messaggio cioè di un Padre infinitamente buono, che non guarda ai meriti ma alla vita e al bisogno delle sue creature. Ma non è stato sempre così. Per secoli e secoli si è detto il contrario sulla messa, intesa a lungo appunto come sacrificio gradito a Dio. Questa tensione, per non dire contraddizione, oggi è riconosciuta e detta. Ma non è ancora pienamente superata. Vito Mancuso ne rileva giustamente i residui, tuttora sussistenti, nella liturgia e non solo. Solo prendendo piena coscienza dei reali valori o significativi del banchetto che il Nazareno lascia ‘in eredità’ ai suoi discepoli, solo allora i cristiani, penso, sentiranno fino in fondo l’urgenza di riprendere in mano i vangeli: conterà allora davvero la conoscenza, lo studio e la competenza.
Queste brevi riflessioni vogliono evidenziare, attraverso un solo esempio, quanto di buono ho trovato nell’articolo di V. Mancuso. Il che naturalmente non significa che io sia convinto di tutto. Per esempio, sul piano strettamente storico: dopo aver rilevato giustamente che tanti elementi “mostrano in modo netto che Gesù non voleva morire”, V.Mancuso precisa: “né che aveva predetto alcunché a questo riguardo”. Questa precisazione suscita a mio avviso almeno qualche perplessità. Non solo c’è tutto un dibattito aperto su quello che Gesù pensasse di sé e su quello che egli abbia maturato nell’ultimissimo periodo della sua vita. Ma si discute pure sulle reali intenzioni del viaggio a Gerusalemme che terminò per il Nazareno come sappiamo. È lecito naturalmente dubitare che egli abbia predetto la sua morte, ma non bisogna, a mio modesto avviso, tirare in proposito conseguenze troppo recise (“alcunché”). Ben consapevole dei rischi che correva, è difficile pensare che Gesù non abbia mai prospettato (a sé stesso e ai suoi seguaci), almeno come ipotesi, la sua morte. Molti profeti, prima di lui, erano morti di morte violenta.
Questa mia piccola presa di distanza – mi farebbe piacere riflettere in altro senso anche sull’idea “che non esiste nessuna novità assoluta nella storia del mondo” – naturalmente non tocca la rilevanza del contributo di V. Mancuso sul piano della riflessione metodologica, della libertà interiore di giudizio e ancora della riflessione sulla storia della teologia. Cruciale è anche quanto scrive Giuseppe Guglielmi, in un commento qui sotto, laddove rileva, con piena ragione filologica, che “il Nuovo Testamento è pieno di ambiguità e posizioni divergenti che suggerirebbero di rivedere le mediazioni culturali su cui sono stati “costruiti” (non cadono dal cielo) i discorsi ecclesiologici, giuridici e sacramentali del passato”. Queste ambiguità, lungi dal costituire un problema, risultano, come Guglielmi lascia giustamente intravedere, una perdurante ricchezza per quanti in futuro vorranno verificare e ripensare i fondamenti e le mediazioni dei saperi teologici costruiti nel bimillenario cammino della storia del cristianesimo.
Infine, una riflessione sui cosiddetti (-)ismi. Personalmente non li amo. Semplificano e, a mio avviso, non aiutano. Pensiamo a ‘relativismo’. Può capitare di sentire usata questa parola per etichettare una nuova idea semplicemente per il fatto che essa mette in dubbio una concezione fino a quel momento considerata come “verità”. Io invece penso che il dubbio sia la sorgente della conoscenza critica e che senza dubbi non ci possa essere neppure scienza. Anche in contesti di fede cristiana si dovrebbe a mio modesto avviso procedere così, senza presumere di avere la verità tutta intera. Perché vediamo in modo offuscato, come in uno specchio antico. E solo al termine di questa nostra esistenza – lo suggeriva uno che aveva lungamente riflettuto su molti dei nostri problemi -, solo allora lo vedremo faccia a faccia, così come Egli è.
L’articolo del Dott. Mancuso, a partire dal titolo in cui rivendica l’espressione “la mia teologia”, rivela un equivoco ontologico di fondo che dà pienamente ragione alla definizione di “a-teologia” mossa da Mons. Staglianò. Parlare di una “propria” teologia è, nei fatti, un ossimoro: una riflessione su Dio sganciata dalla comunità, dalla Rivelazione e dal respiro ecclesiale cessa di essere teologia per diventare metafisica, pura filosofia. Come ben sapeva Joseph Ratzinger, il teismo logico di matrice tedesca di cui il Dott. Mancuso è ammantato rischia di tradursi in una forma di ateismo mascherato proprio per il suo radicale individualismo: cerca l’idea perfetta di Dio, ma rifugge la fatica della relazione concreta con Lui.
Questa assenza di relazionalità si riflette inevitabilmente nella partita cristologica, che è il vero cuore del dibattito. L’errore fatale del Dott. Mancuso è quello di attribuire una cristologia alla linea dei grandi profeti, finendo per rilegare Gesù stesso al ruolo di semplice profeta, per quanto sommo. Ma girarci attorno non risolve il problema obbiettato da Staglianò: c’è un salto incolmabile tra il cristo giudaico e apocalittico, che obbedisce a una logica squisitamente politica, e il Cristo cristiano, che è intrinsecamente Divino e divinizzante.
Le vie religiose o sapienziali alternative portano certamente alla formazione di un “buon uomo”, ma si muovono sempre nell’orizzonte di un perfezionamento personale e solitario. Il cattolicesimo, al contrario, cerca la relazione: il cristianesimo non si fa con un solo uomo, richiede che ci siano almeno due o tre uniti nel nome di Gesù. Non è un’ascesa etica individuale, ma un evento collettivo in cui la Chiesa si santifica fino a diventare essa stessa Cristo.
Nel suo tentativo di liberare l’esperienza spirituale, il Dott. Mancuso vive la dottrina e il rito come un muro, non comprendendo il ruolo del limite. la Forma (il pane, il rito, la mano) non è mai una gabbia se accetta di essere piccola e trasparente per lasciar passare la Sostanza, ovvero la Luce del Amore. Rifiutando a priori la Forma comunitaria e incarnata per inseguire un’idea soggettiva, il Dott. Mancuso crede di liberare Dio, ma finisce per farlo evaporare nell’isolamento del proprio intelletto.
Vito Mancuso parla di un cristianesimo fondato da Gesù, Pietro e Paolo, ma esclude completamente l’intervento dello Spirito Santo.
È lo Spirito Santo che parla attraverso Pietro e Paolo, che ricorda loro quello che ha detto Gesù, che dà una luce nuova sui fatti storici della vita di Gesù e che opera nelle anime e nella Chiesa.
Lo Spirito Santo è il Dio trascendente che agisce nella storia.
A ben vedere quindi il cristianesimo è stato fondato da Gesù, dallo Spirito Santo e da Dio Padre che li ha mandati.
Lo Spirito Santo non ha agito solo all’Interno del cristianesimo e dell’ebraismo, per cui sono presenti rivelazioni divine anche in altre religioni: Dio è padre di tutti gli uomini e parla a tutti gli uomini.
Noi Cristiani pensiamo di aver ricevuto la rivelazione più perfetta, non essendo mediata dall’uomo, in Gesù Cristo, incarnazione del Logos, della Sapienza creatrice di Dio.
La Chiesa depositaria della rivelazione è la Chiesa Cattolica, nel senso di Chiesa universale, di cui fanno parte tutte le chiese che credono in Gesù Cristo e in cui opera lo Spirito Santo (non quindi la Chiesa Cattolica in senso gerarchico).
Perché i Cristiani infine pensano sia necessaria la croce al piano salvifico di Dio?
Dio vuole che tutti gli uomini si uniscano a lui e questa unione passa attraverso la purificazione dai peccati che si attua attraverso la morte dell’ego e l’accogliere la volontà di Dio: questa è la croce cristiana.
Gesù è venuto a mostrarci con l’esempio questa via che passa anche dal senso di abbandono da parte di Dio, che ogni uomo prova nella sua vita.
Come hanno fatto i cristiani ad elaborare questa teologia che in questi termini non è presente nei vangeli?
Attraverso l’esperienza dell’incontro con Dio che continua ad avvenire nell’uomo.
L’incontro con Dio è il centro della fede, che non può limitarsi allo studio delle fonti ed è il presupposto della teologia cristiana.
Vito Mancuso si potrebbe forse definire quindi un teologo a-pneumatico.
Posto che Mancuso può pensare e scrivere quel che vuole, semplicemente il suo pensiero e i suoi scritti sono difformi dalla fede cristiana. Non si tratta neppure di eresia, perché la difformità tocca i pilastri fondamentali del credere cristiano. È una apostasia, tanto più grave quanto più insistentemente argomentata da chi venne ordinato presbitero
In primis : “non sono ateo ma ritengo l’esperienza spirituale lo scopo supremo della vita” , forse che esperienza spirituale e tensione all’essere supremo sono la stessa cosa?e chi esperisce mediante la pratica yoga di meditazione esperienze spirituali profonde non per questo non si può non definire ateo e con ciò ritenersi escluso dalla grazia della piena relazione/fusione umanità/spiritualità.Non si capisce questo accanimento del prof. Mancuso nei confronti dell’articolo di Stagliano’ (che ho letto). La proiezione psicologica di cui parla non è affermata dall’autore ma è chiaramente desumibile dalla lettura del suo libro ( che ho letto) e pericolosamente fuorviante o deviante addirittura, nonché la censura netta dell’uomo Gesù e del Cristo/Signore come se si potesse parlare di due figure distinte e contrapposte. È questa perfetta sintesi dell’uomo/Dio in Cristo Gesù che non possiamo spiegare ne’ vivisezione ma solamente con umana umiltà accettare di riconoscere come riconoscere che le parole degli evangelisti non si possono contrapporre a giustificare tesi, perché parole di uomini testimoni o destinatari di un’eredità più grande di loro e da loro trasmessa come “voce”.
Interessante replica ma…. Unicità escatologico salvifica in Gesù e’ affermata o no? Ha ragione Stagliano’
L’obbedienza dogmatica impone il monopolio della Verità gestito dalla gerarchia cattolica, ha ragione Mancuso.
Il tema del sacrificio ha radici che si perdono nella storia umana e può essere visto a pro di Gesù come fatto da Renee Girard.
Vangeli sinottici e Vangelo Giovanneo come si armonizzano? E una questione difficile allora io dico: riduciamo il nucleo della tradizione dogmatica al Canone,
E ciò che fu fatto da Lutero. Lo sappiamo!
L’esaminare la figura di Gesu solo da un punto di vista storico e mostrarne solo i limiti per affermare che la teologia ufficiale cristiana non è vera e collusa con il potere, è cosa di poco conto. La vera sfida a mio parere è quella di confrontarsi con essa senza togliere la parte che non piace o peggio che non si sa trattare con argomenti che possano essere costruttivi di un nuovo pensiero. Di detrattori nella storia se ne sono visti tanti, e lei Dott Mancuso è uno dei tanti, l’ultimo che sta raccogliendo la povera eredità di chi la preceduta. Confermo ciò che dice Mons Staglianò definendola ateologia perché manca di una parte, che personalmente ritengo abbia un suo peso. Quindi non è teologia ma ateologia nel più vero significato.
Sig. Mancuso, scusi la domanda personale ma io per farmi una idea chiara della questione non ritengo rilevante tutte queste parole scritte. Lei riceve i sacramenti abitualmente e recita il Credo? Questo mi basta per capire se interessarmi alle sue teorie oppure no. Devo dire che proponendo per il no perché conosco una persona che segue le sue idee e ha sospeso i sacramenti.
“Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”
«Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai». Lc 13, 8-9
Bravo Vito, ti leggo e ti apprezzo da sempre. Contribuisci ad allargare il pensiero. Ed è ciò che conta nella vita. Riflettere. Pensare. Trasformarsi.
Come avviene generalmente nel gergo dei saperi umanistici, in alcuni passaggi Mancuso argomenta utilizzando l’espressione “costruzione” teologica. Ma dato che la teologia, al di là di spot retorici, resta di fatto prigioniera di un realismo metafisico, è invitabile che non metta in discussione – per dirla nei termini dell’epistemologia degli ultimi sessant’anni – il rapporto tra “le parole e le cose”, e che attribuisca perciò a termini come “produzione”, “costruzione”, “operazione”, il significato di “frode” o “invenzione”.
E così, nello studio del Nuovo Testamento e della successiva tradizione cristiana, per paura di scuotere un sistema dottrinale che si vorrebbe continuativo e cumulativo e per non mettere in discussione rapporti di forza ormai consolidati, la teologia si è ridotta ad essere l’abbellimento o la decorazione spirituale di un linguaggio obiettivo e metafisico che ci dice già “come stanno le cose”. E pensare che il Nuove Testamento è pieno di ambiguità e posizioni divergenti che suggerirebbero di rivedere le mediazioni culturali su cui sono stati “costruiti” (non cadono dal cielo) i discorsi ecclesiologici, giuridici e sacramentali del passato.
Mi pare che Mancuso e i post-teisti facciano una caricatura della metafisica e teologia “tradizionale” tanto più che nella loro subordinazione alla scienza contemporanea finiscono per cadere in una forma di neoscolastica, come avvenne per gli aristotelici radicali. Se Aristotele dice che il mondo è eterno è Aristotele ad aver ragione e la Bibbia sbaglia.
Non capisco questa risposta. Potresti meglio esprimere il tuo pensiero? Grazie